di Tommaso Giartosio

Nel selciato di Sproul Plaza, la piazza centrale del campus di Berkeley, è incassato il monumento dedicato al Free Speech Movement, il movimento di protesta del 1964-65. È stato disegnato dall’artista Mark Brest van Kempen nel 1990. Si tratta di una lastra circolare di granito, lungo il cui bordo corre la scritta: “Questo spazio e l’aria sopra di esso non faranno parte di nessuna nazione e non saranno soggetti alla giurisdizione di nessun ente.”

Per due distinti motivi (che dirò tra poco) mi è tornato in mente il Free Speech Monument leggendo Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni, di Graziano Graziani (Edizioni dell’Asino). Cosa sono le micronazioni? Sono parecchie decine di piccolissimi stati (al massimo qualche chilometro quadrato), nati qua e là per il mondo soprattutto negli ultimi decenni. Alcuni esistono ancora, altri sono scomparsi, come l’Isola delle Rose (di cui si torna a parlare in queste settimane per via del romanzo che le ha dedicato Walter Veltroni). Si chiamano Sealand, Bosgattia, Melchizedek, Talossa, Elgaland-Vargaland, Impero degli Stati Uniti, Gay and Lesbian Kingdom of the Coral Sea Islands… fino a Lomar e Freedonia, di cui ancora non so nulla. Parlo di questo libro senza averlo ancora finito, un po’ ubriaco per la lettura di queste minuscole storie nazionali che sono una vera lezione di utopia, ma (stranamente) anche di realismo.

Di uno di questi paesi (Bosgattia: dalle parti di Rovigo) conoscevo già i deliziosi francobolli rossi ornati di pesci e aironi e tende e barche a vela. La questione dei bolli, della valuta, del fisco, in Stati d’eccezione è onnipresente. Le micronazioni nascono spesso da obiettivi almeno in parte economici. Intendono proporsi come mete turistiche, mercati dell’artigianato tipico, zone di contrabbando, paradisi fiscali, Eldorado filatelici e numismatici. Sono osteggiate dal governo centrale ma spalleggiate dalle amministrazioni locali circostanti, che godrebbero delle ricadute positive di una presenza simile. La loro storia ci ricorda continuamente che uno Stato è sì un progetto politico e civile, un sistema di valori condivisi, una cultura e una storia, ma prima ancora è sovrano, è una struttura di potere che negozia con altre strutture simili i limiti del proprio dominio. Per questo è cruciale il suo controllo sul territorio: tutto il territorio: anche pochi metri quadri a Vienna, anche un angolo sperduto di una riserva naturale svedese, anche l’Isola Ferdinandea che emerge di tanto in tanto dal Canale di Sicilia. Cercare di ritagliarne una parte significa fare realisticamente i conti con la materia prima della convivenza umana.

Ma anche cercare utopisticamente di rimodellarla. Molte di queste nazioni hanno alle spalle, in un modo o nell’altro, il pensiero libertario degli anni sessanta, interpretato in senso neoliberistico o più spesso solidaristico. Si oppongono esplicitamente a ogni forma di reale o presunto autoritarismo statale, a cominciare da quello del “vero” paese che li circonda: la Turchia per Cihangir, la Svezia per Ladonia… (Ma ovviamente nascono solo in stati relativamente democratici: un’autentica  dittatura le spazzerebbe via in quattro e quattr’otto.) Possono nascere da progetti artistici: una delle micronazioni più affascinanti è il Regno di Redonda, nelle Antille, il cui sovrano è lo scrittore Javier Marìas, che ha insignito Pedro Almodòvar del titolo di Duca di Trémula. Una parte importante della loro vita istituzionale si svolge su Internet: perché sono esse stesse virtuali, ma anche perché devono pubblicizzare la propria indipendenza e la loro stessa esistenza.

Ma il punto è proprio questo: la battaglia, raramente vinta, per ottenere un riconoscimento formale da parte degli stati “veri”, e così comparire sulle mappe. Graziani osserva che questo è “l’obiettivo primario delle micronazioni”. Non è un’osservazione scontata, perché molte di esse sembrano accontentarsi di un’esistenza liminare, mentre altre mirano senza dubbio a una critica dello stato-nazione condotta con le armi dell’ironia e della provocazione. Ma poi, al dunque, tutte si danno una moneta: sia pure con il disegno di una foglia di marijuana (Christiania). Tutte si danno un inno nazionale: poco importa che lo si esegua lanciando un sasso nell’acqua (Ladonia). Tutte si disegnano una bandiera: anche se è solo la bandiera dello stato ospitante disegnata a rovescio (Kugelmugel). Tutte si danno una costituzione: magari sancendo, accanto allo storico diritto alla ricerca della felicità, il diritto a essere infelici (Užupis). Tutte istituiscono dei ministeri: dedicati per esempio agli “incontri sentimentali”, alle “situazioni imbarazzanti” (Lizbekistan)… Saranno pure gesti ironici, questi, oppure di “sovra-identificazione” critica, come osserva finemente Graziani – che è uomo di teatro e conosce bene le dinamiche della performance. Ma alla fine hai la sensazione che alla semantica dello Stato non si sappia opporre nulla di realmente alternativo. In fin dei conti è molto più facile fare una rivoluzione in una nazione storica che fondare in un territorio vergine un’entità politica realmente innovativa.

Per questo mi era venuto in mente il Free Speech Monument, che formula la più radicale rivendicazione di uno spazio extragiudiziario di libertà integrale, ma lo fa chiudendosi entro un confine ben preciso e usando ancora il linguaggio cauto e sobrio dei tribunali. Allo stesso modo, le istituzioni politiche e sociali delle giovanissime micronazioni sono quelle tradizionali, a cui si affianca al massimo qualche collettivo e qualche comune. C’è anzi uno scivolamento all’indietro: alcuni di questi stati, come il principato di Seborga, rivendicano un reale o fittizio passato di autonomia (evidentemente per mettersi sullo stesso piano di San Marino o Andorra); ma anche tra quelli di nuova formazione si conta un numero imbarazzante di monarchie, principati, imperi, ben foderati di enfasi nazionalista. È solo un gioco? O le sparate e gli scherzavo della micronazione sono la lingua metaforica del debole, che si affretterebbe a diventare letterale qualora il rapporto di forza si modificasse? Date al sultano di un “regno” dadaista un regno vero: per prima cosa si prenderà un vero harem. Del resto, con buona pace degli adorabili sognatori di Oileàn Thoraigh e Frigolandia, uno “stato d’eccezione” è un luogo in cui ci sono meno democrazia e meno diritti che in uno stato normale.

Ma pensavo al Monument anche per un altro motivo. Le micronazioni sono, più che veri e propri esperimenti politici, straordinarie occasioni di sbrigliare un’immaginazione politica sfrenata. L’importante è sapere che questi stati esistono: non viverci davvero. Ogni nuovo arrivato a Berkeley che visita Sproul Plaza non può fare a meno di piazzarsi in quel cerchio extraterritoriale: per scoprire che, da dentro quel luogo eccezionale, non si vede nulla di eccezionale. È molto più interessante – anzi, necessario – vederlo da fuori.

2 thoughts on “Micronazioni

  1. Nella leggerezza del testo si annida una osservazione amara: e se non ci fossero più posti “altri”? Quasi si siano esauriti i progetti politici reali al di là delle provocazioni culturali. Oltre che un limite, c’è una aridità del pensarsi collettivo: la democrazia per come la conosciamo è davvero il punto dal quale o si ritorna o non si procede, significativamente, più?

    Lo spazio politico per eccellenza, quand’è così, resta il proprio giardino.

    I miei saluti,
    Antonio Coda

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