cropped-Maggio_68.jpegdi Romano Luperini

[Pubblichiamo il primo capitolo del romanzo di Romano Luperini L’uso della vita. 1968 (Transeuropa 2013), uscito in questi giorni in libreria]

«L’uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo», Franco Fortini

«Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume», Paul Valéry

1

I tre sedevano dietro la stessa scrivania. Era troppo stretta e ci entravano appena. Pur stando impettiti, le loro braccia si toccavano, a volte pareva addirittura che si prendessero a braccetto. Seduto su una sedia davanti a loro, Marcello aveva lo spazio vuoto intorno, come a un esame, o a un processo.

La scrivania era l’unico arredo. I muri erano bianchi di calce, nudi, tranne due foto, Gramsci e Togliatti, una accanto all’altra, sulla parete dietro la scrivania.

«Hai votato contro il partito», disse il più anziano, che stava nel mezzo. Lo disse storcendo la bocca, come se Marcello avesse fatto qualcosa non solo di grave, ma di molto penoso per tutti. Quello di destra, che era il più giovane, stava sfogliando una rivista, alzò gli occhi e disse: «Qui» – e la mostrò – «hai attaccato la linea culturale del partito, dal neorealismo alla neoavanguardia. Vent’anni di politica culturale. Ma la politica culturale non è separabile dalla linea politica, dovresti saperlo». «Ti sei collocato fuori della linea del partito», riprese il primo. Poi aggiunse: «E pensare che tuo padre è un compagno esemplare, un vecchio partigiano, ce ne fossero come lui…».

Che c’entra mio padre?, pensava Marcello. Gli passavano per la mente le infinite discussioni a cena, la pena di quella lunga contesa con lui. Restò in silenzio. Guardava sopra le tre teste le labbra sottili e crudeli di Togliatti. Si riscosse, doveva assolutamente dire qualcosa. Arrischiò: «Ma il dissenso, nel partito, è ammesso, no?».

Quello che aveva parlato per primo tossì, toccò con il gomito quello degli altri due, e insieme fecero una spallucciata. Poi disse: «Una cosa è il dissenso all’interno, per esempio in una discussione in sezione, un’altra è votare contro la linea del partito in una assemblea pubblica. E per di più a favore di un movimento che il partito giudica piccolo-borghese, estremista e pseudorivoluzionario». Quello che era stato sempre zitto, disse: «Rivoluzionari da farmacia, l’ha detto anche il compagno Amendola».

Ci fu un altro silenzio. Quello che aveva fatto la battuta sui rivoluzionari da farmacia, parlò di nuovo e disse: «Comunque noi siamo la Commissione federale di controllo, e spetta a noi vigilare e decidere sulla disciplina dei militanti, a norma di Statuto. E tu, con i tuoi articoli e con il tuo voto in assemblea, hai condotto un attacco prolungato e sistematico contro la linea del partito».

Marcello aspettava, guardando nelle foto sul muro gli occhialini con le lenti tonde di Gramsci e di Togliatti. Ecco l’unica cosa che hanno in comune, gli occhialini, pensava.

Alla fine il più vecchio che stava seduto al centro disse: «Per riguardo a tuo padre – solo per riguardo a lui – il partito ti fa una proposta». Qui tacque, volle il vuoto del silenzio per sottolineare l‘importanza di quello che stava per dire. «Invece di espellerti, il partito ti consente di dare le dimissioni».

Marcello lo guardò, stupito; non capiva.

«L’espulsione è disonorevole, vergognosa, è una frattura incolmabile fra il partito e l’espulso. E poi i compagni chiacchierano, si sa, quando uno è stato cacciato… Se ti dimetti, è un atto tuo, che domani puoi anche ritirare. Puoi dimetterti per malattia, per esempio, o per ragioni personali. E domani, se ti penti, puoi anche tornare fra noi. Il partito ha braccia larghe…».

Pensò al suo professore di filosofia del liceo, espulso con l’accusa di trockismo, alle chiacchiere su di lui, cornuto, dicevano, e le risatine… Il partito, oltre alle braccia larghe, aveva cento occhi…

«Accetti?», insisteva quello di centro. «E’ un’ottima soluzione per te e tuo padre ne sarebbe contento».

Si alzò, e la voce gli uscì stranamente bassa, quasi roca: «No», disse, «non accetto». Nel voltarsi per andarsene, inciampò nella sedia, rovesciandola.

2.

Fuori c’era un sole tiepido che riempiva di luce le strade e sapeva già di primavera. Staccò la bicicletta dal muro, cominciò a pedalare verso l’università. Gruppi di studenti sciamavano sul Lungarno. Le coppie si tenevano per la vita, si sedevano abbracciate sulla spalletta del fiume, e lui si sentiva solo, umiliato e solo, incerto fra frustrazione e rabbia. Da due mesi se ne era andato da casa, e ora aveva rotto definitivamente con suo padre. Si era messo contro il partito e contro la famiglia. Era giunto il momento in cui doveva imparare a camminare con le sue sole gambe in un mondo minaccioso che pretendeva di giudicarlo.

La porta dell’università era socchiusa, un picchetto di studenti controllava chi entrava. «L’assemblea è già cominciata», dicevano.

L’aula magna traboccava. La porta centrale era stata spalancata in modo che si potesse seguire l’assemblea anche dall’esterno. Tutti i posti erano occupati, sia sui banchi, sia sulle sedie poste sul fondo della sala e ai suoi lati. Molti stavano seduti per terra. Vicino all’uscita, c’erano diversi professori, un po’ spaesati, in piedi, quasi fossero incerti se rimanere o andarsene.

Passando a fatica nella folla, giunse sin davanti alla Presidenza, proprio mentre finiva di parlare D’Alema, ritto davanti al microfono, con i baffetti neri che spiccavano da lontano sulla chiazza pallida del viso. Marcello sentì solo alcune delle sue ultime parole «avventurismo….disoccupare… portare a casa qualcosa», accompagnate da una bordata di fischi. «Vieni, c’è posto qui», gli fece cenno Ottavio. Era stato suo compagno di banco al liceo e ora stava seduto su uno dei due gradini della pedana sotto il tavolo della presidenza. Era alto, magro, con il viso tondo e mite, le gambe distese davanti a sé, lunghissime, che occupavano quasi del tutto il passaggio fra il tavolo e la prima fila di banchi. Dietro di lui, addossati alla parete di fondo, c’erano il ritratto con la barba scura di Che Guevara e quello con il lungo pizzetto bianco di Ho-Chi-Minh, e due striscioni appesi al muro Università occupata e Potere studentesco-Potere operaio. «Si vota se continuare l’occupazione», lo informò Ottavio, «c’è una mozione per accettare la mediazione proposta dal Preside di Fisica, l’hanno presentata insieme D’Alema e Di Donato a nome della FGCI e dell’Intesa, vogliono farci sbaraccare in cambio del riconoscimento dell’assemblea e dei delegati di facoltà».

«Mozioni contrapposte», annunciò in quel momento lo studente che stava alla presidenza. «Cinque minuti di pausa per scriverle», aggiunse. Ma dalla platea qualcuno strillò «Mozione d’ordine!». Tutti si voltarono da quella parte. C’era uno in piedi, che vestiva strano, in giacca e cravatta, e sembrava molto agitato. «Sono il rappresentante di Goliardia liberale, e questa assemblea non può deliberare circa l’occupazione o la disoccupazione. Io sono stato democraticamente eletto, ma voi?», chiese rivolto alla presidenza. «L’occupazione o la disoccupazione possono essere decise solo dagli organismi rappresentativi liberamente eletti, voi non avete alcun titolo per decidere».

«Bum!», gli gridarono intorno. «Buffone, leccaculo del rettore, torna a casa», lo spintonarono quelli intorno.

«Calma», gridò Adriano, «Calma!». Era piccolo, snello, con la vitalità di un giovane animale. Sino a un istante prima Marcello l’aveva visto semidisteso per terra accanto al tavolo della presidenza. Sembrava distaccato e indifferente. Quando aveva parlato D’Alema, non aveva nemmeno alzato il viso a guardarlo. Ma ora con un balzo si era già impadronito del microfono. L’assemblea non poteva andare in vacca. Aveva una voce secca, perentoria, e tuttavia anche allegramente beffarda. «Il rappresentante di Goliardia liberale» – e qui fece una pausa ironica, per far capire quanto quel nome stesso fosse sorpassato e ridicolo – «non sa che la prima assemblea generale dopo l’occupazione ha abrogato la democrazia rappresentativa e scelto la democrazia diretta. L’assemblea è sovrana e i suoi rappresentanti sono delegati revocabili in qualsiasi momento dall’assemblea. Gli organismi rappresentativi non contano più nulla, anzi non hanno mai contato nulla, sono sempre stati solo emanazioni burocratiche dei partiti, carrozzoni vuoti. Non ci hanno mai rappresentato, non hanno nessun rapporto con noi, con la nostra vita concreta, una volta all’anno li vota sì e no il 5% degli studenti e poi spariscono, nessuno li vede più. Da qui in avanti ci rappresentiamo da soli.» Tutti si alzarono in piedi e applaudirono. Era bravo, Adriano. Ma intanto intorno al rappresentante di Goliardia liberale era nato un tafferuglio. «C’è la polizia in borghese! Fuori la polizia dall’Università! Fuori! Fuori», gridarono due o tre. «Gli hanno dato una mazzolata», diceva invece qualcuno, «No, si è sentito male, ha avuto un attacco di epilessia», dicevano altri. Marcello era troppo lontano per capire.

Finalmente tornò la calma. Mentre si scrivevano le mozioni contrapposte, lo studente che era alla presidenza, e che sino allora aveva gridato al microfono «Ehi! Ehi! Non fate casino!», si era alzato dalla sedia e si era messo a parlare con una ragazza che stava in piedi alle sue spalle. Poi prese a scendere dal palco della presidenza, trascinandosela dietro per un braccio. Si fermò davanti a Marcello: «Senti», disse «questa compagna viene da Roma. Vuole leggere i nostri documenti, girare nelle facoltà occupate. Ci pensi tu?». Non attese nemmeno la risposta, era già sparito nella calca. La ragazza si chiamava Ilaria, portava una gonna corta e leggera, aveva in testa una matassa di capelli rossi e ricci, il sacco a pelo arrotolato sulle spalle.

Intanto si era fatto silenzio, si votava. Le mani alzate erano quasi tutte a favore del movimento e ce n’erano anche alcune degli studenti della FGCI. Magari saranno espulsi anche loro, pensò Marcello.

«La mozione di Sofri per continuare l’occupazione ha avuto 275 voti», gridò lo studente della presidenza, e tutti si misero ad applaudire e poi a battere il palmo aperto delle mani sulla superficie dei banchi. «Quella D’Alema-Di Donato per disoccupare 52 voti», aggiunse, fra un mare di fischi e di ululati. Poi uno attaccò «Ho!…Ho!…Ho-Chi-Minh», e tutti s’alzarono in piedi e sfilarono via attraverso le porte dell’aula magna, giù per lo scalone, ritmando con le mani, battendo i piedi per terra e gridando tutti insieme «Ho!…Ho!…Ho-Chi-Minh, Ho!…Ho!…Ho-Chi-Minh». Sotto le volte cupe della vecchia università come risuonava allegro il nome del glorioso condottiero vietnamita, allegro e trionfante!

3.

Marcello ora pedalava verso la casa di Adriano. Aveva dato appuntamento a Ilaria per il giorno dopo. Lui non poteva dormire nell’università occupata, perché aveva avuto la sua prima supplenza in una cittadina vicina e la mattina doveva alzarsi presto per andare a scuola. Anche Adriano quella sera aveva deciso di tornare a casa. Erano tre giorni che dormiva nell’aula magna in un sacco a pelo, e poi aveva già moglie e due figli. «Passa da me dopo cena, dobbiamo impostare i controcorsi», aveva detto a Marcello, e a Ottavio: «Prendi contatto con quelli della FGCI che hanno votato per noi». Pensava a tutto, lui.

Era già scesa la notte. La luce del fanale rischiarava marciapiedi deserti, muri di vecchie case. Pedalava contento. Impostare i controcorsi. Allora Adriano si fidava di lui. Non sapeva se ammirarlo o diffidarne. Non sapeva nemmeno cosa Adriano pensasse veramente di lui, con quella piega beffarda della bocca quando lo sfotteva per l’attaccamento borghese alla proprietà privata dei libri e della macchina…una vecchia Seicento, fra l’altro, regalatagli usata …. A volte la mattina al risveglio si ricordava di averlo sognato, sempre lo stesso sogno, Adriano che faceva quella piega della bocca contro di lui.

A casa di Adriano c’era già un gruppo di compagni, seduti per terra con le spalle contro le pareti in una stanza priva di mobili e annebbiata dal fumo delle sigarette. «Com’è andata in federazione?», gli chiese Adriano. Anche lui era stato espulso due o tre settimane prima. «Espulso, non ho accettato le dimissioni», rispose Marcello facendo spallucce. «Bene. Una, due, cento, mille espulsioni», ridacchiò Adriano. «Dobbiamo diventare un caso politico». Ma era tardi, bisognava cominciare a parlare dei controcorsi.

I temi dei vari controcorsi contavano poco, esordì Adriano, bastava che poi venissero riconosciuti e verbalizzati come esami da parte dell’istituzione universitaria, ma questa – aggiunse – era solo una questione di rapporti di forza, tutto in politica è solo questione di forza e di rapporti di forza. Più dei contenuti, contava il metodo: bisognava imparare a studiare e a discutere collettivamente, perché la scuola e l’università insegnavano solo a obbedire e a coltivare l’interesse personale, non a lavorare insieme. Si trattava di inventare una nuova didattica che contestasse l’autoritarismo accademico: non se ne poteva più di studiare in modo individuale e su comando, anzi i controcorsi dovevano servire a far crescere l’autonomia di ciascun compagno proprio all’interno dei diversi gruppi di lavoro collettivo, mostrando nella pratica il carattere antiautoritario del movimento. Era perciò importante stabilire rapporti egualitari fra tutti. Anche se fra i partecipanti ci fossero stati assistenti e magari qualche docente, tutti dovevano essere trattati nello stesso modo, bisognava dare del tu, questo era un aspetto decisivo, e farselo dare anche da loro, tanto per cominciare. E poi occorreva parità anche fra gli studenti, fra chi è preparato e chi non lo è, perché il sapere non può essere un privilegio o una fonte di prestigio personale.

«Un momento», disse Giammario. Era l’unico in piedi. Parlava senza guardare davanti a sé, con il viso rivolto in basso, la voce fredda e triste. Mentre Adriano procedeva a ondate, con pause, accelerazioni, impuntature, Giammario seguiva il filo di un ragionamento in modo lucido e monotono. Metteva soggezione. «Un momento. Vedo una contraddizione. Noi, quando abbiamo occupato, abbiamo indicato obiettivi di massima che nessun rettore o senato accademico potrebbero mai concedere, perché controparte in questo caso è lo Stato e la sua espressione di comando, il governo: per esempio, niente tasse e, anzi, salario per gli studenti in quanto forza-lavoro in via di formazione. Se chiediamo la regolarizzazione dei controcorsi, controparte diventa l’amministrazione universitaria. I primi sono obiettivi strategici, di lungo periodo, i secondi tattici, e possono essere raggiunti subito. Bisogna pensare anche a come disoccupare con successo. Non possiamo stare barricati dentro l’università all’infinito. Occorre una via d’uscita. Propongo di preparare una piattaforma di obbiettivi minimi, a partire dal diritto all’assemblea e ai delegati e dal riconoscimento dei controcorsi».

«Strategia, tattica, piattaforma…Ma il movimento non può ragionare in questi termini vecchi, deve essere libero, deve poter cambiare pelle in ogni momento…», sbuffò Carla, la rappresentante di lettere. Adriano prese subito la palla al balzo. Si ripeteva il solito duello con Giammario che regolarmente lui vinceva. «Non possiamo legarci da soli le mani. Il movimento chiede tutto e subito. E’ finita l’epoca degli obiettivi intermedi, del minimalismo e del massimalismo. Pensare a disoccupare? Come può sfiorarci la mente un pensiero simile? In questo momento! Il movimento sta crescendo qui e in tutta Italia. Non può essere ingabbiato, programmato, incanalato, deve restare sempre allo stato fluido, essere imprevedibile, imprendibile… Bisogna rompere i vecchi schemi e imparare a vivere col terremoto, nel terremoto, e il terremoto siamo noi. Ragionare di piattaforme significa non aver capito nulla del nuovo che noi rappresentiamo».

In quel momento entrò nella stanza Sandra e Marcello si distrasse, non riuscì più a seguire la discussione.

4.

Quando la riunione finì, Marcello le chiese piano «Vieni da me, stasera?». Doveva chiederglielo, ma non sapeva se per desiderio o per obbligo, se con piacere o con paura.

Camminarono fianco a fianco verso la camera di Marcello. Sandra procedeva un po’ rigida, senza muovere il busto, con le spalle strette e alte. Marcello, che spingeva la bici a mano, immaginava in lei qualcosa di duro, di resistente o di spigoloso. Sembrava come offesa da un torto ricevuto dalla nascita, per una violenza che poteva ripetersi contro di lei in qualsiasi momento e che la costringeva a vigilare. Accostarla voleva dire violarla. Ma proprio questo stranamente lo spingeva verso di lei. Doveva rassicurarla, evitare di deluderla, mostrarle di continuo la propria attenzione, il proprio desiderio e anche la propria bontà.

Avvertiva un morso d’ansia. Si sentiva ridicolo. La prima volta, e aveva quasi ventiquattro anni….

Arrivati, ebbe un tuffo al cuore quando incontrarono il padrone di casa che abitava sullo stesso pianerottolo. Salirono le scale, lui davanti, loro dietro, zitti, imbarazzati, senza scambiare una parola.

Entrati nell’appartamentino, «Devo lavarmi, è tutto il giorno che sono fuori», disse Sandra, e si chiuse nel bagno. Marcello non sapeva cosa fare. La camera era piccola, occupata dal letto e da un grande manifesto con la fotografia di una ragazzina vietnamita, piccola, minuta, che spingeva davanti a sé col fucile un militare americano, gigantesco, con le braccia alzate. Doveva spogliarsi, o era meglio che prima lei tornasse nella stanza? Si limitò a togliersi le scarpe e a sdraiarsi sul letto. Quali gesti avrebbe dovuto compiere per primi? Aspettava. Fissava sulla parete di fronte il grande manifesto della ragazzina vietnamita e del suo prigioniero.. Sentiva i movimenti di lei nel bagno, l’acqua che scrosciava…il tempo che non passava mai.

I preservativi!, si ricordò di colpo. Si alzò, li andò a cercare in un armadio, li mise sul comodino. Non li aveva mai usati e si era vergognato a chiedere informazioni in giro. E poi, quando doveva metterlo? Qual era il momento più opportuno? E se sbagliava, se non gli riusciva? Guardò la scatola e gli sembrò che non stesse bene tenerla così in vista. Ma no, si decise, ho già abbastanza problemi, questa volta farò senza, sarà quello che sarà. E la chiuse nel cassetto del comodino.

Finalmente Sandra uscì, con un sorriso faticoso sulla faccia. «Non ho fatto in tempo a venire all’assemblea oggi, sono dovuta restare al corso serale sino a tardi», disse. Gli si avvicinò, si mise a sedere sul letto, accanto a lui. Stando disteso, lui le vedeva i capelli castani che le ricadevano sulle spalle e sulle guance rosee, ancora un po’ infantili. «Oggi», disse, «sono stato espulso dal PCI». «Ah…», fece lei. «E tuo padre?», aggiunse dopo un po’. Marcello non rispose, ogni parola che avrebbe potuto dire gli sembrava inutile, scontata. Scese il silenzio. I loro corpi, sul letto, si sfioravano. Aveva voglia di alzare il braccio, allungare la mano, toccarle i capelli. «Dai, abbracciami», comandò lei stendendosi al suo fianco.

Lei gli stava fra le braccia docile e rigida. Il desiderio sopraggiungeva a ondate, ciecamente lo spingeva, ecco, bastava lasciarsene guidare. «No», era la voce di lei, era un lamento che lo distoglieva da quella spinta, e si ripeteva, si ripeteva sommessamente all’inizio, poi più forte.. Per un attimo cercò di non udirla, provò a insistere.«No! Mi fai male, mi fai male!», gridò lei di colpo, e strinse le gambe. Si bloccò. Il desiderio lo stava già abbandonando. Si lasciò scivolare su un fianco. Non sapeva più che fare, e aveva voglia di piangere. «La volta prossima andrà meglio», giunse la voce di lei, d’improvviso calma, quasi rasserenata.

La notte fece un sogno. Era a casa dei genitori, a cena, con il babbo a capotavola, e alcuni compagni intorno che ridevano e gridavano battendo ritmicamente le mani sul tavolo «Johnson boia, Johnson boia!». E poi a un tratto, a capotavola, il babbo era sparito e al suo posto c’era proprio lui, il presidente Johnson, con il suo faccione rugoso, bianco bianco, largo largo, sbarbato, con i crateri dei pori tutti aperti. Marcello lo vedeva bene, era lì davanti, e allora provava ad alzare la mano, lentamente, contro di lui, con il pugno chiuso, mentre tutti ora stavano fermi, zitti zitti, attenti attenti, e avevano smesso di gridare, e lo guardavano. Ma la faccia di Johnson s’allargava ancora di più, la sua mascella inferiore diventava sempre più massiccia, diventava enorme, e la bocca si spalancava, tremando, smisurata, e allora la mano chiusa a pugno cominciava a ritirarsi e ad aprire le dita, come se non fosse sua e lui non potesse più comandarla, piano piano gli calava giù ed ecco ora gli pendeva lungo il fianco, floscia. Si svegliò, sudato. Sandra dormiva respirando tranquilla accanto a lui.

[Immagine:  Parigi, maggio 1968 (gm)].

 

2 thoughts on “L’uso della vita. 1968

  1. Fino a dove possono spingersi i diritti dell’immaginazione e dell’invenzione letteraria quando a raccontare una vicenda storica non è un autore vissuto molti anni, magari secoli, dopo, ma, piuttosto, è stato uno dei protagonisti di quella storia? La risposta più facile e diretta è: si può arrivare ovunque; quella più condizionata e condizionante invece è: fino al limite di coesistenza armonica di quell’invenzione con l’immagine pubblica che l’autore ha costruito nel corso della propria vita. È anche per azione di questo riflesso, forse, che le recensioni e i giudizi sul testo narrativo di Luperini tendono a scavalcare un dettaglio che invece mi pare significativo, ovvero il fatto che il libro faccia sì risuonare, come del resto si esplicita tanto in epigrafe quanto nel corso del testo (p.123), la formula fortiniana sull’ «uso formale della vita, che è il fine e la fine del comunismo», ma il titolo, in realtà, soltanto in parte è una citazione, perché la ripresa fa saltare l’aggettivo: non uso formale, ma, appunto: L’uso della vita. La rima è imperfetta, il cerchio non è rotondo: l’espressione definisce un taglio, sia di lessico, che di organizzazione della storia narrata, tant’è vero che il racconto comincia con una scena di espulsione del protagonista dai quadri del PCI e, in generale, dal discorso politico di seconda mano costruito su teorie e schemi astratti che lasciano fuori la vita.
    Quella sparizione, allora, può valere come soluzione d’inquadratura, e in questo senso aiutarci a capire meglio l’angolazione e la materia del racconto. L’uso della vita, infatti, sembra qualcosa di diverso da un romanzo storico, di cui certamente si riprendono dispositivi forti, come la scelta di riflettere anche sul significato generale di un’epoca, o l’elezione – che è quasi una costante dei romanzi storici – di un punto focale decentrato, sia in senso spaziale che esistenziale. Del romanzo storico, d’altra parte, manca l’intelaiatura storica e romanzesca di grande respiro: in questo caso, come indicato dal sottotitolo, si parla di un tempo preciso e limitato: 1968. Potremmo parlare allora, volendo proprio cercare una definizione, di “autobiografia di un anno”: racconto di un tempo storico filtrato dall’esperienza soggettiva di un unico personaggio. L’io che vede sa e sente di partecipare a un movimento generale – le parole “mare” e “corrente”, non per nulla, ricorrono in continuazione -, ma questa partecipazione avviene anche in uno stato di disforia: non politica, né etica, ma emotiva, proprio nel senso della fatica, dell’ansia vitale che questa situazione comporta. È a questo livello, direi, che agiscono le suggestioni simboliche più forti del richiamo alla ragazza dalle calze colorate del quadro di Kirchner: Marcello si chiama come lei, ma non le somiglia, come non somiglia, pur essendone attratto, alla gioiosa Ilaria. Alla verifica della vita, qualcosa di sé resta fuori da entrambe le ideologie: quella dell’uso formale, come quella stessa della leggerezza evocata dalla seconda frase messa in epigrafe «Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume», firmata da Valery ma, vale la pena di notarlo, recuperata all’attenzione da Calvino nella lezione americana sulla leggerezza.
    Ma da dove arriva questa fragilità? Da una condizione soggettiva e particolare, senza dubbio; non solo però, e qui vedo un altro elemento interessante del libro – forse il più originale. L’uso della vita non fa i conti col Sessantotto da una prospettiva ex post, ovvero dal punto di vista di ciò che è accaduto e si è pensato “dopo”, come avviene nella maggior parte delle narrazioni di quell’epoca – non solo di carta, tra l’altro: penso al recente film Après mai (Qualcosa nell’aria) uscito in sala qualche mese fa. Piuttosto L’uso della vita racconta il senso comune che c’era “prima”: l’habitat dal quale e contro il quale arriva la rivoluzione del Sessantotto, e così si tratterà della presenza ingombrante dei padri della Resistenza, come il padre stesso del protagonista, ma anche del “personaggio” di Fortini, ritratto per chiaroscuri; oppure, ai livelli più prosaici ma non per questo meno invasivi, si tratterà del conformismo degli apparati scolastici, o del regime di aperta sessuofobia destinato a condizionare non solo le ideologie ma la stessa pratica dei corpi. Le catene che furono spezzate, non senza contraddizioni, non erano retoriche o metaforiche, ma reali, come ci comunicano certe pagine tetre de L’uso della vita che fanno talvolta pensare a Prima della rivoluzione, di Bertolucci.
    L’autore di L’uso della vita è uno dei più noti critici letterari; chiunque abbia ascoltato una delle sue conferenze sarà certamente stato colpito dallo stile da vero leader politico con cui Luperini appassiona al discorso la platea. Nel libro, invece, i leader sono altri: D’Alema, Sofri, Della Mea, Fortini. Anche questa, in fondo, è una delle riscorse dell’invenzione artistica: tra la narrazione sociale di sé e il sé resiste una zona oscura che la sociologia non saprebbe mai raccontare. L’uso della vita, coi suoi meriti e se vogliamo anche con certi suoi limiti, ha voluto lavorare in quella zona di disarmonie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *