Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Una conversazione con Jorie Graham

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di Francesco Stella

[Il mese scorso Jorie Graham ha vinto il premio internazionale Nonino 2013. Questa è la versione estesa di un articolo intervista pubblicato, in forma breve, su «Alias – il manifesto»].

«Una delle più alte voci della poesia americana contemporanea. Affascinata dalla poesia europea di questo secolo, ha da sempre intarsiato i suoi versi sul mito, sulle dicotomie e polarità dell’esistere, scandagliando e sperimentando profondamente tutte le tendenze e sensazioni della poesia. Una lirica contagiosa e coinvolgente, dove la parola ritrova la sua eticità e spiritualità tendendo all’infinito (le sue liriche sono pubblicate da Sossella Editore e prossimamente da Mondadori).»

Questa la motivazione con cui Jorie Graham ha ricevuto sabato 26 gennaio il premio Nonino, dopo altri grandi nomi della letteratura come Franco Loi, Andrea Zanzotto, Thomas Tranströmer (premiato nel 2004, Nobel nel 2011), Mo Yan (premiato nel 2005, Nobel nel 2012), V.S. Naipaul (premiato nel 1998, Nobel nel 2001 e oggi presidente della giuria).

La Graham, che è nata a New York, ha vissuto la sua infanzia a Roma e ha studiato sociologia a Parigi, cominciando a frequentare l’università proprio nel 1968, prima di concludere la sua formazione negli USA, dove oggi insegna una materia che nei paesi anglosassoni è distintiva di ogni università importante (la Graham insegna ad Harvard) e che in Italia viene invece considerata ornamentale e parassitaria dai corifei della desertificazione aziendalista: “Retorica e oratoria”. Di fatto: composizione letteraria. Oggi da noi sopravvive, dove sopravvive, quasi solo travestita da scienza della comunicazione. Per questo insegnamento prestigioso e delicato, affidato prima di lei al Nobel Seamus Heaney, Harvard ha scelto la vincitrice del Pulitzer 1996, autrice di 12 raccolte, a lungo chancelllor dell’Accademia dei poeti americani; ha scelto una personalità caratterizzata non solo da una capacità di innovazione formale che stupisce ad ogni nuova raccolta, senza cedere alla tentazione di fermarsi su un brand di successo (e rinunciando così a una facile riconoscibilità), ma soprattutto da un’ispirazione spirituale che rende possibile usare per Jorie Graham il termine di “maestro”: il sentimento della responsabilità civile, la solidarietà con la terra e il dolore per le sue ferite, l’appello contro l’autodistruzione industriale dell’umanità, la partecipazione ai conflitti sociali. Più di altri poeti, Jorie Graham ha solidarizzato col movimento Occupy, ha visto i suoi testi twittati da disoccupati in fila per l’impiego e ha visto i suoi versi circolare sul web in sensi e contesti inattesi. Ma questa popolarità non ha mai dovuto pagare il prezzo di frequentazioni televisive, di retoriche ideologiche o linguaggi pop dal facile appeal: la sua poesia si immerge nel flusso dell’esistenza quotidiana armata di una sostanza di pensiero e da una ampiezza di orizzonti che non si scioglie nell’immediato ma lo legge in trasparenza senza fermarsi alla superficie. Lo dimostra fra le altre una poesia-pometto (la sua forma più familiare, una meditazione ritmica a onde di pensiero fratte e deviate in immagini collaterali che aprono nuove spirali e riconducono poi al flusso principale) come L’evoluzione, apparsa in Never (2002): qui il suo sguardo osserva fenomeni naturali – e insieme linguistici –  nella prospettiva della Storia, della loro storia, prima e dopo essere diventati quel che ci sembrano. Possiamo evocarne solo alcuni stralci: «E vento accolto dal velo d’acqua. / Guarda: l’accoglienza ha una forma […] Ogni cosa nel sole / improvvisa a ritroso, / buttando giù frasi veloci e nervose […] ogni cosa nel sole che tenta d’incarnarsi attraverso qualcos’altro […] Certo il futuro / un tempo non era affatto là […] Parla della lunga catena a ritroso / all’inizio del “mondo” (come lo chiama) e poi, infine, al grande non / inizio. Sento il no iniziare. / Il seguito ronza leggero intorno a me, / cancella le mie impronte», per sfociare in una chiusa di respiro cosmico: «Canta dice l’acqua che ripiomba su acqua più ferma – che scorre dove l’altra si rompe. Cantami / qualcosa (il suono del rompersi basso dell’onda) / (gli accordi dove laggiù deposita materia di vita / sulla rampa di spiaggia) (anche la molteplicità / di profondità e rivestimenti dove sorge la chiarezza come una moltitudine) / (mentre l’onda s’abbatte sul suo frangente) / (per squarciarsi all’unisono) (sul suo rifrangersi) – / canta qualcosa, e cantando dissenti.» (trad. A. Francini). Raramente la poesia osa tentare oggi echi così lucreziani, sa uscire così potentemente fuori dal soggetto ma non dalla storia, che non è più storia umana ma storia delle cose e del mondo, e sa farsene carico: “Noi siamo responsabili dell’universo”. Anche il discorso per la premiazione del Nonino, che affronta per convenzione il tema del liquore caro all’attività dei mecenati, trova accenti georgici nella comparazione antica della poesia all’impegno agricolo, al movimento dell’aratro, al non detto in cui si inciampa e che rivela l’inatteso.

 In Europa la Graham ha cominciato quest’anno a raccogliere i riconoscimenti che una voce così autorevole deve aspettarsi: in Inghilterra è stata la prima poeta donna a ricevere il Forward Prize (superando Geoffrey Hill) con la sua ultima raccolta Place.  In Italia invece, dopo alcune pagine nell’antologia nordamericana di Strand e Abeni del 2003, la Graham è stata “scoperta” e valorizzata come voce autonoma da Antonella Francini, americanista della Syracuse University di Firenze, alla quale si devono una fortunata crestomazia di poesia americana (pubblicata da Repubblica nel 2004 con autorevole introduzione di Massimo Bacigalupo) e la prima conoscenza di altri grandi nomi della scena statunitense. Come per Charles Wright e Yusef Komuniakaa, anche i testi della Graham sono stati prima anticipati sulle pagine della rivista “Semicerchio”, ai cui corsi di scrittura creativa la Graham è stata ospite frequente, poi presentati in volume: in questo caso nell’elegante antologia uscita per Sossella a fine 2008 e intitolata come una poesia emblematica della raccolta: L’angelo custode della piccola utopia. Poesie scelte 1983-2005. Ora pare che, come si premura di annunciare la motivazione del premio, sia in programma un volume per Mondadori. Le grandi case editrici sono inevitabilmente come l’hegeliana civetta di Minerva, che si alza in volo al crepuscolo e arriva sempre “dopo che la realtà ha ormai compiuto il suo processo di trasformazione”.

Rispondendo all’inchiesta internazionale di “Semicerchio” sulla sopravvivenza di un mandato del poeta e sul pericolo di irrilevanza sociale del suo ruolo, la Graham difende il ruolo della poesia nel salvare un linguaggio della diversità:

Esiste oggi un pubblico per la poesia? E’ vero che la poesia contemporanea ha finito per isolarsi in  un circuito autoreferenziale e sopravvive, come ha scritto qualcuno, solo grazie alla tradizione scolastica e al prestigio della sua storia? 

«La mia esperienza contrasta con questa teoria. Negli USA un sondaggio ha appurato l’esistenza di 40 milioni di persone che scrivono o leggono poesia, ma questo pubblico sfugge alle rilevazioni accademiche e alla grande editoria, mentre è visibile alle librerie locali e ai piccoli editori. Affolla le letture pubbliche, fotocopia i libri, impara i testi a memoria e li recita. Questo pubblico non esercita una fruizione critica della poesia, direi piuttosto che la “usa”. Sono tassisti, pescatori, bancari, pompieri, insegnanti elementari, attori, gente in ospizio, in ospedale e in prigione. Li conosco perché ricevo i loro biglietti, le loro mail, le loro lettere e vengono a parlarmi dopo i reading. Quelli che usano la poesia e la leggono regolarmente sono già ‘lettori’ di poesia, cioè hanno appreso le modalità attraverso le quali la poesia si configura coome un linguaggio diverso dalla prosa e non tendono a sovrapporre alla lettura poetica le loro abitudini di lettori di prosa, aspettandosi ad esempio un certo tipo di logica dell’esposizione. Per quanto una poesia possa avere un tema, essa sarà  infatti sempre su qualcos’altro, qualcosa che non può essere parafrasato. La gente lo percepisce oltre ogni tipo di barriera (culturale, storico, linguistico, esistenziale), si sente abitata da questa cosa inspiegabile. Perché la poesia è questo: ciò che NON si perde in traduzione.  ».

Questo interesse popolare alla poesia può esercitare ancora un ruolo di resistenza del pensiero critico?

«Il mistero della poesia, che trasmette un grande potere alle persone, minaccia profondamente il capitalismo di mercato, una struttura che ha bisogno di controllare l’anima degli uomini. L’accesso a questo lato dell’uomo – che sa fermarsi nell’indistinto senza raggiungere “fatto e ragione” (per citare il Keats di “Capacità negativa”) – è pericoloso per il capitalismo. Mi chiedo se sia proprio un male che ‘troppi’ giovani cerchino di scrivere poesia. E’ davvero un problema? Così almeno  si mettono alla ricerca di un linguaggio diverso da quello del vendere e comprare. Non solo: secondo me tutti questi poeti “dilettanti” sono spesso cittadini che cercano di svegliarsi. Svegliarsi dal torpore di falsi desideri. La poesia impedisce al loro linguaggio – come lo usano pubblicitari, politici ecc. – di sovrasemplificare la realtà, il loro raggio emozionale, la loro capacità di esplorazione autentica. Il potere non vuole che la gente stia sveglia. La poesia è una pratica, una pratica di attenzione, un modo di tenere vivi il proprio intuito e i propri sensi, una pratica che le culture hanno espulso dall’epoca che chiamiamo ‘civile».

In occasione del premio abbiamo provato a “completare” l’intervista di allora:

Tu insegni poesia ad Harvard, una delle più prestigiose università del mondo, ma offri spesso letture a un pubblico più ampio e variegato. Che differenza percepisci fra esperienze di ambienti così diversi, la poesia come una attività elitaria per studenti di talento e la poesia come esercizio e passione popolare?

JG: Spesso quando la poesia viene letta e studiata nell’accademia – dove una gran quantità di teoria (insieme a tutto ciò che si può chiamare “conoscenza”) si frappone fra il testo letto e l’ascolto, sento che c’è una forte autocoscienza nei lettori-ascoltatori, una pesante interferenza nel lavoro di ascolto. Fanno lo sforzo di visualizzare un’immagine o di provare una sensazione tattile – usando i sensi – prima di saltare all’interpretazione? Mi sembra di no. “Sentono” la forma prima di  passare all’analisi istantanea della struttura? Penso di no. E così via. C’è un intenso lavoro che la poesia impone al lettore prima di chiedere all’intelletto  concettuale di  entrare in gioco e  ripulire alla fine ciò che io definirei il suo lavoro di superficie. Ma questo è il lavoro cui si dedica l’accademia. C’è un motivo se Stevens ci  avverte che “una poesia deve resistere all’intelligenza quasi completamente”. Perché?  Perchè l’intelligenza è un po’ come l’esercito americano: irrompe troppo presto, non percepisce  qual’è la realtà sul territorio, non si immerge in una inconsapevolezza abbastanza lunga da lasciare spazio all’intuizione, o anche al buon senso elementare (per usare l’espressione fuori contesto); e così perde spesso il punto-chiave del piano culturale oppure, peggio, lo vìola.   La quantità di informazione che raccoglie dipende dalla realtà della vita vissuta, sentita, percepita, intuita – tutti aspetti di conoscenza che portano a una più sottile intelligenza della realtà. Poca, direi. Molto poca. Noi scavalchiamo questa fase del lavoro perché è piena di contraddizioni; e noi non amiamo le contraddizioni. La scavalchiamo perché è piena di complessità; e noi  evitiamo la complessità, specie delle emozioni. Tendiamo a dedicarci sempre più a emozioni unilaterali: “Sei con noi o contro di noi?”. Così funziona lo spirito americano, così funziona lo spirito teorico quando si applica alla poetica. “Beh, dice Withman, mi contraddico? Molto bene: io contengo delle moltitudini.”  A me piace andare nelle piccole scuole o in sale pubbliche, staccate dalle università, dove si trova un tipo di lettori “lenti”. Sì, alla fine, nella discussione, dopo aver affrontato il corpo della poesia, la sua carne, si arriva alle grandi questioni  suscitate dal testo. Ma tardi. Prima soffriamo la vita del suo corpo e le suo emozioni complesse. Perché dobbiamo sovrasemplificare la nostra arte per renderla attraente alle masse (totalmente immaginarie secondo me)?  Come se la gente “ordinaria” non facesse sogni, di notte o di giorno, e non provenisse dall’inconsapevolezza e dall’intuizione, o non provasse contraddizioni nell’animo con la fiducia che quel sentimento sia umano.

Molti dei più importanti poeti di oggi sono (o diventano?) professori. E’ inevitabile che critica e creazione siano così legati, o esiste ancora una creazione “fuori dal sistema”?

JG: Non esiste uno spazio fuori dal sistema nel mondo di oggi. Tutto tende a finire su internet. E su internet possiamo trovare un’enorme mescolanza di buona e cattiva poesia, senza una guida per distinguere, se non la propria mente o  la cerchia di amici o anche di estranei . Ci sono pochi criteri, e molta gente vuole da una parte creare arte di qualche tipo – sembra un bisogno umano pressante in questi tempi perigliosi – dall’altra  vuole considerarla un valore accertato solo in quanto immediatamente autopubblicabile in un mezzo istantaneo, cioè rapidamente trasmissibile a  milioni di persone. Alla fine tutto si riverbera – negli Stati Uniti – sul nostro sistema formativo in completo collasso. È impossibile per voi europei capire come si stiano distruggendo lo studio delle lingue, la storia, la geografia, la letteratura in quanto tale – tranne esigue eccezioni- per non parlare dell’arte e della musica. La nostra scuola è 27esima nel mondo. Cosa ti aspetti allora da chi non ha mai studiato letterature o poesia o storia?  Parliamo della nuova generazione americana, quella nata negli anni ’90 e cresciuta interamente su internet fin dall’infanzia, a meno che non si appartenga ai pochi eletti che vanno in una scuola privata o in una delle rare scuole pubbliche di alta qualità.  Eppure studiano “ceramica” e “teoria di genere” e  la “tecnica Alexander” e “fotografia” invece di storia, letteratura ecc. Cosa ti aspetti da gente così, abituata a prendere ritagli di notizie da fonti autoselezionate su internet, dove non incontreranno mai notizie  con cui non sono  d’accordo o che non piacciono loro? Questo fa di loro dei semplici consumatori finali, dato che internet adatta gli avvisi pubblicitari per venire incontro ai loro desideri di navigatori. Ma questo non si associa a nessun posto come l’accademia. Ai nostri giorni l’università se mai è il luogo dove ti capita di trovare i profughi da questo sistema che ancora vogliono imparare e aprire le loro menti  anziché cercare una soluzione facile. Non tutti. Ma abbastanza. Nel loro modello hanno l’abitudine di descrivere l’università come “la torre d’avorio”.  Io ora la chiamo “Pronto soccorso d’avorio”. Molti dei miei studenti si appassionano alla cultura e vengono ai nostri corsi per vedere se c’è ancora un posto abbastanza ampio e complesso dove vivere e  sentirsi a casa. Fortunatamente abbiamo ancora biblioteche, tempo per leggere e  provare sentimenti e pensare e discutere. Se li tratteniamo prima che si buttino sui farmaci abbiamo ancora un farmaco di lusso nei più o meno mille anni di libri che alcune zone del pianeta ancora conservano.  Non fraintendetemi: io penso che internet, specialmente twitter e i social media, debbano giocare un ruolo importante. Diffondono tanta poesia, e la usano in modi commoventi – la rendono utile a persone che si trovano in scenari come  l’Egitto o Teheran o Occupy Wall Street. E mi stupisce quanto spesso si rivolgano alla poesia per restare focalizzati sulle emozioni. Mi sono commossa vedendo twittare così tanti miei versi: gente che li mandava ad altri, talvolta con links al testo integrale, in un periodo così difficile.  Nelle code agli uffici di collocamento. Nelle dimostrazioni. Ora è una pratica comune. Mi ricorda il modo in cui si può immaginare un bel tamburo africano in un museo se qualcuno lo tirasse fuori dalla sua custodia e lo USASSE. Questo è un luogo dove abbiamo appena cominciato a veder applicare la poesia. Ma le poesie non possono essere scritte a un livello adeguato alla tecnologia. A questo punto coloro che la usano nei social media sembrano davvero raccogliere l’arte per usarla – arte creata senza l’occasione di raccoglierla con la tecnologia. Sarebbe meno utile per loro se la qualità si abbassasse per adattarsi al mezzo.

 – Le tue poesie hanno circolato sul web e su  twitter anche nei momenti dell’Occupazione di Wall Street. Per chi fa politica di opposizione la poesia ha solo una funzione consolatoria o può veramente dare un linguaggio al futuro?

Non so. Penso che quando una poesia  come la mia Employment viene fatta circolare fra persone che stanno in quelle terribili code di disoccupati c’è qualcosa di consolante (non sei solo – la poesia è condivisa da molti – siete tutti in un certo senso letteralmente sulla stessa pagina – dunque perché non stare, anche in termini di fonte elettronica,  “sulla stessa pagina”?) e c’è qualcosa che dà un linguaggio ai fatti. Ma alla fine non è un lavoro. Alla fine è servita a poco. O è servita a qualcosa? Non ho modo di sapere. Ma è lo stesso problema che è stato posto alla poesia dall’inizio dei tempi.  Ci ascoltano gli dèi? Fanno venire la pioggia? La poesia è una forma di magia, se ha provocato cambiamenti sottili in un’anima, o nell’atmosfera, chi sa cosa può fare una vita di poesie. È come la fonte della grazia. Devi affidarti ad essa e vedere cosa è in grado di fare.  E nemmeno allora saprai. È questione di fede. E di cosa possa fare qualunque tipo di fede. È anche questione di cosa può fare un pensiero musicale quando entra in te.  Naturalmente leggere non è lo stesso che farlo entrare in te, ma allora torniamo alla prima questione.

[Immagine: André Wagner, Visible Energy: Treptower Park (2005) (gm)]

3 commenti

  1. “C’è un intenso lavoro che la poesia impone al lettore prima di chiedere all’intelletto concettuale di entrare in gioco e ripulire alla fine ciò che io definirei il suo lavoro di superficie”.

    Putroppo a scuola e nell’accademia, si parla di necessità “su” la poesia e si finisce sempre per tradire quell'”intenso lavoro” di cui parla Graham. Ma guai a dimenticare questa sorgente della poesia. Ah, se Graham, passando dall’Italia, venisse a ricordarcelo (non agli studenti: a noi insegnanti, che sappiamo già che dire su di una poesia pure se quasi non l’abbiamo letta. L’hanno fatto i critici per noi) . Nell’occasione potrebbe anche ripetere ai riformatori da strapazzo della nostra scuola che

    “È impossibile per voi europei capire come si stiano distruggendo lo studio delle lingue, la storia, la geografia, la letteratura in quanto tale – tranne esigue eccezioni- per non parlare dell’arte e della musica”.

    Con la postilla che invece, forse, anche noi europei capiamo ormai benissimo (commovente ma sempre meno fondato nei fatti ormai, quest’ammirazione degli statunitensi colti per la old Europe. Mica siamo più ai tempi di James…).

  2. Pingback: Poetry at the End of the World. La poesia alla fine del mondo | semperpoesia

  3. Grazie per avermi fatto conoscere questa poetessa. Oggi come non mai
    l’impegno, la responsabilità, la condivisione della parola poetica sono una linfa indispensabile

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