Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Come non scrivere

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cropped-KISS___Keep_It_Simple__Stupid_by_leikarnes.jpgdi Claudio Giunta

Il libro di Luca Serianni L’ora d’italiano. Scuola e materie umanistiche è per prima cosa un ottimo esempio di come bisognerebbe scrivere in italiano, perché – come sempre Serianni – è limpido, elegante, brioso. Al di là delle cose che dice, L’ora d’italiano è dunque un libro da consigliare a insegnanti e studenti anche solo per la forma, per imparare (o ricordare) intanto questo: come si espongono le proprie idee. La seconda ragione per cui il libro è consigliabile è che si tratta di questa rara avis: un libro sulle discipline umanistiche a scuola che non trasuda costernazione. La situazione non è rosea, ammette Serianni, ma non è mai esistita un’età dell’oro in cui lo fosse, né ha molto senso mettersi a maledire lo Zeitgeist: meglio adeguarsi al nuovo mondo suggerendo piccole riforme sensate.

Il libro è pieno di osservazioni intelligenti su un gran numero di questioni, ed è soprattutto apprezzabile che delle questioni si discuta non in astratto ma attraverso esempi. Quella di Serianni è sempre la posizione equilibrata di un – per usare una sua formula – «umanista assennato»: uno che, per esempio, vede con favore una maggiore presenza delle scienze nel curriculum scolastico, o che non tratta l’insegnamento del latino come un feticcio («vorrei una scuola che desse più importanza al rapporto tra lingua e cultura e meno, per esempio, alla legge di Reusch»). A volte viene anzi il dubbio che l’equilibrio sia troppo, e che un vero progresso nella discussione sarebbe possibile soltanto attraverso una maggiore radicalità (o una minore assennatezza). È giusto – osserva Serianni – non bocciare nella scuola dell’obbligo, salvo numerati casi. Ma alle superiori la bocciatura è legittima: «Ci sono i ragazzi non interessati allo studio, o negligenti; rimuovere del tutto la responsabilità dei singoli come artefici del proprio destino, quantomeno a partire dall’adolescenza, è un errore educativo». Tutto vero, salvo il fatto che Serianni mette in rapporto di causa ed effetto un dispositivo (la bocciatura) e un guadagno educativo (correzione e responsabilizzazione), benché la consistenza di questo rapporto sia tutt’altro che dimostrata: e se per correggere i negligenti e responsabilizzare gli adolescenti ci fossero strumenti migliori della minaccia della bocciatura? Anch’io sono dell’idea che vanno usati soprattutto bende e cerotti, specie su un corpo delicato come quello della scuola, ma qui forse sarebbe opportuno il bisturi.

Ma il caso che fa più riflettere è un altro. Si tratta del ‘saggio breve’ di un anonimo maturando, svolto a partire dalla traccia (ministeriale) I luoghi dell’anima nella tradizione artistico-letteraria, traccia che comprende anche brani letterari estratti dall’opera di dieci (dieci!) grandi autori occidentali. Che uso dovrà fare, lo studente, di queste ‘fonti’? Una volta scelto «un titolo coerente con la trattazione», dovrà farle reagire con le sue «conoscenze ed esperienze di studio», e da questa mole di materiale ricavare dati e idee per il suo saggio breve. Il saggio breve che Serianni si trova a correggere s’intitola, ahinoi, L’anima: perfezionamento, sentimento e distacco. «Parole in libertà», commenta giustamente Serianni, dopodiché riporta alcune righe dell’elaborato ed elenca tutti gli errori che il maturando commette: mette la punteggiatura a caso, abusa delle virgolette, sceglie male le parole. E la cattiva scrittura è lo specchio di una cattiva organizzazione del pensiero: «Si continua infatti tirando in ballo la ‘donna angelicata’ di stilnovisti e Petrarca […]. Poi si passa a Leopardi […] e lo si collega audacemente alla Morante […]. Si noterà il condizionamento dell’impianto storiografico, in genere sacrosanto ma qui non pertinente: per il candidato quel che conta non sono le cose dette, ma l’epoca in cui sono vissuti i due scrittori». Bisogna, conclude Serianni, migliorare, intensificare l’addestramento alla scrittura argomentativa in tutti gli anni della scuola superiore.

Come non essere d’accordo? Insegnare a scrivere, far leggere non solo poesie e romanzi ma anche dei buoni saggi per mostrare come si sviluppa un’argomentazione, è questo certamente uno dei compiti della scuola. A me pare però che l’interesse dell’esempio non stia tanto in ciò che dice circa l’ignoranza del maturando quanto in ciò che dice circa le idee sbagliate che la scuola ha intorno allo scrivere bene e al ben argomentare. Il maturando, infatti, scrive male per voler scrivere bene. Usa una giuntura come «interpretazione univoca», una metafora come «prolungamento del corpo», verbi come «permanere» e «simboleggiare». Questo non è il linguaggio di un incolto, è il linguaggio di qualcuno superficialmente colto che cerca di mostrarsi più colto di quello che è. E perché questo sforzo? Perché quest’idea sbagliata dello ‘scrivere bene’? Perché quest’idea sbagliata è quella che spesso, esplicitamente o no, la scuola trasmette agli studenti. Se nel linguaggio quotidiano tutti diciamo ‘ci sono’, per iscritto s’insegna a dire ‘vi sono’; se nel linguaggio quotidiano tutti diciamo ‘problema’ o ‘tema’, per iscritto s’insegna a dire ‘problematica’ o ‘tematica’; nessuno direbbe mai ‘egli’, però lo scrive. S’intende che scrivere come si parla non va bene. Ma non va bene neppure scrivere come se scrivere volesse dire indossare l’abito della domenica. Invece l’obiettivo di molti studenti è proprio questo, scrivere ‘elegante’, e per farlo non trovano di meglio che adoperare stilemi, locuzioni e formule fisse del linguaggio televisivo, burocratico, giornalistico. Stando così le cose, prima ancora d’insegnare a «modulare la scrittura» a seconda dei «diversi contesti e scopi comunicativi» (come suonano le indicazioni nazionali per i licei, sempre troppo ambiziose), il docente dovrebbe fare uno sforzo di semplificazione: non ‘le giovani generazioni’ ma ‘i giovani’; non ‘faccio ricorso’ ma ‘ricorro’; non ‘attraverso la decifrazione della scrittura di Petrarca è possibile la comprensione del percorso variantistico delle sue poesie’ ma ‘decifrando la scrittura di Petrarca si comprende in che modo le sue poesie cambiano nel tempo’, eccetera.

A questa inutile complicazione nella scrittura corrisponde, nota Serianni, un’argomentazione puerile. Ma qui a me pare che il danno lo facciano proprio i Petrarca, Leopardi, Morante, insomma i Grandi Testi Esemplari intorno ai quali lo studente deve improvvisare la sua gimkana. Certo, invitare gli studenti a scrivere quello che pensano di cose difficili come la letteratura o la democrazia o la pena di morte è un rischio, perché incoraggia il dilettantismo e la retorica dei pensierini: meglio glossare le opinioni d’altri. Ma ho l’impressione che il pendolo abbia fatto ormai tutta la corsa, e che a quel dilettantismo, a quella ingenuità, si sia sostituito un atteggiamento blasé che fa perno sulla stessa ignoranza ma che in più paga il prezzo della posa, della simulazione, e che questo atteggiamento sia, per l’appunto, incoraggiato da tracce come quella assegnata al maturando di cui parla Serianni. Lo studente impara a nascondersi dietro le parole degli altri, parole che la situazione stessa del tema in classe rende poco meno che sacre, non soggette non si dice a confutazione ma a discussione: hanno tutti ragione, nessuno dice sciocchezze, altrimenti il ministero (o il professore in classe) non avrebbe inserito nella traccia quei brani. È difficile immaginare una strategia meno favorevole alla formazione di quel senso critico che, un po’ stucchevolmente, sosteniamo di voler far maturare negli studenti. Mille anni fa, in La gioventù assurda, Paul Goodman lodava quell’insegnante che aveva dato alla classe questa traccia: «Dite perché odiate vostro padre, perché odiate la scuola, perché odiate me». Sarebbe sciocco (è stato sciocco) elevare questa sovversione a norma. Ma quei temi devono essere stati molto interessanti.

[Già pubblicato sul Domenicale del Sole 24 ore, 10 febbraio 2013],

[Immagine: leikarnes, Kiss (Keep it simple stupid) – http://leikarnes.deviantart.com/art/KISS-Keep-It-Simple-Stupid-91692366].

 

12 commenti

  1. Condivido questo pezzo, chiaro e lucente per quanto riguarda la scrittura. Spesso, a scuola, specie con le terrificanti prove Invalsi, si banalizza il linguaggio sia parlato sia scritto e s’induce il/la ragazzo/a a scrivere in maniera stereotipata . Inoltre, specie nella scuola media inferiore, si tende a dimenticare i classici, che almeno sanno scrivere, in favore di sconosciuti testi che dovrebbero avere un misterioso fine preventivo del crimine…la scuola è davvero alla frutta e poi ha una struttura da caserma davvero mortificante!

  2. Il “saggio breve” è un tipo di compito che ha un suo senso ma che è tutt’altro che facile. Si differenzia dal classico “tema” per il fatto che allo studente sono forniti dei documenti, che almeno in teoria dovrebbero permettergli di non dire bestialità su argomenti che non conosce. La difficoltà sta nell’usare i documenti senza parafrasarli, nel trovare una tesi da sostenere, nel riuscire a sostenerla. Molto dipende dai documenti che vengono forniti: spesso all’esame di stato vengono proposti dei malloppi indigeribili che il ragazzo stenta a decifrare e che non riesce a utilizzare. Un insegnante scrupoloso, durante il triennio, cerca di insegnare ai suoi studenti ad argomentare, ma non è un compito facile, perché i ragazzi d’oggi sono in gran parte inclini a “esprimersi”, “avere delle sensazioni”, non tanto ad argomentare razionalmente. E’ un po’ colpa del tipo di comunicazione che si è imposto in ogni campo, dei “mi piace”, dei tweet: francamente, non capisco come si possa pretendere che solo i ragazzi di diciotto anni siano capaci di argomentare razionalmente… In quanto al linguaggio, all’estensore dell’articolo potrebbe anche venire in mente che forse ci sono insegnanti che invogliano i ragazzi ad esprimersi in modo semplice e chiaro: non è detto che siamo noi a suggerire “problematica” al posto di “problema” o “tematica” al posto di “tema”.

  3. 1) L’epoca in cui sono vissuti gli scrittori è più importante di cosa abbiano detto e i “collegamenti” fra antichi e moderni sono superficiali e triti. Cosa potremmo aspettarci di diverso da uno studente della nostra scuola? A quello l’abbiamo abituato.
    Insegnando alle medie, dopo un po’ di liceo, ho avuto modo di avere tra le mani i libricini di letteratura allegati all’antologia (si usano in seconda e terza). Poiché miniaturizzato e ridotto all’osso, lì del nostro storicismo degradato emergono con maggior evidenza le linee essenziali. E quali sono? Una pagina di vita e una di “temi” o “opere” per ciascun autore; Foscolo è poeta il cui materialismo ateo è dolcemente consolato dalla bellezza ideale, dalla nostalgia per la patria greca (biografica e storica); Leopardi (c’è bisogno di dirlo?) è il poeta dei due arcinoti pessimismi. Insomma: bignamizzazione di rimasticature. Ma l’osso non lo si molla: vorrai mai che uno abbia letto Il sabato del villaggio senza averci visto un po’ di pessimismo storicosmico o cosmistorico? Ammesso e non concesso che per un dodicenne tali categorie abbiano un qualche senso. (Non sto dicendo: via quel po’ di storia della letteratura dalle medie. Dico che ci sono distorsioni di cui dovremmo prendere atto).

    2) Scrivere è padroneggiare la lingua in diversi contesti comunicativi e con diversi scopi. Assioma della migliore linguistica contemporanea, raffinatissimo marchingegno. Sanno maneggiare un giocattolo così raffinato insegnanti che hanno per lo più una buona formazione letteraria ma una scara (o comunque non aggiornata) formazione linguistica? Quanti libri del settore bisognerebbe aver letto (e meditato e interiorizzato) per fare un’educazione linguistica consapevole e sensibile al millimetro e per non ridursi ad applicar formule imparaticce? Ce lo date il tempo per leggere quei libri? Ce lo date il tempo per aggiornarci (e magari ci obbligate ad aggiornarci – chi non lo fa da sé -)?
    (A parte il fatto che ha ragione Giunta: gli obiettivi da indicare agli studenti sono in fondo assai più semplici, la chiarezza del pensiero e della sintassi e la precisione lessicale. E comunque anche guidare lo studente nel raggiungimento di questi obiettivi minimi è una fatica erculea. La didattica della scrittura è una della più difficili. Io le dedico sempre del tempo e, credetemi, mi viene spesso voglia di sfuggire gli scacchi cui ti espone per rifugiarmi nel “a scrivere si nasce imparati e tu non lo nascesti”).

    3) Almeno alle superiori: bocciatura sì o no? Se devo dirlo in una parola, dico “sì”. Ma il tema è complesso e scivoloso. In ogni caso credo che l’opposizione tra “scuola dell’inclusione” e “scuola della selezione” sia un falso problema. Se seleziono e basta perdo per strada chi dovrei comunque portare almeno a una qualifica professionale (che vale oggi quanto la licenza elementare, o forse la seconda elementare, 50 anni fa, in termini di possibilità di inclusione sociale); se includo e basta, facilmente quest’assunto democratico si volge pericolosamente nel tana libera tutti, con disdoro per la qualità della scuola.
    Ma questo falso problema è un enorme problema e mi fermo qui.

  4. Oggi esiste un grave analfabetismo educativo degli intellettuali. In ultima analisi la responsabilità è loro. Maestri dello scrivere che cincischiano la lettera fino a privarla di vita. Si è mai riflettuto a fondo su questa semplice verità?
    La forza di un pensiero si misura dal grado con cui smuove energie più che dal numero di seguaci travestiti di parole vuote.

  5. Secondo me si impara a scrivere bene e senza troppe difficoltà leggendo molto. Il principio attivo è l’imitazione. Il rapporto tra gli adolescenti e la lettura è il vero problema: mediamente leggono pochissimo, e dunque non hanno né archivi di parole, né archivi di idee.

  6. M’è sempre rimasta in mente la sentenza morale di Sciascia sulla lingua, contenuta in Una storia semplice, che l’autore fa pronunciare ad un professore di lettere: “l’italiano”, dice, “non è l’Italiano, è il ragionare”.
    Ora, però, che la scuola possa insegnare a ragionare lo trovo scorretto e paradossale, tutt’al più può stimolare, ma fermo restando che stimolare dipende dalle capacità intellettive e dal gusto dei singoli professori (che spesso, ahimè, coincide con il gusto ministeriale), in linea di massima credo che alla scuola è già tantissimo se le riesce di dare gli strumenti del discorso, la retorica, la metrica e via discorrendo. E’ in questo senso qua che mi pare si dica “compito”.
    Sappiamo bene che le forme si trascinano dietro vagonate di significato e di pensiero (e viceversa, visto che sono la stessa cosa) e che quindi è un po’ troppo chirurgico e manicheo dividere contenuti e contenitori, ma credo sia indispensabile dare un po’ di geometria piana per poi lasciare piano piano la possibilità di eccederla, respingerla, rispettarla, oberarla quando sarà il momento (che può essere a cinquat’anni, a trenta, mai…. a mano a mano, come succede normalmente, lasciando al singolo di trovare la sua strada in seguito, secondo le proprie esperienze letture interessi).

  7. Dimenticavo di dire, ma lo sapete già, che lo Stato è ben lieto di insegnare tutta la strumentazione retorica di cui sopra, proprio in quanto tramanda un patrimonio (per quanto classico e ricco) controllato e ipercontrollabile. Ma da qualche parte si dovrà pure iniziare (purtroppo!).

  8. i mie due cent:
    scrivendo come prode prodotto delle distorsioni di cui all’articolo soprastante (tanto che posso affermare d’avere scritto non solo un pessimo esame di maturità, ma pure una pessima tesi di laurea triennale e una pessima tesi di laurea magistrale – in italianistica) e ammettendo l’angolo di ripresa certo patetico e stomachevole di molto mio modo di scrittura (quello di questo mio commento non escluso), per non dire di lettura; a prescindere quindi da esperienza quel che sia d’insegnamento della lingua o qualsiasi altro vagamente accostabile, ma forte solo dell’insegnamento ricevuto: la domanda che mi pongo è:

    ma siam sicuri che per lo sviluppo di un saggio come lo si intende a far difetto sia veramente soltanto una conoscenza degli strumenti linguistici, retorici, metrici, un’esigenza di semplificazione ecc. e non il fatto che sia invece un po’ la logica e l’analisi logica a essere messa troppo presto in sordina ne(g\l)l’insegnament(o\i)?

    si può veramente far discendere la chiarezza e linearità espressiva del sostantivopredicatopuntofermoacapo del saggio breve dalla lettura di testi letterari (senza ridurne troppo l’ambiguità estetica, o semantica)?

  9. Ringrazio Claudio Giunta per questa recensione lucida ed equilibrata. Sono convinto che l’insegnamento delle materie umanistiche in Italia debba cambiare, soprattutto nelle scuole. Mi scuso per la brevità, ma vorrei elencare una lista di cambiamenti che mi sembrano utili: (i) eliminare le bocciature e vincolare l’accesso all’università ai risultati ottenuti nell’ultimo anno scolastico (come avviene in molti paesi europei, in forme diverse); (ii) eliminare l’insegnamento di storia della letteratura e sostituirlo con un insegnamento per testi e autori (la storia invece va studiata bene!); (iii) se sono sicuro che alle scuole superiori (e qui penso soprattutto ai licei) lo studio della civiltà classica possa essere importante, non sono altrettanto sicuro che sia necessario studiare le lingue classiche ; alle superiori i testi classici si possono leggere in traduzione.

  10. Pingback: A scuola di scrittura » fulviocortese.it

  11. Caro Claudio,
    grazie per questo pezzo, davvero molto utile, come è molto utile il libro di Serianni, che avevo letto tempo fa e ogni tanto cerco di consigliare alle colleghe e amiche di italiano e dintorni.
    Alcune cose.
    Il saggio breve. Secondo me l’idea è buona, ma si sbaglia nei tempi e nei modi dell’esecuzione. Ho capito, attraverso altre esperienze, che il saggio breve non andrebbe fatto a scuola con qualche testo di mezza pagina al massimo, in qualche ora, ma dovrebbe essere un lavoro di scrittura da fare a casa, in qualche giorno, sulla base della lettura di alcuni testi un po’ più lunghi. Si dovrebbe chiedere ai ragazzi di elaborare un percorso dopo avere studiato dei testi. Invece, dei testi brevi di circa mezza pagina non si studiano, in poche ore in cui si deve anche scrivere. Si saccheggiano, al massimo in modo intelligente.
    La semplicità della lingua. E’ una lotta infinita. Da quando faccio fare regolarmente delle esposizioni orali ai miei studenti, ho scoperto che dicono continuamente “egli”. Un incubo. E’ impossibile estirparlo con le buone maniere. L’unica è dire: “da adesso proibito dire ‘egli’, un punto in meno a chi lo dice”. E poi gli usi delle parole complicate ecc. Questo è un male che viene dai professori. Ancora questo pomeriggio, correggendo le prove delle “olimpiadi di filosofia” (sic), ho sentito i miei colleghi elogiare una prova scritta con linguaggio retorico e altisonante, e criticarne un’altra perché scritta in modo troppo semplice. La strada è molto lunga.
    Le bocciature, che citi di passaggio. Da tempo sostengo che vanno abolite, con un sistema preciso di valutazione e certificazione delle competenze nella singole discipline in uscita. Su questo bisognerebbe iniziare a fare una vera e propria campagna culturale. Adesso che stiamo sprofondando nella confusione più totale, su tutto come sulla scuola, sarebbe il primo appiglio per riorganizzare le idee.
    mp

  12. A dire il vero, il saggio breve è concepito proprio come compito in classe e compito d’esame. Non richiede un percorso di lettura e scrittura particolarmente impegnativo: all’allievo vengono forniti dei testi su un dato argomento, lui se li deve leggere, farsi un’idea della questione (ovviamente, vengono assegnati sempre argomenti che siano stati trattati nell’insegnamento disciplinare o argomenti “di attualità” sui quali si presume che lo studente abbia già di suo un minimo di informazione), deve individuare una tesi da sostenere e svilupparla in un testo espositivo-argomentativo della lunghezza di tre-quattro colonne protocollo, facendo uso dei documenti assegnatigli. Così è nato e così si fa. Se invece si vuole che il ragazzo i documenti se li cerchi da sé, o li approfondisca maggiormente, e produca un testo più ampio e articolato, allora è un altro discorso: si tratterà di ricerca, di relazione o di tesina. Detto questo, la discussione può nascere sul fatto che questo tipo di elaborato scolastico abbia sostituito quasi completamente il classico “tema”: pro e contro ci sono per ogni punto di vista, ognuno può dir la sua. Così come ognuno può dire che “la scrittura scolastica è fasulla perché non ha nessuna destinazione se non l’insegnante che la corregge”. Questo tipo di osservazione, che alcuni fanno, mi lascia abbastanza indifferente, poiché tutto, nella scuola, è simulazione: forse le equazioni o le versioni di latino o i test di storia hanno altra destinazione che non sia la penna rossa del docente? Si può discutere, poi, sul fatto che la scuola, così com’è e come funziona, abbia ancora un senso, o se non vada ripensata dalle radici, e non mi riferisco certo alle riforme “epocali” di Maria Stella Gelmini o alla “rivoluzione digitale” tanto sbandierata da Profumo…

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