Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Diario pubblico /6. Mario Mieli

| 9 commenti

cropped-Mario_Mieli_Primo_festival_di_cineteatro_gay_Parma_1977_-_Foto_di_Giovanni_Rodella2.jpgdi Franco Buffoni

[Trent’anni fa moriva Mario Mieli, uno dei fondatori del movimento omosessuale italiano].

Londra, 25 novembre 1971

Caro Franco,

ti ringrazio per l’Esq. che fai seguire al mio nome. La lettera me l’hanno fatta pervenire dal vecchio indirizzo. Ora vivo con un negro, e sto nel complesso bene, malgrado alcune angosce.
Penso che siano nel complesso dovute al fatto che sto scoprendo a poco a poco di aver fatto attività politica fino ad ora principalmente per affermare me stesso. Non rinnego quel che ho fatto, in sé, oggettivamente. Naturalmente le mie idee si sono sviluppate e oggi giudico come volgarmente progressiste alcune delle azioni che credevo di aver compiuto con spirito rivoluzionario. Tuttavia queste azioni hanno via via segnato il cammino che mi ha portato alle posizioni di oggi, più avanzate, più critiche, più sicure. Dunque accetto in sé queste azioni, come steps. What I mean è che rinnego il mio personale modo di fare queste cose. Le cose sono più o meno ben fatte; ma io che le facevo le facevo seguendo l’impulso dell’autoaffermazione proprio dell’ideologia borghese che rinnego. Dopo aver rinunciato alla tendenza prettamente fascista dell’adolescenza di affermarmi come – che so io: poeta, scrittore o capo, comunque capo – non mi ero accorto che principalmente la mia scelta politica, seguita – all’inizio – per moda e spintoni, trascendeva la speranza di una nuova chance di affermazione, come rivoluzionario or something.
Adesso io sono membro dell’ideologia autentica della rivoluzione nascente e sono obbligato all’autocritica, a riconoscermi fino in fondo, a svelarmi a me stesso. A rinunciare al tentativo di affermazione. Il gruppo francese W la Revolution, che mi piaceva come una festa per l’allegria di prospettive che accompagna all’attività rivoluzionaria, oggi mi appare soltanto un consesso di individui solidali l’uno con l’altro nel tentativo di esplorare la propria tendenza all’autoaffermazione e all’esibizionismo (gente, per dirti, come siamo io e te).
Questo per spiegarti perché sono in angoscia.
Per il resto sto bene. Faccio tantissime cose e sono purtroppo molto stanco, spesso. Non verrò a Milano per Natale perché devo andare a Montecarlo a trovare i miei, che vivono lì.
Scrivimi lì qualcosa durante le vacanze.
Io ti scriverò ancora.
Mi pare che ci sia qualcosa fra noi che ci permette di capirci – che va oltre la rispettiva culattonaggine – e di dirci qualcosa. Saluta tutti gli amici, Milo particolarmente.
Proseguono le sedute poetiche? E il progetto per la rivista?
 Does it go on?
 Scrivi. Baci

Mario

1. La mia amicizia con Mario Mieli nacque all’insegna della poesia nell’inverno 1969-70 – a presentarci fu Milo De Angelis – e proseguì fino al suicidio di Mario nel 1983: oggi 12 marzo ricorre il trentennale. Il gruppo di giovanissimi poeti che ogni giovedì sera si riuniva a casa di Angelo Lumelli a Porta Romana a Milano comprendeva anche Michelangelo Coviello. Mario ed io fraternizzammo subito, con confidenze: eravamo entrambi “presi” da Coviello e in qualche modo in competizione. Ma c’era anche molto fair play tra noi e persino un vago corteggiamento reciproco.
E’ miracoloso che dopo quarant’anni e tanti traslochi, spostamenti, traversie, si siano conservate le sue poesie ed alcune lettere: le ho ritrovate casualmente in un plico contenente la prima stesura di un capitolo della mia tesi di laurea, mentre stavo impacchettando quelle carte per il Fondo Manoscritti di Pavia. La lettera qui trascritta mi pare utile per decifrare il clima politico di quegli anni. E non stupisca il lessico: termini oggi impronunciabili come “negro”, allora erano d’uso assolutamente corrente; anche “culattonaggine” al posto di omosessualità oggi sarebbe improponibile persino in un contesto milanese.

2. Ma che dolcezza rileggere oggi le poesie di Mario! Nell’insieme mi sembra che tengano ancora. Anche le meno riuscite hanno un guizzo, almeno nel finale. Ne riporto qui una, intitolata Febbraio 71, con quel terzo verso dove Mario scrive “mi rupperò”, intrecciando funambolicamente passato remoto e futuro, e con quelle puntuali sue note da studente di filosofia.

Quando
assetato
mi rupperò le vene
per bere del mio sangue,
l’interazione – Fàrsalo –
si chiuderà in me stesso.
Chissà se circollocuzione
degli spazi ancora mi tra-
scinerà in desiderio. O del tondo
supremo concepissi
mirandomi la spinta.

Raggi di ragnatela
inghiottiti dal loro
insetto, avrete un bel fare
a chiamarmi: io non v’ho udito!
Ma:
se perdo il fenomeno
chi sono me stesso…

Edìo annegandomi:
non permane svuotata
mente d’angelo. La pura forma
innata, sciolto al gioco
del plasma l’intelletto, non coglie
neppure l’accartoccio

spirale
di cialda surreale
che non sussista.

Note
1^ strofa. Fàrsalo: l’immagine dei primi versi è tratta dalla Farsalia di Lucano, ove si narra di soldati che, morenti per la sete, si tagliarono le vene per bere il proprio sangue.
2^ strofa. Fenomeno: nell’accezione kantiana del termine.
3^ strofa. 1) Mente d’angelo: figura tratta da Schopenhauer, il “Mondo come volontà e rappresentazione”.
……………2) Intelletto: nell’accezione kantiana del termine.

3. Negli ultimi tempi Mario era molto deluso dalla politica. Il movimento nell’insieme lo aveva a più riprese escluso: si sentiva tradito e emarginato. Tornava a vedere nella letteratura la sua vera vita e il suo riscatto: ma non si trattava più della poesia degli anni giovanili, né della saggistica della tesi di laurea (alla quale oggi deve la sua fama internazionale: Elementi di critica omosessuale, Einaudi prima, poi Feltrinelli), né del teatro degli anni dell’impegno e del successo. Ormai Mario considerava la narrativa come l’àncora di salvezza, anche dal punto di vista economico. Veniva da una folle delusione: aveva perduto in un viaggio dall’Oriente (“strafatto di funghi”, parole sue), forse in aereo, o prima in aeroporto, il dattiloscritto in unica copia del suo romanzo più bello.
Ormai puntava tutto sul nuovo romanzo, Il risveglio dei Faraoni. Ma trattandosi di una autobiografia in cui la famiglia era riconoscibile, il potentissimo padre intervenne, costringendo Einaudi a non onorare il contratto. Rientra perfettamente nel carattere orgoglioso e dignitoso di Mario parlare in una lettera a un amico tedesco della mancata uscita del libro come di una decisione personale. E di suicidarsi il giorno dopo.

4. La vita di Mario fu tanto breve (vista con lo sguardo di oggi), ma passò attraverso fasi fortemente differenziate tra loro. In pratica visse un’intera esistenza con esperienze le più disparate, bruciando ogni tappa con una velocità impressionante. Posso riassumere questo pensiero in modo aritmetico: è come se ad ogni anno di vita adulta da lui vissuto corrispondesse un decennio di una “normale” esistenza. Mario conobbe la delusione e il tramonto: non oso scrivere la “vecchiaia” perché sarei ridicolo, ma la perdita dello smalto, della freschezza e della brillantezza, sì. Mario a trent’anni si sentiva giunto al capolinea: con bloccata, esaurita ormai, la fase politica rivoluzionaria; schifato e sentito come repellente ogni impegno di tipo “riformistico”; logorato da qualche eccesso di troppo – soprattutto l’acido lisergico – quell’eloquio un tempo tanto accattivante; e incrinata quella prontezza di riflessi che era sempre stata la sua vera “marcia in più”. E soprattutto si sentiva senza difese di fronte alla figura onnipotente del padre, che dopo averlo combattuto con tutte le armi disponibili per via del coming out e dell’impegno nel movimento, riusciva ancora a interferire nella sua vita adulta di uomo di lettere impedendo ad uno dei maggiori editori italiani di pubblicare il suo romanzo.

5. Per capire Mieli nella sua genialità e nei suoi limiti, nei suoi privilegi e nel suo eroismo, per capire Mieli morto giovane e dunque per sempre caro agli dei, occorre – io credo – contestualizzarne il pensiero in quel fatidico decennio tra gli anni settanta e l’inizio degli ottanta. Assodato che l’eterosessualità, come affermava Foucault, si definisce in grande misura attraverso ciò che rifiuta (così come una società si definisce attraverso ciò che esclude), nell’antica assenza della necessità di definirsi da parte del maschio bianco eterosessuale stava allora il nocciolo della questione dell’identità.
Ero anch’io a Londra nel 1970 quando nacque il Gay Liberation Front (posseggo ancora un quadernetto di appunti con inciso il mitico indirizzo di New Caledonian Road). GLF che aveva mutuato nome e direttive dall’omonimo gruppo statunitense formatosi nel 1969 in seguito ai fatti di Stonewall. Non si dimentichi che solo dal 1967 l’Inghilterra aveva cancellato il reato di omosessualità tra adulti consenzienti. Per illuminare i più giovani sul clima che si respirava a Londra in quegli anni, riporto un breve passaggio dal Manifesto del Gay Liberation Front inglese del 1970: “Abbiamo recitato per tanto tempo, siamo attori consumati. Adesso possiamo cominciare a vivere, e sarà un gran bello spettacolo!”.
Mieli ebbe allora l’intuizione di porre la bisessualità – o meglio la pansessualità – per tutti come un traguardo di liberazione… Ovvio che non si parlava ancora di Aids: dunque un discorso di promiscuità poteva essere accettabile, proprio in sé, come proposta teorica. Né si parlava ancora di procreazione assistita. E perché la comunità dei “liberati” potesse riprodursi, non si poteva immaginare altra via se non quella dell’accoppiamento con le compagne.
Oggi – concettualmente – tutto ciò è superato. E’ come se fossero trascorse ere geologiche. E questo vale anche per Foucault. Che morì nell’84. Come Mieli, anche Foucault si era formato mentre fiorivano i movimenti di liberazione legati al 68: occorrevano fantasia e immaginazione. Gli anni successivi dimostrarono che una rivoluzione era davvero avvenuta. Ma per opera degli scienziati, a Silicon Valley e nei laboratori di ricerca che avevano sperimentato la fecondazione in vitro. Permettendo agli omosessuali di non essere più sterili senza doversi necessariamente accoppiare controvoglia con le compagne. Dando una volta di più ragione all’impianto filosofico analitico. E al buon pioniere e martire del movimento omosessuale internazionale Magnus Hirschfeld, che come motto si era dato: “Per Scientiam ad Justitiam”.

6. Il suicidio di Mario Mieli nel marzo del 1983 fu immediatamente seguito dalla fondazione del Circolo di Cultura Omosessuale a lui intitolato a Roma. Anche senza la sua morte il Circolo sarebbe nato, ma avrebbe avuto un altro dedicatario. Probabilmente sarebbe stato intitolato a Salvatore Pappalardo, un operaio 36enne siciliano che lavorava a Torino. Il 23 aprile 1982 Pappalardo venne assassinato a Monte Caprino (nei pressi del Campidoglio) a Roma. Aveva lasciato la valigia a stazione Termini, qualche ora di battuage e sarebbe poi ripartito per la Sicilia. Lo faceva tre volte l’anno quel viaggio, sei volte l’anno concedendosi quella sosta a Roma, lontano dalla famiglia, lontano dai compagni di lavoro: in quelle sei notti era “libero”.
Nell’intitolazione del Circolo prevalse il nome di Mieli per l’intelligenza politica, il coraggio, la consapevolezza, l’impegno a tutto campo. Ma non vanno dimenticate le vittime, gli oppressi: le migliaia di Salvatore Pappalardo ai quali il nostro impegno deve essere sempre dedicato.

7. Oggi 12 marzo 2013, in occasione del trentennale della scomparsa, il Circolo Mario Mieli pubblica un libro intitolato Mario Mieli trent’anni dopo, a cura di Dario Accolla e Andrea Contieri, in cui appaiono tutte le poesie inedite e le lettere di Mario a me indirizzate, nonché un testo teatrale pure inedito e, tra le altre, una testimonianza di Milo De Angelis. Questo il sommario completo:

Andrea Maccarrone, Presidente Circolo Mario Mieli, Prefazione
Franco Buffoni, Mario Mieli trent’anni dopo
Mario Mieli, Lettere
Mario Mieli, Poesie
Milo De Angelis, Quella poetica creatura che era Mario Mieli
Mario Mieli, La mia Justine
Francesco Paolo Del Re, La performance totale di Maria M.
Corrado Levi, Che bello scrivere di Mario Mieli!
Francesco Gnerre, Ricordo di Mario Mieli
Dario Accolla, L’eredità di Mario Mieli e il senso della militanza oggi
Nota bio-bibliografica

Per richiederlo: cultura@mariomieli.org

[Immagine: Giovanni Rodella, Mario Mieli (1977)].

9 commenti

  1. “immaginazione e fantasia” è quello che ci serve ora, in Italia, per recuperare coraggio e dignità.
    Per quanto mi riguarda a margine di questa bellissima testimonianza posso dire solo che mi sento parte, perché “non sono” parte – e dunque più forte lo divento.
    Grazie Franco, dalla “mia” Londra, alla “tua” e a quella di Mieli.

  2. Molto bello ! Spero di leggere presto anche gli inediti di Mario Mieli, oltre che il resto degli interventi.

  3. Caro Franco, è un intervento che mi ha commosso, mi fa sentire parte di qualcosa più grande di me, di noi: la tua scrittura memorialistica è calma, precisa eppure m’accende grandi passioni e compartecipazioni dentro. Mi sono immediatamente rimesso a cercare una foto che ho fatto a Milano dove sono seduto sulle ginocchia di coviello e guardiamo l’obbiettivo alzando l’indice, purtroppo non la ritrovo. Un abbraccio fortissimo! M.

  4. Bellissimo esempio di “diario pubblico”. Queste pagine sono aperte a tutti. Come brillano nella notte di un suicidio quel “mi rupperò le vene” a fronte della sete di vita, in battaglia, e quella “mente d’angelo” dentro un’esperienza in piena, in equilibrio tra intuizione e concetto. Come ci richiama a intelligenza e sentimento il ricordo di Mieli: il suo accartorciarsi così rapido e un finale dettato dal padre, un orizzonte individuale e politico ancora da inseguire, tutto un odore di vita che resta, intatto. Grazie.

  5. Pingback: Mario Mieli, trent’anni dopo. Molto presto nelle vostre librerie | Elfobruno

  6. Grazie Franco per queste pagine vivissime, che dicono la storia con le parole dei testimoni. Promuovere la figura di Mieli è un tributo alla storia della lotta alla discriminazione in Italia. La poesia di Mieli è per me interessante per la forza creata dalla commistione linguistica col parlato, che in quegli anni fu propria anche di raccolte importanti come Sciarra Amara della Insana (’77). Grazie ancora.

  7. Come sempre, amico e maestro, riesci a cogliere la temperatura sentimentale degli uomini e delle loro urgenze emotive anche raccontandone fatti ed accidenti precisi. Grazie

  8. Grazie a voi tutt* per l’attenzione e l’affetto…

  9. Che bel pezzo che hai scritto Franco, grazie.

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.