cropped-hoefer-conway-library-doorway1.jpgdi Raoul Bruni

L’anno da poco trascorso coincideva con il centenario della nascita di Guido Morselli, caso letterario per antonomasia dell’Italia novecentesca: tra le non molte iniziative che hanno onorato l’importante ricorrenza, spicca senza dubbio la pubblicazione dell’ampia silloge Una rivolta e altri scritti (Bietti, pp. 350, € 24,00, prefazione di Gianfranco De Turris), ottimamente curata da due giovani specialisti di Morselli, Alessandro Gaudio e Linda Terziroli. Si tratta di una vasta raccolta di articoli, saggi brevi, recensioni, racconti, pubblicati in vari quotidiani e periodici tra il 1932 e il 1966 e mai raccolti in volume prima d’ora: quindi perlopiù ignoti anche ai morselliani più agguerriti.

L’apprendistato letterario di Guido Morselli comincia nell’ambito del giornalismo fascista, quando, poco più che ventenne, nei primi anni trenta, inizia a collaborare con il settimanale dei GUF «Libro e moschetto», a cui affida articoli incentrati, per la maggior parte, sulla Grande Guerra. Da quegli esordi giornalistici ancora un po’ acerbi ed eccessivamente solenni nei toni, Morselli approda, già a partire dai primi anni del dopoguerra, ad esiti più autentici e singolari, specialmente negli interventi pubblicati nel quotidiano varesino «La Prealpina». Bolognese di nascita, ma cresciuto in Lombardia, Morselli, nel 1948, si era stabilito nella splendida villa di famiglia di via Limido a Varese e aveva trovato in quella città un po’ decentrata la sua ideale Heimat. Gli articoli usciti su «La Prealpina» mostrano chiaramente tutto l’amore di Morselli per la città lombarda, che egli avrebbe voluto salvaguardare con una sensibilità precocemente ecologista (non per nulla, Valentina Fortichiari, in un suo recente contributo, ha definito Morselli un «un ecologo ante litteram»). Ecco cosa scrive, ad esempio, in un intervento del 1948, che, riletto oggi, appare come una vera e propria profezia, valida non soltanto per Varese, ma anche per molte altre località italiane: «Varese è priva di un piano regolatore […]. Il suo accrescimento avviene in pieno disordine, è abbandonato all’arbitrio dell’iniziativa privata. Se il Comune continua a non occuparsi di questa materia fondamentale, e a lasciar fare ai privati, fra pochi anni Varese avrà perso in gran parte i suoi titoli a considerarsi “città giardino”. Fra pochi anni, la sua cerchia periferica sarà costituita da stabilimenti industriali e case operaie, i suoi dintorni già meritatamente celebri per la loro bellezza presenteranno in scala ridotta l’aspetto che ci offrono i sobborghi di Milano, la Bovisa e la Bullona». Dinanzi al rischio che il paesaggio varesino venga stravolto, «La difesa del verde diventa una necessità sociale», come recita, emblematicamente, il titolo di un articolo del 1952. Beninteso, l’“ecologia” di Morselli non può essere assimilata a quella di un programma politico in senso stretto: la passione dello scrittore per lo spettacolo della natura, infatti, come si vede anche da certe sue pagine narrative, ha un carattere estetico, assai prima che politico. Più in generale, l’attività pubblicistica di Morselli è pienamente solidale con quella più strettamente letteraria, il cui primo esito narrativo di ampio respiro è il romanzo Uomini e amori (questo volume ne raccoglie un capitolo anticipato su «La Provincia» nel 1948). Come si sa, però, la vocazione narrativa di Morselli rimarrà pressoché clandestina fino alla sua morte, e le pagine dei periodici (se si eccettuano i due sfortunati volumi saggistici degli anni quaranta Proust o del sentimento e Realismo e fantasia) rappresentano per lui l’unico spazio pubblico in cui poter esercitare la propria creatività. E lo scrittore fa quasi sempre capolino tra le pieghe della prosa giornalistica, anzi: in certi casi, Morselli affida alle colonne dei giornali dei brani di pura invenzione. Si legga, ad esempio, lo scritto eponimo Una rivolta (apparso anch’esso su «La Prealpina» nel 1950), in cui Morselli immagina che le macchine (in particolare i cacciavite e gli apriscatole) diventino improvvisamente inutilizzabili, facendo precipitare il mondo intero in una situazione di allarmante black-out. Questo sorprendente apologo si presenta in realtà come una paradossale difesa delle macchine e della loro utilità, ma non occorre forzare l’interpretazione per rilevare l’altra faccia dell’utilità, cioè la dipendenza dalle macchine, a maggior ragione oggi: basta pensare ai sempre più numerosi gadget digitali di cui ormai non riusciamo più a fare meno.

Negli anni sessanta Guido Morselli inizia a collaborare anche con «La Cultura» di Guido Calogero e con «Questo e altro», l’importante rivista letteraria fondata da Niccolò Gallo, Dante Isella, Geno Pampaloni e Vittorio Sereni. Nelle sue pagine giornalistiche Morselli passa con disinvoltura dalla letteratura alla filosofia politica, dalla teologia all’estetica, dalla critica letteraria alla storia (da segnalare, tra gli articoli degli anni cinquanta, anche un interessante intervento sulle arti figurative, Pittura e «illustrazione»). Il suo eclettismo intellettuale implicava un rifiuto degli eccessi specialistici della cultura contemporanea: recensendo Miti d’oggi di Roland Barthes su «Questo e altro», Morselli afferma la necessità di «cercare in più direzioni, perché la realtà sociale non è mai univoca, non è mai in fior di superficie, ostentata e facile». D’altronde, la ricerca in più direzioni che Morselli svolge come pubblicista è la stessa che alimenta le sue invenzioni narrative; il ricorso alle tecniche della scrittura giornalistica è evidente in molti dei suoi romanzi, tant’è che uno di essi, Brave borghesi, reca addirittura come sottotitolo Un’inchiesta. D’altra parte, alcune idee cardine della poetica di Morselli vengono sviluppate e approfondite proprio nell’ambito degli articoli giornalistici, specie in quelli di argomento letterario. Così, nel preambolo ad una recensione di un romanzo di Iris Murdoch, pubblicata su «La Cultura» nel 1966, Morselli espone la propria singolare definizione di romanzo: «Disquisire sul romanzo per teorizzarne i contenuti, le strutture, la vocazione, come si seguita a fare (e par che grandini) in Italia e in Francia, mi sembra tanto accademico e ozioso quanto sarebbe pretendere di fissare che cosa sia stato e debba essere da cinquant’anni in qua “musica” o, diciamo, “pittura” […]. Il romanzo oggi è la letteratura […]. Non una parte ma il tutto [….]». Mentre coltivava e attuava totalizzanti progetti romanzeschi nella clandestinità del suo isolamento, Guido Morselli affinava i propri strumenti letterari nei suoi interventi giornalistici e consegnava implicite chiavi di lettura per i propri (segreti) libri parlando di quelli degli altri.

[Questo articolo è uscito su «Alias/ il manifesto» domenica 10 febbraio 2012].

[iImmagine: Candida HöferConway Library, London (gm)].

 

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