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Senza break. “Spring Breakers” di Harmony Korine

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cropped-rachel-korine-spring-breakers-02-1200x800.jpgdi Pietro Bianchi

Paradossalmente è rimasta una delle ultime ritualità di una società come quella americana, che ha altrimenti spazzato via ogni momento collettivo. Lo spring break è infatti un vero e proprio must della cultura giovanilistica pop contemporanea. Si tratta di quella settimana o poco più di vacanza che nelle università americane divide il trimestre invernale da quello primaverile. Gli studenti non hanno il tempo di ritornare a casa dei genitori e vanno in vacanza per qualche giorno con i propri compagni di college in quello che è per molti di loro la prima esperienza di viaggio generazionale. Le mete più gettonate sono Cancun o Tijuana in Messico dove non c’è il divieto dei 21 anni per le bevande alcoliche, ma un ruolo di primissimo piano è stato conquistato con gli anni dalla Florida, uno stato che ha costruito la propria fortuna turistica sul divertimento giovanile. Lo spring break infatti è sinonimo di trasgressione, follia, eccesso: è l’esperienza della vita nella quale è lecito sorpassare il limite (non sfugga l’ossimoro) in quel tipico double bind del permissivismo postmoderno. I ragazzi e le ragazze americane durante lo spring break fanno esperienza di cocaina, droghe, sesso di gruppo, strip-club e prostitute: parties dove tutto diventa legittimo in un crescendo senza fine di eccessi e provocazioni.

Harmony Korine, il regista di Gummo e sceneggiatore di Kids e Ken Park, è da anni impegnato in una sorta di redenzione di quel mondo pop giovanilistico apparentemente privo di valori, cultura, spessore e che è ormai diventato un tutt’uno con le merci di bassa qualità che lo circondano. Il suo sguardo va al di là del bene e del male in una sorta di esaurimento del punto di vista morale prima ancora che di una sua critica. Spring Breakers è questo: ragazzine iper-sessualizzate con i seni e le labbra rifatte, corpi da videoclip, maschi pompati da vitamine e ore di palestra, tatuaggi sempre più onnipresenti, costituiscono l’apice di quella disciplina ossessiva della medicalizzazione dei corpi che ha l’altra faccia nell’obesità e nell’anoressia di massa a cui è condannata l’altra metà dei coetanei. Lo spring break è il momento in cui l’immaginario di questo mondo prende il sopravvento sulla sua realtà. Il suo picco più alto dove può davvero essere compreso. Non stupisce dunque che Korine ne sia affascinato come lo è chiunque voglia capire qualche cosa delle forme di vita giovanili americane di oggi.

La storia del film dovrebbe essere quella di quattro ragazzine che rapinano un ristorante per andare a passare lo spring break della loro vita a St. Petersburg in Florida. Dovrebbe, ma non lo è. Non tanto perché non ci siano effettivamente quattro ragazzine che vanno a rapinare un ristorante (e a seguire tutte le vicende conseguenti) quanto perché non c’è la struttura di una vera e propria storia. Korine compie un raffinato esercizio formale perché vuole restituire dello spring break non l’ideologia quanto l’effetto visivo. Il film diventa allora un gioco di superfici senza profondità né altezze. Parole vengono continuamente ripetute come in un loop; le scene si richiamano le une con le altre tramite un’associazione libera più che una continuità temporale. A volte un’immagine di ciò che dovrebbe accadere dopo irrompe in una scena precedente (vediamo una breve irruzione di Alien/James Franco suonare il piano con le dita insanguinate ben prima che Cotty/Racher Korine venga ferita da uno sparo). Korine poi sconnette sistematicamente il sonoro dal visivo e spesso i personaggi parlano mentre scorrono delle immagini di loro in un’altra situazione dando l’effetto di un flusso di una onnipresente voce off. Di fatto è come se non ci fossero veri e propri personaggi ma un susseguirsi di connessioni visive e sonore tutt’altro che confuse, semmai costruite molto sapientemente in fase di montaggio.

Ma la questione fondamentale del film è senz’altro la sessualità, che non è un contenuto delle immagini quanto la logica che sottostà alla loro connessione metonimica. Spring Breakers potrebbe sembrare un film pieno di corpi nudi, che tuttavia non sono mai visti in quanto corpi. Korine già dalla primissima scena in cui vediamo un selvaggio party di gruppo su una spiaggia ci mostra “pezzi” di corpi: seni, natiche, bicipiti, bocche etc. Non vediamo mai il corpo intero di un soggetto, ma degli oggetti parziali. La sessualità non è espressione di un desiderio, è piuttosto un gioco di superfici che va al di là dell’umano e che connette una molteplicità di “pezzi staccati”. È noto come Freud definisse la sessualità genitale come un processo di disciplinamento pulsionale attraverso cui la libido veniva organizzata attorno ad alcune zone erogene. Il bambino, da perverso polimorfo qual era, man mano che cresceva tentava, più o meno con successo a seconda dai casi, di evacuare la libido da parte del proprio corpo per concentrarla in alcune zone specifiche, quelle genitali. Korine ci mostra invece un mondo dove la verticalità del corpo “erogenizzato” non c’è semplicemente più: il desiderio viaggia orizzontalmente da parzialità a parzialità. O come avrebbe detto Deleuze da singolarità a singolarità. I corpi si avvinghiano e la macchina da presa di Korine li segue a distanza ravvicinata senza farci più capire dove inizi uno e finisca l’altro. Il sesso è per definizione “di gruppo” e poco importa se invece di un pene si usi una bottiglia di birra, una pistola, una pioggia di banconote. L’arma da fuoco è infatti l’elemento per eccellenza dove nel film transita di più il flusso di desiderio/immagini. Candy/Vanessa Hudgens mima costantemente il gesto della pistola con le dita mentre Brit/Ashley Benson riempie la sua pistola ad acqua con dei superalcolici in modo che per bere debba mimare il gesto di spararsi in bocca.

Ma vi è una scena in particolare dove si mostra come il fallo di questa continua orgia senza né capo né coda sia una pistola: Candy e Brit, due delle springbreakers, invece che continuare a essere l’oggetto sessuale passivo del gangster-rapper Alien ribaltano la situazione. Prendono due pistole cariche e usandole a mo’ di fallo costringono il loro partner maschile a una doppia fellatio alle canne delle loro pistole. A molti è bastata questa scena accompagnata dalla sparatoria finale e dai passamontagna colorati che indossano le ragazze e che ricordano le Pussy Riots per fare di Spring Breakers un manifesto pop femminista. Ma sarebbe troppo facile. Korine stavolta è meno schiavo rispetto ad altri suoi lavori della provocazione che vuole disinnescare la norma dominante ribaltandola nel suo contrario. La sua non è una posizione critica. Il suo spring break non è un luogo di redenzione rispetto al grigiore del mondo circostante perché come insegna il Deleuze di Logica del senso le superfici non si ribaltano, bisogna semplicemente imparare a scivolare su di esse. Ed ecco che si passa dall’esterno all’interno o dall’interno all’esterno senza avere né un sotto né un sopra, anzi neutralizzando ogni verticalità. Korine è artefice di un film che non decostruisce ma che semplicemente ignora la narrazione verticale (profondità, identificazione coi personaggi etc.): semmai si ripete come se fosse un loop. Come ha dichiarato il regista il suo modello sono state le canzoni di musica elettronica trance. Al contrario di registi a lui stilisticamente e tematicamente vicini (il Gus Van Sant di Paranoid Park o il Larry Clark di Marfa Girl) non c’è la possibilità di mettere in forma il disordine del reale in modo da sentirsi a proprio agio. La pura immanenza del mondo di superfici è destinata semplicemente a scivolare via senza trovare alcun punto di resistenza o arresto, perché non c’è alcun esterno di questo mondo di immagini (nemmeno nel corpo, come invece pensa Roberto Manassero nella sua splendida recensione del film uscita su “Doppiozero”). Il mondo, ci dice Korine, è questo: a noi rimane solo decidere se abbiamo il coraggio e la giusta dose di disperazione per stare al gioco. O se invece, come fa Faith/Selena Gomez, preferiamo far finta di poter essere ancora delle “brave ragazze” e tornare a casa come se niente fosse. Faith tornerà a casa con un pullman mentre Candy e Brit sfrecceranno via con una fiammante Lamborghini gialla. Voi avreste dubbi da che parte stare?

[Immagine: Harmony Korine, Spring Breakers (gm)].

 

5 commenti

  1. Mi piace questa recensione ma non ho ben capito questa affermazione

    ‘Harmony Korine, il regista di Gummo e sceneggiatore di Kids e Ken Park, è da anni impegnato in una sorta di redenzione di quel mondo pop giovanilistico apparentemente privo di valori, cultura, spessore e che è ormai diventato un tutt’uno con le merci di bassa qualità che lo circondano’.

    Secondo te è questo che cerca di fare Korine? Redimere il mondo del pop giovanilistico?

  2. Gummo, Kids, Ken Park, Julien Donkey-Boy – opere alle quali Korine ha partecipato in qualità di sceneggiatore o regista (ma lo stesso discorso può essere fatto per Larry Clark, Gregg Araki o per alcuni film di Gus Van Sant) – parlano per lo più di gruppi di adolescenti disadattati, di solito privi di rapporti con gli adulti che vengono rappresentati non come un oggetto sociologico che proverebbe il degrado della società americana ma, per così dire, dall’interno. Tenga presente che si tratta di solito della provincia americana più profonda dove si vive in mezzo ad agglomerati di case monofamiliari e centri commerciali: quell’espressione così tipica del capitalismo americano più selvaggio dove, come insegna Marx, ai lavoratori viene garantita niente più che la sussistenza (indipendentemente dall’apparente agio dei salari della classe media americana). Korine descrive a volte in modo crudo il rapporto di questi giovani con le droghe e il sesso ma non limita il suo sguardo a una denuncia del vuoto di valori. Eleva questi semplici comprimari della società (ragazzi che non avranno alcuna possibilità di emancipare se stessi da questa vita) alla dignità di una storia. Korine colloca i suoi film in un universo dove non c’è niente di più delle merci di 7-11 o Wal Mart, eppure porta lo sguardo oltre la pura denuncia sociologica. Rompendo quell’equazione della rappresentazione che è quasi un riflesso condizionato: adolescenti di provincia = degrado culturale, in un certo senso fa un’opera di “redenzione” di quel mondo.

  3. Neanche a me la redenzione convince. Raccontare quei giovani dall’interno non significa necessariamente redimerli. Siamo d’accordo che lo sguardo non è qui puramente sociologico. Quello che cambia dal solito Korine – e non credo sia un punto a suo favore – è l’estetizzazione del vuoto e del degrado culturale. Paradossalmente, con questo ultimo film si arriva a una sorta di moralismo, non di redenzione, se posso permettermi. “Il mondo cosi’ fa schifo, non dovrebbe essere cosi'” sembra dirci. E “da che parte state ?” suona davvero moraleggiante. Ma è Korine che davvero lo suggerisce. Faith tornerà a “pregare” con i ridicoli cattolici carismatici… perché nel film è l’unica cosa che si opponga a quella superficialità festiva. Secondo Korine, siamo in un mondo dove la Storia è finita, e non significa più niente. Almeno, è quello che ho potuto recepire.

  4. Caro Fabrizio Bajec,

    in realtà non volevo centrare il discorso sulla redenzione. La mia intenzione in quel passaggio della recensione era dire che Korine colloca il suo sguardo all’interno di quel mondo giovanile perché di fatto se sente parte e quindi lo “eleva” dalla posizione di “degrado” a cui una certa rappresentazione della provincia americana invece sistematicamente lo condanna. Korine viene dalla cultura skate, punk e alternativa dell’america degli anni 90 (ha girato anche molti cortometraggi e videoclip). E’ a tutti gli effetti un regista indie che da sempre parla del mondo a cui appartiene. Nel bene e nel male. Se l’estetica punk a cui un film come “Gummo” occhieggia si basa senz’altro anche su una certa dose di provocazione, di distanziazione da una norma dominante, mainstream, borghese etc. mi pare che invece il suo ultimo film superi la posizione di critica. “Spring Breakers” è un film che cerca un piano di immanenza assoluto e la costruzione formale del film mi pare vada in questa direzione. Ora il problema è che un piano di immanenza assoluto si scontra con tutta una serie di problemi, filosofici ancor prima che cinematografici: come giustamente lei dice, ad esempio, pare non esserci più una temporalità (lo si vede anche nelle decostruzione della successione degli eventi) e quindi quell’impressione di fine della storia. A me pare che non ci sia nello sguardo di Korine un grande schifo per il mondo circostante: vorrebbe dire reintrodurre una posizione critica, e quindi un punto di esternità o anche soltanto di contraddizione in quel mondo. Semmai si vede la sua totale *indifferenza* per le cose che gli stanno attorno, che non sono regolate da nessun principio di differenziazione (soprattutto nelle immagini dei corpi). Anche le due ragazze che ritornano a casa prima della fine dello spring break sembrano farlo perché “non ce la fanno più” quasi ad indicare un’insostenibilità del corpo prima ancora che un dubbio morale su quanto sta avvenendo.
    Anch’io ho le mie resistenze nei confronti di un cantico di un mondo senza profondità né altezza, senza la disgiunzione della scelta né lo scorrere del tempo, ma in questa recensione non volevo mettere al vaglio le scelte di Korine (né il suo retroterra filosofico) quanto dedurre il pensiero che possiamo ricavare dalle immagini del film.

  5. La ringrazio per sue precisazioni.

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