cropped-redblueyellow-1972.jpgdi Ignazio Mauro Mirto

Il titolo di un articolo di Francesco Merlo (la Repubblica, 24 dicembre 2012) menziona una figura retorica, Dalla metafora dell’agenda al “ci sono e non ci sono”. La sua doppiezza virtuosa, ma si apre e si sviluppa su un’altra figura di stile: l’ossimoro. L’incipit è il seguente:

Con l’inedito ‘chiamatemi agenda’, che è il tempo del dovere, Mario Monti diventa il gerundio d’Italia. E con il suo ‘ci sono e non ci sono’ aggiorna pure l’ossimoro, che è stata la doppiezza come scienza della politica e come identità nazionali, e invece qui si presenta, nientemeno, con la veste sobria e rigorosa della virtù.

Al di là della chiarezza del brano e delle sue peculiarità morfosintattiche, l’impressione è che l’uso della metalingua sia approssimativo (nell’intero testo, ad esempio, ‘gerundio’ richiama piuttosto il ‘gerundivo’). L’ossimoro richiede infatti la giustapposizione di due termini che veicolino significati contrapposti. Ecco alcuni noti esempi in manuali e dizionari: “dotta ignoranza”, “oscura chiarezza” (Dizionario di linguistica, Einaudi), “silenzio eloquente” (Dizionario di linguistica, Zanichelli), “lucida follia” (Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio, Paravia). Nella lingua inglese qualcuno ne ha ricavato gustoso umorismo (military intelligence) e già nell’etimo di ossimoro si trova un ossimoro (greco oxýmōron, da oxýs ‘acuto’ + mōrós ‘sciocco, pazzo’). Ma le definizioni concordano: si tratta dell’accostamento di due parole, non di due frasi (Ci sono e non ci sono), come invece afferma Merlo.

Ci sono e non ci sono è invece un esempio di coordinazione tra frasi che produce, nella terminologia della logica proposizionale, una ‘contraddizione’. Affinché una coordinazione produca una frase complessa che sia globalmente vera è necessario che entrambe le frasi semplici siano vere, cosa impossibile in Ci sono e non ci sono, perché la seconda frase è la negazione della prima.

Per esemplificare la contraddizione logica, alcuni manuali, ma anche Wikipedia, ricorrono ad un’altra coordinazione: “Oggi piove e non piove”. L’esempio è fuorviante perché non dà necessariamente luogo ad una contraddizione. La frase è infatti sovente utilizzata per esprimere efficacemente l’idea che Oggi un po’ piove e un po’ non piove ed è persino divenuta il titolo di una canzone, Piove e non piove, di Mimmo Locasciulli.

Tornando all’ossimoro, la relazione che in esso si instaura tra termini semanticamente contrapposti genera un significato in cui l’apparente incompatibilità si scioglie (agrodolce, fra i più gradevoli). La forza semantica di tale scioglimento è uno degli aspetti più affascinanti dell’ossimoro. Può esserne un esempio la contrapposizione da risolvere nel neologismo demoligocrazia, che mi sembra sintetizzi bene la gestione di governo e potere in Italia dall’ultimo dopoguerra. Al di fuori del rigoroso terreno della logica, l’eliminazione dell’incompatibilità è tuttavia possibile anche per la contraddizione, come mostra Monti col suo Ci sono e non ci sono. Del resto proprio questa frase potrebbe essere inserita nei manuali come esempio di contraddizione logica. Anche i grammatici, come i giornalisti, possono inciampare.

[Immagine: Gerhard Richter, Red Blue Yellow (1972)].

 

3 thoughts on “L’uso del metalinguaggio nella stampa: l’ossimoro

  1. Bravissimo: precisione scientifica con quel tanto di puntiglio, e giù botte a quest’altro trombone del giornalismo italiano, i cui effluvi verbali che girano intorno al vuoto meritano una denuncia aperta come questa. Ho apprezzato moltissimo. (Ha letto il mio pezzo contro Luciano Canfora uscito su questo blog alcune settimane fa?)

  2. “L’ossimoro richiede infatti la giustapposizione di due termini che veicolino significati contrapposti. Ecco alcuni noti esempi in manuali e dizionari: “dotta ignoranza”, “oscura chiarezza” (“Dizionario di linguistica”, Einaudi), “silenzio eloquente” (“Dizionario di linguistica”, Zanichelli), “lucida follia” (“Il dizionario della lingua italiana per il terzo millennio”, Paravia). (…) Ma le definizioni concordano: si tratta dell’accostamento di due parole, non di due frasi (“Ci sono e non ci sono”), come invece afferma Merlo”. Falso. Le definizioni non distinguono le due figure in base all’ampiezza dei segmenti sintattici (parola = ossimoro, frase = antitesi). A Ignazio Mauro Mirto, per accorgersene, sarebbe bastato leggere interamente la voce “ossimoro” da lui consultata nel “Dizionario di linguistica” (Einaudi): “Le polarità ossimoriche possono avere un’estensione sintattica variabile, connettendo frasi o singole parole; nel primo caso le strutture opposizionali sono verbali”. E allora qual è la differenza fra ossimoro e antitesi? L’ossimoro “si distingue tuttavia dall’antitesi ad esso affine per il fatto che la struttura diadica di questa è priva di conciliazione” (stessa fonte). Ancora il “Dizionario” Einaudi, qualche rigo più su: “Nell’ossimoro viene sciolta l’irriducibilità antinomica in una più alta unità di senso, cui si giunge intuitivamente con un legame analogico”. Ma questo passo Mirto deve averlo letto perché lo parafrasa così: “Tornando all’ossimoro, la relazione che in esso si instaura tra termini semanticamente contrapposti genera un significato in cui l’apparente incompatibilità si scioglie (“agrodolce”, fra i più gradevoli)”. Ricapitolando: se i due concetti opposti restano distinti si tratta di antitesi, se invece i concetti opposti si mescolano fino a formare una sola struttura semantica si tratta di ossimoro. Questo è il (labile) confine tra le due figure. Le indicazioni di chi ha scritto questo post portano parecchio fuori strada e sono immediatamente smentite dagli esempi concreti, tant’è vero che nei versi di Patrizia Valduga “non so niente di te, della tua vita, / niente delle tue gioie e degli affanni” la coppia gioie-affanni (due parole, come scrive Mirto) costituisce un’antitesi, mentre nel verso di Fortini “Chi ha detto che non si vive senza vivere?” l’ossimoro è ottenuto accostando due voci verbali (vive-vivere), e cioè, per dirla con Mirto, accostando due frasi.
    Quid autem vides festucam in oculo fratris tui, et trabem in oculo tuo non vides?

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