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Storia di uno stupro addomesticato. “Oh…” di Philippe Djian

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cropped-tumblr_mgefsisE591s2jgroo1_12801.jpgdi Isabella Mattazzi

Storia di uno stupro: nella prima pagina, la voce narrante, voce di donna, è ancora per terra. Faccia contro il pavimento. Pantaloni strappati. Un graffio sulla guancia. L’atto, grumo informe di violenza, frattura improvvisa e irreparabile nella freccia del tempo, è appena successo. L’aggressore con il passamontagna se ne è andato. Michèle è rimasta lì, immobile. Qualsiasi lettore, anche il meno ingenuo, si aspetterebbe a questo punto una naturale successione degli eventi. Il pianto, il lamento, la nominazione del trauma con il successivo tentativo di gestione della violenza da parte di chi di questa violenza è stato vittima, da chi è rimasto pancia a terra, senza difese, senza aiuto. E invece no. Michèle, donna elegante sulla cinquantina, agente di una certa importanza nel mondo degli sceneggiatori cinematografici, si alza, chiude la porta, si prepara un bagno caldo. Non denuncia il fatto alla polizia. Non ne parla quasi, per giorni, come se nulla fosse successo. O meglio, come se i pugni, la mano premuta sulla bocca a reprimere le urla, la sodomia, fossero una cosa naturale, come se ogni giorno uno sconosciuto a volto coperto potesse avere accesso alla nostra vita e fare di noi una vittima senza che questo significhi per forza spalancare le porte della nostra anima verso un abisso di autodistruzione. Prende avvio così, con una curiosa scissione tra causa ed effetto, l’ultimo e certamente uno dei più riusciti romanzi di Philippe Djian proposto oggi da Voland nella traduzione di Daniele Petruccioli (pp. 174, 16 euro). A ben guardare, l’intero romanzo ruota intorno a questo iniziale tentativo di addomesticamento di uno stupro. La banalizzazione del male, o meglio la sua normalizzazione all’interno di un meccanismo di accettazione e di eliminazione del suo portato fantasmatico e devastante è il motore che muove Michèle tra le pagine del libro, che la rende forte facendone al tempo stesso una figura complessa, ambigua almeno tanto quanto il suo aggressore. Perché Michèle non va dalla polizia? Perché, anche dopo aver ricevuto vari sms uno più inquietante dell’altro, si ostina a vivere nella sua casa enorme da sola? E soprattutto perché, una volta capito che lo stupratore con il passamontagna altri non è che il suo vicino di casa – bancario di bell’aspetto e da cui lei è da sempre stata attratta – non fugge a gambe levate, ma invece lo frequenta, lo invita a casa con la moglie, lo corteggia?

Chi è lettore abituale di Philippe Djian sa benissimo che nell’universo claustrofobico dei suoi romanzi non esiste salvezza o redenzione. Nessuno dei suoi personaggi è portatore assoluto di purezza. Nessuno tra loro brilla di luce propria. Il suo è un mondo dominato da un’umanità triste, fatta di tradimenti, di madri e figlie che si detestano, di serate passate sbronzi davanti a una chat porno. In una Francia che sembra non conservare nulla di sé per somigliare in modo sempre un po’ inquietante a una certa provincia americana, il mondo gira a suon di alcol e cocaina. I buoni qui non arrivano mai. Anche in questo caso Djian non trasgredisce la regola. Nel romanzo Michèle è l’amante del marito della sua migliore amica. La madre di Michèle, Irène, è una bambola di silicone che a settantacinque anni suonati spende tutti i suoi soldi tra chirurghi plastici e un fidanzato che, ovviamente, pochi giorni dopo la morte della stessa Irène verrà trovato da Michèle a letto con una giovane bruna compiacente. Il figlio di Michèle vivacchia come può facendo il cassiere da McDonald, odia sua madre e sposa una ragazza che aspetta un bambino non suo. Nessuno di loro è esente dalla Colpa che da sempre Djian distribuisce sul capo dei suoi personaggi. Ma se in romanzi come Assassini, Vendette, o Incidenze il male si suddivideva equamente tra i vari gironi dell’inferno a cui gli uomini hanno dato la forma del proprio quotidiano, qui sembra declinarsi secondo un unico dogma: la scissione. Il problema di Michèle non è tanto essere genericamente l’amante di un uomo sposato, quanto adorare la sua amica Anna come nessuno al mondo, essere fedele, pulita come fiamma nel suo amore per lei e nello stesso tempo essere la donna che va a letto con suo marito. Esattamente come sua madre è l’anziana signora che morirà la notte di Natale per un ictus e nello stesso tempo un mostro dalla pelle da ventenne stirata con il laser. Esattamente come Patrick, il vicino di casa servizievole e un po’ impacciato, è nello stesso tempo l’uomo con il passamontagna che la osserva da dietro la finestra del salotto. Esattamente infine come il padre di Michèle era stato padre di famiglia e marito devoto e nello stesso tempo lo psicopatico che una mattina d’estate aveva ammazzato settanta bambini in un campo-vacanze estivo e che adesso vive in prigione da più di trent’anni senza nessun contatto con l’esterno. La trasformazione dello sposo generoso e amabile in un macellaio, la stanza degli orrori della perversione maschile chiusa a chiave e protetta dal segreto poi improvvisante rivelata come nelle più cupe fiabe di Perrault sono il segno sotto cui interpretare la connivenza di Michèle con il suo male. Figlia di un mostro, immersa in un mondo abitato da creature perpetuamente mosse lungo un’ambiguità di fondo che sembra fare da sostrato alla natura stessa della loro esistenza, per lei è naturale accettare la violenza brutale di uno stupro, cercarla quasi di nuovo, accettando il gioco, alzando la posta fino a un finale che non potrà con ogni evidenza non essere che tragico. “ll mio obiettivo era quello di scrivere un racconto crudele” racconta Djian in un’intervista recente. “Oh…” è in realtà un racconto più che crudele, è un racconto in cui la crudeltà non è nemmeno più percepita come tale, ma diventa semplice merce di scambio, moneta dell’esistenza. La scissione dell’Io, la compresenza di due parti contrapposte e ugualmente forti all’interno dell’anima, ma soprattutto la mancanza di lacerazione che questa compresenza comporterebbe così come l’innalzamento della soglia del tollerabile ben al di là del limite consentito proiettano la società in cui si muovono gli abitanti di “Oh… ” su un territorio del tutto in-umano in cui vittime e carnefici si confondono in un unico magma indistinto. In un mondo in cui la percezione del dolore e del disagio psichico è stata cloroformizzata all’interno di un progressivo sgretolamento della definizione del male come qualcosa di “inaudito”, alla fine va bene tutto, anche essere sodomizzate da uno sconosciuto se poi rimaniamo comunque persone di successo e c’è un buon bagno caldo che ci distenda i nervi.

E non sembra essere un caso, del resto, che la Francia di questi ultimi anni stia presentando una serie di testi molto simili, o comunque uniti da una certa affinità tematica. Dal Banchiere trucidato in un gioco sado-maso di Régis Jauffret, al caso Fritzl raccontato, sempre da Jauffret, in Claustria, fino a Barbablù, ultimo romanzo di Amélie Nothomb dal titolo più che eloquente, moltissimi sono i volti scissi che stanno a osservarci, con il loro sguardo doppio, dal buio di un mondo letterario nemmeno poi così lontano e distante da noi. Se ogni società ha la sua malattia, come è entrato ormai a far parte della vulgata comune, se l’isteria ha segnato il primo Novecento di Freud e forse l’anoressia ha prestato il proprio scheletro per sorreggere e imbastire l’epoca da cui siamo appena usciti, oggi il nostro quotidiano sembra ritrovarsi immerso in un mondo dove il giorno è giorno e nello stesso tempo notte in un unico disumano presente. O almeno, questo è quanto Djian arriva a farci credere.

[Questo articolo è apparso su Alias del manifesto].

[Immagine: Margarida Paiva, Every Story Is Imperfect (gm)].

 

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