Le parole e le cose

Letteratura e realtà

16 maggio 2017
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La lingua dell’esperienza. Un convegno su Luigi Meneghello

Ex-studente dell’Università di Padova, narratore antiretorico e antieroico della Resistenza, lettore della mutazione regionale e nazionale nel secondo Novecento, fondatore del dipartimento di letteratura italiana a Reading: Luigi Meneghello, scomparso dieci anni fa, ha scritto un’opera che non smette di interrogarci.
Per questo motivo, il 18 e il 19 maggio il Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari dell’Università di Padova, assieme all’associazione ForMaLit, propone due giornate di studio dedicate alla riscoperta dei libri di Meneghello. Il convegno si inserisce in un progetto più ampio di commemorazione dell’autore: una serie di incontri nelle scuole medie superiori e la pubblicazione di un graphic novel di prossima uscita presso la casa editrice Becco Giallo.

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16 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Due delitti contro Kaspar Hauser. La versione di Paolo Zanotti

di Andrea Tarabbia

[Questo intervento fa parte dellultimo numero di «Nuovi Argomenti» intitolato Lezioni di vero e dedicato alla non-fiction].

Così come è accaduto nella realtà, alla fine di ognuna delle narrazioni, o delle immaginazioni che, nel corso di quasi due secoli, sono state fatte sulla vicenda di Kaspar Hauser, Kaspar muore. Ma non solo: l’idea di «delitto», di crimine commesso contro qualcuno che non sapeva e non poteva difendersi, permea tutti gli scritti sul trovatello di Norimberga: il primo a occuparsi di lui fu Anselm von Feuerbach, giurista e padre di Ludwig, che conobbe personalmente Hauser e scrisse un resoconto che è la prima di tante variazioni, supposizioni e fantasticherie intorno a questa vicenda. Ebbene, Kaspar Hauser, il libro di Feuerbach, ha un sottotitolo: Un delitto esemplare contro l’anima. Naturalmente, Feuerbach non si riferisce all’omicidio di Kaspar, quanto al più ampio e più spaventoso crimine commesso contro di lui: la segregazione, la solitudine, l’abbandono, la malnutrizione, l’analfabetismo coatto. Ecco che la storia di Kaspar Hauser si fa, per così dire, duplicemente funebre: c’è il delitto contro l’anima, che è ciò attraverso cui Kaspar fa il suo ingresso nel mondo; e c’è il delitto contro il corpo, quel colpo di coltello che pose fine alla sua breve vita nel 1833, e che fu inferto da una mano ignota – con ogni probabilità la stessa che si era macchiata, una ventina d’anni prima, del delitto contro l’anima. La parabola di Hauser comincia e finisce, dunque, all’insegna del delitto, del mistero, dell’incomprensibilità.
A chi, nella primavera del 2013, era presente, in un tendone di Bologna, alla lettura integrale, fatta da amici e colleghi, di Bambini bonsai, il romanzo che Paolo Zanotti aveva pubblicato nel 2010, la famiglia di Paolo, che era scomparso nel dicembre precedente, regalò un piccolo libro, incompiuto e frammentario, stampato a spese dei genitori in una tipolitografia novarese. È il libro a cui Paolo stava lavorando nell’anno della sua morte, e che continuò a scrivere e a correggere (come si usa dire, ma in questo caso è vero) fino a pochi giorni prima di morire. Si intitola KH, anche se ho motivo di credere che il titolo non sia dell’autore o che, al massimo, sia un titolo di lavorazione. È composto da quindici capitoli, di cui dodici compiuti e rivisti, e tre solo a frammenti. Si tratta, stando agli appunti di Paolo e allo sviluppo della storia, su cui si possono fare congetture, di circa metà del testo. Dunque Paolo Zanotti, morendo, ha lasciato un’opera incompiuta, e quest’opera era il suo Kaspar Hauser. Continua a leggere →

15 maggio 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Chimes of Freedom. Bob Dylan e la sua epoca

di Axel Honneth

[È appena uscito dal Mulino La libertà negli altri, curato e introdotto da Barbara Carnevali e tradotto da Francesco Peri. Il volume raccoglie alcuni saggi di Axel Honneth sulla «libertà sociale», il concetto con cui il direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte ha reinterpretato nei suoi ultimi lavori la tradizione filosofica della teoria critica. Riprendendo e correggendo la famosa distinzione di Isaiah Berlin tra due forme di libertà, la libertà negativa e la libertà positiva, Honneth aggiunge un terzo genere di libertà che ritrova nella tradizione del socialismo e negli scritti del giovane Marx: i membri di una società sono davvero liberi solo quando le loro condotte individuali si integrano vicendevolmente in modo tale che la libertà dell’uno costituisca il presupposto per la libertà dell’altro. La cooperazione tra lavoratori, l’amore e l’amicizia sono esempi di quel «Noi» in cui i fini dei singoli sono non solo intrecciati ma indistinguibili tra loro, in una comunità di soggetti solidali che si «sentono a casa propria negli altri». La libertà sociale concilia tutte le forme di libertà, ma ognuna delle tre è preziosa e imprescindibile.
Al tema della realizzazione della libertà è dedicato il saggio su Bob Dylan che chiude il volume, e di cui pubblichiamo un breve estratto. Da sempre fan della sua musica – il saggio è stato scritto nel 2007, prima del Nobel – Honneth considera Dylan come l’interprete esemplare delle aspirazioni morali e politiche della nostra epoca, e ne analizza le canzoni interrogandosi sul contenuto di verità della musica rock e sul suo rapporto con l’esperienza
].

Tutti i principali esponenti del rock anni Sessanta e Settanta (John Lennon, Jimi Hendrix, Lou Reed, e potremmo citarne molti altri ancora) hanno contribuito a dischiudere nuovi continenti della sensibilità umana, senza limitarsi, tuttavia, ad affermare in modo non problematico, nella struttura compositiva e nei testi dei loro brani, le nuove libertà o l’autonomia e l’indipendenza conquistate rispetto alla generazione dei genitori. Negli stati d’animo articolati da quella musica si facevano strada elementi di complessità che mettevano in guardia dai rischi di una perdita di sé legati a un eccesso di autenticità. In nessun rocker dell’epoca, però, si avverte chiaramente come in Dylan l’intenzione soggiacente di articolare l’esperienza del carattere intrinsecamente contraddittorio della realizzazione della libertà. A un primo livello, il cantante Dylan, che fin da subito si mostra perfettamente padrone dei propri mezzi, tematizza nei suoi dischi e nei suoi live un’impetuosa volontà di indipendenza dalla tradizione, dall’ambiente circostante, da tutte le attese sociali. Già solo con le sue pose disinvolte, sostenute dal suono quasi arrogante della sua voce di «argento vivo» (Richard Klein), in diverse canzoni Dylan inscena se stesso come l’unica istanza autorizzata a decidere del proprio destino e della propria vita. I testi che fanno capo a questa prima categoria iniziano spesso e volentieri con il pronome «I», brandito in modo quasi trionfale o sussurrato in tono gelido, mentre il riferimento a un «we» comune è molto più raro[1]. Al centro del discorso c’è sempre una presa di distanza dalle attese di comportamento legate ad altri soggetti, concreti o generici che siano. Eppure il motivo liberatorio che rimanda al perenne avvento di un nuovo inizio, «strike another match, start anew», non ricalca affatto il modello romantico di una ricerca dell’autenticità e della realizzazione di sé, perché qui manca ogni riferimento alla necessità di sintonizzarsi sulla voce interiore della propria personalità per ricavarne il modello di un progetto di vita futura. Dylan sembra avere capito fin da subito che anche la scelta di orientarsi in base ai dettami del cuore, cioè in funzione dei propri sentimenti, implica sempre un passaggio ulteriore, cioè la decisione di creare una personalità di un certo tipo: prima di poter assumere una nuova identità, occorre elaborare un progetto di vita individuale sulla base delle indicazioni frammentarie ricavabili dalle nostre sensazioni e dalle nostre emozioni (qualunque sia lo specifico contenuto che emerge nella propria interiorità)[2]. Il modo in cui il motivo della libertà si articola a livello musicale con quello della presa di distanza rimanda a un motivo esistenzialistico, quello della scelta di sé, il pathos di ascendenza sartriana di una continua reinvenzione di sé. Con la sua costante sperimentazione di nuovi arrangiamenti, con il fraseggio eccentrico delle sue canzoni e con l’accento blasé della sua vocalità Dylan si faceva difensore del diritto del singolo a ricrearsi incessantemente in forme radicalmente nuove nel cuore stesso del movimento di protesta e della cultura hippie, due correnti sociali che esercitavano sull’individuo pressioni notevoli nei termini di una condotta politica ritenuta corretta o di un comportamento considerato autentico. Continua a leggere →

14 maggio 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Bowie. Still | Life | Image

Bowie. Still | Life | Image

Convegno internazionale. A cura di Fabio Cleto Francesca Pasquali

18-19 maggio, Complesso monumentale di S. Agostino

Viale delle Mura 4 – Bergamo

https://www.facebook.com/events/404070076658231/

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14 maggio 2017
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Gesti sportivi /9. Dialogo con Marvin Hagler sull’incontro del secolo

di Michele Martino

Se un giovane cestista gli chiedeva com’era possibile fare 30 punti a partita, Michael Jordan aveva la risposta pronta: basta che in ogni quarto segni un tiro in sospensione, un sottomano, una schiacciata e un paio di liberi. Facile. La ricetta di Sugar Ray Leonard, nato a Wilmington, North Carolina, la città di Jordan, aveva ingredienti simili. Basta portare, tre o quattro volte in ogni round, una combinazione di tre colpi, metterne a segno almeno uno e poi allontanarsi per evitare la risposta dell’avversario. Fai una buona impressione sui giudici, e alla fine torni a casa con una vittoria ai punti.

Forse è sufficiente questo a spiegare le ragioni tecniche di uno degli incontri più incerti, e più contestati, nella storia della boxe: quello tra Sugar Ray Leonard, sfidante redivivo, e Marvelous Marvin Hagler, campione indiscusso dei pesi medi, disputato sul ring del Caesars Palace di Las Vegas il 6 aprile 1987. Anche se Hagler non ci crede. Non ha mai creduto a quel verdetto. E nemmeno io, ma non conta, perché a quell’epoca avevo il poster con la sua faccia sulla parete dietro il letto, accanto al suo durissimo programma di allenamento (mai messo in pratica, ma ritagliato con cura dalle pagine di «Max»). Non ci ha mai creduto, però, neanche il 60% degli analisti americani, che in un sondaggio tenuto dopo il match votarono per la vittoria di Hagler o per un pareggio. Forse, allora, l’elemento decisivo fu davvero il «fattore Schulberg». Ma così sto anticipando troppo.


The War – il più bel primo round nella storia della boxe Continua a leggere →

13 maggio 2017
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Rock@Kaurismaki

Playlist di Italo Testa

Dumari ja Spuget, Skulla tai delaa (da: Aki Kaurismaki, L’altro lato della speranza, 2017)

Leningrad Cowboys, Born to be Wild (da: Aki Kaurismaki, Leningrad Cowboys go To America, 1989). Continua a leggere →

12 maggio 2017
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Il rovescio della libertà

di Massimo De Carolis

[Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà (Quodlibet) di Massimo De Carolis è un saggio sui fondamenti filosofici della formula politica egemone negli ultimi decenni e sulla sua crisi. Il neoliberalismo si fonda sulla convinzione il mercato rappresenti una forma di ordine immanente alle società umane – un ordine che esiste nella realtà, ma non sempre emerge da solo. Nella visione neoliberale, il potere politico ha il compito di organizzare la società in modo che il mercato possa esercitare la propria forza regolatrice. Elaborata in Europa fra le due guerre mondiali da un gruppo eterogeneo di economisti e sociologi, questa formula politica si afferma fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta del Novecento e diventa un modello politico planetario. La crisi degli ultimi dieci anni, secondo De Carolis, ne ha rivelato le contraddizioni interne e ne annuncia il tramonto. Le pagine che seguono si intitolano Nota sulla performatività e chiudono il terzo capitolo della seconda parte. Stasera alle 18,30 Il rovescio della libertà verrà presentato da Marco Mazzeo presso la sede di Quodlibet (via Monte Fiore 34, Roma)]

Nell’ordoliberalismo tedesco, il termine cruciale è la parola Leistung: la prestazione, l’opera, il contributo effettivamente fornito all’ordine sociale, sulla cui base va calcolata l’equa retribuzione e, con essa, il valore di ogni cosa: azioni, ruoli professionali e beni di consumo. Il modello, insomma, è quello frequentemente riassunto nel concetto di «meritocrazia»: a ciascuno secondo la sua Leistung. E, dal momento che le Leistungen sono obiettivamente differenti, una società equa non potrà avere una forma astrattamente egualitaria: dovrà invece saper premiare i contributi individuali in proporzione esatta al valore effettivo delle singole prestazioni. È inevitabile perciò che vi si accenda una competizione, una gara. Almeno in teoria però, come avviene nello sport, lo sforzo di ciascun concorrente, impegnato a superare gli avversari, dovrebbe spontaneamente tradursi in un potenziamento delle prestazioni collettive, una crescita dell’organismo sociale nel suo insieme e, dunque, un progresso civile in ogni senso.

L’essenziale, ovviamente, è che «vinca il migliore». Perché sia equiparabile davvero alla lealtà sportiva, occorre che il gioco della catallassi sia regolamentato in modo lungimirante ed efficace; e occorre che un apparato tecnico-amministrativo solido e indipendente garantisca tanto il continuo aggiornamento delle regole quanto la loro imparziale e rigorosa applicazione. Un compito non facile, evidentemente, visto che i concorrenti più forti hanno tutto l’interesse a truccare le carte, pilotando l’equilibrio del mercato nella direzione più congeniale al loro sistematico rafforzamento. Continua a leggere →

11 maggio 2017
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Arlecchino, punk, robot. Una conversazione con Alberto Camerini

di Riccardo Giacconi

[Una prima versione di questo articolo è uscita su «Linus»]

Lo spettacolo si è mischiato a ogni realtà, irradiandola. […] Ciò di cui lo spettacolo può smettere di parlare per tre giorni è uguale a ciò che non esiste. […] La costruzione di un presente in cui la moda stessa, dall’abbigliamento ai cantanti, si è immobilizzata, che vuole dimenticare il passato e che non da più l’impressione di credere in un futuro… [1]

La prima volta che incontro Alberto Camerini gli mostro questi frammenti dai Commentari di Debord. Gli confido, in maniera un po’ ingenua, che mi sembra di vedere in lui un emblema del passaggio dagli anni Settanta agli Ottanta in Italia. Quel passaggio che ancora, a volte, viene chiamato “riflusso”.

«No, non sono l’emblema di niente, tanto per cominciare», mi ferma subito, dopo avermi mostrato una copia della Società dello spettacolo nella sua libreria. «Però… Flusso e riflusso. Fluxus: mi sembra fosse una corrente artistica. Nel ’75 gli Stati Uniti hanno perso la guerra del Vietnam. La sinistra nel ’76 ha avuto il parco Lambro. Dopo aver vinto per dieci anni di fila, negli anni Ottanta il Partito Comunista ha avuto il riflusso. Ma non era opera mia: il flusso e il riflusso c’erano comunque. Io, come un reporter, scrivevo un pezzo sul flusso negli anni Settanta e un pezzo sul re-Fluxus negli anni Ottanta.»

Gli racconto che vorrei fare un documentario su di lui.[2] Lui accetta, ma senza entusiasmo. Ci incontriamo di nuovo a casa sua dopo qualche giorno, per registrare una prima intervista. Appena ci sediamo mi avverte: «Sto facendo un grande sforzo, perché non mi piace rivangare il mio passato. Non sono abbastanza narcisista, come quel mio amico che piange mentre ascolta una sua canzone. A me dà un po’ fastidio confessare; non credo nella psicanalisi». Continua a leggere →

10 maggio 2017
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Esercizi di vita pratica

di Gilda Policastro

[È uscito Esercizi di vita pratica (Prufrock), l’ultimo libro di poesia di Gilda Policastro. Presentiamo alcuni testi, divisi per sezione. Ognuna delle quattro sezioni di cui il libro è composto ha un tono e uno stile diverso]

Da Calendario

1. Antifrasi
“La smetti di condurre un’esistenza in controluce, in trasparenza
un’esistenza mutila di suoni, sottratta alla disponibilità
auricolare, povera (è heideggeriano) di mondo” – e per il momento abbiamo
uno spunto. A seguire: ubbie, pretesti
la-serie-delle-cose-che-non-hai-fatto-o-che-non-faresti-mai
“dubito sia spendibile
in sede letteraria:
e comunque, dopo quel commento,
scordati la carriera universitaria!”
il futuro, quando non ci riguarda, crea allarmi di routine

2. Habitus
Stop (per sommi capi) all’iper, post, prefissi dell’ignavia
categorie facis, apocalissi passe-partout: pettinati alti,
basta arrampicarsi sugli specchi dei belli da 127 like
le pashmine a fiori (no, dico), arrestate i gilet, e le bretelle
le bretelle, quante vittime fanno
basta le metafore, le preterizioni, l’Erlebnis riconvertita in Erfahrung,
la Verneinung, la Stimmung, la Gestalt, le débrayage, la distopia,
il disforico, la diacronia (“e mnestico, con l’aporia, no, non si può dire
in un giornale!”)
la cronaca, quando è a corto di notizie, esaspera le sue vendette

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9 maggio 2017
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Nella vigna del tempo. Fortini saggista nel nuovo millennio

di Luca Lenzini

[Nel 2017 ricorre il centenario della nascita di Franco Fortini. Sono previsti convegni a Roma, Varsavia, Milano, Torino e Siena. Oggi, all’Università Roma Tre, si tiene il primo, Attraverso Fortini. Poesia Educazione Mondo. Questa è la relazione di Luca Lenzini].

 Una poesia di Fortini s’intitola Parabola, e così recita:

Se tu vorrai sapere
chi nei miei giorni sono stato, questo
di me ti potrò dire.
A una sorte mi posso assomigliare
che ho veduta nei campi:
l’uva che ai ricchi giorni di vendemmia
fu trovata immatura
ed i vendemmiatori non la colsero
e che poi nella vigna
smagrita dalle pene dell’inverno
non giunta alla dolcezza
non compiuta la macerano i venti.

L’autore di questi versi aveva più o meno l’età che per Dante segnava la metà del cammino: da allora è passato più di mezzo secolo, e Fortini è scomparso da oltre vent’anni. Possiamo chiederci, perciò, a una distanza così ampia da quel tempo, se la «sorte» prefigurata in Parabola si è, negli anni, rivelata profetica e veritiera, o invece è stata smentita, almeno per quanto riguarda il destino dell’opera fortiniana nel complesso, la sua ricezione ai nostri giorni. Continua a leggere →