Le parole e le cose

Letteratura e realtà

7 agosto 2017
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Le università americane e Donald Trump

di Mimmo Cangiano

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 20 gennaio 2017].

“The enemy is now and has always been the four threats of white supremacy, patriarchy, capitalism, and militarism”. (BLM)
“Her loss was a major setback for cultural Marxism and its contemporary manifestations, a pernicious ideology that deserves to be squarely acknowledged in order to permanently eject it from America’s public square”. (Victor Gaetan, Washington Examiner)

  1. Academic Freedom

Pochi giorni fa il Prof. George Ciccariello-Maher della Drexel University (particolarmente famoso negli ambienti della sinistra radicale statunitense e latino-americana per le sue analisi sul Venezuela di Chávez[1]) si è ritrovato al centro di un bailamme mediatico a causa di questo tweet natalizio: “All I want for Christmas is white genocide”.
Il consiglio amministrativo della Drexel ha scelto la posizione dell’ambiguità. Da un lato ha affermato di non essere divertito dal tweet del suo Faculty e di considerarlo “molto seriamente”, dall’altro ha ribadito il pieno diritto del professore ad esprimere le proprie idee nel dibattito pubblico: ha ribadito la sua “Academic Freedom”.
Il diritto alla libertà accademica (formalizzato negli Stati Uniti nel 1940) serve a garantire all’insegnante piena libertà nella scelta degli argomenti da trattare in classe, così come piena libertà nel taglio critico/interpretativo. Un docente ha il diritto di presentare il Venezuela di Chávez come esempio di un socialismo funzionante e rispettoso delle libertà individuali; un altro docente può insegnare il creazionismo come valida alternativa all’evoluzionismo. È in fondo un principio di natura liberale, in cui gli inevitabili scompensi culturali e ideologici che si creano saranno in teoria riassorbiti, da un lato, mediante la longa manus della comunità scientifica, e dall’altro attraverso le scelte degli studenti riguardo a università dove iscriversi e classi da seguire. Le aporie culturali della libertà accademica sono state ampiamente analizzate senza che si arrivasse ad una soluzione soddisfacente. Come spesso accade, però, fra una citazione da Zola e una da Leo Strauss, ciò che è rimasto fuori dal dibattito è la capacità di fidelizzazione che la libertà accademica – in quanto privilegio – comporta per gli intellettuali. Continua a leggere →

5 agosto 2017
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La pietà oggettiva di Pagliarani

di Massimo Raffaeli

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 19 febbraio 2017, ed è apparso su «Alias»].

Si intitolava Il mare dell’oggettività il saggio di Italo Calvino che apriva il secondo numero del “Menabò”, la rivista redatta per Einaudi con Elio Vittorini, e dava conto di quella che si sarebbe definita anche in Italia letteratura industriale: era il 1960, anno baricentrico del Boom economico, e nel fascicolo oltre a una rassegna di Franco Fortini comparivano testi di Roberto Roversi, Paolo Volponi, Francesco Leonetti e di un romagnolo di Viserba da tempo residente a Milano, trentatreenne, Elio Pagliarani, già presente in “Officina” e firmatario di un paio di plaquettes (Cronache e altre poesie,Schwarz 1954, Inventario privato, Veronelli 1960) che ne facevano un tramite fra lo sperimentalismo anni cinquanta e la neoavanguardia successiva, tanto che la sua presenza nella antologia dei Novissimi (1961) lo avrebbe subito individuato quale voce laterale, estranea a qualunque poetica organica, e outsider del Gruppo 63. Refrattaria alla messa in pagina di un io autocentrato e dunque proclive all’ascolto delle presenze e delle voci del mondo, la poesia di Pagliarani, memore innanzitutto della lezione di Ezra Pound, castigando il narcisismo secolare si disponeva ad accogliere i dati della realtà più imminente, un mondo ormai a colori e in tumultuosa trasformazione. Milano era il suo panottico, la specola da cui scrutare, per frammenti e scorci, un paese i cui assetti arcaici si avviavano in poco d’ora a divenire gli stessi di una potenza industriale e compiutamente neocapitalista. Perciò la pietas iscritta nella parola del poeta, vale a dire la capacità di accogliere i dati della sua esperienza diretta del mondo, non avrebbe potuto che essere, stante la potenza di un suo verso poi proverbiale, una pietà oggettiva. Di tutto questo era flagrante testimone, in quel numero del “Menabò”, il poemetto pubblicato in volume da Mondadori nel ’64, ritenuto da molti, sottotraccia, un classico e infatti come tale oggi riedito, La ragazza Carla (Il Saggiatore, “Le Silerchie”, pp. 63, € 16.00) con una partecipe prefazione di Aldo Nove che ne legge lo spazio ambiente in un set infernale “in cui il poeta funge da regista e, anzi, si sottrae anche alla funzione di sceneggiatore: il che ci fa pensare più al cinema che alla poesia, e alla definizione che Eizenstejn dette del cinema stesso come arte del montaggio”. Non è un caso che un giovanissimo Pagliarani, appena approdato a Milano, nell’immediato dopoguerra avesse pensato a un simile soggetto da inviare a De Sica e Zavattini per un film. Scritto fra il ’54 e il ’57, si tratta di un poemetto diviso in sette parti alla pari di una suite in versi liberi che alternano tonale e atonale; al centro c’è il romanzo di formazione di “Carla Dondi fu Ambrogio, di anni diciassette”, la quale abita in una casa di ringhiera lontana dal centro, vive con sua madre pantofolaia e la sorella Nerina, malmaritata. Continua a leggere →

4 agosto 2017
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Le opere di Primo Levi

di Niccolò Scaffai

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 27 gennaio 2017].

Esiste in natura una virtù, l’omeòstasi, che permette di «conservarsi uguali a se stessi contro il brutto potere della degradazione e della morte»; a una simile capacità, «propria della materia vivente», Primo Levi dedicò lo scritto da cui sono tratte le frasi citate e che deve il suo titolo – Il brutto potere, appunto – al Leopardi di A se stesso. Com’è frequente in Levi, la qualità fisica corrisponde a un connotato morale: così l’omeòstasi, da caratteristica della materia vivente, diventa anche figura della resistenza al male, della virtù di conservarsi intatti nella corruzione. Di qualità omeostatiche è dotata anche la scrittura leviana, che reagisce al caos senza arrendervisi, senza cioè adeguare al disordine il pensiero e l’espressione. «Non è vero – ha osservato Levi nel saggio Dello scrivere oscuro – che solo attraverso l’oscurità verbale si possa esprimere quell’altra oscurità di cui siamo figli, e che giace nel nostro profondo». E tuttavia quell’«altra oscurità», in cui il male affonda le sue radici, persiste ed esige lo sforzo continuo di una strenua chiarificazione. Viene in mente quanto Levi scrisse a proposito di Manzoni, da lui distante per la fede nel trascendente, ma affine per la sfiducia nell’immanente, per la coscienza del male: «la lettura con la lente è un esercizio impietoso. Guai allo scrittore che lo pratica sui suoi stessi scritti: se lo fa, si sente condannato a riscrivere senza fine ogni pagina» (Il pugno di Renzo, incluso in L’altrui mestiere). Anche Levi ha riscritto quasi senza fine il Libro della sua esperienza, non per un’oltranza sperimentale che non gli apparteneva, ma per la necessaria insistenza sui nodi etici che legano lo scrittore e il testimone. Per rendersene conto conviene leggere e rileggere le pagine delle sue Opere complete, pubblicate in due volumi a cura di Marco Belpoliti, pp. CIV-3392, Torino, Einaudi, euro 160,00 (un terzo volume, di conversazioni e interviste, seguirà a breve).

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3 agosto 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Rileggendo Gomorra

di Mario Pezzella

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 16 gennaio 2017].

È divenuto difficile leggere Gomorra[1]. Fantasmi di film, di serie televisive, la stessa icona televisiva dell’autore, affollano l’immaginazione, e ostacolano il ritorno senza interferenze alle righe scabre, dure, talvolta faticose del testo originale. In questo caso gli effetti della ricezione del romanzo rischiano paradossalmente di impedirne la lettura. Alcuni dei personaggi hanno subito il destino degli archetipi del cinema “nero” hollywoodiani, diventati modelli di comportamenti reali (e di identificazioni ambigue da parte degli spettatori). Il boss Savastano della serie televisiva è ormai un eroe popolare, avvicinato per somiglianza fisica all’allenatore del Napoli Calcio; adolescenti di vari strati sociali napoletani si vestono e si acconciano i capelli come Savastano junior. Pensare che Saviano stesso aveva lucidamente analizzato questo fenomeno nel suo libro; eppure la spettacolarizzazione ha coinvolto gli stessi personaggi di Gomorra e soprattutto quelli nati per partenogenesi dagli episodi della serie, fino a costringere l’autore a prenderne atto nel suo ultimo romanzo, dove tre appartenenti alla “paranza dei bambini” sono “pettinati alla Genny Savastano”[2]. Difficile dire se Saviano sia oggi consapevole della distanza che separa la potenza critica di Gomorra dalla spettacolarizzazione inevitabile della serie. Ancor più difficile dire se avrebbe potuto sottrarsi a quella che egli stesso ha subito, accettando l’ospitalità di numerose trasmissioni del regime televisivo attuale. Meglio tentare un esperimento mentale: tornare a quelle righe scritte da un giovane sconosciuto di 26 anni e alla loro essenzialità narrativa, che ha pochi rivali nella letteratura italiana degli ultimi tempi. Continua a leggere →

2 agosto 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Etica Western

di Francesco Pecoraro

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 12 dicembre 2016.]

Noi baby boomers – prima di essere rivoluzionari sessuali, sessantottini confusi, simpatizzanti/militanti, opportunisti integrati, socialisti corrotti, radical chic/disoccupati cronici e infine parassiti in pensione – agli inizi, ma veramente agli inizi, eravamo western. Voglio dire che noi baby boomers – prima di essere cattolici, o meglio, in concomitanza con l’andare in parrocchia per giocare a calcio, ping pong e a respirare una gran quantità di polvere e religioso senso di colpa – eravamo cowboy interiori. O meglio lo stavamo diventando a furia di vedere film western americani. Di serie A e soprattutto B.

Essendo quelli di serie B, se ricordo bene, girati anch’essi quasi sempre a colori, ma in formato normale, con attori non proprio di primo piano – come il faccia-buona Randolph Scott, che ne fece una sessantina, fino a Sfida nell’alta sierra di Sam Peckinpah – e trame molto tipologiche con duelli tra le rocce e assalti alla diligenza.

Mentre il western di serie A era in Cinemascope (qualche volta in Todd-AO) ed era attento ai grandi spazi, aveva cast magnifici e sovente molti indiani, quello di serie B era seriale e girato in economia. Quasi completamente privo di indiani e di ampio paesaggio, iniziava con un uomo a cavallo nella prateria, ripreso di fronte mentre arrivava in città, e di solito terminava con lo stesso uomo a cavallo ripreso di spalle mentre se ne andava. Tra queste due sequenze c’erano un villaggio di frontiera, allevatori, pistoleri, saloon, banditi, donne solo apparentemente di costumi facili, sceriffi e varie vicende, in cui gli stessi elementi narrativi e le stesse figure tipologiche venivano ricombinate fino allo sfinimento. Continua a leggere →

1 agosto 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Tacere. La critica letteraria al tempo di Internet

di Lorenzo Marchese

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 21 dicembre 2016. Col titolo Cosa significa tacere è stato pubblicato sul numero 11-12 della rivista “Il Ponte” (novembre-dicembre 2016), nella sezione Critica letteraria al tempo di internet, a cura di Luca Lenzini].

1
In un dibattito sulla critica letteraria, le questioni sul tavolo (la critica è in crisi? Come esercitarla ed essere credibili? C’è qualche mandato? Qualcuno mi legge?) tornano ciclicamente e l’autoreferenzialità è quasi un dovere: ma più stretto è il giro dei bilanci, delle tavole rotonde, delle polemiche estive sulle pagine culturali, anno dopo anno più simili a un’eco dei dibattiti pregressi, progressivamente idealizzati e tenuti a irraggiungibile zuffa. Come darsi forza e trovare uno sviluppo, senza accondiscendere subito all’ipotesi, anche questa ritornante, che queste discussioni rivelino un fondo di inutilità? Ennio Flaiano scriveva, prima di un convegno su cinema e letteratura:

Non credevo alla crisi del cinema, comincio a crederci da qualche giorno: da quando hanno “indetto” un convegno sui rapporti tra Cinema e Letteratura. In genere, da noi – non rivelo un segreto – un convegno a cui partecipano i letterati è il segno della fine. Non saprei dire il perché: forse per la pigrizia che spinge i letterati a occuparsi delle questioni letterariamente. Un convegno sui rapporti tra i Buoi e la Letteratura si fa di solito quando i buoi sono scappati[1].

Col senno di poi, possiamo dire che Flaiano esagerava per virtù d’aforisma. La critica non accenna a finire, anche se di certo non ha più i tratti familiari che siamo soliti attribuirle pensando a una tradizione del Novecento ormai lontana. Prima di pronunciarsi, non sarebbe sbagliato rompere questo loop: guardare alla critica del passato ricordando a noi stessi cosa bisogna preservare per esercitare la critica oggi (senza porsi quasi mai la domanda inversa, meno usurata: cosa è inutilizzabile, da cosa ci dobbiamo congedare di quel modo d’essere studiosi, critici, pensatori?). Il passo seguente è concentrarsi non sulla fisionomia dell’esercizio critico, che finisce per suonare, agli occhi di chi scrive, prescrittiva nella sua astrazione, ma su quella del critico, cercando di isolarne la categoria che per esperienza si conosce meglio, quella dei nuovi entranti nel campo (mutuo l’espressione da Bourdieu, semplificandola)[2]. Continua a leggere →

31 luglio 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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Perché (non) sono femminista

di Claudia Crocco Marzia D’Amico

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 19 dicembre 2016.

Non sono mai stata femminista: ho sempre guardato al femminismo come a una ideologia ormai desueta, distante dalla realtà nella quale vivevo. Nell’ultimo anno qualcosa è cambiato: continuo a non ritenermi femminista, ma noto sempre più spesso che la mia vita e quella delle mie coetanee è condizionata dal genere al quale apparteniamo molto più profondamente di quanto credessi. Quasi sempre questo si traduce in uno svantaggio. A partire da esperienze personali e da storie capitate ad amiche o conoscenti, nonché grazie a successive letture, il mio modo di pensare alla femminilità e ai rapporti tra i sessi è iniziato a cambiare.
Il modo migliore per riflettere sulle cose, per quanto mi riguarda, consiste nello scriverne, e nel parlarne con un’altra persona; per questo ho cercato qualcuno disposto a dialogare con me in forma scritta. Ho scelto Marzia D’Amico, perché ha idee radicalmente opposte alle mie su donne, gender e femminismo; ma anche perché le nostre biografie, pur così diverse, in questo momento hanno alcune caratteristiche simili (siamo quasi coetanee; entrambe ragazze bianche, occidentali e con un livello di educazione alto; entrambe verso la fine di un dottorato di ricerca; entrambe in città diverse da quelle in cui abbiamo studiato – Marzia a Oxford, io a Trento): mi è sembrato che questo rendesse più facile parlare di problemi comuni. Infine, ho scelto Marzia perché c’è stima reciproca.
Non so di quante parti si comporrà il nostro dialogo, ma so che non è ancora terminato. La conversazione che pubblico oggi trae spunto da due eventi di cronaca e da una riflessione su come sono stati trattati sui social network e sui giornali online: la dichiarazione di Marina Abramovic riguardo all’abortoil suicidio di Tiziana Cantone. Queste sono, per noi, occasioni per parlare di temi più generali (cc)].

CC: Quando ho letto il tuo articolo, mi sono sentita in disaccordo con ciò che avevi scritto, e mi è venuto in mente che potevi essere la persona adatta per una riflessione in forma di dialogo.
Voglio iniziare con una confessione: penso che il femminismo, come ideologia, oggi sia un fenomeno regressivo. Lo trovo spesso castrante, per motivi che farò emergere in questa conversazione – e che cercherò di mettere di discussione. Partirò da un esempio sul femminismo come prospettiva critica nello studio della letteratura, ma parlerò anche delle conseguenze che ha nella vita privata. Ragionamenti generali, racconto personale e vicende capitate a terze persone si intrecceranno.

Una letteratura giusta

CC: Non sono femminista, perché penso che il femminismo abbia alimentato una idea di politicamente corretto che ormai invade qualsiasi discorso culturale, rendendo talvolta impossibile esprimere le proprie opinioni in modo libero.
Approfondisco questo punto, facendoti un esempio concreto che riguarda la letteratura e l’università. Più di ogni cosa, il femminismo mi innervosisce quando diventa una lente che serve a filtrare il mondo e una categoria estetica. Per questo ho poca simpatia per i gender studies: capisco i motivi che ne giustificano l’esistenza; tuttavia non riesco a condividere il fatto che, negli studi che assumono queste prospettive critiche, il testo o l’oggetto artistico diventi importante soltanto per il significato politico che assume. Mi sembra, in altre parole, che il femminismo applicato alla letteratura determini un filtro sia sulla realtà sia sulle opere d’arte, e che questo filtro indebolisca la conoscenza. Continua a leggere →

30 luglio 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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Il volto nero della Fede. Note su The Minister’s Black Veil di Romeo Castellucci

di Pietro Bianchi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 20 dicembre 2016].

Lacan diceva spesso che la psicoanalisi deve reinventarsi ogniqualvolta vi sia un’analisi. Contrariamente a quello che molti credono l’esperienza dell’inconscio non è infatti una cosa stabile e ben precisa, una sorta di “cura standard” che possa essere “applicata” sempre uguale (da cui la molto celebre forma di resistenza: “ma no guarda, la psicoanalisi non fa per me”); ma è semmai una semplice possibilità, affatto precaria e incerta, che qualcosa dell’ordine dell’inconscio in uno spazio e in un tempo determinati possa accadere. O per meglio dire è un’ipotesi per cui, stante alcune minime condizioni, alcune conseguenze possano più facilmente essere prodotte. Senza garanzia né certezze. Non esiste “soddisfatti o rimborsati” né uno psicoanalista potrà mai assicurare al 100% di buon esito di quell’esperienza. Bisogna fare fatica – certo – ma bisogna anche essere fortunati. La psicoanalisi è una possibilità che un incontro col reale – per definizione sempre contingente – possa prodursi. Forse è per questo che è un’esperienza che si adatta così male al discorso del capitalista e alla logica dei servizi, secondo cui a un esperto viene chiesta l’erogazione di una prestazione in cambio di denaro, e se non è soddisfacente è lecito lamentarsi e andare a chiedere conto al garante di turno, che poi di solito è lo Stato o uno dei suoi emissari.

Ma quali sono queste minime condizioni? Sono davvero minimali e generalissime, e si potrebbe ridurle a due: il divano – ovvero il fatto che l’analizzante non guardi l’analista faccia a faccia durante la seduta – e l’associazione libera, cioè il fatto che l’analizzante debba parlare. Parlare e basta, senza preoccuparsi di che cosa venga detto. Proviamo allora a riflettere sulla prima di queste due condizioni, che ancor’oggi a molti appare così bizzarra. Perché è necessario che un analizzante si sdrai sul divano e non guardi lo psicoanalista negli occhi? La maggior parte della psicoterapie ormai non avvengono forse faccia a faccia come in una normale conversazione tra due persone? Continua a leggere →

29 luglio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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I tempi stanno cambiando – o forse no. Sul Nobel a Dylan

di Giulia Sarno

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 10 dicembre 2016, lo stesso giorno in cui l’Accademia di Svezia ha consegnato ufficialmente il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan (che da parte sua, come si sa, non ha partecipato alla cerimonia)].

Una legittimazione ambigua 

Che il Nobel per la letteratura sia stato assegnato, per la prima volta nella storia centenaria del premio, a un singer-songwriter rappresenta senza dubbio alcuno un evento clamoroso, come dimostra la massa di commenti che ha invaso i media per diversi giorni dopo l’annuncio. Il Nobel a Dylan è segno di una metamorfosi del canone culturale dopo il terremoto generato dall’emersione delle arti popular[1] negli anni Sessanta del Novecento. Può essere letto come il sintomo di un riconoscimento più ampio – non di un singolo autore ma di una categoria. Includere il songwriting di ambito popular nel novero dei generi letterari in grado di vincere il premio più prestigioso che la cultura occidentale assegna significa legittimare una forma artistica controversa che nasce nell’alveo dell’industria dell’intrattenimento, e che in gran parte ancora in quest’alveo rimane. Se è vero che a partire dalla metà degli anni Sessanta il campo della popular music si è internamente diversificato includendo nella propria topografia un’area pienamente artistica all’interno della quale il songwriting fornisce una possibilità di espressione seria del sé[2], è anche vero che l’insorgere di questa zona non ha cancellato l’esistenza di aree più compromesse con gli interessi del mercato dell’intrattenimento leggero. Parafrasando Luciano Berio, c’è popular music popular music: Bob Dylan non è Justin Timberlake. La popular music che ha vinto il Nobel per la letteratura è quella fetta del campo che ha intrapreso un tortuoso cammino per la legittimazione ormai da decenni, con buona pace di quelli (a dire il vero non tantissimi) che vedono in questa riconfigurazione del canone culturale occidentale i segni dell’apocalisse imminente. Per chi è nato negli anni Ottanta (come chi scrive), si tratta di un dato acquisito. In questo senso l’atto dell’Accademia di Svezia ha un peso relativo, un riconoscimento ex post fuori tempo massimo: non aspettavamo certo l’avallo di Stoccolma per dare a Dylan, nella nostra vita culturale, lo stesso peso di Philip Roth. Pure questo riconoscimento ha suscitato in molti – parlo almeno della mia generazione – un entusiasmo notevole, che si è espresso in commenti che sostanzialmente sottendevano un “finalmente”. Finalmente l’establishment si mette a pari con il mondo, con il nostro mondo, quello in cui leggere Houellebecq e ascoltare i Radiohead rappresentano due atti omologhi. Un mondo permeato di «una nuova cultura umanistica», costituita da quel «sistema di opere, figure intellettuali e generi che la comunicazione di massa ha prodotto» nel secondo Novecento, dando vita a «un corpus di testi e discorsi che ambiscono a spiegare o raccontare la vita umana in forme divertenti o istruttive, proprio come cercano di fare gli intellettuali e le opere della cultura tradizionale»[3]. Un mondo in cui il prossimo Nobel per la letteratura potrebbe vincerlo un autore di graphic novel, e nel 2026 magari Thom Yorke. Continua a leggere →

28 luglio 2017
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È bello essere moderni se si riesce a sopportarlo

traduzione di Damiano AbeniMoira Egan

John Ashbery compie oggi 90 anni.

Del suo ultimo libro, Commotion of the Birds (Ecco, 2016), Ben Lerner ha detto: “La scrittura di John Ashbery ha sempre trattato in modo profondo del tempo (quale poesia non ne tratta?), ma le poesie più recenti affrontano il tema della tarda età/era – ‘la vita è una storia breve breve’; ‘i saldi pantagruelici sono finiti’; ‘ne abbiamo avuto tutti / a sufficienza, in gioventù’ – in modi alquanto variati. La magnifica Strepito degli uccelli guarda all’indietro dalla ‘luce vivida dell’oggi’ a secoli di innovazione e tradizione artistica, risultando allo stesso tempo una parodia dei periodi accademici e artistici ma anche uno stupendo distillato degli stessi. Penso che la si possa classificare tra le sue poesie migliori, ma cosa importano le classifiche: se, a quasi novant’anni, Ashbery guarda all’indietro, lo fa perché si trova più avanti di noi”.

Per i suoi 90 anni, due dei suoi giovani e affermati allievi, Adam Fitzgerald e Emily Skillings, hanno chiesto a 90 amici di scegliere un verso nell’immensa produzione ashberiana e di commentarlo con 90 parole. Uno dei due che io e Moira abbiamo scelto è l’undicesimo di questa poesia:
Seeming is almost as good as being, sometimes,
Sembrare va quasi bene come essere, a volte,
Questo verso del “title-poem” della sua più recente raccolta, in cui leggerezza e pesantezza sono perfettamente bilanciate in purissimo stile ashberiano, ci consente di sorridere, godendoci la beffarda ironia di “quasi” e “a volte”, e allo stesso tempo ci incupisce facendoci pensare alla nostra era narcisistica di fakeness e gratificazione istantanea insinuando in noi l’idea che forse, forse forse, ci stia dicendo che la “Civiltà” Occidentale è condannata. E qualsiasi interpretazione scegliamo avremo, allo stesso tempo, ragione e torto, come succede sempre quando si cade nella magnifica ragnatela di Ashbery. Continua a leggere →