Le parole e le cose

Letteratura e realtà

7 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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La poesia come forma del sacro

di Caterina Verbaro

[Esce oggi, per Giulio Perrone, Pasolini. Nel recinto del sacro di Caterina Verbaro. Pubblichiamo l’introduzione].

 

  1. Poesia e sacro

Negli ultimi tempi gli studi pasoliniani sembrano concentrarsi intorno a due ambiti, entrambi cronologicamente riconducibili agli anni sessanta-settanta, quello relativo al cinema e al teatro e quello interessato alla lettura dei fenomeni socio-culturali dell’autore corsaro e luterano. Il Pasolini «piccolo poeta civile degli Anni Cinquanta»[1] sembra essere del tutto messo in ombra da quel suo più appariscente e combattivo omologo che, pur continuando a praticare la letteratura, a partire dagli anni sessanta ne mette in discussione irrevocabilmente la centralità espressiva e culturale, inaugurando un processo di smottamento e di ibridazione dei codici artistici che avrà da lì in poi un fecondo sviluppo. È d’altra parte l’autore stesso a costruire un’autorappresentazione della scissione, in cui due distinti personaggi, il «poeta delle Ceneri»[2] e l’«autore/ non più indispensabile, carico/ di poesia e non più poeta»[3], si fanno interpreti di due epoche culturali, la cui distanza è enfatizzata oltremodo dal discorso pasoliniano, a conferma di quella che Barberi Squarotti ha definito la «fagocitazione della realtà socio-politica all’interno della propria situazione psicologica»[4]. Nei più diversi generi frequentati, Pasolini sembra raccontare, in infinite variazioni, un’autobiografia della perdita costruita sull’idea della frattura, del mutamento, della disillusione. In questa autorappresentazione della scissione, in un unico canovaccio di drammatica coerenza, la fine degli ideali e dell’armonia tra sé e il reale comportano anche la perdita di ruolo della poesia, che di quell’armonia era sigla ed espressione:

Ero tolemaico (essendo un ragazzo)
e contavo l’eternità per l’appunto, in secoli.
Consideravo la terra il centro del mondo;
la poesia il centro della terra.
Tutto ciò era bello e logico[5]. Continua a leggere →

6 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Macchine che pensano. Le digital humanities secondo Franco Moretti

di Giuseppe Episcopo

[È stata appena pubblicata Canon/Archive: Studies in Quantitative Formalism, edizione statunitense di una raccolta di pamphlet curata da Franco Moretti, ideatore del LitLab di Stanford, e già uscita in Francia con il titolo La littérature au laboratoire. Francesco de Cristofaro, Paola Di Gennaro, Giuseppe Episcopo e altri stanno lavorando alla traduzione italiana, che uscirà nei prossimi mesi in una nuova collana di Digital Humanities dell’Università di Napoli Federico II. Pubblichiamo uno stralcio della postfazione di Giuseppe Episcopo].

1. “Chiedersi se una macchina possa pensare è un po’ come chiedersi che colore abbia il numero tre”. Lo diceva Ludwig Wittgenstein e la frase veniva pronunciata all’epoca della prima diffusione delle macchine analitiche, negli anni ’40. La fase pionieristica dei calcolatori elettronici – ancora lontani dal diventare quelle pròtesi emotive d’intrattenimento collettivo o individuale in cui si sono trasformati laptop, tablet e smartphone – era però già accompagnata da un cartiglio su cui era inscritto, ben visibile, quel timore e quella passione del nuovo che di lì a pochi anni avrebbe preso il nome di intelligenza artificiale. In ogni caso, l’origine dell’interrogativo sulla natura pensante delle macchine non è in rapporto di relazione diretta con le sole capacità computazionali espresse dai calcolatori. Dietro la domanda c’è anche altro: qualcosa che ha a che fare con la forma delle macchine, le loro dimensioni, il loro peso, con ciò che della crisalide umana a esse, nel loro aspetto, sfugge.

Nelle oltre trenta tonnellate di pannelli e materiale elettrico distribuito su un fronte di quasi cinquanta metri lineari è dispiegata tutta la distanza dei calcolatori digitali da ogni residuo di simulacro umano. Il primo computer a potersi fregiare del titolo di cervello elettronico, l’ENIAC, realizzava 5000 operazioni al secondo: se non poteva vantare le fattezze antropomorfe degli automi – figure che a partire dalla metà del Settecento avevano sorretto e guidato la dilagante paura della replica meccanizzata dell’uomo – il cervello elettronico s’impossessava, superandole, delle capacità di calcolo che un singolo scienziato era in grado di eseguire individualmente. Ecco allora che a metà del Novecento lo spazio perturbante occupato dall’automa romantico si sposta dalle apparenze antropomorfe degli artefatti meccanici e/o robotici verso un giudizio di tipo epistemico relativo alle capacità intellettive espresse da una macchina: la soglia perturbante passa dalla forma del simulacro alla simulazione dell’“intelligenza”. Continua a leggere →

5 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Scrivere la battaglia. Intervista a Romolo Bugaro

a cura di Marco Zonch

Tra le voci che nell’ultimo ventennio si sono dedicate al racconto del cosiddetto Nordest, e più in generale tra quelle che si sono dedicate a temi di rilevanza civile, quella di Romolo Bugaro è probabilmente una delle più interessanti. A essere notevole è la distanza che separa le opere di Bugaro da molte altre con tematiche affini e pubblicate nel medesimo periodo. Fatta eccezione per Bea Vita! e per un breve testo contenuto in I nuovi sentimenti, nella produzione dell’autore non trovano spazio l’autobiografico o il documento: la forma prescelta è il romanzo. In secondo luogo, e sarà questo l’oggetto dell’intervista, la distanza è, in senso ampio, filosofica. Al centro delle opere di Bugaro siede infatti una coppia di concetti-guida – destino e guerra – oggi piuttosto inusuale.

Romolo Bugaro, avvocato padovano nato nel 1962, esordisce nel 1987 con due racconti pubblicati in Belli & Perversi, secondo volume dell’antologia «Under 25» curata da Pier Vittorio Tondelli. I due racconti confluiranno, qualche anno più tardi (Theoria, 1993), nella raccolta intitolata Indianapolis, riedita in forma estesa qualche anno più tardi con il titolo Indianapolis e altri racconti (Theoria, 1999). Seguiranno La buona e brava gente della nazione (Baldini e Castoldi, 1998), finalista al premio Campiello e consacrazione letteraria per il suo autore, Il venditore di libri usati di fantascienza (Rizzoli, 1999), Dalla parte del fuoco (Rizzoli, 2003), Il labirinto delle passioni perdute (Rizzoli, 2006), romanzo ancora una volta finalista al Campiello, nel 2007, Ragazze del nordest opera collettiva che Bugaro cura assieme a Marco Franzoso (Marsilio, 2010), Bea vita! Crudo nordest (Laterza, 2010) ed Effetto domino (Einaudi, 2015).

Marco Zonch: Sembra che nei tuoi libri ci sia un interesse per situazioni in cui un determinato fatto è avvenuto, una decisione è già stata presa, e non si può far altro che subirne le conseguenze. Perché questo interesse?

Romolo Bugaro: Ci sono fatti (o dinamiche, o processi) che si compiono e si concludono molto prima dei loro effetti visibili. Pensa al tracollo della Banca Popolare di Vicenza, sul quale peraltro, come sai, sto lavorando adesso. La banca sembrava sanissima, addirittura una delle più liquide del paese. Grande volume di raccolta, grande attivismo sul mercato del credito ecc. In realtà, ben prima che il bubbone scoppiasse, la sostenibilità finanziaria era compromessa e tutto era destinato al crash. Come scrittore mi interessano molto questi spazi e tempi sospesi, rarefatti, nei quali la realtà e già altro da sé stessa. Intervalli nei quali le persone si trovano a fronteggiare prospettive inaudite, veri e propri ribaltamenti di orizzonte, che sono un’occasione fantastica di analisi e scavo delle loro personalità e anche, spesso, della nostra storia collettiva. Continua a leggere →

4 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Una possibilità di Lev Trockij

di Davide Orecchio

 [È uscito da qualche settimana per Minimum fax Mio padre la rivoluzione di Davide Orecchio – una raccolta di racconti, ritratti, biografie e reportage di viaggio intorno alla storia e al mito della Rivoluzione di Ottobre. Pubblichiamo un estratto del libro seguito da una recensione di Carlo Mazza Galanti]

Entra l’anno cinquantasei del secolo d’oro, assomiglia a suo padre che fu il diciassette ed era l’androceo ed era il gineceo quando per gemmazione ebbe il tempo di dargli la vita; avanti a che morisse troppo giovane, quel garofano – l’anno diciassette – partorì un biancospino: il cinquantasei.

Tra le rusalche infuriate nella tempesta petrosa di un mare di ferro e di coke già i bolscevichi istoriavano i fossili finché il garofano cadde e, raccolto da terra, i bugiardi gli ingenui i sofisti i fanatici gli utopisti lo traslitterarono in mummia e mentre il canto funebre si mascherava a leggenda quelli dissero Noi siamo i guardiani del diciassette, noi siamo le guardie della rivoluzione.

Prima dell’acido fenico, dell’imbalsamatura, la rivoluzione ebbe la forza di sorgere, promettere, vendicare, uccidere e dare al mondo tra i tanti l’anno cinquantasei simile a un uomo sui quarant’anni, già successivo alla linea d’ombra ma senile per nulla, anzi vigoroso e coi dubbi risolti, con la forza e la voglia di fare, con una qualche sincerità tra gli zigomi alti e gli occhi più grandi, non interrotta dal battere di ciglia timide, non ridotta da fessure socchiuse delle palpebre, l’anno cinquantasei come un uomo che esclami trasparenza e lealtà persino nel pallore orientale dell’epidermide, nella peluria chiara orientale che non camuffa il suo volto rasato, perspicuo pure nello squarcio piccolo, non minatorio che separa il labbro di sopra da quello di sotto tra i quali si formano adesso le parole forse, mai più, d’ora in poi. Continua a leggere →

3 dicembre 2017
di Adelelmo Ruggieri
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La strada per le montagne

di Adelelmo Ruggieri

Aprile. Per due punti passa uno e un solo segmento, ma di quelli rettilinei, brevi più di ogni altro; è questo che mi ripetevo, seduto al tavolino, appena prima dell’altro addossato alla vetrata, oltre la quale si vedeva Monte San Vicino. E qui da noi lo si vede pressoché sempre; lo perdi di vista dieci chilometri, poi torna a svettare al suo modo, con la sua forma a cono dell’apprendimento, ma più stretto alla base. Per due punti passa quel segmento. Ne scegli due a caso con le dita in aria, e il segmento rettilineo che li collega è uno e uno solo. Incorniciato per intero dall’ampia vetrata si vedeva il monte, ma non come qui da noi, con quella forma sua a cono smussato in alto, o gobba di cammello che sia, ma un’altra delle sue, quella scalena. Non so dire nel dettaglio che strada ho fatto per arrivare. So che a Passo di Treia chiesi a due signore che erano lì come dovevo fare. Vuole fare le montagne? Sì, Monte San Vicino. E allora alla rotonda, quella laggiù, vada a sinistra; arrivato a Camerino svolti a destra, è quella la strada per le montagne. Poi chiesi loro, E Corsciano e Elcito? È che ricordavo una volta che andai nel 2007, a dicembre, e c’era moltissima neve, era tutto bianco, tutto scintillava. Mi fermai da qualche parte. Si vedevano i Sibillini ma in diagonale come stanno messi NW-SE e in fondo alla visuale il Gran Sasso, un colosso bianco in un oceano scintillante di nevi. Segua le indicazioni. Ho fatto la rotonda e di lì a non tanto sono arrivate le montagne, e circa a metà questa sala sulla SP2, tra il versante occidentale dell’Ellissoide di Cingoli per intero ricoperto di fitto bosco e macchia, e quello orientale della dorsale esterna dell’Appennino Umbro Marchigiano. Non eravamo in pochi nella sala, un bel segno di ripresa anche qui, nella Marca Montana, così tanto colpita dalla Sequenza sismica Amatrice-Norcia-Visso del ’16 e ’17. Continua a leggere →

2 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Essere Charlotte Gainsbourg

playlist di Italo Testa

Charlotte Gainsbourg, Rest (Rest2017)

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1 dicembre 2017
di Damiano Abeni
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Rispecchiato splendore

a cura di Damiano Abeni

Da diversi decenni il primo dicembre è la “Giornata mondiale contro l’AIDS”. Mentre in modo ancora lacunoso e diseguale si cerca di ricostruire il quadro culturale disegnato dall’impatto dell’epidemia di AIDS negli anni ’80, ci sembra interessante raccogliere qui tre poesie dedicate a David Kalstone, eccelso critico di poesia statunitense contemporanea, morto di AIDS nel 1986. Dei suoi tre libri [Sidney’s Poetry: Contexts and Interpretations (1965).

Five Temperaments: Elizabeth Bishop, Robert Lowell, James Merrill, Adrienne Rich, John Ashbery (1977). Becoming a Poet: Elizabeth Bishop with Marianne Moore and Robert Lowell (1989)] io conosco bene gli ultimi due, e non posso non concordare con Hecht che siano tra i “più raffinati libri sul mio scaffale”

La prima poesia venne inclusa da Merrill all’inizio del 1986 in una lettera a David McIntosh, riferendo che si trattava di “un sogno che ho fatto davvero”. La malattia di Kalstone lo spinse in quel periodo finalmente a cercare chiarezza sulla propria situazione. Sulla prima pagina di un taccuino di quell’anno si legge: “30.iii. Pasqua. Ora iniziano – su un aereo per Rochester (Mayo Clinic) – 3 o 4 giorni da solo. Mi sento quasi riverente nei loro confronti. Un ritiro dal quale emergerò salvato oppure … no”. Per chi fosse interessato a una lettura molto fine di questa poesia, esempio insuperato di esperienza liminale, copio il link della Contemporary Poetry Review (2013) con il saggio “Techne in Textiles: Merrill’s “Investiture at Cecconi’s’” di Moira Egan. Continua a leggere →

30 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Il cane di Giacometti

di Stefano Raimondi

[È uscito da poco per Marcos y Marcos Il cane di Giacometti, di Stefano Raimondi. Ne presentiamo sei testi].

Sì, proprio come quando si ritorna
a prendere le cose dalla casa:
i vestiti, il silenzio dopo l’esplosione.

In questo circondario di colpa
di stanza rotta a fiato, solo poche
impronte restano, raccontano
storie rimaste sui cuscini
schiacciati dalle schiene
nei capelli trovati sulla piastrella chiara.
E la porta tiene tutto dentro
come fosse una frase rimestata
e si ritorna fuori per svegliarsi,
come fossimo noi persiane
appena aperte, sole appena entrato
di mattina per dire: “Non è vero,
non è successo mai”.

*

Sembrano non bastare più le parole per raccontarci storie vere, cose che a dirle salvano o fanno riniziare.

Ci sono sempre posti che vengono per portarci via, altri per metterci paura. E nessuno più crede al buio sudato del nascondino, che scende dalla schiena, fa tremare: quello che senti sparire piano piano, quando la vedi l’ombra avvicinarsi ed è poco il tempo che ti resta lì vicino. Correre alla tana più che puoi, battere la mani sopra il muro, gridare, capire che tutto è finito.

* Continua a leggere →

29 novembre 2017
di Le parole e le cose
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L’Italia variabile di Guido Piovene

di Andrea Cortellessa

L’Italia è bella perché è varia. E forse nessuno dei mille viaggiatori che nei secoli l’hanno descritta, mitologizzandola, è stato tanto assiduo e puntiglioso – nel dar conto di tale inesauribile varietà – quanto colui che ne ha fornito l’immagine in assoluto più ampia e meno mitologica, Guido Piovene. Per questo Viaggio in Italia, che Bompiani (il primo editore di Piovene, al quale egli dedicherà nel ’70 Le stelle fredde: il metafisico antiromanzo “postumo in vita” a sua volta da poco riproposto da Bompiani, col bellissimo saggio introduttivo di Andrea Zanzotto, dal quale è stato accompagnato a partire dal ’73) riporta in libreria a dieci anni dall’ultima edizione, resta un classico (che, in quanto tale, certo avrebbe meritato qualche attenzione paratestuale in più, rispetto alla breve nota di Oreste del Buono residuata dall’edizione fornita nel ’93 da Baldini & Castoldi).

Rispetto alla tradizione illustre di cui sopra, quello di Piovene ha la caratteristica, poi, di essere il viaggio in Italia di un italiano; uno scrittore che oltretutto – senza mai indulgere alle retoriche dell’arcitalianità – era molto italiano. Il libro di Piovene rientra dunque in una tradizione che più sottile s’inalvea entro quella maggiore, e celebrata: quella che va da Gadda a Landolfi, da Ceronetti a Celati, cui Luca Clerici dedicava una bella antologia, Il viaggiatore meravigliato, già nel ’99. Giorgio Manganelli – il cui viaggio in Italia fu ricostruito da Adelphi, col titolo La favola pitagorica, pure una decina d’anni fa – meglio di altri ne ha saputo dire la specificità: «L’italiano che emerge in me […] è uno dei modi dell’altrove; […] l’Italia è estero. È un luogo da raggiungere, un luogo lontano. È fuori». Chi da italiano viaggi in Italia deve diventare italiano: e dell’Italia sa così evitare i luoghi comuni, appunto le mitologie, i paesaggi cartolinizzati (del nostro tempo Piovene, in un pezzo del ’65 raccolto nel postumo Idoli e ragione, seppe antivedere il «fotografare anonimo, infinito, nevrotico e insensibile, questa specie di benda volontaria sugli occhi che impedisce di guardare il mondo»); si sposta nelle pieghe e nelle intermittenze di un paesaggio che è, anzitutto, il proprio paesaggio mentale; ne sa scoprire l’identità multanime, la segreta estraneità del noto e, viceversa, la perturbante familiarità di quel che si vede per la prima volta; ne mette a fuoco le rimosse realtà di provincia che restano il DNA antropologico profondo, ineliminato, di quanto continuiamo a chiamare italianità. Continua a leggere →

28 novembre 2017
di Le parole e le cose
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Il mito dell’autonomia intellettuale

di Mimmo Cangiano

“L’economia è il metodo. L’obiettivo è cambiare l’anima”
Margaret Thatcher

I.
Una volta Lukács ha scritto che quando tutte le strade per esprimersi sembrano chiuse, quando il contesto nel quale si opera non offre (come la weberiana gabbia d’acciaio) nessuno spazio per la libera azione del soggetto, quando il sistema sociale che abbiamo davanti appare come un Moloch inattaccabile e immodificabile, allora il soggetto muove verso l’unico luogo che gli appare intatto, modificabile, non compromesso: la propria interiorità.

Per Lukács è un trucco. Quell’interiorità è già assolutamente colonizzata dallo spazio esterno, ma la sua presunta autonomia garantisce al sistema sociale un doppio risultato. Da un lato, se tale spazio di libertà persiste, allora il sistema non apparirà così oppressivo; dall’altro il soggetto interiormente autonomo potrà sviluppare una proprio etica, creare nell’isolamento della propria interiorità un sistema di valori, anche in opposizione al sistema medesimo. Questa è la ragione per cui Lukács ce l’ha a morte con l’etica, che chiama, con chiaro intento sarcastico, “la prassi dell’individuo isolato”, vale a dire un sistema ideologico che, non interessato a socializzarsi, rafforza la percezione psicologica di una possibile separazione (autonomia) fra l’interiorità del soggetto e lo spazio esterno della prassi collettiva. Continua a leggere →