Le parole e le cose

Letteratura e realtà

13 giugno 2017
Pubblicato da Pierluigi Pellini
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Mallarmé e la tribù

di Pierluigi Pellini

[Questo articolo è uscito su «Alias»]

Stéphane Mallarmé è lo scrittore ottocentesco che, insieme a Gustave Flaubert, più di ogni altro ha manifestato orrore per la trita stupidità dello stereotipo, è il poeta che si è ostinato – sulla scia dell’Edgar A. Poe celebrato nel famoso Tombeau – a donner un sens plus pur aux mots de la tribu, a stravolgere lessico e sintassi del linguaggio ‘tribale’ (della tradizione poetica non meno che della comunicazione quotidiana), per tentare disperatamente di attingere a un’inaccessibile, mistica purezza della parola. Per ironia della sorte, è oggi probabilmente il classico francese più inestricabilmente avviluppato in una fitta ragnatela di pregiudizi e luoghi comuni: tutti, in diversi modi, scaturiti dalla constatazione paradossale, formulata per la prima volta nel 1893 dal patriarca della storiografia letteraria francese, Gustave Lanson, secondo cui “quel che rende interessante l’opera di Mallarmé, è il fatto che non ci si capisce niente”.
Piccolo-borghese schivo e abitudinario – dal punto di vista biografico, non c’è nulla di più incongruo della sua inclusione nell’antologia dei Poeti maledetti, curata da Verlaine nel 1884 -, Mallarmé è autore di una produzione poetica rarefatta e frammentaria, che la morte precoce, nel 1898, gli ha impedito di vedere raccolta in volume. Quasi ignorato in vita dalla critica ufficiale e dal grande pubblico, è stato immediatamente riconosciuto come maestro dalla seletta cerchia di giovani poeti simbolisti che frequentava i suoi leggendari martedì. Ma è la sua smisurata fortuna nei primi decenni del Novecento che ne ha fissato la collocazione nel canone della poetica, aristocratica e disimpegnata, dell’intransitività metatestuale: nella lettura estetizzante di Albert Thibaudet e in quella formalista di Paul Valéry, confluite, in Italia, nel culto che gli ha votato tutta la stagione dell’ermetismo, e nel conseguente rifiuto che gli ha opposto, con rare eccezioni, la critica orientata a sinistra.
Oscuro e orfico per antonomasia, Mallarmé ha portato alle estreme conseguenze, con ascetica coerenza, la frattura già romantica fra la parola e il mondo, affidando alla letteratura, in un universo laicizzato, una precaria supplenza del Sacro. Ma proprio la scelta dell’intransitività, come gli studi migliori hanno riconosciuto in anni recenti, può rovesciarsi in una “politica della scrittura” (così Jacques Rancière) di coloritura anarchica, ma lontana da ogni individualistico solipsismo; mentre la mitologia dell’assenza, dell’annullamento, del biancore mortuario (neve e pagina intonsa), di una perfezione effimera (spuma e merletto), è nutrita paradossalmente da una redenzione poetica del quotidiano. In realtà, il maestro di Valéry e di ogni poesia pura è anche, più o meno involontariamente, all’origine di quell’assioma, decisivo per tutte la avanguardie novecentesche – e oggi inerte, ma forse troppo frettolosamente liquidato come utopica ingenuità -, che lega eversione linguistica e rivoluzione politica. Continua a leggere →

12 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Sandro Penna, Poesie, prose e diari

di Sandro Penna

[Domani esce il Meridiano Mondadori che raccoglie le poesie, le prose e una scelta delle pagine di diario. Lo cura Roberto Deidier; la cronologia della vita di Penna è a cura di Elio Pecora. Presentiamo alcune poesie, due frammenti di diario e un brano dalla nota introduttiva di Deidier alle Pagine di diario. Ringraziamo l’editore per averci concesso questa anticipazione].

Finestra

È caduta ogni pena. Adesso piove
tranquillamente sull’eterna vita.
Là sotto la rimessa, al suo motore,
è – di lontano – un piccolo operaio.

Dal chiuso libro adesso approdo a quella
vita lontana. Ma qual è la vera
non so.
…………..E non lo dice il nuovo sole.

***

Come è forte il rumore dell’alba!
Fatto di cose più che di persone.
Lo precede talvolta un fischio breve,
una voce che lieta sfida il giorno.
Ma poi nella città tutto è sommerso.
E la mia stella è quella stella scialba
mia lenta morte senza disperazione.

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11 giugno 2017
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Il cinema reazionario di Stato. Cuori puri, Fortunata e l’interesse culturale

di Giacomo Giubilini

1. Nel sacerdozio e golgota da espiazione necessario per fare un film e esordire nel cinema italiano attraverso la raccolta di prebende statali (Mibact e Rai Cinema) non manca mai il passaggio obbligato dal film pauperista come garanzia di attivazione di fondi. E’ il sigillo vittimario all’ideale  cui tutti, non si sa bene perché, dovrebbero tendere con scolastico afflato: l’interesse culturale. Una sorta di iniziazione all’età del regista adulto, dell’autore a tutto tondo, dell’autore che risponde con un cinema di genere ai dettami del suo mondo ombelicale. Il safari rituale dei registi esordienti italiani, tipico crampo da entomologo voyeurista, e tipica retorica da penitente che ha deciso di darsi al cinema cercando conferme non in se stesso e in quello che conosce meglio e ha da dire, ma all’interno del suo mondo di padri nobili, che lo devono legittimare. Infatti questo cinema italiano “di qualità” e “necessario” è un cinema per amatori, paragonabili ai filatelici e ai numismatici. Il suo spazio privilegiato è un’area gioco, una riserva indiana igienizzata, museale e festivaliera; un luogo di reciproco riconoscimento riservato a minoranze che si pensano avvertite e non fuori dal mondo – in primo luogo il mondo cinematografico.

E’ un cinema cioè che si nutre delle proprie asfissie culturali e ambientali. Nato morto per eccesso di impegno, non ha bisogno del pubblico. Che infatti non lo segue. Ha bisogno invece di assecondare la propria prefabbricata idea di Cultura per attivare una serie di meccanismi economici e simbolici, sempre negati, che vivificano un capitale culturale. Il risultato è una censura inconscia o ricercata: senza alcun spiazzamento e senza conturbante, ne deriva un cinema fatto di falsi moralismi che mascherano veri risentimenti (fino a toccare il più profondo risentimento di ogni critico: non aver mai fatto cinema). Mai visti, ad esempio, film di registi esordienti italiani, ricchi per reddito personale, che parlino appunto di ricchi, se non in stucchevoli chiavi horror o di denuncia. Con l’eccezione forse del più bravo, il Muccino massacrato dalla critica, l’unico ad avere conseguito un solido successo commerciale e professionale. Continua a leggere →

10 giugno 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Blood on the Tracks

Playlist di Carlos Otero Álvarez


Suicide, Dream Baby Dream (Dream Baby Dream, 1979)


The Scientists, Blood Red River (Blood Red River, 1983) Continua a leggere →

9 giugno 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Nel nome della madre. Per un nuovo racconto di formazione

di Daniela Brogi

[Stasera, alle venti, presso il Festival “Una Marina di Libri”, a Palermo, sarà presentato per la prima volta il libro Nel Nome della Madre. Ripensare le figure della maternità. Il libro comprende contributi di Daniela Brogi, Tiziana de Rogatis, Manuela Fraire, Cristiana Franco, Helena Janeczek, Silvia Niccolai, Cecilia Pennacini, Chiara Saraceno, Lucinda Spera, Monica Cristina Storini, Katrin Wehling-Giorgi. Il testo che segue è tratto, con tagli, dal saggio introduttivo. Ringraziamo l’editore per il consenso alla pubblicazione].

Volevamo ripensare la figura della madre evitando di trattarla soltanto come portatrice di un destino biologico e di una funzione extrasoggettiva; ci interessava discutere di narrazioni che non archiviassero la maternità dentro il perimetro simbolico di un’origine lontana, di un ricordo, o di un feticcio ideologico; volevamo sperimentare uno sguardo che trasformasse il mondo della madre in un’avventura, in qualcosa che non “è” soltanto, ma che “esiste”. Insomma: volevamo trattare la madre come un’identità culturale e relazionale, non solo emotiva, invece che come un monumento muto, pauroso e ingombrante.
La risposta a questo progetto ha superato, avventurosamente per l’appunto, tutte le migliori previsioni, perché quando, nella Primavera del 2015, abbiamo cominciato (Tiziana de Rogatis, Cristiana Franco, Lucinda Spera, e la sottoscritta) a lavorare su un incontro che facesse rete, tra culture, discipline, esperienze diverse; che creasse circolazione di discorsi e di idee, e che sperimentasse una specie di laboratorio permanente attorno all’immagine della madre, ebbene in quel momento ancora ignoravamo che il Convegno Nel nome della madre svoltosi all’Università per Stranieri di Siena (novembre 2015), sarebbe stato così vitale e partecipato, fino al punto di far proseguire l’avventura verso questo libro. Che non è, vale la pena di dirlo subito, una pubblicazione circoscritta al genere di discorso tradizionale degli Atti di un Convegno, perché il criterio della trasversalità, che ha funzionato così bene già all’epoca del primo seminario, vale, anche di più, per questo volume che spera di dialogare con un pubblico più ampio possibile. Leggetelo mentre studiate, recuperatelo per scrivere un vostro testo, o mentre ne leggete altri; portatelo in una classe, o mentre aspettate qualcuno, oppure in treno: fatelo stare dentro le vostre abitudini più diverse, e più vitali, come del resto succede con il pensiero della madre, che così tanto accompagna, sotto le più varie forme, l’esistenza di ognuno. Continua a leggere →

9 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Cercando la poesia perduta

https://www.facebook.com/events/1942443635991414/

Roma, venerdì 9 giugno, alle ore 18:30
presso la Libreria Assaggi
(via degli Etruschi 4)

dibattito sul libro di Luca Vaglio,
Cercando la poesia perduta
(Marco Saya, 2016)

Insieme all’autore interverrano Maria Grazia Calandrone, Marco Giovenale, Arturo Mazzarella e Guido Mazzoni.

Si discuteranno i temi affrontati nel libro e più in generale quello della condizione attuale della poesia in Italia. Continua a leggere →

7 giugno 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Una sovranità inattendibile. Sulla mostra di Damien Hirst a Venezia

di Luisa Lorenza Corna

I.

Avvalendosi del sostegno del magnate francese Francois Pinault, il rappresentante della Young British Art ha recentemente deciso di fare della collezione – e della pratica del collezionismo – l’oggetto della sua ultima mostra veneziana. Quanto meno se seguiamo il testo esplicativo che precede la preziosissima raccolta di oggetti distribuiti lungo gli oltre 5000 metri espositivi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana. Si tratterebbe di una collezione di tesori risalenti al secondo secolo A.C., appartenenti allo schiavo liberato Amotan e originariamente destinati al tempio di Asit Mayor. Durante il viaggio navale verso la località del tempio, il vascello che trasportava il bottino – l’Apistos – sarebbe però naufragato, disperdendo l’immensa fortuna nel mare.
Venuto a conoscenza di questa storia, Damien Hirst se ne innamora, e decide di impegnarsi in un’impresa epica e titanica: salvare dagli abissi la collezione di Amotan per restituirla al pubblico, in tutta la sua magnificenza. Nella mostra, la storia dell’incredibile ritrovamento è narrata da enormi light-boxes ritraenti squadre di sommozzatori impegnati a recuperare i tesori dal fondo del mare, come dai rilievi delle opere “salvate” e da una riproduzione in scala del leggendario vascello.

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6 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Silvio d’Arzo e la critica tematica

di Giulio Iacoli

[È uscito il saggio di Giulio Iacoli, Luci sulla Contea. D’Arzo alla prova della critica tematica (Mucchi). Quella che segue è l’introduzione, intitolata Interpretare, sempre].

Tema è l’oggetto e il modo in cui viene appreso e rappresentato, il “cosa” e il “come”. Trasfigurato in Tema, l’oggetto si sottrae alla mera oggettività, non è più cosa, predicato, contenuto, appunto, ma modalità, selezione, combinazione, stile, nel senso che Proust conferiva a questo termine: una qualità della visione.

D. Giglioli, Tema

1.

Che i temi, e la critica dei temi, non indispongano oramai più nessuno, che non appaiano più elementi di dubbia, inservibile o, peggio, inopportuna classificazione, per la critica, è conquista tutto sommato recente: riconducibile, nello specifico, a una svolta avvertita con particolare decisione lungo la seconda metà degli anni Ottanta. L’idea di un effettivo thematic turn appare suffragata dalla concomitante proliferazione di indicatori bibliografici che riferiscono del trattamento letterario di determinati argomenti, rivolto a creare ponti fra la società e le forme di un suo rispecchiamento creativo. Nella definizione muta l’etichetta ma non l’approccio, in buona sostanza, rispetto al consolidato ricorso alla nozione di ‘tema’; resta viva – o per meglio dire riaffiora prepotente – una tensione problematica a centrare un obiettivo di individuazione e analisi, che si lega ora al più ampio e rigoglioso sviluppo di teorie e studi culturali, oltre che a una reazione ai diktat contro le diramazioni in senso extratestuale, impliciti o pronunciati ore rotundo nei decenni precedenti, sia pure da posizioni diverse, da New Critics e strutturalismo. Si dà in tal modo voce alla necessità di rappresentazione, a metodi di ricerca e documentazione di minoranze, o periferie, in primis etniche, sessuali, di classe – rivendicazioni soggettive, in questo, consentite e supportate dal loro situarsi in un contesto culturale preciso e liberatorio, quello della postmodernità[1]. Continua a leggere →

5 giugno 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Non incoraggiate la pedagogia

di Mimmo Cangiano

“Il tempo massimo concesso al docente per parlare è di 3 minuti e 20 secondi. Successivamente è necessario lasciare spazio al dibattito o alle domande degli studenti. In alternativa è possibile introdurre un supporto audio-visivo. Lo studente non può mantenere completa attenzione per più di 3 minuti e 20 secondi”. La collega che dice ciò ha lo sguardo vagamente ironico. Forse non crede a quello che ha appena detto, o forse quello sguardo è inevitabile nel quadro di un contesto universitario in cui l’egemonia che quella frase sottende non è ancora completamente realizzata, ma solo in corso d’opera. Ho ascoltato parole molto simili in altri contesti (negli Stati Uniti in particolar modo): erano dette senza alcuna ricerca di complicità, senza distinguo o tollerante apertura verso le particolarità del contesto o della disciplina. Erano dette con piena, e un po’ arrogante, potenza: la potenza del senso comune.
Siamo in dodici in questa stanza. Il seminario – Teaching: Pedagogy and Practice – è obbligatorio per i nuovi assunti: due incontri, ognuno di 6 ore. Siamo un gruppo particolare: quelli che ancora non parlano la lingua. L’Università ha organizzato per noi un duplicato, in inglese, del seminario di base. Ci sono un matematico tedesco, un chimico canadese, una biologa belga, due politologi, una economista, un filosofo e via dicendo. Le due Professoresse Associate che tengono il corso non sono pedagogiste di formazione e ci tengono a chiarirlo subito (altra ricerca di complicità). Sono una fisica e una storica, ma negli ultimi anni si sono dedicate quasi totalmente al versante pedagogico (“come, ahimè, il mio CV dimostra”, risate), sopperendo al netto calo delle rispettive pubblicazioni attraverso il più oscuro requisito connesso all’ottenimento della tenure (associatura): il service, supporto e assistenza (anche burocratica) alle attività e al funzionamento dell’Ateneo. Si tende a pensare che la pedagogia abbia a che fare con la sfera dell’insegnamento. Non è così. La pedagogia ha a che fare col service. Continua a leggere →

4 giugno 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Se la memoria ha un futuro. Sicilian Ghost Story (Fabio Grassadonia, Antonio Piazza, 2017)

di Daniela Brogi

Si parte dal buio di un sotterraneo roccioso abitato da un sonnacchioso gufo; esploriamo lo spazio alla cieca, come se la macchina da presa brancolasse, mentre, in sordina, una melodia prolungata e irrisolta di tonalità scure accompagna i rintocchi di una goccia d’acqua. Risalendo per una specie di tunnel in cima al quale progressivamente si fa luce, poco a poco, come se procedessimo dentro un tempo dilatato, lo sguardo riaffiora, confondendosi con il getto di una fonte a cui sta bevendo un ragazzino: è Giuseppe, il protagonista di Sicilian Ghost Story, il film di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza che ha inaugurato la cinquantaseiesima “Semaine de la Critique” a Cannes, e che adesso è nelle sale italiane.
Andando dietro a Giuseppe, che, dopo essersi rimesso in cammino, fatti pochi metri esce dalla strada principale per inoltrarsi in un bosco, quasi subito arriva e rimane alle sue spalle, come noi, Luna, una sua coetanea. È l’altra protagonista del film: colei che, al contrario di tutti gli altri, non si dà pace per la scomparsa di Giuseppe.
Fin dai primi minuti di Sicilian Ghost Story gli assetti di sguardo impostati dalla regia ci trasformano da spettatori in testimoni partecipi di un racconto immersivo: che ci fa sprofondare prima in un sottosuolo e subito dopo in un bosco, impostando modalità sceniche e narrative che oltrepassano le frontiere del realismo per esistere all’interno di un universo fiabesco: Continua a leggere →