Le parole e le cose

Letteratura e realtà

13 marzo 2017
Pubblicato da Francesco Pecoraro
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A scuola dai preti

di Francesco Pecoraro

La scuola cattolica, il romanzo di Albinati che ha vinto il premio Strega 2016, mi ha fatto ripensare al liceo che per volontà illusione e irresponsabilità dei miei genitori, frequentai dal ’59 al ’64 del Novecento, in una costosa scuola-collegio di preti, tutta maschile, annidata – e quasi invisibile – nel nucleo storico di Roma. Un segreto luogo di tormento nascosto tra la via del Babuino e il Pincio, nel cuore del Tridente, che allora era ancora il centro artistico e culturale della città.

La memoria di quegli anni mi perseguita. Erano preti vestiti di nero, avevano al collo una specie di corto bavaglino bifido, non erano abilitati a dire messa, e stancamente insegnavano nozioni (conformiste cattolicanti arretrate) ai figli dei ricchi o comunque degli agiati. A quel tempo i romani benestanti e quelli che volevano sembrare tali (era il caso dei miei), mandavano i figli in queste scuole religiose, che, tranne forse l’eccezione del qualificato e gesuitico collegio Massimo, erano di fatto molto peggiori delle scuole pubbliche.

L’abbaglio era che lì si formasse la classe dirigente cittadina e si costruissero rapporti inter pares tra privilegiati, che poi sarebbero tornati utili nella vita. L’idea era che a partire da quelle scuole si entrasse in contatto con gli ambienti borghesi giusti, dove magari trovare una moglie di buona famiglia. Era un’idea sbagliata: la classe dirigente vera si formava altrove, nei licei di scuola pubblica come il Tasso, il Mamiani, il Virgilio, il Visconti, il Righi, l’Avogadro, eccetera, e non certamente in scuole come la mia. In realtà gli istituti cattolici privati erano all’epoca frequentati dalla schiuma dei parvenu del recente boom economico, i nulla-facenti figli di imprenditori e negozianti, di professionisti in fase ascendente e di qualche politico democristiano, cioè in pratica dalla progenie del generone, con l’aggiunta di rampolli di nobili poco avveduti e di quattrinari emergenti. Continua a leggere →

12 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Volodine e il post-esotismo

di Filippo Polenchi

In cella un uomo muore. È Lutz Bassmann, ultimo esponente del post-esotismo, «una costruzione che aveva a che fare con un certo sciamanesimo rivoluzionario e con una certa letteratura, una letteratura manoscritta o imparata a memoria e recitata». Bassmann muore, nella sua prigione disfatta di calce ammuffita, di rivoli d’acqua che ne ammorbano la superficie, rigogliosa di una vegetazione lacustre, infida, inviperita con l’umano e l’urbanità, mentre fuori, oltre le sbarre, scoppia il monsone. Ma Lutz Bassmann non è da solo, addirittura è incerta la propria identità: è circondato da un «noi» che parla e s’incarna, di volta in volta, in una voce diversa. E anche il «noi» è una «menzogna letteraria», della quale il post-esotismo coltiva l’esercizio come un rivoluzionario corteggia la propria clandestinità.

A firmare il libro Il post-esotismo in dieci lezioni. Lezione undicesima (pubblicato da 66thand2nd, dopo il successo di Terminus radioso) ci sono infatti Lutz Bassmann, Ellen Dawkes, Iakoud Khadjbakiro, Elli Kronauer, Erdogan Mayayo, Yasar Tarchalski, Ingrid Vogel, Antoine Volodine, ovvero molte delle voci che si alterneranno ai magnetofoni dei due giornalisti – un uomo e una donna, ribattezzati rispettivamente Bloto e Niuki – spediti in prigione a raccogliere le testimonianze degli ultimi post-esotici. È questa assemblea di spettri guerriglieri che racconta l’undicesima lezione del titolo, mentre le precedenti (la decima è un catalogo di collana, cita i testi post-esotici in circolazione, alcuni dei quali sono davvero dei libri pubblicati da Volodine in passato, come Scrittori, Angeli minori; la prima, invece, è un elenco di autori morti) si alternano al discorso. Da un lato dunque abbiamo una lezione che si registra nel suo farsi; dall’altro lato, invece, sono descritte le complicate varianti estetiche, formali, stilistiche che contraddistinguono alcuni generi prediletti della corrente: il romånso, la Shaggå, la nouvelle o intrarcane, ecc. Ed è un rinnovato lessico narratologico quello che alcuni termini-chiave evocano:

Termini che riguardano la tipologia delle voci: sovranarratore sotto-narratore eteronimo anonimo voce muta contro-voce voce morta / Termini legati alla natura del linguaggio: parola fittizia respirazione ornamentale gotico lingua cripta / Termini che spiegano le modalità di elaborazione dell’argomento o della frase: scansione narrativa filigrana narrativa fileggio narrativo tela aneddotica apnea cronologica policronia doppia curvatura sviaggio semplice connivenza ciclica progressione reticolare micro-teatralità coloritura paradossale massa musicale pseudo-massa / Termini che rimandano a particolari caratteristiche della finzione narrativa: omaggio paesaggio elicoidale fulcro invettivante aneddoto residuale maschera temporale. (pp. 62-63) Continua a leggere →

11 marzo 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Amerika

playlist di Italo Testa

Prefab Sprout, America (2017)

Allen Gingsberg, America (Chicago, 1959; musica da: Tom Waits, Closing Time, 1973)

Christophe Fiat, America under attack (Proposta 2002 Festival, Barcellona)

Rammstein, Amerika (Reise, Reise, 2004) Continua a leggere →

10 marzo 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Perché le storie aiutano a vivere

di Michele Cometa

[È da poco uscito il nuovo saggio di Michele Cometa, Perché le storie aiutano a vivere. La letteratura necessaria (Raffaello Cortina). «Non sappiamo perché e come l’Homo sapiens abbia sviluppato la capacità di costruire storie», si legge nel risvolto di copertina. «Possiamo però ipotizzare come possono essere andate le cose. Cioè come un ominide possa avere sviluppato la facoltà di narrare storie e come queste possano averlo avvantaggiato tra tutte le specie, fino a farne l’indiscusso signore del pianeta. Si tratta dunque di studiare la narrazione, la fiction e la letteratura nel contesto della teoria dell’evoluzione e delle scienze cognitive, prendendo le mosse da recenti acquisizioni dell’archeologia cognitiva che mettono in relazione la produzione di utensili e lo sviluppo di capacità narrative. Si comprende così che la narrazione ha un ruolo decisivo nella costituzione del Sé e delle sue protesi esterne, come da tempo sostengono i teorici della mente estesa e della cognizione incarnata». Presentiamo un estratto del libro. Ringraziamo l’autore e l’editore].

Literary Darwinism e Literary Cognitivism sono, al netto della comune ispirazione darwinista, due tendenze della teoria letteraria che ormai possono contare su un’ampia audience da parte della teoria letteraria tradizionale e hanno dimostrato una non comune capacità di dialogo con le scienze del bios. Entrambe le tendenze muovono da alcune premesse di base.

Proviamo a elencarle provvisoriamente.

La narrazione è un fenomeno universale (la letteratura di conseguenza lo è, anche se sarà opportuno distinguere tra la lunghissima evoluzione della narrazione, la pure lunga fase di letteratura orale, probabilmente millenaria, e la secolare vicenda della scrittura); inoltre la narrazione è un fenomeno invasivo. Anche la fiction lo è, tanto è vero che, sia pure in gradi e forme diverse, può essere estesa agli animali non-umani e ad altri ominidi. Jonathan Gottschall, uno dei protagonisti del Literary Darwinism, in un suo recente e brillante libro, non a caso intitolato The Storytelling Animal (L’istinto di narrare, 2012) ha ricordato che, tra libri, televisione, musica, sogni, ricordi, performance sportive, pubblicità, discorsi della politica e delle religioni, ogni singolo rappresentante della specie Homo Sapiens passa la quasi totalità del tempo a propria disposizione, nella veglia come nel sonno, immerso nelle storie. Continua a leggere →

9 marzo 2017
Pubblicato da Damiano Abeni
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Che ne è del pastore quando le pecore sono cannibali?

Tre poesie di Ocean Vuong nella versione di Damiano Abeni e Moira Egan

[Nato a Ho Chi Minh City nel 1988, Ocean Vuong è arrivato negli USA nel 1990. Dopo aver studiato con Charles Simic e Ben Lerner ha pubblicato due plaquette, ormai introvabili. Il suo primo libro, Night Sky With Exit Wounds (Cielo notturno con fori di uscita), in libreria a inizio 2016 per la Copper Canyon Press, ad aprile era già stato ristampato. Ha vinto nel 2014 la Ruth Lilly/Sargent Rosenberg fellowship della Poetry Foundation e nel 2016 il Whiting Award, dalla cui motivazione si legge: “questo giovane poeta scrive sia con sicurezza che con vulnerabilità. Viscerali, tenere e liriche, le sue poesie affrontano con risolutezza l’eredità di violenza e di sradicamento culturale pur mantenendo un atteggiamento di meraviglia davanti al mondo”. Nel 2016 è stato Fellow della Civitella Ranieri Foundation a Umbertide.
Ringraziamo La nave di Teseo Editore, che pubblicherà in Italia la raccolta di Ocean Vuong a giugno 2017, per il permesso di presentare qui le traduzioni accompagnate dai testi originali
].

AUTORITRATTO IN FORMA DI FORI D’USCITA

Invece, che sia l’eco di ogni passo
affogato dalla pioggia a tranciare l’aria come un nome

gettato su una barca che affonda, a spingere tra spruzzi la corteccia del kapok
dentro il marcio & il ferro d’una città che cerca di dimenticare

le ossa sotto i marciapiedi, poi dentro il campo profughi
nauseabondo di fumo & inni a mezza voce,

una baracca di ruggine nera & accesa dall’ultima candela
di Bà ngoại, i grugni dei porci che reggevamo in mano

e credevamo fratelli, lasciamo che entri in una stanza illuminata
dalla neve, arredata solo di risa, pane della Wonder Bread

& maionese portati a labbra screpolate come testimonianza
di un trionfo che nessuno ricorda, che accarezzi la gota rubizza

del neonato mentre il padre lo prende tra le braccia, inghirlandato
di visceri di pesce & Marlboro, e tutti fan festa mentre un altro

muso giallo si sbriciola sotto l’M16 di John Wayne, il Vietnam
che brucia sullo schermo, lasciate che entri da un orecchio e esca dall’altro,

livido, come una promessa, prima che buchi il poster
di Michael Jackson che luccica sul divano, nel

supermercato dove una donna Hapa è pronta
a credere che ogni bianco che la prende per il naso

è suo padre, lasciate che possa cantarle, brevemente, in bocca
prima di farla sdraiare tra i barattoli di pelati

& le scatole blu della pasta, la mela rosso cupo che rotola
dalla mano, poi in una cella di prigione

dove suo marito se ne sta a guardare la luna
fino a convincersi sia l’ultima ostia

che dio gli ha rifiutato, lasciandosi colpire la mascella come un bacio
che abbiamo dimenticato come scambiarci, sibilando

a ritroso fino al ’68, alla Baia di Ha Long: il cielo soppiantato
dal fuoco, il cielo a cui solo i morti

alzano lo sguardo, che possa raggiungere il nonno che si scopa
la contadinella incinta sul retro della jeep militare,

coi capelli biondi che gli rilucono nel vento infocato dal napalm, che lo inchiodi
nella polvere da cui sorgono le sue figlie future,

dita scorticate da sale & Agente Arancio, che aprano
la sua tenuta di corvé color oliva, che afferrino il nome che gli pende

dal collo, il nome che si schiacciano sulla lingua
per ri-imparare la parola vivere, vivere, vivere – ma se

non per altro, lasciate che intrecci io questo raggio di morte
come una cieca ricuce un lembo di pelle

sulle costole della figlia. Sì – lasciatemi credere di essere nato
per armare questo fucile, lucido & lustro, come un vero

viet cong, come i passi di spettri brumosi nella pioggia
mentre mi chino sul mirino – & prego

che non si muova niente.

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8 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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L’eterno ritorno degli alieni

di Paolo Godani

Ognuno di noi, in segreto, attende da sempre l’arrivo degli alieni. Tutti, più o meno consapevolmente, aspettiamo che accada finalmente qualcosa nella nostra vita che si porti via tutto il nostro tempo e tutta la nostra attenzione; ma si tratta quasi sempre di un’attesa individuale, mentre l’arrivo degli alieni non può che riguardare tutti: nessuno potrebbe sottrarsi all’attrazione dell’evento. È forse per questo che gli alieni hanno sempre così grande successo al cinema. O forse è perché il cinema stesso è una specie di sbarco alieno in miniatura: per qualche ora, se il film è anche solo minimamente ben fatto, siamo collettivamente in balia dei suoi eventi.

L’attesa per l’arrivo degli alieni non va confusa con l’attesa della fine del mondo. Quando The Big Short si apre con l’esergo tratto da 1Q84 di Murakami: “Tutti, nel profondo del cuore, stanno aspettando l’arrivo della fine del mondo”, o quando Melancholia di Lars Von Trier inscena l’avvicinarsi inesorabile del pianeta azzurro, si sta parlando di tutt’altre cose: della fine di un mondo, quello fatto di sfruttamento, truffe e povertà, governato dalla finanza globale, oppure della sensazione da fine del mondo, che ognuno di noi può provare, anche senza scomodare gli astri, quando siamo talmente angosciati che ci capita di sobbalzare terrorizzati da un nonnulla.

Arrival non fa questa confusione. Nessuna contaminazione di genere, nessuna fantascienza apocalittica. Anzi, in qualche modo il film di Denis Villeneuve (tratto dal racconto di Ted Chiang, Story of Your Life, 2002) mette in discussione lo stesso carattere evenemenziale dell’arrivo alieno. Non che manchi il momento nel quale cambia tutto, l’evento che non è possibile ignorare, che segna la frattura del tempo in un prima e in un poi, che attrae interamente la nostra attenzione e quella di tutti gli abitanti della Terra: dodici astronavi appaiono in diverse regioni del nostro pianeta. Ma il fatto è gli alieni, abitanti di questi colossi (che peraltro non pesano sulla Terra, ma si librano immobili a mezz’aria), sembrano venuti con un solo scopo: insegnarci qualcosa sul tempo, e dunque anche sulla natura  di ciò che siamo soliti chiamare “evento”. Continua a leggere →

7 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La notte ha la mia voce

di Alessandra Sarchi

[Oggi esce il nuovo romanzo di Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce (Einaudi Stile Libero). «Una giovane ha perso l’uso delle gambe in seguito a un incidente. Abita un corpo che non le appartiene più e si sente in esilio dal territorio dei sani», si legge nel risvolto di copertina. Sarà l’incontro con un’altra donna nella sua stessa condizione, Giovanna, a cambiare il suo modo di guardare se stessa e gli altri. Quelle che seguono sono le pagine in cui si racconta l’incontro fra le due donne. Ringraziamo l’editore per averci concesso di pubblicare questo estratto].

Di lei mi arrivò la voce, per prima. All’inizio mi aveva dato fastidio. Chiacchierava a un volume piuttosto alto dietro la tenda gialla che faceva da separé tra un cubicolo e l’altro, tra un lettino fisiatrico e l’altro, nello specifico, alla mia destra. Tutti chiacchierano in una palestra di riabilitazione fisica. Se uno entrasse senza sapere dove si trova penserebbe di avere davanti a sé una serie di pazienti dallo psicanalista o di fedeli al confessionale, perché è davvero impossibile non scambiare qualche parola, che spesso diventa un torrente di confidenze, quando di mezzo c’è un contatto fisico prolungato. La fisioterapista, Sonia, mi stava allungando i muscoli dell’anca, mentre io mentalmente disegnavo cerchi nell’aria con la punta del piede, come quando da giovane facevo danza, e le ero grata di lasciarmi a quell’evasione silenziosa. Sonia aveva capito che non sentivo la necessità di raccontare, quel giorno, e nemmeno di accogliere i suoi racconti, che in genere vertevano sulla famiglia e i suoi due figli piccoli, che non le lasciavano tempo per niente, a parte il lavoro.

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6 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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The Mother. Interdisciplinary perspectives

Genoa School of Humanities April 24-29, 2017 

The Mother – Interdisciplinary perspectives (psychoanalysis, feminism, cinema, literary criticism, and philosophy)

Seminar Leaders:

Ida Dominijanni
Lorenzo Chiesa
Luisella Brusa
Luisa Lorenza Corna
Tiziana de Rogatis
Alina Marazzi

The topic of our seminars of Spring 2017 is the mother, which we will approach
in our consolidated interdisciplinary way from the perspectives of psychoanalysis, feminism, cinema, literary criticism, and philosophy.

Producing a straightforward and consistent definition of maternity, motherhood, and mothering is unexpectedly difficult. What
is a mother? Who is one’s mother? It is clearly not sufficient to understand her as the “female parent of a child” or “a woman in relation to
her child or children”. Does woman become a mother at the moment of conception, gestation, or parturition? Or, conversely, is the mother primarily a product of complex – socially and ideologically – discursive practices that evade any strictly biological concept, or at least structurally supplement it? Continua a leggere →

6 marzo 2017
Pubblicato da Mauro Piras
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Sul declino dell’italiano a scuola: che cosa fare

di Mauro Piras

[Una prima versione di questo articolo è uscita sul sito della rivista «Il Mulino»]

L’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze, e sottoscritto da seicento docenti universitari (http://gruppodifirenze.blogspot.it/2017/02/contro-il-declino-dellitaliano-scuola.html), ha aperto una importante discussione, a volte segnata da toni polemici. Questo perché solleva un problema reale. Le competenze di scrittura in lingua italiana (e anche di lettura e comprensione) degli studenti di scuole e università sono insoddisfacenti, su questo la percezione diffusa è concorde. Il dibattito, però, si è polarizzato in maniera eccessiva. È nota la posizione del Gruppo di Firenze, che si dichiara “per la scuola del merito e delle responsabilità”, insistendo da tempo su un ritorno a metodi didattici tradizionali e a una maggiore selettività dei percorsi scolastici. Alcuni toni dell’appello risentono di questa impostazione, perché additano nelle più recenti scelte ministeriali (in particolare nelle Indicazioni nazionali per il Primo ciclo) la responsabilità di questa situazione. Ciò ha provocato delle reazioni che si sono concentrate sulla impostazione nostalgica di questo appello (http://www.rivistailmulino.it/item/3767), e altre che hanno individuato le cause del problema in fenomeni opposti, cioè nella mancata apertura della scuola e dell’università italiane all’innovazione didattica (https://www.tuttoscuola.com/gruppo-firenze-ragazzi-barbiana-due-lettere-confronto/).

È forse possibile, però, trarre alcune prime conclusioni, cercando di mettere a fuoco una soluzione condivisa. Le guerre più o meno ideologiche tra passatisti e innovatori servono a poco. Continua a leggere →

5 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Figlie di nuovi padri. Vi presento Toni Erdmann (Maren Ade, 2016)

di Daniela Brogi

La scena più feroce di Toni Erdmann si trova nella prima parte del film, e allestisce una situazione simbolica che ogni donna, più o meno consapevolmente, più o meno spesso, può essersi trovata prima o poi a impersonare. Ci troviamo in Romania, dove Ines Conradi (Sandra Hüller), tedesca, tra i trentacinque e i quarant’anni, sta lavorando più che può come consulente presso una compagnia petrolifera. Trovandosi suo malgrado a condividere la serata con il padre, Winfried (Peter Maria Simonischek), un uomo invadente che sembra passare la vecchiaia a fare scherzi e sorprese ridicole, al punto di presentarsi a casa della figlia senza nemmeno informarla, Ines decide di portarlo con sé a un ricevimento presso l’Ambasciata Americana di Bucarest. Lì, infatti, spera di incontrare Henneberg, un ricco e potente manager con cui la società di Ines vorrebbe stringere una trattativa. Siamo arrivati al punto: Ines e il padre arrivano dentro una sala da ricevimento, la figlia si libera del genitore spedendolo al Buffet, e si avvicina al manager; è impacciata, sorride, e per rompere il ghiaccio si complimenta per il discorso che ha fatto: lo lusinga, lo fa parlare di sé; e effettivamente funziona, perché l’uomo ricomincia subito a spiegare e sentenziare sui destini economici del mondo. Sarà Ines a rompere questo idillio, perché, appena riesce a interromperlo, gli ricorda l’imminente presentazione del suo progetto. A questo punto l’uomo annuisce distrattamente, e subito chiama a sé un’altra persona fuori campo («Tania!»), per dirle: «Questa è la tua specialista! Sono certa che la Signorina Conradi potrà aiutarti». L’occhio della macchina da presa si sposta, facendoci scoprire chi sia Tania, che intanto si è avvicinata: è l’elegante e silenziosa moglie del businessman, che il giorno dopo, per l’appunto, avrebbe bisogno di qualcuno che la accompagni a fare shopping. «Lei da quanto lavora qui?», chiede Tiriac a Ines, più goffa che mai per l’imbarazzo. «Oh, quasi un anno ormai!» risponde lei nervosamente, come chi spera ancora di farcela a sopravvivere a quella che potrebbe essere stata soltanto una gaffe, un fraintendimento. «Oh, allora credo – ribatte l’uomo – che potrai farle qualsiasi domanda sullo shopping!», voltandosi e piantando lì Ines, che si trova anche a dover ringraziare e acconsentire. Sono tutti eleganti, parlano bene, sembrano scambiarsi opinioni illuminanti, bevono champagne dai calici serviti sui vassoi, ascoltano buona musica, si sorridono educatamente: è il trionfo delle buone maniere, e proprio dentro tutta questa civiltà così ritualizzata si consuma, senza l’apparenza di alcuno strappo, la violenza di uno sguardo, di un discorso e di un’esibizione di genere che non vuole riconoscere alcuna serietà alla parola di una donna come portatrice di una voce che parla di lavoro, e che chiede, anche goffamente, di essere riconosciuta. Continua a leggere →