Le parole e le cose

Letteratura e realtà

12 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lettere agli amici ignoti. Che cosa resta di Calvino

di Massimo Rizzante

[È uscito il nuovo saggio di Massimo Rizzante. Si intitola Il geografo e il viaggiatore. Lettere, dialoghi, saggi e una nota azzurra sulla prosa di Italo Calvino e Gianni Celati (Effigie). Ne pubblichiamo alcune pagine].

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Trent’anni dopo la sua morte, siamo agli inizi del millennio che Calvino non ha conosciuto. Che cosa resta dei suoi valori letterari? Dei suoi amori? Delle sue lettere inviate agli amici ignoti che noi siamo?

Nel 1984 l’Università di Harvard invita Italo Calvino a tenere sei conferenze durante l’anno accademico 1985-1986. Calvino si mette al lavoro. Il tema è libero. Gran problema la libertà in arte. Soprattutto per Calvino, che da tempo ha imparato l’importanza delle contraintes. La letteratura è un gioco che ha le sue regole. Meglio, che deve inventare ogni volta le sue regole. Mi domando: le regole da inventare sono formali o toccano anche i temi? Si può inventare un tema? Dipende da quello che intendiamo per tema. In questo caso Calvino non ha bisogno di cercare molto lontano.

Vuole parlare di letteratura e, in particolare, di alcuni valori letterari che dovrebbero essere conservati nel prossimo millennio. Scrive cinque conferenze (Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità), mentre la sesta (Consistency) resta incompiuta. La morte sopraggiunge nel settembre del 1985, un mese prima della partenza per gli Stati Uniti. Le Lezioni americane usciranno postume nel 1988.

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11 ottobre 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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“Gettonato”: la parola e le cose

di Nunzio La Fauci

Senza potersene fare naturalmente un merito, chi scrive queste righe è tra coloro che videro l’alba del verbo gettonare, ne videro poi sparire un valore: quello per cui “gettonare la vecchia” corrispose fugacemente a ‘chiamare la mamma servendosi di un telefono (a gettoni)’, testimone, come lessicografo, Bruno Migliorini. Videro d’altra parte crescere le fortune del suo participio gettonato, ma con altro valore: quello qui pertinente.

A gettonato capitò infatti d’essere molto gettonato. Come emblema di una lingua smart (allora non si sarebbe detto così, ma il concetto è di sempre, perché è uno di quelli che, eterni, guidano il cambiamento), gettonato entrò in una concorrenza spesso vincente con i tradizionali favorito e preferito. Lo fece nella purezza di un semplice rapporto sostitutivo o, secondo le esigenze, accompagnandosi a più o a espressioni funzionalmente comparabili. Alla svelta, gettonato si rese inoltre autonomo da gettonare. Passò a fungere da mero aggettivo, com’è adesso nella quasi totalità delle sue frequenti ricorrenze. “Un’altra possibilità interessante e molto gettonata dagli sposi è il viaggio in Cambogia”, “Le dieci professioni più gettonate…”, “Sono questi i nomi più gettonati tra i quasi quattromila nati dall’inizio dell’anno”, “C’è un tema gettonatissimo nei periodi di stanca della politica” sono esempi recenti, tratti velocemente e a casaccio dall’archivio in rete di un importante quotidiano nazionale.

Al contrario, gettonare dà oggi scarsi segni di vita. «‘Gettonare una canzone’ o ‘un cantante’, richiedere l’esecuzione di un disco con quella canzone, di un cantante, in un ‘juke-box’» (ancora una volta, il testimone è Migliorini) suona quasi pari al già menzionato “gettonare la vecchia” come paccottiglia da esporre, un po’ comica e molto kitsch, in un ideale bazar del modernariato linguistico. Continua a leggere →

11 ottobre 2017
Pubblicato da Italo Testa
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Cinque assaggi di Jan Wagner

a cura di Dario Borso

Jan Wagner, fresco vincitore del Büchner Preis, ha finora sfornato cinque libri più due. I libri, o sillogi che dir si voglia, sono: Probebohrung im Himmel [Carotaggio in cielo] del 2001, Guerickes Sperling [Il passero di Guericke] del 2004, Achtzehn Pasteten [Diciotto sfogliate] del 2007, Australien [Australia] del 2010 e Regentonnenvariationen [Variazioni su un barile d’acqua piovana] del 2014. Gli altri due libri sono in senso letterale hors d’œuvre, ché Der Wald im Zimmer (2007) Jan lo scrisse a quattro mani e Die Eulenhasser in den Hallenhäusern (2012) addirittura a otto.

Quanto a me, avendo carotato anch’io (nell’opera), offro agli esigenti quanto eventuali palati cinque hors d’œuvre in altro senso (uno per libro).

haute coiffure

la morsa d’oro dello specchio fissò lo sguardo:
lei con unghie rosse, io coperto
di drappo bianco come un pezzo da museo.

poco sopra le mie orecchie cinguettava
la forbice. oh stuolo odoroso di creme
e flaconi serventi! l’acqua sciabordava

ma sotto su lisce piastrelle si
ammutinavano i pelucchi contro noi,
una ciurmaglia muta con un antico sapere.

fuori ulularono cani, appena tagliati
i miei capelli si rizzarono sulla nuca,
e in me il lupo dette uno strappo alla sua catena.

haute coiffure

der goldene schraubstock des spiegels hielt den blick:
sie mit roten nägeln, ich mit weißem
tuch bedeckt wie ein museumsstück.

dicht über meinen ohren zwitscherte
die schere. oh duftende dienerschar
von cremes und flakons! das wasser plätscherte,

doch unten rotteten auf glatten fliesen
die flusen sich zusammen gegen uns,
ein stiller mob mit einem alten wissen.

draußen heulten hunde, frisch geschnitten
sträubte sich mein nackenhaar,
und in mir riß der wolf an seiner kette.

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10 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Polonia. Viaggio dentro il luogo comune

di Elettra Santori

Mi cattura appena arrivo davanti al nastro di scorrimento dei bagagli: è seduta sul bracciolo di un divano color tortora, intenta a infilarsi un sandalo azzurro col tacco a stiletto; la gonna leggera, già molto corta, le si è sollevata ben oltre la metà della coscia, e quasi scompare sotto l’ampia camicia che ha lo stesso colore dei sandali pubblicizzati. Poco più avanti, ritirati i bagagli, nel grande atrio che precede l’uscita dall’aeroporto, ne vedo un’altra, coperta solo di borse di pitone, con qualche lembo di pelle che sbuca tra un manico e una cerniera. Da occidentale, sono avvezza al nudo femminile nelle foto pubblicitarie; in altre occasioni non avrei nemmeno notato che le gambe della modella dai sandali azzurri sono scoperte fin quasi all’anca, e la curva di un seno nudo seminascosto tra le borse pitonate non mi sarebbe balzata così lampantemente agli occhi. Ma stavolta è diverso: sto tornando da un viaggio in Polonia, terra di madri feconde e casalinghe risparmiatrici, almeno sulla cartellonistica, e i miei occhi sono disassuefatti allo sfavillio pubblicitario dei corpi lussuosamente svestiti. Per giorni e giorni sui cartelloni stradali non ho visto altro che locandine di Bridget Jones’s Baby e di film della Disney, e pubblicità di prodotti in offerta nei supermercati. Unica, innocente infrazione all’iconoclastia dei corpi nudi era la réclame di un programma tv del day-time, con un uomo e una donna sdraiati sul letto, lui in pigiama e a petto scoperto, lei in castigata lingerie, intenti a guardarsi negli occhi come per darsi il buongiorno appena svegli. Persino l’insegna del privé sotto il mio b&b a Cracovia – un profilo di donna con un Borsalino calato sugli occhi e un piccolo incendio di rosso sulle labbra – evocava solo prudenti e misurate trasgressioni.

Sembra un iperuranio, lo spazio pubblicitario (peraltro poco affollato) che aleggia sopra le teste dei polacchi ed esibisce un mondo domestico e rassicurante di massaie esperte e film per famiglie. Quanto, poi, la vita reale aderisca ai suoi sopracelesti modelli, e alle sue castigate modelle, è la domanda che ho continuato a farmi per tutta la durata del viaggio, senza risposta. Continua a leggere →

9 ottobre 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Andate, riproducete

di Claudio Giunta

Nelle biblioteche e negli archivi italiani è successa una cosa importante, forse la più importante di cui io sia stato testimone nel mio quarto di secolo di studio e insegnamento. Fino a ieri, se entravate in una biblioteca o in un archivio e avevate bisogno di fare delle fotografie di libri, riviste o manoscritti, dovevate compilare un modulo, aspettare ore o giorni, pagare anche piuttosto salate queste riproduzioni (in certe biblioteche la tariffa arrivava a 2 euro a scatto). Da quando ci sono gli smartphone e gli ipad qualcuno fotografava di straforo, nascondendosi negli angoli, nei vani delle porte, persino nei bagni. Tutto abbastanza umiliante. Fino a ieri. Dal 29 agosto, le foto si possono fare autonomamente e gratis, dichiarando preventivamente che si rispetteranno le norme del diritto d’autore (per evitare che ci si metta a fotografare per intero un romanzo ancora in commercio). E si potranno anche condividere queste foto in rete, purché non lo si faccia a fini di lucro. È una splendida notizia, soprattutto per chi lavora sui manoscritti, e soprattutto per chi vive lontano dalle grandi biblioteche di studio, e non può andarci con la frequenza che vorrebbe. Continua a leggere →

9 ottobre 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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It’s Five O’Clock Somewhere. Classe, ideologia e identità nel country e nell’hiphop americano contemporaneo

di Pietro Bianchi e Michele Dal Lago

[È uscito nei giorni scorsi il nuovo numero di Ácoma. Rivista internazionale di Studi Nordamericani dedicato a “Popular music, identità e classe”. Pubblichiamo un articolo di presentazione della sezione monografica del numero. Ácoma verrà presentata il prossimo 12 ottobre alle 18 a Roma a ESC – Atelier autogestito in via dei Volsci 159 con Sandro Portelli, Pietro Bianchi, Paolo Barcella e Michele Dal Lago. A seguire alle ore 21 verrà presentato lo spettacolo Trump Voters, un concerto-lezione sul declino industriale degli Stati Uniti raccontato attraverso la popular music americana (a cura di Michele Dal Lago, Giusi Pesenti e Paolo Barcella)].

 
The sun is hot and that old clock is moving slow
And so am I
Work day passes like molasses in wintertime
But it’s July
I’m getting paid by the hour, and older by the minute
My boss just pushed me over the limit
I’d like to call him something
I think I’ll just call it a day

Pour me something tall and strong
Make it a “Hurricane” before I go insane
It’s only half-past twelve but I don’t care
It’s five o’clock somewhere

Oh, this lunch break is gonna take all afternoon
An’ half the night
Tomorrow morning, I know there’ll be hell to pay
Hey, but that’s all right
I ain’t had a day off now in over a year
Our Jamaican vacation’s gonna start right here
Hit the ‘phones for me
You can tell ‘em I just sailed away

(Alan Jackson, It’s Five O’Clock Somewhere)

It’s Five O’Clock Somewhere è stato probabilmente il brano country più famoso dell’estate del 2003. Rimasto per ben otto settimane in testa alla classifica Hot Country Songs di Billboard, è una delle tipiche espressioni del successo commerciale di Nashville, con una produzione accattivante e un ritornello impossibile da dimenticare. Ha addirittura conquistato il terzo posto nella classifica delle canzoni country più popolari del decennio.

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8 ottobre 2017
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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L’impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia

di Lorenzo Tomasin

 [La tecnologia influisce ormai profondamente sulla cultura umanistica, dalla formazione di base alla ricerca avanzata; ne riscrive obiettivi e linguaggi, arrivando a porsi come fine o centro del discorso culturale. Nell’Impronta digitale. Cultura umanistica e tecnologia, in uscita da Carocci, Lorenzo Tomasin riflette sui pericoli di una diffusa idea ingegneristica di lingue, storia e cultura, proponendo un’alternativa non tecnofobica all’oltranza digitale. Pubblichiamo qui un estratto dalle conclusioni del volume].

Nella storia del linguaggio pubblicitario, una fase tipica del secolo scorso fu quella in cui alcuni prodotti – ad esempio, quelli alimentari – cercavano di dissimulare la propria vicenda di produzione industriale presentandosi come del tutto paragonabili ai preparati tradizionali, pur se evidentemente realizzati con procedure diverse.

L’obiettivo di tanta parte dell’industria dei beni di consumo consisteva, in effetti, nella confezione di oggetti che, pur non essendo naturali, o tradizionali nei processi di fattura, apparissero indistinguibili da quelli preindustriali ed esibissero tale carattere come un contrassegno di esaltante modernità. Nella comunicazione commerciale, dichiarare che qualcosa non era naturale ma appariva tale produceva un effetto positivo nella mente del consumatore. Pronto a comprare e a mangiare qualsiasi cosa, purché sembrasse ciò che non era: il prodotto industriale proveniva così, nel messaggio pubblicitario, dalle mani di un’improbabile contadina e l’alimento confezionato era collegato all’implausibile lavorìo di una massaia nella sua cucina domestica o di un operoso e arcaico mugnaio.

Una simile strategia di produzione – e, quindi, di comunicazione – è stata sopravanzata in epoca più recente da un’altra, piuttosto diversa: la tendenza, cioè, a esaltare gli elementi realmente naturali dei prodotti commerciali e a valorizzare non ciò che è affine alla natura, ma ciò che evita, per quanto possibile, il ricorso all’artificialità industriale. Dalla capacità di imitare la tradizione, l’accento della comunicazione si è spostato, seguendo la sensibilità dei consumatori o forse orientandola, verso l’apprezzamento di ciò che è davvero naturale o che si riallaccia concretamente alla tradizione, pur senza rinunciare a un’ormai inevitabile quota di artificialità: è il caso del prodotto che non dev’essere semplicemente indistinguibile dal suo corrispondente tradizionale, ma appunto realizzato con gli stessi ingredienti, convocati direttamente da una realtà preindustriale. Continua a leggere →

6 ottobre 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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L’Aids non è una metafora. 120 battiti al minuto (Robin Campillo, 2017)

di Daniela Brogi

[È arrivato nelle sale italiane 120 battiti al minuto di Robin Campillo. Questa recensione è uscita quando il film è stato presentato al Festival di Cannes].

Siamo a Parigi, agli inizi degli anni Novanta – quando trionfavano le sonorità martellanti, da centoventi battiti al minuto, dell’House-music. In una delle prime scene del film, Sean (Nahuel Perez Biscayart), che ha ventisei anni e sta tornando coi suoi amici da una missione dimostrativa, sposta la sua attenzione, e il nostro sguardo, dai discorsi degli altri alla visione del cielo rosa imbrunito sulla Senna, scorrendolo dai finestrini della metro; nel frastuono delle battute che si accavallano Sean, a un certo punto, parlando ai suoi compagni, ma tenendo gli occhi assorti, come se pensasse tra sé e sé, dice: quanta bellezza, quanta vita, quanto mondo in più mi ha fatto vedere la malattia. Restano in silenzio, sia Sean che gli altri: quasi tutti sono sieropositivi e fanno parte di Act Up, il movimento impegnato a organizzare incontri, atti di rottura, azioni provocatorie per scuotere l’opinione pubblica dall’indifferenza, per protestare contro il silenzio insensibile con cui i laboratori non comunicavano i risultati delle ricerche, dando più valore agli interessi delle case farmaceutiche che ai bisogni di essere informati e rassicurati dei malati; Act Up irrompeva nelle scuole per combattere l’ignoranza e informare i giovani sull’uso dei preservativi; o per reagire all’aperta ostilità con cui, negli anni Novanta, il mondo rimuoveva o emarginava l’Aids: quasi fosse una colpa, un’eclatante conferma dell’omosessualità in quanto condizione oscena e contronatura. Una metafora morale per tracciare i confini della società. Continua a leggere →

5 ottobre 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Variazioni sulla cenere

di Fabio Pusterla

[È uscito da poco Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, uno dei tre libri che inaugurano la nuova collana A27 di Amos Edizioni, diretta da Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra. Pubblico cinque frammenti di Cenere, o terra, una serie di variazioni sviluppate a partire da un verso di Dante che costituisce la prima parte del libro].

Cenere, o terra

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Cenere, o terra: mite
alto fusto di platano
si staglia sul cemento che rinserra.

L’hai seguito come guardandoti allo specchio:
fuga di verdi, un’ombra di cinigia,
poi giallo cupo, nudo ramo e secco.

Ora piccoli bozzoli puntuti
splendono quasi neri sopra il grigio.
Stelle di cenere, o terra. Giorni muti.

2

Notteri, un volo di braci
e sulle rive cenere, o terra
oleosa. Sonnecchiano navi alla fonda,
gli scogli non conoscono pace.

Ma dentro i cieli passano le frecce
rosate o si posano sull’acqua
di laguna. Sotto le torri di guardia e i tralicci
vegliano. Dove l’arco che le sferra?

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5 ottobre 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il gigante sepolto. Intervista a Kazuo Ishiguro

[Kazuo Ishiguro ha vinto il Premio Nobel per la letteratura. Ripubblichiamo l’intervista di Francesca Borrelli che era uscita su «Alias» e su LPLC nell’ottobre del 2015]

di Francesca Borrelli

Se la lucidità dei ricordi sia un bene da coltivare o se sia auspicabile, in realtà, la nebbia che a volte li avvolge: è questo l’interrogativo sul quale Kazuo Ishiguro torna via via più insistentemente nel suo nuovo romanzo Il gigante sepolto (prodigiosa traduzione di Susanna Basso, Einaudi) tra le cui pagine, man mano che i nodi si sciolgono, i personaggi rivelano gli scopi che li muovono così che tutti o quasi i misteri si dissolvono. La predilezione di Ishiguro per i contenuti metaforici ha eletto questa volta a suo teatro ideale una terra contesa tra Sassoni e Britanni in un tempo indeterminato ma non di molto posteriore alla morte del leggendario re Artù. Sebbene precaria, la pace regna ora tra i due popoli, dimentichi delle ragioni che li avevano portati a odiarsi, così come immemori del loro passato appaiono tutti gli uomini e le donne della contrada, da che il fiato di un drago-femmina ha steso veli impenetrabili sui loro ricordi.

La landa è poverissima, desolata all’orizzonte di una vasta torbiera, le costruzioni sono sotterranee, cuniculi bui dove vivono, in comunità con altri villici rancorosi, due buoni vecchi uniti da un amore incrollabile. Un giorno, Axel e Beatrice, questi i loro nomi, decidono di intraprendere – in quella terra popolata di orchi, folletti e creature sinistre – un viaggio per ricongiugersi al figlio, che forse li aspetta in un altro villaggio. Non è certo, per la verità, cosa li attenda, né perché il figlio si sia a suo tempo allontanato da loro. Nel viaggio resisteranno a traversìe di ogni genere, incontreranno un valoroso cavaliere mandato dal suo sovrano a uccidere Querig, il drago che cancella i ricordi, e faranno amicizia con un improbabile nipote di re Artù, lo sgangherato ser Galvano, che si vanta di avere combattuto i più temibili satanassi, ma benché sia stato destinato anche lui alla eliminazione del drago ha lasciato passare decenni senza battere un colpo. E, tra le figure più misteriose, Axl e Beatrice incontreranno un barcaiolo, dal cui arbitrìo dipende la sorte delle coppie che gli chiedono un passaggio all’altra sponda, perché solo chi può esibire un solidissimo legame otterrà di ricongiungersi a colui che, per primo, ha guadagnato l’altra riva.

Molte diverse figure si materializzano sul fondale dove si muovono i due vecchi, finché Querig il drago verrà raggiunto, stanato e ucciso, mettendo fine all’incantesimo che avvolgeva la memoria di Sassoni e Britanni, ora dunque di nuovo nemici.

Axel e Beatrice sono finalmente di fronte a ciò che il fiato del drago aveva pietosamente obnubilato, il figlio non è stato raggiunto né potrà esserlo, il loro amore resiste benché riveli smagliature a suo tempo sanate, ogni personaggio andrà a incastrarsi nel tassello previsto dal suo destino prima che il fiato del drago lo facesse smarrire. Continua a leggere →