Le parole e le cose

Letteratura e realtà

11 maggio 2018
di Giorgio Falco
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Asinara

di Marco Delogu, con uno scritto di Edoardo Albinati e un’intervista a cura di Giorgio Falco

[È uscito da poco il  libro fotografico Asinara, di Marco Delogu (Punctum), Una selezione del lavoro di Delogu è in mostra fino al 31 maggio presso il Warburg Institute di Londra e fino al 1 luglio 2018 presso il Palazzo Fabroni, Museo del Novecento e del Contemporaneo, di Pistoia. Pubblichiamo alcune foto, lo scritto di Edoardo Albinati che fa parte del volume e un’intervista di Giorgio Falco a Marco Delogu. I titoli sono redazionali (LPLC)]

L’esperimento

di Edoardo Albinati

Basta uno stretto braccio d’acqua, attraversato in pochi minuti di gommone, per piombare dal delirio vacanziero in un’oasi che, affascinante quanto le altre meraviglie della costa e dell’entroterra sardo, finisce per non avervi più nulla a che spartire, nulla di nulla, per la semplice ragione che è silenziosa, deserta, distante anche mentre ci metti i piedi sopra, persino in pieno luglio – dunque non più solamente bella, ma, letteralmente, sublime. La differenza tra il bello e il sublime va studiata nei manuali di filosofia e di estetica, però andando all’Asinara la si sperimenta allo stato puro. Ecco, la parola “esperimento” risulta particolarmente adeguata a questo luogo estremo, e chi visita l’isola ha la sensazione di entrare a farne parte. Di venire cioè sottoposto alla tensione del luogo onde misurare l’intensità delle sue reazioni: alla bellezza selvaggia, al vento, al volume di dolore umano irradiato negli anni, ai profumi, alla luce netta, alla potenza della nominazione di famosi banditi e leggendari giudici che qui hanno soggiornato. Alla sparsa popolazione di asinelli bianchi e grigi, dal malinconico sguardo bistrato. Di tutti gli esperimenti che vi sono stati condotti nel corso del tempo restano tracce imponenti o scheletriche. L’Asinara è stata quasi tutto l’immaginabile della derelizione umana: carcere e supercarcere, campo di prigionia, colonia penale e colonia agricola, quarantena. E ora è un parco naturale esemplare. In tutta Italia, forse solo l’ergastolo in cima all’isola di Santo Stefano sprigiona un magnetismo equivalente. Continua a leggere →

10 maggio 2018
di Le parole e le cose
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La letteratura tedesca in Italia

di Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè, Michele Sisto

[È appena uscito il primo volume di una nuova collana Quodlibet Studio, «Letteratura tradotta in Italia»: La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920). Il libro propone un nuovo indirizzo nella ricerca sulle letterature straniere che interpreta la traduzione come una parte integrante del sistema letterario italiano. Per concessione dell’editore, pubblichiamo qui l’introduzione]. 

Di cosa parla questo libro Quando entriamo in una libreria o sfogliamo una rivista letteraria, troviamo novità e classici, di scrittori italiani e stranieri. Anche cento anni fa gli ultimi libri di D’Annunzio, Croce, Prezzolini o Slataper stavano accanto alle più recenti traduzioni di Nietzsche, Goethe, Novalis, Hebbel e di altri autori di tutto il mondo. Questi libri rappresentano quello che chiameremo il repertorio dell’epoca: vale a dire l’insieme di testi, ma anche di norme, generi, stili, modelli, pratiche, posture autoriali con cui in un determinato momento storico si fa letteratura. Ciascuno di questi elementi è dotato di maggiore o minore legittimità: nel 1910, per esempio, si è fuori tempo massimo per fare i carducciani imitando Heine, ma ci si può guadagnare una certa reputazione mettendo a nudo se stessi e la società in pagine ricalcate su quelle di Nietzsche.

I tedeschi in traduzione Questo volume vorrebbe introdurre il lettore al repertorio della letteratura tradotta nei primi vent’anni del Novecento, a partire dal caso di quella di lingua tedesca. Interrogandoci su quali “tedeschi” si leggessero allora in Italia, ci siamo presto resi conto che non bastava scorrere cataloghi e bibliografie alla ricerca di titoli tradotti, ma che occorreva rendere conto di quanto ciascun autore, opera, genere, postura, ecc. fosse considerato legittimo, di quale valore gli venisse attribuito, e da chi. Ci siamo dunque chiesti, più nel dettaglio, chi leggesse cosa, quali opere arrivassero nelle librerie, quali venissero recensite sui giornali e quali sulle riviste letterarie, quali fossero discusse nei salotti della buona società e quali nei gruppi letterari d’avanguardia. Quali, ancora, suggerissero agli scrittori italiani possibilità nuove, fino ad allora inesplorate, o viceversa di quali gli scrittori italiani si siano appropriati, presentandole al pubblico italiano come affini alla propria idea di letteratura, o addirittura imitandole, riscrivendole. Continua a leggere →

9 maggio 2018
di Claudio Giunta
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Ermanno Olmi (1931-2018)

 

di Alberto Saibene

Anche se si sapeva che era malato da tempo, la morte di Ermanno Olmi colpisce come se portasse con sé l’epoca più bella del cinema italiano, quella che si sviluppò a partire dal neorealismo. Un momento di fine. Della sua infanzia proletaria, della scoperta del mondo nelle colonie estive, ha scritto in un libro molto bello, Il ragazzo della Bovisa. Poi seguì l’apprendistato attraverso il documentario, da impiegato alla Edison. Il primo lungometraggio a soggetto, Il posto (1961) è già un capolavoro, un film universale che racconta le giornate di un ragazzo che dal paese arriva a Milano a impiegarsi. Siamo negli anni del boom e Olmi ne coglie il retrogusto amaro, il senso di generale spaesamento che attraversa un Paese che non era più contadino, ma non era ancora qualcos’altro.

Molto bello anche il successivo I fidanzati (1963), che narra la delicata relazione tra un ragazzo del nord che si impiega come operaio in una raffineria in Sicilia e la ragazza rimasta a Milano. La lontananza li porta a interrogarsi su se stessi e noi con loro. In questi film si nota l’influenza e, al tempo stesso, l’emancipazione dal neorealismo e l’uso della libertà formale offerta dalle contemporanee nouvelles vagues. Olmi è un regista cattolico, un cattolico che passa la vita a farsi domande. Non riuscitissimo è però il film su Giovanni XXIII, E venne un uomo (1965) con Rod Steiger. Prima de L’albero degli zoccoli (1978), elegia del mondo contadino o, detto in altro modo, testimonianza del genocidio di una civiltà, Olmi ha fatto film meno noti ma bellissimi, pieni di freschezza e di libertà, in particolare Racconti di giovani amori (1967), dove c’è l’autentica gemma, La cotta, il racconto di una notte di Capodanno di un adolescente nella nebbia di Milano, e Durante l’estate (1971). Continua a leggere →

8 maggio 2018
di Massimo Gezzi
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Chiodi


di Agota Kristof

[È appena uscito per Casagrande Chiodi, un libro che raccoglie le poesie in ungherese e in francese di Agota Kristof. In relazione ai tragici avvenimenti vissuti dall’autrice nell’infanzia («Non ho ancora trovato la parola per qualificare ciò che è capitato. Potrei dire dramma, tragedia, catastrofe, ma nella mia mente chiamo tutto questo semplicemente “la cosa” per la quale non c’è parola»), così scrive Fabio Pusterla nella postfazione: «le poesie di Chiodi non aggiungono dettagli narrativi, né ci consentono di sapere molto di più; eppure, leggendole, abbiamo la sensazione di avvicinarci considerevolmente alla “cosa per la quale non c’è parola”, e questo avviene per una ragione molto semplice: a farsi garante della voce che parla in questi versi è un io, non ancora un vero e proprio personaggio “altro”, come invece avverrà nei romanzi; un io che ha già versato tutte le lacrime, che si è già ritratto in un dolore inesprimibile, un fortilizio di dolore che tiene chiuse in sé quasi tutte le emozioni, che concede poco o nulla al patetismo e che non di rado lascia uscire piuttosto la cavalleria del sarcasmo e del cinismo; ma un io, comunque, che imprime alle parole, anche senza volerlo, un’intonazione profondamente affettiva, profondamente sofferta e non di rado tendenzialmente lirica».
Le tre poesie che seguono, che l’editore Casagrande ci ha gentilmente concesso, sono state tradotte dall’ungherese da Vera Gheno. La traduzione delle otto poesie in francese comprese nel libro si deve invece a Fabio Pusterla].

Chiodi

Sopra le case e la vita
nebbia grigia lieve

con le foglie a venire
degli alberi nei miei occhi
aspettavo l’estate

più di tutto
dell’estate amavo la polvere la bianca
calda polvere
insetti e rane vi morivano soffocati
se non cadeva la pioggia
per settimane

un prato e piume viola sul prato
crescono
gli uccelli il collo dei pozzi
il vento stende sotto una sega

chiodi
puntuti e smussati
chiudono porte montano grate
tutt’attorno sulle finestre
così si edificano gli anni così si edifica
la morte

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7 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Gli scrittori di destra


di Carlo Bordini

[Sta per uscire Difesa berlinese (Sossella), il libro che raccoglie le più importanti opere in prosa di Carlo Bordini. Comprende anche una sezione di scritti brevi inediti in volume di cui fa parte il testo che presentiamo].

Rileggendo Il fu Mattia Pascal mi sono convinto che Pirandello è di destra (preferisce chi vuole comandare a chi vuole essere schiavo, ritiene che la democrazia sia una tirannide travestita da libertà, ecc.) e che la sua adesione al fascismo non fosse determinata solo da opportunismo, come dicono alcuni, ma da una base ideologica reale, da una convinzione reale.

Il fatto che Mussolini fosse un imbecille e un ciarlatano non c’entra niente con questo. Pirandello vede una soluzione nell’autoritarismo, in un sovrano autoritario. Questo è ciò che mi interessa.

Ma ciò che poi mi interessa davvero è che Pirandello è un critico della società contemporanea, della società moderna, e il suo essere di destra consiste in questo. Un rifiuto non solo della realtà, ma anche delle speranze e delle idealità che caratterizzano la società moderna, laica, borghese. (Quindi un rifiuto anche del socialismo che da essa e con essa nasce). Un rifiuto estremamente lucido e radicale.

E in questo senso Pirandello fa parte di una famiglia, anzi è il solo italiano che abbia posto in questa famiglia europea. Molti grandi scrittori europei sono di destra proprio perché criticano e negano la società contemporanea e lo possono fare proprio perché sono di destra, e cioè non vedono nessuno spiraglio di speranza. Il loro radicalismo, questa luce accecante di consapevolezza che li circonda, la loro estrema lucidità, viene proprio da questa mancanza di speranza, da questo pessimismo totale, da questa estrema e definitiva condanna della società contemporanea (ossia della modernità, della società borghese con tutte le utopie socialiste ed egualitarie che essa genera). Continua a leggere →

6 maggio 2018
di Le parole e le cose
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La linea del cielo


di Franco Buffoni

[Esce giovedì per Garzanti La linea del cielo, il nuovo libro di poesia di Franco Buffoni. Pubblichiamo sette poesie e la nota finale dell’autore, ringraziandolo per avercele concesse].

Giacenze

Sento che proprio mi fa male questa bassa
Temperatura, che a respirare camminando
Mi brucia la trachea. Non era così
Fino a vent’anni fa,
Con le mie tute e i miei
Maglioni fiato-nebbia
Nei boschi d’inverno sul greto del Ticino
E poi le cioccolate con panna e le Marlboro.
Così oggi la collina sui cui fianchi
Mi immuscolivo ragazzino
Salendo in bicicletta, discendo
Dalla stradina stretta,
Senza le viole tra le crepe
Dei muri vecchi cementati
Fino al cancello intatto
Dai cardini di ferro lavorati.
Ne sentii parlare nel 1983.
Come dell’aidiesse. Si scrive sullo schermo
E si può correggere quello che si vuole
Senza ricopiare, professore.

*

Vogliatemi bene e adoperatemi, se posso servirvi.

Anniversario

Ed ecco qui la soglia che tra poco
Oltrepasserai, questi i tre gradini e poi
L’entrata con la porta a vetri.
Ecco il marciapiede che calpesterai
Uscendo dalla metro.
Non sei mai stato qui
Ma in futuro ci verrai sovente
Quasi tutti i giorni per un anno
Quindi più diradato per altri sette mesi.
Percorrendo a ritroso i tuoi passi nel tempo
Della prima volta
Rivedo l’espressione sulla porta
Timidadecisa, imbarazzata non incerta
E voglio ritrovarmi in quel concerto di giornata
Voglio sistemarmi per oggi in quella data.

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5 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Blasphemy

playlist di Italo Testa

Giorgio Gaber, Io se fossi Dio (Giorgio Gaber1980)

Mienmiuaif, Radio Maria (2016) Continua a leggere →

4 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Che cos’è il lavoro oggi. Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco

di Nicole Siri

Works di Vitaliano Trevisan e Ipotesi di una sconfitta di Giorgio Falco (Einaudi, rispettivamente 2016 e 2017) sono due mémoires che, apparentemente, condividono intento e impianto architettonico: raccontare una formazione di scrittore attraverso il resoconto cronologico dei lavori svolti. Addentrandosi in queste due costruzioni, però, ci si accorge subito che l’atmosfera che si respira è profondamente diversa: le due opere a confronto testimoniano, anzitutto, della faglia storica che le separa.

Vitaliano Trevisan è nato nel 1960, Giorgio Falco nel 1967. I due autori condividono, grossomodo, la classe sociale di provenienza, le prime esperienze lavorative (un lavoro estivo in fabbrica durante gli studi superiori), l’altezza cronologica dell’ingresso a tempo pieno nel mondo del lavoro — poco dopo l’esame di maturità, dopo una breve parentesi universitaria che si conclude per entrambi con l’abbandono degli studi.

Gli anni che li separano, però, sono anni cruciali. Trevisan inizia a lavorare a tempo pieno nel dicembre del 1979, Giorgio Falco (cercando di ricostruire la cronologia: i riferimenti temporali espliciti sono meno frequenti nel suo romanzo) all’incirca nel 1988: sono gli anni in cui il lavoro inizia a smaterializzarsi, si compie il passaggio dal capitalismo novecentesco al capitalismo flessibile di impronta sempre più marcatamente neoliberista, inizia a prendere forma il precariato cognitivo. La prima, fondamentale differenza che informa le due opere è proprio questa: Trevisan ragiona secondo le logiche tradizionali della classe operaia, Falco secondo quelle del precariato cognitivo; Ipotesi di una sconfitta può rientrare sotto l’etichetta di “letteratura sul precariato”, Works no (o non altrettanto pacificamente). Le ragioni di questa differenza non sono, chiaramente, da attribuire ad un fattore rigidamente cronologico: sicuramente rilevante per il diverso posizionamento dei due autori è anche, per esempio, il fatto che Falco abbia studiato al liceo e Trevisan all’istituto per geometri, o che il primo sia cresciuto a Milano e il secondo nel Nord Est. “Nelle epoche di totale sconvolgimento”, scriveva Nadežda Mandel’štam in riferimento ai poeti russi degli anni dieci, “le generazioni si osservano non solo secondo l’età, ma anche secondo l’appartenenza a questa o quella formazione. Continua a leggere →

3 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Inediti /11: Gilda Policastro

a cura di Massimo Gezzi

[Nell’undicesima apparizione, la rubrica degli inediti a cura di Massimo Gezzi ospita tre prose e alcuni versi di Gilda Policastro, autrice dei romanzi Il farmaco (Fandango, 2010), Sotto (Fandango, 2013) e Cella (Marsilio, 2015) e di libri di poesia tra cui Non come vita (Aragno, 2013), Inattuali (Transeuropa, 2016), Esercizi di vita pratica (Prufrock spa, 2017). Tra i suoi libri di critica, Polemiche letterarie: dai Novissimi ai lit-blog (Carocci, 2012) e vari studi su autori dell’Ottocento e del Novecento italiano. Dal 2017 è docente di Poesia presso la scuola di scrittura Molly Bloom, con sedi a Roma, Lecce, Milano. Le prose che seguono appartengono a una sezione intitolata al momento Bravure].

Avevamo fame pallidi magri mangiavamo niente la spesa l’hai fatta tu e non l’aveva fatta apriva una scatoletta di tonno la impiattava dalla lattina e ci scolava la pasta senza mescolare io affettavo due patate due carote senza cipolla veniva un’acqua tinta e un’ora dopo avevo fame anche lui aveva fame e ci guardavamo magri e disperati sempre più pallidi e pensavamo a cosa mangiare ma non c’era niente aprivamo e niente c’era da mangiare stavolta la spesa la fai tu ma si scordava tanto aveva il tonno che rovesciava senza mescolare e avevamo fame e ci guardavamo magri e disperati e pensavamo a chi vive di stenti non avevamo di che pagare le bollette però ogni tanto ci vestivamo bene e andavamo al ristorante eravamo magri e senza soldi il vino lo prendono no per carità acqua senza gas eravamo talmente magri che quella pasta del ristorante impiattata bene e mescolata non ci bastava eravamo pallidi e avremmo dovuto bere del vino rosso mangiare la carne ma sei pazza guarda quanto costa e niente lo volete il pane meglio di no grazie due euro in più non possiamo ci alzavamo da tavola pallidi magri ben vestiti e con tanta fame adesso torniamo a casa e ci facciamo la pasta di rinforzo col tonno avanzato eravamo debilitati non sapevamo dove sbattere la testa tossivamo di notte ma più spesso dopo pranzo se qualcosa mangiavamo e dopo erano visite lastre ma non usciva che la fame la malnutrizione è causa del vostro malessere e di tutta quella tosse è produttiva chiedevano ma non lo sapevamo se era fame tosse da fame come il tale che sgranocchiava le pietre e piuttosto rubavamo il caffè non lo pagavamo con la scusa che ci conoscono ed è proprio quello il modo in cui li freghi oppure al contrario dov’eravamo solo di passaggio ci alzavamo piano nessuno ci avrebbe fermato e prendevamo anche i vasetti se non c’era l’antitaccheggio o toglievamo i codici e rubavamo anche al supermercato grande rubavamo quando avevamo fame ma anche quando non ne avevamo pensando a quando ne avremmo avuta di nuovo e guardavamo i programmi e mangiavamo i piatti con gli occhi anche quando ci disgustavano e quando qualcosa non l’hai è lì ogni momento e noi pensavamo alla colazione dell’indomani il pasto facile con il latte a 0.99 ci stai bene una settimana razionare il cibo congelare il pane tutto perché abbiamo fame quelli la roba la buttano ma non possiamo noi che abbiamo sempre fame che non abbiamo soldi che non ce ne dà nessuno nemmeno se per ipotesi lavoriamo un giorno o due quando abbiamo fame a volte mangiamo lì all’angolo sotto il sole e quando fa caldo è peggio abbiamo ancora più fame oppure scambiamo per fame quella spossatezza che ci toglie le forze e a stento riusciamo a mangiare e poi c’è sempre il tonno una volta a casa ci condiamo la pasta per rinforzare e l’unica cosa che ci tortura al di là del disgusto che abbiamo certe volte per il cibo è la fame tanta di quella fame che ci saremmo mangiati pure i sassi a quel punto e guardavamo sempre quelli che mangiavano perché quando non hai da mangiare sei come un segugio è sulle tracce del cibo che te ne vai in mezzo agli altri mentre i sazi non ci pensano nemmeno a mangiare sono meno allertati senza quel compito quella fatica di pensare a quanto vorresti mangiare prima o dopo senza pensarci

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2 maggio 2018
di Le parole e le cose
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Armando Petrucci (1932-2018)

di Claudio Giunta

Armando Petrucci venne a insegnare Paleografia latina alla Scuola Normale nel 1991. Alla lezione inaugurale l’Aula Bianchi era piena di gente (Petrucci era già famoso), e lui disse scherzando che si era trasferito dalla Sapienza alla Normale per non dover fare lezione davanti a folle oceaniche, perciò non è che fosse tanto soddisfatto. La lezione fu una chiacchierata sui libri e le biblioteche nel Medioevo, piena di informazioni e di idee; il tono fu piacevolmente informale. Petrucci era un signore sui sessant’anni, magro, minuto, elegante, con un accento romano molto forte e molto simpatico, che non faceva nulla per nascondere, anzi qualche volta esibiva. Si capì subito che era un gran parlatore, cioè uno che sapeva non solo tenere desta l’attenzione dicendo delle cose interessanti, ma anche guadagnarsi la simpatia del pubblico con aneddoti, battute pronunciate coi tempi giusti. Petrucci sapeva far ridere, ed era una cosa nuova, perché alla Normale s’era abituati a oratori meno brillanti, o più paludati.

A volerlo alla Normale era stato soprattutto il docente di Storia della lingua italiana, Alfredo Stussi, che un po’ di osservazioni paleografiche le faceva spesso, a lezione, commentando i testi delle origini su cui stava lavorando. «Adesso mi sento non un fucile ma una cannoniera puntata addosso», disse, invitandoci a seguire i corsi di Petrucci. Lo seguimmo in tanti, alcuni con più profitto di altri: tra Roma e Pisa, per non dire delle altre università del mondo dove è stato visiting professor, sono stati suoi allievi molti dei migliori filologi e, naturalmente, molti dei migliori paleografi delle ultime generazioni. Quanto a me, capii presto di non essere particolarmente tagliato per la paleografia: mi mancava la diligenza, la pazienza di spendere i pomeriggi sui facsimili o – come le chiamava Petrucci, che era nato nel 1932 – sulle xerocopie dei manoscritti che ci distribuiva a lezione. E mi mancava anche l’occhio: guardavo con un po’ d’invidia i miei compagni di corso mentre con grazia di indovini decifravano corsive indecifrabili prese non dai nitidi canzonieri che io ero abituato a sfogliare per le mie ricerche ma da antiche cedole di conti, lettere e memorie private, ‘tracce’ lasciate per caso sul verso di atti notarili. Continua a leggere →