Le parole e le cose

Letteratura e realtà

17 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
0 commenti

The Dark Side of the Memos. Il testamento politico di Italo Calvino

cropped-PHOc79a54f2-5df4-11e4-9ae5-bb72b5397439-805x453.jpgdi Gabriele Pedullà

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Lo scritto di Gabriele Pedullà è apparso il 19 settembre 2015].

Può essere una buona idea cominciare con due affermazioni semplici semplici:
Italo Calvino è uno scrittore italiano, nato a Cuba il 15 ottobre 1923 e morto a Siena il 19 settembre 1985.
Italo Calvino è stato per tutta la vita un militante comunista.
Tutte e due queste frasi sono altrettanto vere, addirittura ovvie; eppure, se usciamo d’Italia, e soprattutto nel circuito delle università anglosassoni, la seconda rischia di apparire persino sorprendente. Calvino? Italo Calvino? Lo scrittore della narrativa combinatoria? L’emulo di Jorge Louis Borges? L’amico di George Perec? Il teorico della «Leggerezza»? Lo stesso Calvino? Comunista? Proprio lui?

Almeno in Italia, che Calvino sia stato comunista non suona ancora come una novità, ma con il passare degli anni anche qui la sua attività politica e ancora più la carica politica di tutta la sua opera vengono messe sempre più tra parentesi. In parte, certo, è quello che succede sempre con i classici. Ma in questo caso si avverte pure una gran voglia di dimenticare un intero pezzo della nostra recente storia. Tanto più per questo conviene passare in rassegna velocemente alcuni semplici fatti.

Calvino era un militante comunista quando ha fatto la Resistenza in Liguria. Era un militante comunista quando lavorava per l’edizione torinese de “L’Unità” (allora quotidiano ufficiale del PCI), tra il 1948 e il 1949. Era un militante comunista nel 1957, quando difendeva La caduta di Berlino, il film di propaganda stalinista diretto da Michail Ciaureli sulle imprese dell’Armata Rossa durante la seconda guerra mondiale. Era un militante comunista in quello stesso 1957, quando è uscito dal Partito Comunista Italiano assieme ad alcune centinaia di altri intellettuali, in polemica contro l’appoggio all’invasione dell’Ungheria. Era un militante comunista quando si è trasferito a Parigi nel 1968, e si è subito dovuto confrontare con il “Joli Mai”, in aperta polemica con i Partiti marxisti ufficiali (ce ne ha lasciato una lettera magnifica e troppo poco nota, dalla quale vale la pena di citare qualche frase: «Viviamo le ultime giornate della straordinaria città senza macchine né metro, con code ai negozi, poi il discorso di De Gaulle, le macchine dei gollisti clacsonanti che cercano di penetrare nel Quartiere e sono scacciate, la Sorbona che sembra una fortezza assediata, con katanghesi appostati e i giovani che s’aspettano il peggio e maledicono i comunisti. Nottate in cui non si fa che girare a piedi tra continui allarmi in un clima di eccitazione continua. (…) Mi pare che qualcosa stia davvero cambiando in Europa. Certo si andrà verso l’organizzazione d’una nuova forza rivoluzionaria anche operaia, mentre ormai la via dei partiti comunisti è irreversibile come quella della socialdemocrazia alla vigilia della prima guerra mondiale. L’interrogativo su fino a che punto la reazione potrà spingersi sulla via del fascismo sembra non preoccupare i giovani rivoluzionari: e chissà, forse è giusto, perché viviamo tempi talmente diversi da quelli del nostro passato e le cose saltano fuori sempre diversa da come si possono prevedere»). Era un militante comunista quando nel 1974, sul “Corriere della Sera”, ha ricordato il proprio stalinismo degli anni Cinquanta con parole serene e tutto sommato niente affatto apologetiche. Ed era un militante comunista, quando tre anni dopo, sulle stesse pagine ha elogiato quella che chiamava «la disciplina militare» del PCI, da lui definita «la sua più preziosa eredità storica, che speriamo riesca a salvare dagli assalti ideologici» (sottinteso: della nuova sinistra movimentista e genericamente libertaria). Ma gli esempi, spero si intuisca, si potrebbero moltiplicare a piacimento. Continua a leggere →

16 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
2 commenti

Una sommessa difesa del liceo classico

cropped-Terza_C_1966_67-1.jpgdi Claudio Giunta

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Lo scritto di Claudio Giunta, originariamente pubblicato dal «Sole 24ore», è apparso il 16 settembre 2016].

Finite le scuole medie, una cara amica si sentì fare dal padre questo discorso: «Tu sei libera, puoi fare quello che ti pare, scegliere la scuola che vuoi. Dunque scegli: Tasso o Mamiani?». Il Tasso e il Mamiani sono due celebri licei classici di Roma, una volta andava così. Anche adesso, trent’anni dopo, va così, almeno per la mia amica (che si è laureata in Storia, non in Ingegneria), che non imporrà niente, si capisce, ai suoi figli, ma sarà lieta se vorranno anche loro scegliere, liberamente, tra il Tasso e il Mamiani; e va così anche per me (che mi sono laureato in Lettere, non in Ingegneria), che non imporrei niente ai miei figli, ma sarei lieto se anche loro, come me, decidessero di passare qualche anno della loro vita in compagnia dell’Eneide, degli aoristi, del locativo e di Baruch Spinoza.

Buttarla sul personale, parlando di scelte scolastiche, è la prima cosa da fare, perché si tratta sempre di preferenze, inclinazioni personali, si tratta di scelte di vita, e pretendere di guardare dall’alto, da un punto di vista che si presume oggettivo, queste scelte di vita, e dire cos’è meglio e cos’è peggio non per sé o i propri figli ma in generale è ridicolo prima che sbagliato.

Ciò premesso, è chiaro che i casi personali sono infiniti, e che un assetto all’istruzione bisogna darlo e si dà (che cosa insegnare a scuola? Come organizzare i curriculum? Quali discipline privilegiare e quali no?), quindi è del tutto legittimo domandarsi, per esempio, e lo si sta facendo in queste settimane, che destino può e deve toccare al liceo classico. Nei trent’anni che sono passati dal mio ingresso al liceo classico, infatti, il mondo è cambiato, forse più ancora di quanto fosse cambiato nei sessant’anni che separavano i miei anni Ottanta dalla riforma Gentile. Cambiamenti strutturali, nel modo in cui viviamo, comunichiamo, ci spostiamo; e cambiamenti culturali, in parte conseguenza di quelli strutturali, e che hanno intaccato quel complesso di idee e valori che sono il fondamento della pedagogia del liceo classico. Umanesimo/tecnologia, lingue morte/vive, tradizione/innovazione, conoscenza/competenza, teoria/pratica – tutti i termini sui quali il mondo di ieri metteva un segno più, i primi di ciascuna coppia, adesso hanno un segno meno: non che il mondo di oggi li snobbi del tutto, questo non si può dire, ma preferisce i secondi. Continua a leggere →

15 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
2 commenti

Elementi per una Teoria Generale della Tavolata (TGT)

cropped-14.-Last-Supper-Double-Image-1986-1-1.jpgdi Francesco Pecoraro

[LPLC si prende una decina di giorni di riposo pasquale. In questo periodo ripubblicheremo alcuni articoli usciti qualche mese fa. Lo scritto di Francesco Pecoraro è apparso per la prima volta il 5 settembre 2016]

Come ogni anno e per tutta l’estate (non che l’inverno sia da meno) un fenomeno ha costantemente minacciato le nostre vacanze. Ricche o povere, lunghe o corte, divertenti soddisfacenti noiose piacevoli rilassanti odiose che siano state, una piaga le ha quasi sicuramente sfregiate: la tavolata. Sembra che ogni forma di socialità, dunque di conoscenza amicizia amore, pregressa o meno che sia, simpatica sincera duratura che sia, abbia come scopo segreto quello di produrre tavolate. Di solito quella estiva è tavolata di pura aggregazione sociale. È come se sulle persone agisse una forza di attrazione simile a quella che agisce sulla materia e che questa forza produca la tavolata come culmine di un inevitabile processo di accorpamento: gli amici, gli amici degli amici, i sopravvenuti, le fottute nuove conoscenze, eccetera.

Esistono molti tipi di tavolata. Chi scrive ha una certa esperienza di tavolate post-convegno, post-presentazione, post-premio letterario, come forma di sbocco finale delle aggregazioni temporanee cui si dedica la società letteraria. In questi casi spesso ci si conosce di nome, ma non de visu: «Ciao io sono X…» «Ah… Ciao». Quell’«ah», che quando c’è significa «so chi sei», gratifica sommessamente i nostri tristi ego costretti in quel momento a una socialità forzata. Sottili le dinamiche antropologiche di approccio alla tavolata letteraria. Una tortura psichica nella tortura fisica già prevista nel pacchetto della forma conviviale rettangolare. È molto probabile che alcuni dei commensali non li rivedremo più: ma se dovesse accadere non li riconosceremmo, perché la tavolata è comunque un tritacarne che cancella tutto.

Eppure la convivialità, cioè il procedimento di consumazione collettiva del cibo, è antichissima, diffusa in ogni cultura, ed è una delle poche virtù della specie umana. Da cacciatori-raccoglitori ci sedevamo in cerchio attorno al fuoco per condividere, cuocere e mangiare tutti insieme il cibo che il gruppo si era procurato. Ma lo facevamo appunto in cerchio. Il cerchio, se di dimensioni ragionevoli, consente un’interazione collettiva perché tutti possono comunicare con tutti. La tavolata, che ha alla base lo stesso principio ancestrale, funziona in modo molto diverso. La differenza, apparentemente solo geometrica, è in realtà molto profonda.  Continua a leggere →

14 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
49 commenti

Bruciare tutto

di Walter Siti

[E’ uscito ieri, pubblicato da Rizzoli, Bruciare tutto, il nuovo romanzo di Walter Siti. Lo ha presentato su «Repubblica» Michela Marzano in un articolo carico di moralismo, ingenuità e inesattezze che esprime bene un certo spirito dei tempi. Sempre più spesso il ceto medio riflessivo e i suoi intellettuali di riferimento chiedono alla letteratura rassicurazioni morali e identitarie – e non scoperta, invenzione o verità. E invece la buona letteratura, come diceva qualcuno, non si fa con i buoni sentimenti. Protagonista del libro è Leo Bassoli, giovane sacerdote presso una parrocchia nel centro di Milano. Onoriamo il Venerdì santo  proponendovi un’omelia di don Leo. Ringraziamo la casa editrice che ci ha gentilmente fornito il brano e il permesso di pubblicarlo].

Perché, si chiede Leo, non ho mai pensato ai parrocchiani come al “mio gregge”? I miei assistiti, il mio compito, talvolta il mio pubblico, in casi singoli i miei fratelli, ma non mi sono mai attribuito la forza sufficiente per proteggerli e condurli; sono più sereni di me, in maggioranza, frequentano più a fondo la vita. Io certo dovrei essere un tramite, l’autorità a cui attingere non è la mia, è quella della Chiesa; ma qui sta il problema, la vera Chiesa qual è? Come puoi comandarmi, Signore, di amare il Tutto se devo escluderne alcune parti? Come si può amare senza limite, se senza limite è solo la debolezza? Quando penso alla felicità, vedo una grande bocca che divora. Forse è proprio il pericolo che devo cercare, quello totale in cui gettarmi a capofitto. Qui non sarò mai un buon prete perché la quotidianità mi paralizza. Qui le ultime orgiastiche danze intorno al vitello d’oro si spengono in una mattinata di cenere, anche Dio si prepara a traslocare. A lampeggiare altrove la sua tremenda Unità.

Leo oggi ha un’omelia importante, si è documentato con molti appunti, la considera il proprio testamento alla San Carlo Lwanga, viste le decisioni che ha preso per il futuro. Il ronzio divino è stato più ambiguo del solito: “le cavallette saltano quando viene l’estate”, un responso da oracolo pagano. Vuol dire, interpreta lui, che non devo consolare ma scandalizzare, troppo spesso vengono a messa come si va dall’estetista o al bar per lo scopone.

Continua a leggere →

13 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
2 commenti

Morfologie familiari. Leone e Natalia Ginzburg nella letteratura e cultura italiana e europea

Summer School Enthymema, 28-31 agosto, Monopoli

Scopo della Summer School Morfologie familiari. Leone e Natalia Ginzburg nella letteratura e cultura italiana e europea è esaminare l’opera di Leone (1909-1944) e Natalia Ginzburg (1916-1991) alla luce dell’indissolubile intreccio fra attività intellettuale e creativa e impegno civile che caratterizza il loro contributo alla storia italiana ed europea del XX secolo.
Muovendo dalla presentazione delle biografie e dei contesti in cui si collocano, procederemmo alla lettura e al commento di alcuni loro scritti, ad un confronto sul ruolo svolto da entrambi nella casa editrice Einaudi, e alla sperimentazione di metodologie didattiche per la promozione della letteratura.
Il programma include 3 lezioni magistrali e 5 seminari. I partecipanti saranno coinvolti in un dialogo stimolante con studiosi di fama internazionale, tra cui Carlo Ginzburg – uno dei più grandi storici contemporanei, nonché figlio di Leone e Natalia – e Domenico Scarpa – curatore e critico delle opere di Natalia per Einaudi. I partecipanti lavoreranno a dei progetti personali, che saranno presentati e discussi durante sessioni plenarie dedicate, sotto la supervisione di un docente.

ORGANIZZATORI

Alessandra Diazzi (University of Manchester)

Franco Passalacqua (Università di Milano-Bicocca)

Federico Pianzola
(Università di Milano-Bicocca)

Laura Lucia Rossi (University of Leeds)

Sara Sullam
(Università degli Studi di Milano) Continua a leggere →

13 aprile 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
0 commenti

Di tutti i mondi possibili

[È uscito da qualche settimana Di tutti i mondi possibili. Nove saggi attraverso il fantasy (effequ), a cura di Silvia Costantino. Questo libro è nato da un ciclo di incontri che, su iniziativa di Vanni Santoni, prima per scherzo e poi sul serio, si è intitolato “Il Sublime Simposio del Potere”: una tavola rotonda formata da appassionati di fantasy e fantastico. Gli interventi sono stati poi rielaborati in forma scritta e pubblicati a puntate su 404: file not found. La raccolta Di tutti i mondi possibili è composta da un’ulteriore rielaborazione dei saggi del secondo ciclo, che aveva come filo conduttore i topoi e gli archetipi del fantasy, e contiene saggi di Silvia Costantino, Francesco D’Isa, Giovanni De Feo, Vincenzo Marasco, Francesca Matteoni, Vanni Santoni, Matteo Strukul, Edoardo Rialti, Sergio Vivaldi. Pubblichiamo una parte della prefazione di Licia Troisi, laureata in astrofisica e scrittrice di fantasy, e il saggio di Silvia Costantino].

Prefazione

di Licia Troisi

[…]

La grandezza del fantasy sta proprio nella sua straordinaria intermedialità. Io stessa, quando mi si chiedono le fonti d’ispirazione, non parlo quasi mai solo di libri, ma anche di videogiochi (lo splendido Thief II è stato d’ispirazione per Le Guerre del Mondo Emerso), film (come prescindere dalle battaglie de Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, quando se ne descrive una…), fumetti (il meraviglioso Berserk, il dolente Alita…).

È nella natura di questo genere travalicare le barriere; del resto, il suo revival in Italia si deve soprattutto al cinema, con la saga di Harry Potter prima e quella tolkieniana poi. E molti di noi ragazzi degli Ottanta abbiamo iniziato ad avvicinarci al fantasy grazie ai giochi di ruolo, ai librigame, ai cartoni animati, persino (io sono stata segnata da Magic Knight Rayearth e Slayers, in Italia rispettivamente noti coi wertmülleriani titoli Una porta socchiusa ai con ni del sole e Un incantesimo dischiuso tra i petali del tempo per Rina). Il fantasy, assieme a tutte le sue declinazioni più ampie che sconfinano nel supereroistico e nel fantastico più puro, è stato probabilmente il primo genere a mostrare una così spiccata capacità di passare da un mezzo espressivo all’altro, declinando la stessa storia su media diversi, e lasciando inalterata la propria capacità immaginifica, che si tratti di evocare mondi fantastici su carta, sullo schermo di un pc o di un cinema.

Forse questa capacità mimetica del fantasy affonda le radici nel suo essere profondamente archetipico. Il suo modello diretto è infatti il mito: non è un mistero che Tolkien non avesse intenzione di scrivere una storiella di fantasia, ma di fondare una vera e propria epica moderna, che attingesse al mito e in qualche modo lo attualizzasse. E nel fantasy i riferimenti alla mitologia sono veramente in niti, che si tratti di quella classica o di quella norrena. C’è qualcosa di profondamente seminale nelle storie fantasy, che si rifà ai racconti che ci narravamo davanti al fuoco nella notte dei tempi, le stesse storie che, attualizzate, inserite in altri contesti, continuiamo a raccontarci anche ora. Continua a leggere →

12 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
94 commenti

La più amata dagli italiani. Teresa Ciabatti e l’eutanasia della critica

di Gilda Policastro

Una volta Arbasino disse che giudicare i libri a seconda del gradimento popolare sarebbe stato come valutare McDonald’s il miglior ristorante al mondo, perché il più frequentato. Oggi il paragone non reggerebbe non solo perché i ristoranti sono pieni e le librerie disertate, ma anche perché i programmi di cucina sono più seri delle pagine culturali dei quotidiani, dove i consigli di lettura (o di acquisto, che non c’è distinzione) si affidano a stellette e pallini tipo guida Michelin, ma quasi mai attribuendoli all’oggetto in sé e più spesso alla “migliore persona dello schermo”, come avrebbe detto il poeta: alla funzione, al ruolo, all’idea di personaggio connessa al libro-prodotto, difficilmente inquadrato in un contesto diverso da quello del “successo”, che ormai non si nega veramente a nessuno e si misura in follower e visualizzazioni un tot al giorno, a seconda degli orari. Caduto ogni pudore o reticenza, il sodale magnifica il collega, l’amico il compagno di merende, accade finanche che lo scrittore candidi se stesso a un premio (il prototipo, Scurati allo Strega del 2009). In generale è prassi affrettarsi ad acclamare il proprio simile, aspettandosi che il favore venga prima o dopo ricambiato (qualcuno lo definì “69 critico”): a leggere i giornali saremmo circondati da Flaubert e Proust e non avremmo di che lagnarci, esce un capolavoro di stile al giorno, non fosse che a decretarlo non c’è più nessuna comunità scelta, non l’accademia che fa fatica a registrare ciò che è accaduto dopo Svevo e Pirandello, non la cosiddetta società letteraria di cui non rimane traccia nemmeno nei salotti, che si sono peraltro, con tutta la ritualità e l’accolitismo dei Verdurin, trasferiti nella bacheche Facebook, dove argute signore della bella mondanità dispensano boutade ciniche o fintamente autodenigratorie (“sono una persona cattiva”, “non ho mai accompagnato mia figlia a scuola”) e ne ricevono commenti mai meno entusiastici di “genio!”, “senza parole!”, “solo tu!” Continua a leggere →

11 aprile 2017
Pubblicato da Niccolò Scaffai
1 commento

La traversata del Gobi

di Stefano Carrai

[È uscito nelle scorse settimane La traversata del Gobi (editore Aragno), il secondo libro di versi di Stefano Carrai. Scrivere un libro di poesia significa sempre fare i conti con la storia, quella personale e quella della forma che configura l’esperienza. L’ispirazione petrarchesca della forma-libro è un connotato fondamentale di quell’‘effetto Novecento’ che congiunge una parte della poesia contemporanea con gli autori cardine della tradizione recente. È sotto questa costellazione che si colloca La traversata del Gobi, a partire dalla poesia liminare, In chiave, che pubblichiamo qui insieme a una scelta di altri testi del libro.]

IN CHIAVE

Ora per ricomporre i tuoi brandelli
anima mia
………………..altro
che canzoniere
………………………….ora
mi ci vorrebbe un mago
della sutura
………………..uno
che facesse miracoli.

 

DOPO LA RIVOLUZIONE

Della chiesa rimane poco più che il portale. Sotto la volta ti aspetta una madonna suadente fiancheggiata dalle statue dei duchi committenti. La baceresti sulle labbra di gelo.
……..Intorno una quiete d’ovatta, grate alle finestre, viali semideserti su cui uccelli incrociano in sordina. Un degente con il cappotto sopra il pigiama si affaccia, varca torvo la porta a vetri a fianco di una ragazza.
……..Del chiostro c’è solo il pilastro decorato dagli scalpelli di Claus Sluter, chiuso dentro un’edicola e vetrate dal telaio arrugginito.

Davide con Mosè
…………………………………quattro profeti
rughe sulle fronti
…………………………………menti barbuti
tracce d’oro e di blu
sui manti ricamati

Geremia che squaderna un grosso codice

dal cartiglio ti domanda se esiste
dolore che si possa
paragonare al suo. Continua a leggere →

10 aprile 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
18 commenti

Il 1977, la politica, la violenza

di Filippo La Porta

[Filippo La Porta ci ha mandato questa recensione in forma di lettera all’ultimo libro di Oreste Scalzone ’77 e poi… Da una conversazione con Pino Casamassima (Mimesis)]

Caro Oreste Scalzone,

non ci conosciamo personalmente ma ti seguo da Valle Giulia, dove a 15 anni arrivai con il mio vespino, a scontri appena conclusi. Poi ho partecipato a quella intensa stagione di lotte politiche nel gruppo che probabilmente tu giudicherai il più noioso, il Manifesto. Infine: tra tutti i leader del ’68 tu mi sei sempre sembrato il più sincero e fragile – anche nella tua generosità -, quello meno tattico, certamente il più carismatico (in quegli anni vidi a teatro una Orestea dove il protagonista della tragedia di Eschilo era nientemeno che ispirato a te). Insomma, eri estraneo al tipico stile di PotOp, che a 15 anni mi attraeva: sprezzante e aristocratico, beffardo e antisentimentale, arrogante e lievemente reticente fino a essere esoterico (ben descritto allora da Fortini su «Aut Aut» in un saggio intitolato Gli ultimi Cainiti[1]). Incarnavi un operaismo dal volto umano. Eri sempre incuriosito dagli altri e dalla realtà, mentre lo stesso Operai e capitale di Tronti, si limitava a prescrivere il “che fare”, in ragionamenti affilati come teoremi matematici e spettacolari come un film di Peckinpah, ma pochissimo interessati alla realtà empirica. Per queste ragioni, e anche perché si tratta di un pezzo della mia storia, vorrei formulare alcune obiezioni al tuo saggio sul ‘77 pubblicato da Mimesis (con prefazione di Erri De Luca), scritto in una lingua sobria e al tempo stesso, credo involontariamente, espressionista, a tratti più balestriniana di Balestrini (c’è una pagina ingorgata da suffissi, prefissi, segni grafici, parentesi, parole scritte per metà in corsivo). Continua a leggere →

9 aprile 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
1 commento

Le due muse. Poesia e canzone nel Novecento italiano

Mercoledì 12 aprile Semper – Seminario permanente di poesia di Trento, diretto da Pietro Taravacci e Francesco Zambon, ospiterà il poeta e musicista Umberto Fiori, che terrà una conferenza dal titolo Le due muse. Poesia e canzone nel Novecento italiano. L’incontro, che sarà introdotto da Carla Gubert, docente di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Trento, si terrà in aula 001 alle 16:00 presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia.

Più informazioni si trovano qui.

Continua a leggere →