Le parole e le cose

Letteratura e realtà

12 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lasciarli cadere nell’acqua. L’ostilità primaria e l’odio verso i migranti

di Achille Castaldo 

L’enorme quantità di odio riversata di recente su coloro che provano a migrare verso l’Europa non si lascia spiegare facilmente. Il discorso pubblico trova senza sforzo le motivazioni più disparate: la paura della “gente comune” vessata dalla crisi, la perdita del welfare, le condizioni economiche in costante peggioramento. Eppure, le crisi sono parte del sistema in cui ci troviamo. Quanto al welfare, sarebbe necessaria una rigorosa analisi della retorica attraverso cui è stato vissuto negli scorsi decenni. Sembra probabile che una simile indagine lascerebbe emergere l’ininterrotta percezione del declino, del peggioramento, della paura appunto.

Non intendo negare che questo odio, così come il razzismo montante di cui si alimenta, abbia un’origine socioeconomica, che sia cioè determinato da, e funzionale a una certa fase del capitalismo. È però necessario, per comprenderne lo sviluppo e il funzionamento, analizzare le disposizioni psicologiche su cui fa presa, indagare i complessi cui si lega per diffondersi con tanta rapidità. Se proviamo dunque a esaminare il modo in cui il discorso xenofobo è cresciuto fino a farsi ragion di stato, almeno in Italia, l’aspetto più evidente è dapprima il senso di sgomento legato all’intrusione di un elemento visto come estraneo e minaccioso, il migrante, e poi la percezione di un’ingiustizia rappresentata dal fatto che chi avrebbe l’autorità per impedire questo fenomeno si sottrae al proprio dovere di protettore. Non solo questa autorità si renderebbe colpevole di un vero e proprio tradimento. Anziché proteggere dall’intruso, si metterebbe ad aiutarlo, a concedergli le proprie attenzioni (gli hotel di lusso, i 30 euro al giorno, i cellulari e tutte le altre leggende che sono state ripetute ad nauseam), sottraendo cure a chi ne avrebbe diritto. Ne derivano rabbia, frustrazione, delusione. E’ stato questo uno dei principali argomenti della retorica populista e del nuovo governo. Continua a leggere →

11 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Attenzione: la Svizzera

di Max Frisch

[È appena uscito, per Meltemi editore, Attenzione: la Svizzera. Una proposta d’azione di Max Frisch, un pamphlet in cui lo scrittore elvetico prende di mira alcuni aspetti della mentalità della sua nazione. Ne pubblichiamo il capitolo 3, intitolato Viviamo in maniera provvisoria, ringraziando l’editore]

Se prendiamo in considerazione un qualsiasi ambito che potrebbe rivelare quale spirito ci contraddistingue – ad esempio l’urbanistica svizzera –, nessuno potrà affermare che la questione vitale, la questione relativa a quale aspetto debba avere la Svizzera di domani o anche soltanto di oggi, sia stata risolta. Anzi, al cospetto di una simile domanda ci troviamo quasi impotenti. L’urbanistica non è l’unico problema, sicuramente no. Ma limitiamoci all’urbanistica. È un problema più evidente di altri. Ed è un problema di carattere generale: ogni svizzero deve avere un’abitazione, ogni svizzero deve andare al lavoro, a piedi o con un mezzo, ogni svizzero è mortale e quindi nutre il desiderio di non essere investito, e inoltre non vorrebbe trascorrere un’ora al giorno in mezzo al traffi co bloccato. Vorrebbe vivere, e precisamente vivere come gli piace, vivere una vita che gli sembri degna di essere vissuta. In altre parole: vorrebbe una città che corrisponda alla sua forma di vita – e una simile città c’è sempre meno.

Anzitutto, l’enorme aumento del traffico stradale non è un tratto tipico dell’essenza del nostro paese. Si tratta di un fenomeno internazionale. C’è da chiedersi quali soluzioni si cercano nei vari paesi. Le soluzioni americane, ad esempio, ci aiutano solo parzialmente, perché noi viviamo in vecchie città che vennero create molto prima dell’avvento dei motori. E noi non vogliamo abbandonare e demolire queste città che appartengono alla nostra essenza storica. Il che significherebbe: noi rinunciamo alla nostra indipendenza, diventiamo il vassallo di una forma di vita altrui… Continua a leggere →

10 luglio 2018
Pubblicato da Pierluigi Pellini
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Erudizione snob

di Pierluigi Pellini

[Questo articolo è uscito su “Alias”].

Nel ricorrente, e in anni recenti un po’ stracco, dibattito sull’identità europea, e sull’esistenza di una letteratura del vecchio Continente capace di nutrire un immaginario condiviso, non di rado viene evocata, come possibile modello positivo, la cosiddetta Repubblica delle Lettere: una comunità sovranazionale di scrittori e filosofi, collezionisti e filologi, che dal Cinquecento di Erasmo al Settecento degli Illuministi ha coltivato la dotta urbanità del dialogo erudito, a dispetto delle guerre innumerevoli (religiose e no) che in quei tre secoli hanno insanguinato quasi ogni angolo di terra, fra l’Atlantico e gli Urali. Grandi epistolografi in lingua franca (latino e poi francese), i membri di questa comunità extraterritoriale si scambiavano idee e aggiornamenti scientifico-culturali, e così tenevano in vita un ideale di universalismo del sapere e di pax litteraria (meno irenica, in realtà, di quanto spesso si pensi), prima che le rivoluzioni di classe e i nazionalismi ottocenteschi accentuassero divisioni e contrapposizioni anche nelle élite colte, costringendo i savants a prendere partito, a rinunciare al privilegio aristocratico di un sapere super partes, insomma a diventare, con neologismo affermatosi durante l’affaire Dreyfus, ‘intellettuali’: più o meno organici, più o meno impegnati, ma in ogni caso consapevoli del fatto che nessuna conoscenza è neutrale, nessun valore di cultura privo di rapporti con la politica, l’economia, la storia.

Proprio il rifiuto di questa consapevolezza novecentesca è il centro intorno al quale gravitano i saggi – di argomento in realtà disparato: le forme della conversazione nell’Europa delle Corti, la nascita delle Accademie, l’epistolografia umanistica, il genere letterario delle Vite – raccolti nell’ultimo libro di Marc Fumaroli, La Repubblica delle lettere, uscito in Francia nel 2015 e ora tradotto da Adelphi (pp. 464, euro 32). Duplice è infatti lo scopo della nostalgica rievocazione della comunità dei dotti d’ancien régime, «permanente concilio degli spiriti» e «cittadinanza ideale» astratta dai conflitti della storia: da un lato il richiamo ai valori condivisi di una tradizione umanistica che ha consentito il dialogo oltre le differenze di religione e nazione, e ancora oggi può costituire un punto di riferimento per i processi di integrazione europea; dall’altro l’affermazione militante dell’«unità dell’Europa cristiana» e classicista, sulla scia di una tradizione di pensiero nobilmente reazionario (da Novalis a Valéry). Non senza una rivendicazione snobistica dei privilegi del letterato puro, avulso da ogni compromissione con l’engagement politico. Continua a leggere →

9 luglio 2018
Pubblicato da Claudio Giunta
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Una notte che non si preannuncia breve

di Nicola Pedrazzi

[Questo articolo è uscito sulla rivista «Il Mulino»].

Marzo 2018, Bologna centrale, Frecciarossa Milano-Roma. Sono appena salito a bordo, davanti a me zoppica una signora sovrappeso con la pelle nera, accompagnata da due pesanti valigie che ne rendono ancor più goffe le movenze. Sto per chiederle se per caso non voglia una mano, quando un asciutto ragazzino sulla ventina mi anticipa con il suo accento toscano: si alza di sua sponte, le va incontro sorridente e mentre sistema i bagagli scherza sul fatto che tanto lui è abituato ai pesi, quando viaggiano la sua ragazza fa anche di peggio. “Sei un tesoro”, lo ringrazia la signora, accomodandosi di fianco al suo giovane cavaliere. “Ci mancherebbe”, le risponde lui. Io mi siedo dietro di loro, e mentre il treno riparte sento che i due continuano a chiacchierare. Il riflesso sullo schermo spento del mio pc mi consente di leggere la chat di gruppo su cui il ragazzo sta digitando. Cito a memoria ma testualmente: “E chi mi arriva di fianco a Bologna? Anche stavolta, una negra cicciona. Puzza come un cassonetto, ma perché sempre a me?”. Risposta dell’amico: “Lol” – smiley che ride – “dalle fuoco!” – smiley con la lingua fuori. Contro-risposta: “Eh, ci ho pensato, ma puzzerebbe ancora di più, maledizione” – catena di smiley che piangono lacrime. Fine episodio.

Tra l’indignazione di chi, dall’alto del suo “antirazzismo”, è pronto a collocare il giovane chattante nel girone degli elettori leghisti (magari, perché no, regalandoglielo) e le spallucce di chi, assolvendo la condotta virtuale con quella avuta nella realtà fisica, non ritiene lo scambio con l’amico meritevole di riflessione, c’è a mio giudizio un problema contemporaneo da riconoscere: siamo di fronte a un giovane che dispone con disinvoltura di diversi linguaggi, codici che è in grado di usare a brevissima distanza l’uno dall’altro, in base al contesto sociale in cui è chiamato a esprimersi (gli adolescenti leggano: a volersi integrare). Si può osservare che da sempre gli esseri umani sono multipli, ma nell’era di internet i tempi della schizofrenia si sono accorciati: i nostri smartphone ci consentono di scrivere agli amici sul lavoro e di lavorare mentre siamo con gli amici, di essere uno, nessuno e centomila, in base al gruppo o alla cerchia con cui decidiamo di interfacciarci, magari simultaneamente. Continua a leggere →

8 luglio 2018
Pubblicato da Italo Testa
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Ollivud

[È in uscita per Prufrock il nuovo libro di Andrea Inglese, Ollivud, che si compone di due parti: una serie di 27 prose brevi, e la riedizione di Quando Kubrick inventò la fantascienza: 4 capricci su 2001, pubblicato nel 2011 per La Camera Verde].

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Bistecca

 

Restava il problema di come vedere la bistecca alla luce del giorno, perché anche di domenica, quando si sedeva a tavola sotto il pergolato nella bella stagione, si metteva a soppesare coltello e forchetta in attesa della bistecca messa a disposizione degli affamati. Anche in quel frangente così rassicurante, popolato di bambini, suocere, giardinieri, vicini, cani da slitta, ebbene dentro quel rimestare umano accomodato, la bistecca finalmente in rada nel piatto grazie al lavoro allegro della moglie e della cugina più anziana, ebbene proprio lì, sotto i tiri della forchetta e gli affondi del coltello, la bistecca mostrava un profilo ambiguo, oscurato, nebbioso. Come se un’ombra perpetua – frutto di disagi alimentari dei bovini, o di strategie sbagliate d’allevamento, o di contrattempi radioattivi – avesse guastato irrimediabilmente qualcosa, come se insomma fosse notte sempre fonda e sempre intorno alla bistecca, non da cruda, ma appena cotta, grigliata, persino a bagno maria, una povertà di luce e contorni, uno sfaldarsi dei dettagli, anche spiando da presso, come faceva lui, ormai, munito di una torcia elettrica tascabile: “Queste bistecche maledette hanno mantenuto il gusto e l’odore, ma quasi non si vedono più. È un supplizio insopportabile, mangiare e non sapere esattamente cosa mangi.” Gli altri ci avevano fatto caso, e poi c’avevano fatto il callo, come accade spesso in un dramma alimentare. Ma quello era il minore dei mali, visto il rumore elettrico, gracchiante, che ormai emettevano i fagiolini, le catalogne, le zucchine, i cavolfiori, le lattughe, le mele e addirittura le fragole, insomma quasi tutte le tipologie ortofrutticole una volta che approdavano nel piatto: visibili, ma stonate, rumorose, irritanti durante l’intera masticazione. Continua a leggere →

7 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Perdere il lavoro

playlist di Elisabetta Stella

Piero CiampiIl Lavoro (Io e te abbiamo perso la bussola, 1973)

Bruce Springsteen, The Ghost of Tom Joad (The Ghost of Tom Joad, 1995)

The KinksDead End Street (The Anthology 1964 – 1971 [Remastered version], 2014)

Sufjan StevensFlint (for the unemployed and underpaid) (Michigan, 2003)

Johnny Mandel and Mike AltmanSuicide Is Painless (MAS*H [Original Soundtrack Recording], 1970)

Bob DylanDignity (Greatest Hits Volume 3, 1994)

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6 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un’arte media

di Pierre Bourdieu

[È uscita da poco, per Meltemi, la traduzione italiana del saggio di Pierre Bourdieu sulla fotografia, Un’arte media. Saggio sugli usi sociali della fotografia. Queste sono alcune pagine dell’introduzione]

Si potrebbe dire della fotografia ciò che Hegel diceva della filosofia: “Nessun’altra arte, nessun’altra scienza è esposta a così supremo disprezzo che chiunque presume di possederla d’un tratto”4. A differenza da attività culturali più esigenti, come il disegno, la pittura o la pratica di uno strumento musicale, a differenza perfino dalla frequenza ai musei o dall’ascolto ai concerti, la fotografia non presuppone né la cultura trasmessa dalla Scuola, né il tirocinio e il “mestiere” che conferiscono pregio ai consumi e alle pratiche culturali comunemente ritenute più nobili, escludendone i non iniziati5.

Niente si oppone più direttamente all’immagine comune della creazione artistica come l’attività del fotografo amatore, che spesso chiede all’apparecchio di compiere al suo posto il maggior numero possibile di operazioni, identificando il grado di perfezione della macchina che utilizza con il suo grado di automatismo6. Tuttavia, sebbene la produzione dell’immagine sia interamente devoluta all’automatismo dell’apparecchio, l’inquadratura rimane una scelta che impegna valori estetici ed etici: se, astrattamente, la natura e i progressi della tecnica fotografica tendono a rendere ogni cosa oggettivamente “fotografabile”, ciò non toglie che di fatto, nell’infinità teorica delle fotografie tecnicamente possibili, ogni gruppo selezioni una gamma precisa e definita di soggetti, di generi e di composizioni. “L’artista, dice Nietzsche, sceglie i suoi soggetti: è il suo modo di lodare”7. Poiché è una “scelta che loda”, poiché rappresenta l’intenzione di fissare, cioè solennizzare ed eternizzare, la fotografia non può essere esposta ai rischi della fantasia individuale e pertanto, con la mediazione dell’ethos, interiorizzazione delle regolarità oggettive e comuni, il gruppo subordina questa pratica alla regola collettiva, in modo tale che la minima fotografia esprime, oltre le intenzioni esplicite di chi l’ha fatta, il sistema degli schemi percettivi, di pensiero e di valutazione comune a tutto un gruppo. Continua a leggere →

5 luglio 2018
Pubblicato da Claudio Giunta
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Virgilio in volgare

di Claudio Giunta

Immaginiamo di eliminare tutti i volgarizzamenti dal repertorio della letteratura italiana delle origini. Che cosa rimane, cioè come si ridefinisce, dopo questa sottrazione, quel repertorio?

Un simile esperimento presenta due difficoltà. La prima è chiarire cos’è un volgarizzamento. ‘Testo tradotto dal latino o dal greco, o da un altro volgare’: è la definizione dei dizionari. Solo che il materiale che deve tenere presente lo storico della letteratura antica ha confini più sfrangiati. In primo luogo, come ha osservato Folena in Volgarizzare e tradurre, «quasi tutto quello che ci è giunto di documenti e monumenti delle origini è in sostanza traduzione, sia che l’originale esista e ci sia noto, come nella versione interlineare ladina del sermone pseudoagostiniano di Einsiedeln, sia che si tratti soltanto di un modello mentale facilmente ricostruibile, come è per […] il Sao ko kelle terre italiano rispetto ai formulari giudiziari longobardi». In secondo luogo, ‘volgarizzare’ poteva voler dire non veramente tradurre ma rielaborare, imitare, adattare un contenuto preesistente a un’altra lingua e a un altro contesto culturale (pensiamo, in campo scientifico, ai vari estratti in volgare dei Regimina sanitatis, o a Restoro d’Arezzo che saccheggia Alfragano). Se prendiamo ‘volgarizzare’ in quest’accezione più ampia, è chiaro che questo materiale diciamo non originale rappresenta la gran parte della produzione scritta italiana delle origini, in qualsiasi genere, storiografia compresa. Come ha osservato Dionisotti, infatti, «un’inchiesta sulla cultura italiana di quell’età deve partire da un dato di fatto incontrovertibile […], che cioè quanto allora in Italia si sapeva della storia di Roma antica proveniva non da testi latini, ma direttamente o indirettamente da testi francesi».

A quale pubblico si rivolgevano questi volgarizzamenti? Ai non letterati, certamente, cioè a chi non conosceva il latino abbastanza bene da muoversi a suo agio tra le pagine di Livio o di Boezio, al pubblico borghese che affiora talvolta nelle dediche di questi volgarizzamenti. L’Historia adversus Paganos di Orosio, per esempio, venne tradotta, si legge all’inizio del libro, «della grammatica in volgare per Bono Giamboni, giudice, ad istanza di messer Lamberto degli Abati di Firenze»; e il De re militari di Vegezio venne tradotto «ad istantia di messer Manetto de la Schala». Continua a leggere →

4 luglio 2018
Pubblicato da Le parole e le cose
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Fine del mondo come fine dell’umano. Sei ipotesi post-apocalittiche dal 1901 al 2006

di Giulia Massini

Il paradosso post-apocalittico del Novecento.

Nella cosiddetta letteratura post-apocalittica del Novecento il paradosso è presentato già nel nome. Esso presuppone una testimonianza impossibile: almeno un uomo, o più uomini che assistano alla fine della propria specie[1]. L’assolutezza dell’apocalisse biblica, invece, non permetteva testimoni, se non in forma indiretta almeno, cioè attraverso visioni del futuro e rivelazioni, come quella di Giovanni. L’apocalisse di Giovanni è tale da porre fine al tempo cronologico, da riunire, in un solo respiro, passato, presente e futuro di questo mondo, e semmai trasferirli in un altro, in una Gerusalemme celeste e in un ambito di trascendenza, dove il Bene e il Male che fino a quel momento agivano nella storia trovano un posto stabile e duraturo nell’eterno. La visione di Giovanni non contempla alcun dopo sulla Terra; sta come un punto al termine di una linea. Stando ai versetti neotestamentari, anzi, l’apocalisse incarna proprio la speranza che il tempo storico abbia un termine: oltre il supplizio della vita, l’apocalisse garantisce il superamento dell’ingiusto, del mortale, dell’irrisolto e infatti quella giudaico-cristiana è un’idea ambivalente della “fine”, che oscilla tra il senso della “conclusione” e il senso dello “scopo”: la morte vi è messa in scena per attribuire un escaton alla vita[2]. Quella del Novecento, invece, è un’apocalisse che avrebbe il suo più preciso corrispettivo biblico nella vicenda di Noè e nel racconto del diluvio, dal momento che col tempo il termine “apocalisse” è passato a indicare eventi come disastri biologici, cataclismi naturali, esplosioni atomiche, epidemie. Ma sarebbe più corretto definire questa letteratura post-catastrofica, per meglio rendere la progressiva spoliazione di ogni tipo di speranza escatologica nel suo declinarsi, nonché di ogni divina azione cosmogonica che invece era alla base della vicenda diluviana. Continua a leggere →

3 luglio 2018
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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Ma è vero o è bello?

di Walter Siti

[Nasce L’età del ferro, una nuova rivista (cartacea) diretta da Alfonso Berardinelli, Giorgio Manacorda e Walter Siti, pubblicata da Castelvecchi e disponibile da luglio in libreria. La presentiamo pubblicando il saggio di Siti, Ma è vero o è bello?, sugli attuali rapporti tra giornalismo e letteratura]

L’afro-americana Janet Cooke era una giovane di belle speranze nel 1980, quando sentì parlare di un ragazzino, Jimmy, dipendente dall’eroina a otto anni; colpita, ne accennò alla redazione del «Washington Post» dove lavorava, e il capo entusiasta le ordinò di farci sopra un articolo. Un’occasione ottima per mettersi in luce e fare carriera, ma per quanto setacciasse i quartieri degradati della città non riuscì a trovare il ragazzino; quando il capo le confermò che poteva tenere segrete le sue fonti, decise di inventarsi il caso – scrisse un pezzo intitolato Jimmy’s World, così efficace che nel 1981 le fu assegnato il premio Pulitzer per il giornalismo. Senonché nacquero dubbi, ci furono una denuncia e un’inchiesta, si scoprì che la Cooke aveva anche mentito sul proprio curriculum al momento dell’assunzione, alla fine la poveretta ammise che il suo Jimmy era un bambino immaginario. Restituì il Pulitzer, perse il posto al giornale, l’episodio ebbe grande risonanza e fu definito “il Vietnam del giornalismo”; García Márquez, nel leggere la notizia, commentò scherzosamente che certo era ingiusto che Janet avesse vinto il Pultizer per il giornalismo, ma sarebbe stato giusto che le fosse attribuito il Nobel per la letteratura (letteratura non buonissima, a essere sinceri, l’articolo gronda di stereotipi dickensiani sull’infanzia offesa). Continua a leggere →