Le parole e le cose

Letteratura e realtà

26 luglio 2016
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La realtà. Hegel oggi

Intervista a Luca Illetterati, a cura di Alberto Gaiani

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 3 giugno 2015].

Wirklichkeit è una delle parole tedesche che significano realtà ed è una delle parole-chiave della filosofia di Hegel. Su questo concetto si terrà dal 3 al 5 giugno a Padova un importante convegno internazionale. Vi parteciperanno, tra gli altri, studiosi della filosofia classica tedesca del calibro di Robert Pippin, Jean-François Kervégan, Birgit Sandkaulen. Ne abbiamo parlato con Luca Illetterati, che, con Francesca Menegoni, è l’organizzatore del convegno.

Sembra che Hegel sia tornato, se non al centro della scena, perlomeno sulla scena. Siamo di fronte a un neo-neoidealismo? A una Hegel-Renaissance in senso generale?

Non credo si possa parlare di una Hegel-Renaissance. Tanto meno di un neo-neoidealismo (che rimane comunque, soprattutto nella sua versione gentiliana, per quanto sostanzialmente non studiato, l’apice della filosofia italiana degli ultimi centocinquant’anni). C’è però indubbiamente a livello internazionale una rinascita di interesse nei confronti della filosofia di Hegel. Molto è dovuto ai cosiddetti neohegeliani di Pittsburgh, John McDowell e Robert Brandom, che hanno ‘usato’ Hegel all’interno di dibattiti e contesti tradizionalmente ostili o indifferenti nei confronti della filosofia dell’idealismo tedesco. Al di là di questo è però interessante che in varie parti del mondo siano attivi in questo momento progetti di ricerca che connettono la filosofia di Hegel alle dinamiche del mondo contemporaneo. Un esempio può essere la grande discussione sul tema del riconoscimento. L’idea che le soggettività si costituiscano all’interno di un processo di riconoscimento è una tematica hegeliana ed è una tematica di grandissima attualità, si pensi alle discussioni sul multiculturalismo. Su questo lavorano gruppi di ricerca a New York, alla Columbia, in Brasile, a San Paolo, in Finlandia, in Italia, in Francia. In questo senso credo si possa parlare forse di un neohegelismo nell’ambito dell’analisi dei fenomeni sociali. Io ritengo che la grande attenzione che oggi viene dedicata al problema dell’ontologia sociale possa essere letta come una rinascita di interesse nei confronti di quello che Hegel chiamava lo spirito oggettivo. E ritengo che il concetto hegeliano di spirito oggettivo non sia ancora stato ‘sfruttato’ adeguatamente nell’ambito delle ricerche di ontologia sociale. Continua a leggere →

25 luglio 2016
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Unibo’s Got Talent. L’università nell’epoca del talent show

cropped-cropped-cropped-Got-talent-world-stage-2.jpg[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è apparso il 21 aprile 2015].

di Federico Bertoni

Qualche giorno fa ricevo un messaggio indirizzato a tutti i dipendenti e agli studenti dell’Università di Bologna, e da quanto capisco anche a un indirizzario di contatti molto più ampio (l’ufficio marketing di Unibo adora i grandi numeri, spiattellati su siti e brochure: 3.000 docenti e ricercatori; 8.000 convenzioni con aziende e istituzioni; 15.000 laureati all’anno; 500.000 laureati negli ultimi trent’anni, praticamente una città…). Il mittente si chiama “ReUniOn”. L’oggetto: “Il primo raduno mondiale dei laureati dell’Alma Mater”. In calce al messaggio il marchio dell’evento, contatti Facebook e Twitter, poi il logo dell’Università di Bologna: “Alma Mater Studiorum A.D. 1088”. Non mi avventuro in polemiche sui risvolti economici del progetto, anche se una kermesse che costerà centinaia di migliaia di euro è uno strano modo per celebrare anni trascorsi a piangere sulla contrazione dei finanziamenti all’università pubblica (meno servizi, meno personale, meno borse di studio, meno progetti di ricerca ecc.). Mi limito a immaginare gli autorevoli membri del Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo che approvano un piano di fattibilità crivellato di target, format, fundraising e via dicendo. Ma per ora mi interessano soprattutto gli aspetti comunicativi e – diciamo così – estetici della questione.

Innanzitutto, ReUniOn è giovane e dinamica (forse è un’amica di Matteo Renzi, ospite d’onore all’inaugurazione dell’anno accademico). E infatti mi dà subito del tu: “Il 19, 20 e 21 giugno a Bologna c’è un appuntamento che non puoi perdere: ReUniOn, il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna. L’Alma Mater festeggia con tre giorni di incontri, dibattiti, musica e spettacoli nelle piazze della città. Iscriviti e rimani informato:http://www.reunion.unibo.it”.

Di media e tv non capisco granché, ma negli ultimi tempi ho intuito (ho pur sempre due figli adolescenti) che qualcosa è cambiato: il modello egemone non è più il reality ma il talent show. ReUniOn lo sa: “Vuoi diventare protagonista? Puoi farlo in tanti modi: Se la tua passione è la musica, ReuniONmusic è il palcoscenico per te! ReuniONmusic è l’evento aperto a docenti, personale tecnico-amministrativo e studenti dell’Ateneo di oggi e di ieri che praticano la musica a livello amatoriale di qualità e desiderano esibirsi dal vivo, in gruppo o singolarmente. Candidati per suonare o cantare in piazza, nei giorni dell’evento: www.reunion.unibo.it/reunionmusic/ (Leggi il regolamento ed inviaci la tua candidatura compilando il modulo di iscrizione entro il 20 aprile)”. Continua a leggere →

24 luglio 2016
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Popular Poetry. Rock e poesia

cropped-1QbcdE7zksMH_gwX-vee4w.jpegdi Giulia Sarno

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 27 maggio 2015].

Esce oggi Appunti di rock 2. Dai Beatles ai Radiohead (Il foglio letterario), a cura di Andrea Gozzi. Ne fa parte il saggio di Giulia Sarno Lou Reed: American “Poet”, di cui pubblichiamo i primi due paragrafi].

Poeti di ieri, poeti di oggi

«Il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni». Se questa affermazione di Pier Vittorio Tondelli poteva suonare provocatoria nell’Italia della fine degli anni ’80 (Poesia e rock è un saggio datato 1987-1989), oggi l’opinione che gli autori di canzoni meritino (e il verbo non è usato a caso) l’appellativo di poeti è estremamente popolare. Dalla fantomatica candidatura di Bob Dylan al nobel per la letteratura, che regolarmente torna a scatenare dibattiti sempre uguali, ai discorsi da bar in cui De André viene incoronato massimo poeta del Novecento italiano, ai necrologi di Lou Reed, immancabilmente salutato come poeta del rock. Tondelli gongolerebbe nel mondo di oggi. Vero è che le smentite abbondano: critici letterari e (etno)musicologi si sbracciano in ogni sede possibile, dalle aule universitarie ai saggi specialistici agli interventi pubblici più disparati, per correggere il tiro, per mettere in guardia sulle semplificazioni, fornendo prove difficilmente controvertibili del fatto che identificare testi musicali e poesie è un grossolano atto di ingenuità critica. E in verità non è necessaria una preparazione accademica specifica per capire che le differenze sono enormi, e che schiacciarle significa non rendere giustizia né all’una né all’altra forma artistica. Non è neanche necessario, anche se molto utile, tracciare una storia della testualità per musica, forma compositiva dalla storia millenaria che corre parallela a quella della poesia, non di rado con questa intrecciandosi. Il rapporto archeologico[1] che lega parola e musica ha assunto nel corso del tempo innumerevoli configurazioni: ripercorrerle tutte, dalla lirica greca al madrigale cinquecentesco, alla librettistica d’opera, al lied tedesco, alla chanson francese fino alla nostra popular music, è un’esperienza chiarificatrice, nonché utile per sfatare tanti miti (un solo esempio, quello dei trovatori provenzali come cantautori ante litteram), ma è un’esperienza di cui, in questa sede, dobbiamo per forza di cose fare a meno. D’altronde, appunto, questo percorso cronologico non è strettamente indispensabile, perché basta mettere a fuoco e confrontare sincronicamente poesia e canzone per rendersi conto della distanza tra le due forme. Ciò che caratterizza il testo musicale è la sua natura intrinsecamente orale-performativa: un testo musicale nasce per essere cantato, dunque esposto oralmente attraverso quella particolare forma di esecuzione che è il canto. Cantare un testo vuol dire eseguirlo melodicamente, intonandolo secondo una successione determinata di suoni musicali, ovvero utilizzando i fonemi che compongono le parole per comporre un movimento melodico. E non solo: il testo musicale viene cantato sopra una musica, è parte integrante della composizione musicale, dunque a questa deve accordarsi in modo tale da formare quel tutto che chiamiamo canzone.

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23 luglio 2016
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Ibridazioni. Intervista a Valerio Magrelli

cropped-cropped-CABA09551.jpg[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 6 maggio 2015].

a cura di Francesca Santucci

Francesca Santucci: Cominciamo da una domanda sulla scrittura. A partire da Ora serrata retinae, la sua scrittura evolve in una parabola sempre più vicina alla prosa (penso alla sua terza raccolta, Esercizi di tiptologia, per cui qualcuno ha parlato di “proesia”); viceversa, nei libri di prosa, troviamo spesso innesti di alcuni versi (c’è un meccanismo di ready made linguistico di cui lei ha parlato anche ne L’enigmista e l’invasato). A proposito di questa ibridazione tra prosa e poesia, qual è il discrimine (se lei ritiene che esista), tra la sua produzione poetica e prosastica?

Valerio Magrelli: Si tratta davvero di un’ibridazione. Non c’è un compromesso, una via di mezzo: la poesia e la prosa sono proprio due correnti che si intersecano; certo, la seconda nasce successivamente, esattamente dodici anni dopo che avevo pubblicato i versi: i primi versi sono dell’80, le primi prose del ’92. Dopo dodici anni, scopro una strada per la prosa, una soluzione che mi evita l’invenzione di personaggi. FS: Ne ha parlato come di “saggismo autobiografico”. MV:Esatto. Io le chiamo “prose”, ma mi trovo bene nella definizione di “saggismo autobiografico” e, perfettamente, anche con la tanto famosa autofiction. Se vogliamo, è quella strada maestra del Novecento da cui vengono sia Proust che Céline. Curiosamente, lessi una bellissima intervista a Claude Lévi-Strauss, che disse “il mio piacere di scrittore è Proust e Céline”: lui non solo univa i due più grandi romanzieri del Novecento francese, ma anche i due più segnati dall’auto-finzione; quindi, in un certo senso, non è casuale che l’antropologo sia stato così attento: erano due esempi di scrittura etnografica. Insomma, dal ’92, nasce l’idea, la scoperta di una possibilità per la prosa, attraverso dei racconti autobiografici: quelli di Esercizi di tiptologia; racconti talmente autobiografici, che i primi due hanno per titolo un anagramma. FS: Alle lagrime, roviVM: E Rivelarmi al gelo, esattamente. Quindi, c’è una potentissima radice autobiografica, in questi scritti. Esistono dei racconti precedenti (che, naturalmente, ho bruciato tra le fiamme perché ritenuti particolarmente brutti), in cui cercavo una strada senza futuro, quella dei nomi propri: per me dire “Sergio” o “Stefano” vuol dire paralizzarmi immediatamente. C’è un po’ la vecchia idea di Paul Valéry dell’arbitrarietà del narrato, il quale, al contrario, ha una potente necessità, ma di natura diversa. Ancora oggi continuo a intrecciare le due cose, poesia e prosa, ma anche con altre dimensioni. Mi piace molto l’idea di un libro 3d: per esempio, in Geologia di un padre, ci sono le poesie, ci sono le prose, ma ci sono anche i disegni. Sono tre dimensioni con cui mi piace giocare, però, da un certo momento in poi, prosa e poesia si distinguono decisamente dal disegno. C’è un nuovo libro che deve uscire tra uno o due anni che, curiosamente, parla dei disegni di Fellini. È un libro su commissione, ma in realtà è molto autobiografico, per mille motivi; e, chissà, di nuovo ci saranno poesia, prosa e disegni, però questi ultimi non saranno miei. Continua a leggere →

22 luglio 2016
Pubblicato da Gianluigi Simonetti
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La cultura dell’eccezione. Un sabato mattina alla Biblioteca Nazionale

cropped-cropped-sala_multimediale1.jpgdi Clizia Carminati

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è uscito il 28 aprile 2015].

Roma, 11 aprile 2015

Sono arrivata alla Biblioteca Nazionale di Roma alle 9 di sabato mattina. Il sabato mattina la Biblioteca è aperta dalle 8.30 alle 13.30. Arrivo fiduciosa: devo consultare libri recenti, generalmente prestabili e fotocopiabili. Dopo anni passati su materiale antico, inamovibile e non riproducibile se non a costi altissimi, è un sollievo.

Desidero consultare un’edizione critica, fuori catalogo e non acquistabile. Un’edizione critica, com’è noto, fissa il testo, offrendo le varianti redazionali di un’opera. Volendo a mia volta offrire ai miei studenti alcune di quelle varianti, e il confronto tra di esse e il testo ormai acquisito, disponibile in molte edizioni tascabili, voglio introdurmi in biblioteca con il mio tascabile, sul quale segnare le varianti. Non si può entrare nella biblioteca nazionale con libri propri, salvo motivate eccezioni debitamente autorizzate: chiedo l’eccezione, mi mandano in un ufficio, il responsabile mi ascolta e mi firma un foglio.

Entro nella biblioteca semideserta. Ho ordinato tre libri da internet. Di quei libri devo vedere il contenuto: ma, come ogni ricercatore sa, capita che a volte un libro risulti poco utile per la ricerca; o che ne risultino utili solo poche pagine. Dei tre libri che ho ordinato, uno è quasi inutile: mi bastano 10 fotocopie. Gli altri due invece sono fondamentali: poiché non li posso acquistare, decido di fotocopiarne l’introduzione e gli apparati, per un totale di 117 fotocopie. Alle 9.23 mi presento al servizio riproduzioni, unica utente: fanno i conti, mi fanno pagare 16 euro e 10, e mi dicono candidamente che le fotocopie potrò ritirarle la prossima settimana, perché oggi è sabato e non si fanno così tante fotocopie. Guardo l’orologio e chiedo se il servizio non è aperto, come recita l’orario, sino alle 13. Mi dicono di sì, certo, ma aggiungono che così tante fotocopie non si possono fare entro l’una. Formulo a voce bassa la domanda che in Italia è sempre più rara: «Perché?». Imbarazzata, la dipendente non risponde, ripete a mezza voce: perché siamo in due, è sabato, non si fanno così tante fotocopie. Continuo a guardare l’orologio e con tono piangente chiedo un’eccezione, perché lavoro a Bergamo (anche se abito a Roma). La signora mi concede l’eccezione, pregandomi però di non azzardarmi a presentarmi al bancone se non pochi minuti prima delle 13, perché prima non ce la fanno. All’Università ho una fotocopiatrice molto meno evoluta della loro, e molta meno esperienza e familiarità di chi gestisce per mestiere un centro fotocopie: 117 copie si fanno in una mezz’ora. Continua a leggere →

21 luglio 2016
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Le memorie di un rivoluzionario timido. Un’intervista a Carlo Bordini

cropped-PastedGraphic-1-1.jpgdi Stefania Scateni

[Una prima versione di questa intervista è uscita sull’«Unità»]

 Il nuovo libro di Carlo Bordini, Memorie di un rivoluzionario timido, edito da Luca Sossella Editore (pagine 188, euro 10,00) è una autobiografia e insieme uno strano libro, poetico, storico e un po’ pazzo, dentro il quale c’è un posto importante per una sperimentazione bizzarra e “ciclotimica”, come se l’autore dondolasse tra avanguardia e giochi di parole. Le parole, le frasi, la punteggiatura decidono di ammutinarsi dalla lingua, confondere il lettore, e stimolarlo a trovare un senso. “Tutte le irregolarità grafiche, grammaticali, ortografiche e sintattiche sono quindi volute – spiega l’autore e scusandosi ai suoi lettori per il disagio -, Mi riferisco ai capitoli che terminano senza punto, all’uso arbitrario delle maiuscole e delle minuscole, alle irregolarità nella punteggiatura, alle parentesi quadre, alle parole deformate: tutti accorgimenti volti al perseguimento di un impasto musicale fatto da dissonanze. Non si tratta infatti di refusi ma dell’uso di un linguaggio deformato di cui ho creduto necessario servirmi per cercare di superare la piattezza dell’italiano televisivo su cui si basa il linguaggio letterario contemporaneo e per creare un impasto sospeso tra sogno e realtà”.
Il poeta Bordini, il rivoluzionario timido, stila un bilancio, un esame di coscienza su due temi: il rapporto con la politica, ovvero il lungo periodo della militanza trotskista, e i grovigli affettivi che hanno caratterizzato il suo rapporto vissuto con il mondo femminile. Il tutto preceduto da un’adolescenza vissuta tra depressioni, cambi di facoltà, fughe e sedute dallo psicanalista. Viene in mente un suo vecchio libro strepitoso, pubblicato alla fine degli anni Ottanta da Fazi: Manuale di autodistruzione. Un libro terribile e comico, che sembra una versione grottesca dell’autobiografia. Un “prequel” di Memorie di un rivoluzionario timido.
“C’è una voluttà nel distruggersi: è noto – scriveva nel prologo. – Io non voglio investigare perché; questo libro non è un’opera filosofica. Vuole essere un’opera pratica”. E il Manuale è veramente un manuale, con tanto di suggerimenti, passo dopo passo, per rendere la vita un inferno, e dove Bordini guardava l’umanità e raccontava con ironia crudele alcuni vizi o vezzi propri di noi tutti: non essere mai contenti di quanto si ha, non perdere l’occasione per riprendere chi ci sta accanto piuttosto che cercare di comprenderlo, fondare la propria vita sul rammarico invece che sul desiderio. Chiediamo all’autore se è d’accordo. Continua a leggere →

20 luglio 2016
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Quattro volti di Jacques Lacan

cropped-jacques-lacan_770371.jpgdi Massimo Recalcati

[Il saggio che segue[1] è tratto da Un cammino nella psicoanalisi. Dalla clinica del vuoto al padre della testimonianza (Mimesis), una raccolta di scritti di Massimo Recalcati a cura di Mario Giorgetti Fumel, uscita nelle scorse settimane].

 Un sogno di Lacan

Mi è capitato poche volte di sognare Lacan. In uno di questi sogni mi appariva come scomposto da uno specchio che rifrangeva la sua immagine in modo che apparissero, stratificati come in un quadro cubista, diversi volti di Lacan.

L’impressione era quella di qualcosa che sfuggiva a una resa identitaria coerente, che il volto di Lacan non si lasciasse catturare mai in uno solo. Lo sognavo attraverso l’oggetto che lo aveva reso celebre (lo specchio, la sua teoria dello “stadio dello specchio”), ma il suo volto si moltiplicava come se la sua testa fosse quella di un alieno. Nel sogno restavo disorientato fi no alla nausea di fronte a questo strano collage. Mi stropicciavo gli occhi chiedendomi se era la mia vista a essere alterata oppure se ciò che vedevo aveva una sua propria consistenza. Ripensando al sogno, una delle mie prime associazioni legò i diversi volti di Lacan ai suoi quattro discorsi.

I volti attraverso i quali mi appariva erano forse quattro come i suoi discorsi?

Una volta il mio amico Rocco Ronchi pose un interrogativo sulla natura del discorso di Lacan; se era uno dei quattro discorsi qual era? Oppure dovevamo considerare il discorso di Lacan come un altro discorso, irriducibile ai quattro? Che discorso era il discorso di Lacan? Forse il mio sogno era anche una risposta a Rocco Ronchi; il discorso di Lacan non lo si può afferrare come un solo discorso, non può essere identificato in uno dei quattro. Come nel sogno il volto di Lacan mi appariva plurimo, scomposto, rifratto, allo stesso modo il suo discorso sfugge alla rigida identificazione con uno dei quattro discorsi. Non a caso questo sogno apparve all’indomani della mia decisione di rinviare ancora una volta la conclusione di un libro sulla sua opera che mi stava occupando da circa vent’anni.[2] Continua a leggere →

19 luglio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Distruggere

cropped-16383.jpgdi Maurizio Balsamo[1]

[Il saggio che segue, il cui titolo originale è Dinanzi a una distruzione smisurata, apre il numero 1, 2016 di «Psiche», una rivista della Società psicoanalitica italiana diretta da Maurizio Balsamo e pubblicata dal Mulino. Distruggere è il titolo complessivo del numero 1, 2016].

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Quale rapporto esiste fra una tavola di The Pencil of Nature (1844), il primo libro fotografico, e una foto di Hiroshima, dove la luce della bomba atomica ha lasciato sul muro di una casa l’impronta di un uomo volatilizzato, si chiedeva J. C. Bailly (Bailly, 2010) ne L’istante e la sua ombra? In che modo la connessione fra due foto così distanti permette l’irruzione di un pensiero inedito, l’accostamento di ciò che fino ad allora era irrelato ci introduce a mondi finora isolati, a zone del reale che acquistano una reciproca significazione?

È come se la presenza spettrale [della scala] avesse il valore di testimonianza, è come se il fatto che essa esista ancora denunci ancor di più la sparizione della sentinella, se ci si permette di continuare a chiamare così la sagoma dell’uomo o della donna che si vede sul muro. Irradiata, essa si è trasfigurata, irradia se stessa. Al pari dell’ombra polverizzata, come l’ombra polverizzata, contribuisce all’enorme carico d’inconscio ottico, all’enorme potenza latente dell’immagine. Nel momento stesso in cui potremo separare il mondo delle ombre-dei morti- da quello degli oggetti reali, questa scala, se ha continuato a esistere, fa oscillare tutto il reale, dove dunque sarebbe rimasta, dal lato delle ombre: vi è coesistenza dell’inabissato e del risparmiato, ma ciò che è stato risparmiato ristagna altrettanto nell’evidenza del niente. La scala è come la guardiana di questo niente, è ciò che dimora in senso al reale incavato dove l’inabissato riemerge in superficie formando un’immagine. (Bailly, 130). Continua a leggere →

18 luglio 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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La fantasia-movimento di Jheronimus Bosch. La mostra a Madrid

cropped-hieronymus_bosch_030.jpgdi Daniela Brogi

C’era una volta un albero, da cui furono ricavate le tavole destinate alla pittura di un trittico dedicato a Il cammino della vita. I due sportelli che si richiudevano sul corpo centrale rappresentavano un viandante, e i soggetti dipinti all’interno, sul lato sinistro, erano La nave dei folli, nel riquadro superiore, e L’allegoria dei piaceri in quello inferiore; la parte interna del pannello di destra raffigurava La morte dell’avaro. La scena al centro della composizione, invece, è andata perduta, intanto che i vari pezzi, smembrati e venduti separatamente, sono andati a finire nei luoghi più lontani – Rotterdam, Parigi, New Haven, Washington.

Per il 2016, anno delle celebrazioni del cinquecentenario della morte di Jheronimus Bosch questi pannelli, che come hanno confermato le perizie a raggi infrarossi  provengono dal legno di un medesimo albero, e appartenevano alla stessa composizione, sono tornati, momentaneamente, a vivere accanto, interpellando silenziosamente lo spazio bianco della tavola centrale che invece resta, finora, perduta. Il grafico ricostruito per un articolo molto bello di Mariella Guzzoni uscito qualche mese fa illustra perfettamente la situazione (le due tavole con il viandante sono state ritagliate in una forma ottogonale):

Bosch1

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17 luglio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Quattro poesie

cropped-SIL_2152ok-1.jpgdi Irene Salvatori

[Irene Salvatori è nata in Versilia. Ha studiato a Pisa, a Cracovia e a Berlino, dove ora vive gestendo un caffè italo-polacco. Ha partecipato a RicercaBo 2015 e pubblicato poesie su rivista]

 

Hai mai visto una pallina

Hai mai visto una pallina di gomma cadere dalle scale?
Rimbalza sugli scalini saltandoli a due a due.
Accelera quel ritmo,
le si moltiplica dentro una gioia
che esplode, scoppia
Si fa sempre più frenetica in quel suo saltare,
schizza sempre più in alto
poi tocca terra
ma solo per prendere uno slancio
ancora
nuovo
più veloce.

Così, più o meno, mi sentivo
quando scendevo le scale sapendo che stavo per incontrarti. Continua a leggere →