Le parole e le cose

Letteratura e realtà

15 dicembre 2017
di Barbara Carnevali
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Imparando i valori americani

di Edmund White

[Il racconto che pubblichiamo è un inedito di Edmund White (1940), uno dei maggiori scrittori americani della sua generazione. Tra le sue opere più importanti ricordiamo la trilogia autobiografica Un giovane americano, E la bella stanza è vuota, La sinfonia dell’addio, la biografia di Jean Genet, i saggi Ritratto di Marcel Proust, La doppia vita di Rimbaud e la «guida» The Joy of Gay Sex, scritto con Charles Silverstein.
Ringraziamo Edmund White di averci inviato questo suo testo, tradotto in italiano da Giuseppe Gullo, e riportiamo le sue parole di presentazione:

“Edmund White ha pubblicato solo una dozzina di racconti in cinquant’anni di carriera. Ha scritto questa storia pensando a che effetto farebbe su un giovane europeo interessato al sesso la nuova ondata di puritanesimo americano. White ha vissuto molti anni a Parigi e torna ogni estate a Roma. Fino a maggio scorso ha insegnato a Princeton. Benché la difesa della dignità della donna sul luogo di lavoro e il rifiuto di rapporti sessuali non consensuali siano nobili cause, non dobbiamo dimenticare l’importanza della presunzione di innocenza e la differenza che esiste tra un crimine vero e proprio come lo stupro e un innocuo flirt”]

Era cresciuto a Roma come una specie di principe, senza titoli ma ricco, bello e affascinante, con una personalità forte, un’auto sportiva, bei vestiti e le più belle mani d’Italia – affusolate, ben articolate, muscolari, né troppo grandi né troppo piccole e spolverate di peli scuri che diventavano dorati in punta. Se un cervo avesse avuto le mani, sarebbero state come le sue, tanto erano forti ed eleganti, senza dubbio maschili ma non in modo esagerato. Viveva in un palazzo.
Si chiamava Bobby Fitzjames e sì, era americano ma quello era soltanto un dettaglio tecnico dal momento che, come i suoi genitori scoprirono quando compì diciotto anni, non sapeva parlare in inglese. O comunque non molto bene, sebbene il suo accento fosse perfetto – disinvolto, gergale, un po’ nasale. Solo che non conosceva molte parole inglesi. Sua madre era ricca, la figlia del presidente di una società americana che le aveva lasciato un grosso pacchetto di azioni. Suo padre era spiantato e un “artista”, sebbene nessuno fosse in grado di dire quale fosse esattamente la sua arte.
Bobby era il perfetto romano che biascicava le parole come un fruttivendolo di Campo dei Fiori, che indossava giacche scure di taglio sartoriale sulle spalle, che sapeva che il baciamano a una signora si fa solo in privato e senza mai toccare con le labbra. Non esitava a parcheggiare la macchina sul marciapiede, non sapeva nuotare ma sapeva andare a cavallo, e di rado leggeva un libro sebbene fosse in grado di citare in modo convincente i nomi di Proust ed Elsa Morante in una conversazione con un anziano uomo di stato. Beveva ma non si era mai ubriacato, mangiava pasta a pranzo e cena ma raramente metteva su un grammo, era più probabile che fossero le donne a sedurlo piuttosto che il contrario e aveva fatto la comparsa solo per divertimento in un film poliziesco italiano. Continua a leggere →

14 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Quasi un consuntivo

di Remo Pagnanelli

[Remo Pagnanelli, morto suicida nel 1987 a trentadue anni, è un autore di culto della poesia italiana degli anni Settanta e Ottanta. A lungo introvabili, le sue poesie sono state da poco ripubblicate da Donzelli in un volume intitolato Quasi un consuntivo (1976-1987), a cura di Daniela Marcheschi. Questi sono alcuni testi].

Che altro di strabiliante chiedevo per me,
da lasciarvi tutti così sorpresi e non piacevolmente,
niente che già non si sapesse e di cui si fosse taciuto e da tanto.
Altri, della passata generazione, direbbe
che il corteggiamento riesce e
del resto chiedere pista e circuire
non è difficile; io nemmeno immaginerei
la morte senza rima come un verso libero.

*

Mia ombra mio doppio,
talvolta amico ma più spesso
straniero che mi infuria ostinato,
mio calco che nessuna malta riempie,
fantasma appena colto,
di te ho centinaia di fotogrammi
sfrenati dalle corse, trattenuti
nelle reti, mio ombrello protettivo
paratutto, già cieco già binomio d’altro,
convengo con te quel che segue.
Niente di umano scoperchia la follia.

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13 dicembre 2017
di Clotilde Bertoni
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Paolo De Benedetti maestro di editoria

di Gianandrea Piccioli 

Nel proliferare di sagre tematiche, saloni, festival, incontri, presentazioni, dibattiti che ormai per tutto l’anno alimentano un indotto turistico-culturale pseudoprestigioso ma di scarsa sostanza e di dubbio rientro economico ci si dimentica di come è cambiata anche l’editoria in circa vent’anni. (1)

Innanzi tutto almeno fino agli anni ’80 l’editore era una persona ben individuata che governava la casa editrice quasi sempre essendone anche il proprietario (direttamente o indirettamente). Conosceva i suoi autori e loro conoscevano lui. Oggi, almeno nelle grandi case, a governare è un Consiglio di amministrazione, per lo più composto da persone che, correttamente dal loro punto di vista, trattano i libri come qualunque altra merce: libri, lampadine o biscotti non fa differenza. Si è perduta così la specificità del libro, che ovviamente è una merce, ma non completamente omologabile a un qualunque prodotto industriale: è infatti anche un oggetto particolare, che produce e trasmette cultura. E mentre gli editori di un tempo riuscivano quasi sempre a bilanciare libri di qualità con libri più commerciali (Luzi o Bertolucci con Fleming e i suoi romanzi dell’ agente 007 o la serie di Angelica, per fare esempi di un editore maestro nel mix alto/basso come era Livio Garzanti), oggi prevale la logica del bestseller che anziché l’eccezione (benefica, per carità) è diventata la norma, addirittura un genere letterario: narrativa, saggistica, poesia, varia e bestseller. (Roberto Cerati, il grande direttore commerciale, e non solo: a mio parere per molti anni anima segreta dell’Einaudi, li paragonava ad accessi febbrili nella vita di una casa editrice.) E gli autori, che sono individui particolari, spesso fragili o insicuri anche quando simulano guasconeria, non hanno più un punto di riferimento preciso: solo il direttore editoriale, che in molti casi è ormai un funzionario che sceglie i libri da pubblicare più con l’occhio al conto economico e alle tirature che al valore intrinseco di un testo. E così, spesso, se si prevede che un libro non raggiunga o non superi le 5000 copie non lo si pubblica. Continua a leggere →

12 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Suite in là con gli anni

di Giorgio Orelli

appena uscita per le Edizioni Casagrande di Bellinzona una raccolta di prose di Giorgio Orelli, intitolata Pomeriggio bellinzonese e altre prose, a cura di Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi. Pubblichiamo un estratto di Suite in là con gli anni, uno dei racconti che compongono il volume].

Diretto da un medico illustre, il Circolo di Cultura smussava l’angustia dei dubbi più tenaci con conferenze, concerti, spettacoli teatrali, mostre d’arte, tavole rotonde e castagnate. I migliori cantanti della «vicina penisola» poterono esibirsi al Teatro Sociale, rinomato in tutto il mondo per l’acustica. Pianisti celeberrimi si offrirono spontaneamente per suonare il nostro pianoforte, uno Steinway&Sons dalla sonorità straordinaria, giunto dall’Austria, più precisamente dalla Carinzia, con una famiglia ebrea scampata alla persecuzione nazista. Il più entusiasta dicono che ne fu Rubinstein, ma anche Benedetti Michelangeli ne diede apprezzamenti lusinghieri, e anche Serkin, che aveva mani da strangolatore, tanto che col mignolo rompeva un piatto. Se gli appassionati di Chopin erano saziati da Rubinstein, quelli di Beethoven non lo erano meno col Backhaus, che alla fine era il più di casa. La nostra segretaria, più che encomiabile per dedizione e premura, tremava per la salute del prezioso strumento, costato così caro neh, e supplicava tutti, ma specialmente il Backhaus e naturalmente il Serkin, perché lo trattassero coi guanti, non picchiassero troppo forte sui tasti, mi raccomando, giungendo le mani grassocce, bianchissime, piene d’anelli. Continua a leggere →

11 dicembre 2017
di Guido Mazzoni
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Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia

di Guido Mazzoni

[Questo saggio è uscito sul nuovo numero della rivista «Ticontre. Teoria testo traduzione» (VIII, 2017). Appartiene alla sezione monografica curata da Andrea Afribo, Claudia Crocco e Gianluigi Simonetti, intitolata La poesia contemporanea dal 1975. Ricostruzioni e interpretazioni del contemporaneo].

1. Una cosa povera e inascoltata

Nell’aprile del 1994, in una data che retrospettivamente assume un colore ironico, Giuseppe Conte pubblica una lettera in versi intitolata Sullo stato della poesia. Comincia così:

Da tempo mi interrogo.
Che mutazione politico-antropologica
c’è stata? Che cosa è cambiato
in questi anni
non dico nell’editoria, nei giornali,
ma nei lobi cerebrali
nei cazzi, nelle anime
perché la poesia diventasse
questa cosa povera e inascoltata?
Ancora quando ero studente io
Sanguineti e Pasolini
dibattevano sui destini
del mondo, del linguaggio,
della letteratura, come Ministri degli Esteri
di due Stati avversari.
Oggi il poeta non ha diritto di parlare[1].

Nei versi successivi il discorso degenera: ci viene detto che la poesia è la forma più alta di conoscenza, che ha il primato sulla politica, sull’economia e sulla religione, che i poeti sono dei legislatori inascoltati per colpa della più imbecille, della più corrotta borghesia intellettuale d’Europa, amante della televisione, digiuna di letteratura, eccetera. È un testo intellettualmente improbabile, come altre opere di Giuseppe Conte, ma tratteggia benissimo il clima di un’e­poca lette­raria tramontata. Quando Conte era al liceo, fra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, i poeti potevano essere percepiti «come Ministri degli Esteri | di due Stati avversari» che dibattevano «sui destini del mondo, | del linguaggio, della letteratura». Conte si riferisce a Sanguineti e Pasolini, ma le sue parole potrebbero valere per molti degli autori nati fra l’inizio degli anni Dieci e l’inizio degli anni Trenta. Fra il dopoguerra e la seconda metà degli anni Settanta le discussioni sulla storia e sul canone della poesia recente sono state, in modo più o meno mediato, discus­sioni sui destini del mondo. Imitando le maniere del dibattito politico («come Ministri degli Esteri | di due Stati avversari»), quelle polemi­che tradu­cevano in concetti i contenuti rappresi nelle forme della poesia, accorpavano i singoli poeti in tendenze, in partiti, leggevano le scelte estetiche come il segno di scelte etiche, esistenziali, politiche che non potevano coesistere nell’indifferenza. Il genere apparentemente più egocen­trico e irresponsabile, la poesia, non sfuggiva a un giudizio ideolo­gico: si po­teva discutere sui criteri del giudizio e sulla verità da proteggere, ma tutti, engagés e désengagés, si riconoscevano nell’avvertimento di Brecht: la let­teratura sarà esaminata. Chi partecipava a questo esame collettivo, dai toni mortalmente seri e vagamente paranoici, non era disposto ad ammettere che l’attrito fra posizioni diverse si sciogliesse nella coesistenza pacifica, ma esigeva il dialogo e, se necessario, la polemica – in versi o in prosa. La storia della poesia italiana di quegli anni è fatta di discussioni simili: Pasolini contro Sanguineti, Fortini contro Pasolini, Fortini contro Sereni, Fortini contro le nuove avanguardie, Pasolini contro Montale, Montale contro Pasolini, Montale contro le nuove avanguardie, le nuove avanguardie contro il resto del mondo. Anche la critica fatta da chi non scriveva poesia obbediva alla stessa logica. Basta leggere le polemiche che seguirono alla pubblicazione dell’antologia di Mengaldo nel 1978 per capire che la posta in gioco non era la difesa di un gusto o dei poeti amici ingiustamente maltrattati dal critico: la posta in gioco era un’idea della letteratura e della realtà. Per comportarsi così bisognava avere una fiducia solidissima nella propria rilevanza, un’illusio che nasceva, come ogni illusio, da precise condizioni materiali. Continua a leggere →

10 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Fortini ’17 (Padova, Palazzo Bo, 11-12 dicembre 2017)

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10 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Cinque poesie di Helga M. Novak

Traduzione e cura di Paola Quadrelli

[Pubblichiamo cinque poesie di Helga M. Novak tratte da Finché arrivano lettere d’amore. Poesie 1956-2004, traduzione e cura di Paola Quadrelli, Effigie Edizioni 2017. Secondo Wolf Biermann, Helga M. Novak, nata a Berlino-Köpenicknel nel 1935 e morta in Germania nel 2013, fu «la maggiore poetessa della DDR»].

Ringraziamento all’impastapillole della Grünenthal

io – bambino deforme
strappato e affogato nel vicino stagno
al chiaro di luna della nostra europa ammuffita
non mi sono lasciato impantanare

mia madre
ancora affondava nelle pozzanghere sul tragitto verso casa
ed io già davo spettacolo sui giornali
di nazioni venerande e guaivo

nella mia crociata
attraverso strade e piazze tedesche incontrai
seimila storpi simili a me
e me li trascinai dietro

verso il nostro creatore
impastapillole della Grünenthal che ci ha
creati e approntati a scherno e disonore
della specie umana

suvvia, maestro,
la cucina delle streghe puttana cavalcata dal denaro rognoso
ci ha partoriti e ci ha chiamati tutti
figli del talidomide

attaccaci ora
al carro ignominioso della tua stirpe ti laceriamo
in dodicimila monconi nell’aria –
coorte dei lupi

Danksage an den Pillendreher von Grünenthal

ich – ungestaltes Kind
abgerissen und ersäuft im nahen Weiher
beim Vollmondschein unseres muffigen Europas
hab mich nicht mooren lassen

meine Mutter
stak noch in den Pfützen des kurzen Heimwegs
da spektakelte ich schon durch die Blätter
ehrwürdiger Nationen und jaulte

auf meiner Kreuzfahrt
über die deutschen Gassen und Plätze stieß ich
auf sechstausend Krüppel meinesgleichen
und zog sie mir nach

zu unserm Schöpfer
Pillendreher von Grünenthal der uns
gebildet und gedreht hat zum Hohn und Spotte
der Gattung Mensch

wohlan Meister
die Hure Hexenküche geritten vom räudigen Geld
hat uns geworfen und alle benannt als
Contergan-Kinder

spann uns nun
vor den Schandkarren deiner Sippe wir zerrn dich
auf zwölftausend Stumpen durch die Luft –
Kohorte der Wölfe

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9 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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Cartoline dai morti (2007-2017)

di Franco Arminio

[È appena uscito in libreria Cartoline dai morti (2007-2017) di Franco Arminio, un’edizione accresciuta e arricchita di testi inediti dell’omonimo libro apparso nel 2010. Pubblichiamo una scelta di testi dalle tre sezioni che la compongono].

da Cartoline dai morti

Qui la fine della primavera e la fine dell’inver­no sono piú o meno la stessa cosa. Il segnale sono le prime rose. Ne ho vista una mentre mi portavano nell’ambulanza. Ho chiuso gli occhi pensando a questa rosa, mentre davanti l’autista e l’infermiera parlavano di un ristorante nuovo dove ti fanno abbuffare e si spende pochissimo.

*

Ho preso la corrente, sono morto fulminato. Stavamo lavorando nel cinema, il lavoro era quasi finito. Ero appena tornato dalla Svizzera. Ero contento.

*

Mi ero quasi abituato alla malattia. Quel giorno era festa e mi ero ben vestito. Guardavo mia moglie che girava stanca per la casa. Sono morto con un colpo di tosse mentre provavo a mangiarmi un mandarino.

*

Ero scapolo, sono morto nel sonno. Mi hanno trovato due giorni dopo. Una vicina di casa mi ha messo una mano sulla fronte. Aveva un odore di mele marce.

*

Stavo togliendo di mezzo le maglie dell’inverno. Mi ero stancato di piegarle una a una e di trovare un posto dove nasconderle. Nella mia casa c’erano troppe cose. Troppe maglie, troppe scarpe, troppi cappotti, troppe sciarpe. Sono caduto a terra stringendomi a un maglione. Era un maglione verde, uno che non mi ero messo mai.

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8 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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L’arte della cover

Playlist di Gianluigi Simonetti

Quelli del rock sono bravi ragazzi. Hanno un aspetto che ti può spaventare, ma alla fine scrivono le ballate più belle, si sposano e mettono su famiglia. Gli spregevoli siamo noi del pop.
(Miguel Bosé)

Sarà capitato anche a voi, nell’infanzia o nella prima adolescenza, di cantare sotto la doccia una canzone senza pretese sostituendo parti del testo originale con parole inventate. Pop X ha fatto di questa innocente trasgressione un metodo che funziona così:

  1. Si cerca un repertorio sostanzialmente fallimentare ma con qualche potenzialità;
  2. All’interno di questo repertorio si sceglie una canzone quasi bella, a cui manca qualcosa per diventare bella;
  3. Si rispetta la canzone nella sua struttura di base modificando testo e musica solo dove serve.

Una volta ascoltata, la cover siffatta distrugge la versione originale e prende stabilmente il suo posto nella testa dell’ascoltatore.

Pop X, Tra le foglie del foglia, da Thegiornalisti, Tra la strada e le stelle

 

Pop X, da Luca Carboni, Luca lo stesso Continua a leggere →

7 dicembre 2017
di Le parole e le cose
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La poesia come forma del sacro

di Caterina Verbaro

[Esce oggi, per Giulio Perrone, Pasolini. Nel recinto del sacro di Caterina Verbaro. Pubblichiamo l’introduzione].

 

  1. Poesia e sacro

Negli ultimi tempi gli studi pasoliniani sembrano concentrarsi intorno a due ambiti, entrambi cronologicamente riconducibili agli anni sessanta-settanta, quello relativo al cinema e al teatro e quello interessato alla lettura dei fenomeni socio-culturali dell’autore corsaro e luterano. Il Pasolini «piccolo poeta civile degli Anni Cinquanta»[1] sembra essere del tutto messo in ombra da quel suo più appariscente e combattivo omologo che, pur continuando a praticare la letteratura, a partire dagli anni sessanta ne mette in discussione irrevocabilmente la centralità espressiva e culturale, inaugurando un processo di smottamento e di ibridazione dei codici artistici che avrà da lì in poi un fecondo sviluppo. È d’altra parte l’autore stesso a costruire un’autorappresentazione della scissione, in cui due distinti personaggi, il «poeta delle Ceneri»[2] e l’«autore/ non più indispensabile, carico/ di poesia e non più poeta»[3], si fanno interpreti di due epoche culturali, la cui distanza è enfatizzata oltremodo dal discorso pasoliniano, a conferma di quella che Barberi Squarotti ha definito la «fagocitazione della realtà socio-politica all’interno della propria situazione psicologica»[4]. Nei più diversi generi frequentati, Pasolini sembra raccontare, in infinite variazioni, un’autobiografia della perdita costruita sull’idea della frattura, del mutamento, della disillusione. In questa autorappresentazione della scissione, in un unico canovaccio di drammatica coerenza, la fine degli ideali e dell’armonia tra sé e il reale comportano anche la perdita di ruolo della poesia, che di quell’armonia era sigla ed espressione:

Ero tolemaico (essendo un ragazzo)
e contavo l’eternità per l’appunto, in secoli.
Consideravo la terra il centro del mondo;
la poesia il centro della terra.
Tutto ciò era bello e logico[5]. Continua a leggere →