Le parole e le cose

Letteratura e realtà

28 marzo 2017
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L’Italia di De Sanctis

di Raoul Bruni

[Questo intervento è uscito in forma integrale nel numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana” (I, 2017) dedicato a Francesco De Sanctis, in occasione del bicentenario della nascita].

Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis viene pubblicato a puntate in appendice alla «Gazzetta di Torino» nel 1875, dunque esattamente quattordici anni dopo l’atto di nascita del nuovo Stato unitario. Sebbene il libro si svolga quasi tutto in Irpinia, è impossibile negare che quello spicchio di Penisola rifletta alcuni dei caratteri più tipici dell’intera nazione, cosicché l’itinerario desanctisiano assume senz’altro un valore paradigmatico, fornendo un’icastica istantanea dell’Italia di allora.
Non solo: mentre racconta Italia degli anni settanta dell’Ottocento De Sanctis coglie con largo anticipo alcuni tratti fondamentali del nostro carattere nazionale che sarebbero emersi con più chiarezza nel futuro della storia italiana. In questo senso, il Viaggio desanctisiano non è soltanto un ‘classico del meridionalismo’ (come pure, giustamente, è stato definito), ma, più in generale, un classico dell’italianità letteraria,[1] da collocarsi idealmente nella gloriosa scia di Machiavelli e Guicciardini, e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (che sarebbe uscito soltanto dopo la morte di De Sanctis ma che presenta non poche consonanze ideali con Un viaggio elettorale). Né si dimentichi che De Sanctis scrive il Viaggio pochi anni dopo aver portato a termine la sua Storia della letteratura italiana (1870-1871), cioè uno dei più fondamentali contributi alla storia della civiltà, non solo letteraria, italiana.

Del resto, nei decenni che seguono l’Unificazione, escono alcuni viaggi letterari attraverso lo stivale improntati agli ideali patriottici risorgimentali: i più organici e importanti sono Il bel paese di Antonio Stoppani, che viene pubblicato nel 1876 (in concomitanza con l’uscita in volume, presso Morano, del Viaggio elettorale desanctisiano) e Il viaggio per l’Italia di Giannettino di Carlo Collodi, pubblicato in tre volumi, tra il 1880 e il 1886. Rispetto a queste due opere monumentali, De Sanctis si concentra su un’area ben più limitata, ma egli stesso si dimostra ben consapevole della portata esemplare del suo racconto, tant’è che, dopo aver scritto che «avev[a] imparato più in quei paeselli che in molti libri», aggiunge che la storia confluita in quel libro non è più soltanto «storia mia; è storia di tutti, ci s’impara molte cose».[2] Continua a leggere →

27 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il borghese e lo stile

di Federico Bertoni

[Una prima versione di questo intervento è uscita su «Alias»]

Che fine ha fatto il borghese, quel personaggio che ha inventato l’organizzazione capitalistica del lavoro, e ha reso il nostro mondo quello che è? Sembra essersi fatto di nebbia. È da questo apparente paradosso che muove l’ultimo libro di Franco Moretti, Il borghese. Tra storia e letteratura, uscito in inglese nel 2013 e ora tradotto da Giovanna Scocchera per Einaudi. Pensiamo che la nostra forma di vita corrisponda all’ultima fase evolutiva della borghesia, ma in realtà il borghese è scomparso: «Anche se il capitalismo è più potente che mai (soprattutto in termini distruttivi, degni di un golem), la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla», scrive Moretti. Non resta che evocarlo con quell’atteggiamento «negromantico» sul quale insisteva Michel de Certeau: la scrittura della storia come rito di sepoltura, dialogo con i morti, cerimoniale simbolico che risuscita il passato. Studiando le forme letterarie, nota infatti Moretti, «entriamo in un regno di ombre, dove il passato riacquista la sua voce e continua a parlarci». È questo il «possibile contributo» della storia letteraria «alla conoscenza storica».

Dunque un libro di storia? Un libro in cui l’analisi dei testi è strumentale alla ricerca storiografica, in cui la letteratura è solo un pretesto per parlare d’altro? A prima vista sembrerebbe di sì, ma è una impressione sbagliata. Il borghese riserva belle sorprese. L’impianto è articolato ma perfettamente chiaro: introduzione teorica; primo capitolo sul prototipo per eccellenza dell’uomo borghese, Robinson Crusoe, con dialogo a distanza tra Defoe e Weber; secondo capitolo sul «secolo serio», l’Ottocento, momento trionfale della letteratura borghese (forse il più discutibile, riscrittura di un saggio del 2001, dove Moretti cerca di ricondurre tutto il romanzo ottocentesco a un’unica dominante formale, i «riempitivi»); terzo capitolo sulla cultura vittoriana, baricentro ma anche punto di svolta del libro; quarto capitolo che si allarga «verso i margini del sistema mondiale moderno» (Brasile, Italia, Spagna, Polonia e Russia), dove la coesistenza di ancien régime e capitalismo produce mostri, vere e proprie «malformazioni nazionali»; ultimo capitolo su Ibsen dove va in scena il «regolamento di conti» del secolo borghese. Continua a leggere →

26 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Psiche e violenza. Elle (Paul Verhoeven, 2016)

di Daniela Brogi

Non credo che si tratti soltanto di una suggestione personale: leggendo “Oh…” (2012), il bel romanzo di Philippe Djian tradotto da Daniele Petruccioli per Voland nel 2013, e guardando Elle (2016), il film che ne è stato tratto da Paul Verhoeven e interpretato da Isabelle Huppert, ho ripensato alla vicenda che è dietro al ritaglio di giornale riprodotto qui sotto:

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25 marzo 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Narrazioni da Sud

Il 29 e 30 marzo, presso l’Università per Stranieri di Siena, si terrà il convegno Narrazioni da Sud
Per ulteriori informazioni si può cliccare qui: http://www.unistrasi.it/1/10/4003/Convegno_Narrazioni_da_Sud.htm

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25 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Cantare la voce

playlist di Italo Testa

Joan La Barbara, Twelve Song (Voice is the Original Instrument: Early Works, 1976)

Demetrio Stratos, Flautofonie e altro (Cantare la voce, 1978)

Meredith Monk, Do You Be (Do You Be, 1987)

Arrigo Lora-Totino, Poesia liquida & Liquimofono (Fonemi, 2001)

Agnes Hvizdalek, Ursonate AV (di Kurt Schwitters)  (live@Henie Onstad Kustsenter, 13 settembre 2015)

Joan La Barbara, Poem 64 (text by Kenneth Goldsmith), (73 poems, 1994)

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24 marzo 2017
Pubblicato da Francesco Pecoraro
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Caravaggio a Siracusa. Il Seppellimento di Santa Lucia

di Francesco Pecoraro

Ci sono momenti particolari in cui occhio e cervello si fanno più aperti, nel senso di disponibili, alla percezione estetica. Forse meglio dire ricezione. Parlo di quelle situazioni – come quando rompi il fiato e si dilatano gli alveoli polmonari e respiri più profondamente – in cui si diventa specificamente propensi al riconoscimento della bellezza, non dico in ogni cosa, ma in molte delle cose cui normalmente non prestiamo attenzione, come al mercato una montagna di melanzane viola, l’occhio profondissimo di un pesce spada o la testa recisa di un tonno in pescheria, la pietra erosa di una facciata, le basole laviche di una strada della Sicilia sud-orientale.

Questo stato di ricettività felice si verifica quasi sempre nello spostamento, nel dis-allineamento delle coordinate del quotidiano che si produce quando sei in viaggio e hai scelto un luogo di vacanza (anche qui, vacazione nel senso di apertura all’esplorazione, alla ricognizione) capace di darsi come particolarmente inaspettato – deragliato rispetto all’idea corrente di Sud che normalmente adottano i non-del-Sud come me –, luminoso, ben tenuto, singolarmente bello, come l’isola di Ortigia, a Siracusa.

È sorprendendomi in questa condizione di apertura indifesa che mi ha trafitto il Seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, 1608, affossato laggiù nell’abside dietro l’altare della chiesa di Santa Lucia alla Badia, sull’acropoli greca, ma da secoli urbanizzata, dell’isola. Continua a leggere →

23 marzo 2017
Pubblicato da Claudia Crocco
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The Albertine Workout

di Anne Carson, traduzione di Matilde Manara

[The Albertine Workout è una plaquette di Anne Carson uscita nel 2014. Questa è la parte iniziale del testo nella traduzione di Matilde Manara].

1. Il nome Albertine non è comune per una femmina in Francia, mentre Albert è diffuso tra i maschi.

2. Il nome Albertine ricorre 2363 volte nel romanzo di Proust, più di tutti gli altri personaggi.

3. Albertine stessa è presente o evocata in 807 pagine del romanzo di Proust.

4. Per un buon 19 percento di queste pagine lei è addormentata.

5. Alcuni critici, compreso André Gide, ritengono che Albertine sia una versione camuffata dello chauffeur di Proust, Alfred Agostinelli. Si tratta della cosiddetta teoria della trasposizione.

6. Albertine incarna un’ossessione romantica, psicosessuale e morale per il narratore, specialmente nel quinto dei sette volumi (nell’edizione Pléiade) dell’opera di Proust.

7. Il quinto volume è intitolato La Prisonnière in francese e The Captive in inglese. Nel suo celebre studio del 1974, l’esperto mondiale di Proust Roger Shattuck lo considera il volume del romanzo che un lettore a corto di tempo può saltare per intero.

8. I problemi di Albertine sono
(dal punto di vista del narratore)
a) inclinazione a mentire
b) lesbismo
e (dal punto di vista di Albertine)
a) essere prigioniera in casa del narratore. Continua a leggere →

22 marzo 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Bowie: amare l’alieno

di Barbara Carnevali

[Questo intervento è la postfazione a Bowie di Simon Critchley, Il Mulino (versione italiana di On Bowie, London, Serpent Tail, 2016, edizione rivista e aumentata dopo la morte di David Bowie)].

Due sirene tentano il filosofo quando cerca di accostarsi ai fenomeni pop: la critica dell’ideologia di stile adorniano, che nega lo statuto di arte a ciò che definisce con disprezzo prodotti dell’industria culturale, destinati a fabbricare consenso per il sistema capitalistico e dunque privi di valore estetico; e l’attitudine postmoderna di chi si abbassa ironicamente verso un ambito che in realtà continua a sospettare indegno, e di cui riesce a parlare solo in modo obliquo, con un linguaggio virgolettato preso in prestito dalla cultura alta che rimarca la distanza e comunica una sensazione di falsità. Simon Critchley resiste a entrambe le tentazioni in cui vanno riconosciuti i sintomi di uno stesso snobismo. Prende il suo oggetto sul serio e non si preoccupa di doverlo giustificare o nobilitare. Che quella di Bowie sia arte è il semplice fatto che motiva la necessità del suo piccolo libro, concepito come il tentativo di spiegare a una comunità di fan, ma in primo luogo a se stesso, l’eccezionalità di un’emozione estetica durata più di quarant’anni. A prendere la parola è lo stesso autore che ha scritto su Heidegger e Lévinas. La serietà e il rigore non sono minori, ma il coinvolgimento è forse ancora più intenso dal momento che non si tratta tanto di condurre un dialogo intellettuale quanto di far luce sul mistero di una passione. La riflessione del filosofo nasce come una dichiarazione di amore – così dovrebbe sempre fare, d’altronde, la buona critica delle opere d’arte – dando indirettamente ragione al Proust di Deleuze, secondo cui solo le cose che ci colpiscono sensibilmente stimolano il pensiero alla ricerca del senso, e a Platone, che pensa il bello come capacità di farsi amare.

Critchley dichiara di essere un filosofo anarchico[1], e il presupposto non detto di tutta la sua interpretazione di Bowie è l’idea di collocarlo nella linea di quei movimenti anarcoidi di contestazione sociale – come la bohème, le avanguardie e le controculture novecentesche – che hanno espresso il dissenso per via estetica, attraverso il connubio arte e vita. Per questi artisti, il pensiero è un’azione che si incarna, prima ancora che in un’opera propriamente detta, nel gesto e nello stile come simboli di una maniera di essere e di intendere il mondo. Che a questa concezione della critica sociale, che ha una parentela con l’idea di estetica dell’esistenza, sia possibile attribuire una genealogia filosofica lo suggerisce un breve rimando alla storia del pensiero antico. Continua a leggere →

21 marzo 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Personæ

di Franco Buffoni

[Il mese prossimo uscirà per Manni Personæ. Dramma in cinque atti e un prologo di Franco Buffoni. Ne pubblichiamo un’anticipazione (il prologo, le prime due scene dell’atto primo e le note finali), ringraziando l’autore].

DRAMATIS PERSONAE

Dopo l’attacco al teatro dove era in corso il concerto-revival del gruppo rock dal grande passato, quattro personaggi “ritornanti” discutono tra loro:
Narzis, professore di filosofia alsaziano, quarant’anni, sposato con
Endy, tecnico informatico ex operaio, trent’anni. Hanno due bambini, Erik e Samuel, nati in Canada tramite GPA, ed è la prima sera che li affidano alla baby sitter.
Veronika, biologa ricercatrice di origini ucraine, trentacinque anni, a Parigi da dieci. Sotto l’aspetto di donna single in carriera, è devastata da una ferita d’amore e d’orgoglio subita a vent’anni.
Inigo, cinquant’anni, prete lefebvriano, che passava di lì per caso (?). Vive a Montmartre in una confraternita sacerdotale coperta intitolata a Dominique Venner, l’uomo che si suicidò nella cattedrale di Notre Dame il 21 maggio 2013 per protestare contro il matrimonio gay.

PROLOGO

Quegli istanti

Bianco, rosso mattone e azzurro
In tenue cromia disposti dagli stucchi
Sui fiori dipinti nel vecchio teatro
Dov’è in corso il concerto-revival
Del gruppo rock dal grande passato.
Lì da sola Veronika,
Una coppia gay con figli a casa in baby sitting,
Un prete léfebvriano che passava per caso (?)
Discutono sullo sfondo del lapsus
Di un cronista tv:
“Sono morti in modo non grave”.
Poiché la tv non può mentire
Per qualche istante fino alla rettifica
I quattro revenant tornano vivi.
E quegli istanti a tempo e luogo –
Al tempo e nel luogo in cui i fatti avvengono
Quando il momento è giunto –
Durano il tempo della nostra
Rappresentazione.

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20 marzo 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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La vera vita

di Alain Badiou

[Ho letto La vera vita. Appello alla corruzione dei giovani di Alain Badiou, uscito per Ponte alle Grazie nella traduzione di Vincenzo Ostuni, mentre stavo facendo una ricerca sul tema delle generazioni in poesia, che oggi in Italia porta con sé una sorta di morbo, molte verità e molte distorsioni. Cercando di far dialogare tra loro quelle verità e quelle distorsioni, è restata, senza remissione, la radice di un problema contemporaneo che va ben oltre l’atavico conflitto padri-figli, che denuncia in Occidente situazioni cruciali di ordine simbolico e materiale, che mette in discussione certi aspetti del pensiero nichilista parallelamente ai modelli economici dominanti. Può essere interessante iniziare a leggere La vera vita dall’ultimo capitolo, A proposito del divenire contemporaneo delle ragazze, che offre una delle analisi più lucide sull’evoluzione del femminismo, sulle relazioni tra generi, identità e competenze, sessualità e lavoro. Andare quindi a ritroso, con il secondo, A proposito del divenire contemporaneo dei ragazzi, e con il primo, Essere giovani oggi: senso e non senso, da cui sono tratti i seguenti brani. Si ringrazia l’editore per aver permesso di pubblicarli. (Maria Borio)]

La «vera vita», ricordiamolo, è un’espressione di Rimbaud. Ecco un autentico poeta della giovinezza, Rimbaud. Qualcuno che fa poesia a partire dalla propria esperienza totale della vita che comincia. È lui che, in un momento di disperazione, scrive in modo straziante: «La vera vita è assente». È questo che la filosofia c’insegna, o comunque tenta di insegnarci: che se la vera vita non è sempre presente, essa non è neppure mai completamente assente. Che lei, la vera vita, sia un po’ presente, è quello che il filosofo vuole dimostrare. E corrompe la gioventù nel senso che tenta di dimostrarle che esiste una falsa vita, una vita devastata, che è la vita pensata e praticata come lotta feroce per il potere, per il denaro. La vita ridotta, con ogni mezzo, alla pura e semplice soddisfazione delle pulsioni immediate.

[…]
In fondo, dice Socrate, e per il momento non faccio che seguirlo, per conquistare la vera vita bisogna lottare contro le prevenzioni, i preconcetti, l’obbedienza cieca, le consuetudini ingiustificate, la concorrenza illimitata. Fondamentalmente, corrompere la gioventù significa una cosa sola: tentare di fare in modo che la gioventù non ripercorra i sentieri già tracciati, che non sia semplicemente votata a obbedire ai costumi della città, che possa inventare qualcosa, proporre un altro orientamento per quel che riguarda la vera vita. Continua a leggere →