Le parole e le cose

Letteratura e realtà

24 maggio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Qual è il posto dei bambini? Sulle opere di Cannes 70 a partire dal film L’intrusa (Leonardo di Costanzo, 2017)

di Daniela Brogi

Leonardo Di Costanzo, che ha presentato ieri a Cannes, nella sezione “Quinzaine des réalisateurs”, il film L’intrusa, da sempre vive per la gran parte del tempo fuori da Napoli – a Parigi, per esempio, dove insegna agli Ateliers Varan; ma da sempre ambienta i suoi film a Napoli: per riuscire, così, a non parlare soltanto di Napoli.
Sembra un gioco di parole, e invece è una cifra artistica decisiva per il suo cinema, che è anzitutto da intendersi come messa all’opera di un documentarismo inteso come costruzione artigianale fatta di pazienza e manualità, per ottenere, reinventare una visione capace di conquistare una distanza, una condizione di spaesamento creativo proprio là dove un’ulteriore narrazione sembrava diventata impossibile, quasi una “carta conosciuta”, come si direbbe a Napoli, da quanto quello spazio, che di solito è una periferia, un mondo ai margini, pareva abitato da forme ormai consumate, immagini già viste troppe volte che lo avevano ridotto alla condizione generica di non-luogo.
Nel film presentato a Venezia nel 2012, L’intervallo, per esempio, una scuola dismessa si trasformava nell’universo fittizio e interstiziale dove poteva riflettersi (i riflessi sono uno stilema costante in Di Costanzo) un’esperienza nuova di racconto, tanto per i due ragazzini protagonisti quanto per gli spettatori:

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23 maggio 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Sommerso dalla zona grigia. Giovanni Falcone venticinque anni dopo

di Corrado Stajano

[Venticinque anni fa morivano Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Questo articolo è uscito sul supplemento domenicale del «Sole24 ore»]

Brandelli di un diario scritto soltanto ora. Conobbi Falcone un pomeriggio d’autunno del 1979 in una stanzina che gli faceva da ufficio al pianterreno del Palazzo di Giustizia di Palermo, intimidente e avvelenato da sempre. Sostituto procuratore per 15 anni a Trapani, era arrivato alla fine dell’anno passato: le inchieste di mafia non gli erano mancate nel Trapanese, in quelle terre impestate dalle cosche aveva avuto modo di far pratica. Ma Palermo era allora la capitale del mondo criminale. Cosa nostra si considerava padrona del mondo e Falcone, in quella stanzina, doveva sentirsi l’ultimo degli ultimi.

Era ottobre, ma sembrava ancora estate, da gennaio gli assassinati di mafia in città erano già una cinquantina, ghigliottinati, evirati, incaprettati, legati ai polsi e alle caviglie come capretti, abbandonati ai bordi delle strade, lasciati nei bauli delle macchine. Non erano tutti degli ignoti, la mafia doveva avere dei progetti, mirava alto in quell’alba del crudele decennio che stava per cominciare. In gennaio era stato assassinato un giornalista, Mario Francese, in marzo il segretario provinciale della Democrazia Cristiana, Michele Reina, in luglio il capo della Squadra mobile Boris Giuliano e da poco, il 25 settembre, il magistrato Cesare Terranova, dal limpido passato, designato a dirigere l’Ufficio Istruzione del Tribunale, un ruolo chiave, temuto dalla mafia per la sua intelligenza e conoscenza del fenomeno. Nessuno, proprio nessuno aveva visto i tre killer a viso scoperto nella strada affollata di prima mattina. Continua a leggere →

22 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Che cos’è un romanzo? Un dialogo con Lakis Proguidis

di Olivier Maillart

[Lakis Proguidis è il direttore dell’Atelier du roman, rivista edita a Parigi dal 1993. In Francia sono usciti diversi suoi  saggi, tra cui Un écrivain malgré la critique (dedicato all’opera di Gombrowicz), La conquête du roman (che esplora la tradizione che permette di congiungere Papadiamantis a Boccaccio) e De l’autre côté du brouillard (sul romanzo francese contemporaneo), nonché il volume Guerres et roman, scritto con Michel Déon. Presentiamo la traduzione italiana dell’intervista a Proguidis realizzata da Olivier Maillart per la rivista PHILITT all’indomani della pubblicazione dell’ultimo saggio di Proguidis,  Rabelais. Que le roman commence! (Pierre-Guillaume de Roux, 2017). La traduzione dal francese è di Simona Carretta].

Olivier Maillart: Potrebbe cominciare a presentarsi e a spiegarci di cosa tratta la rivista di cui è il direttore e il fondatore, L’Atelier du roman?

Lakis Proguidis: Sono stato a lungo assalito da un interrogativo: che cos’è un romanzo? Non saprò mai spiegare davvero perché questo interrogativo e non un altro. In ogni caso, più il tempo passava, più esso diventava pressante, s’impadroniva della mia vita. Orientava le mie letture, presiedeva ai miei gusti letterari, mi guidava nelle scelte di vita da prendere e, certamente, decideva di tutti i miei progetti di studio e delle mie prove di scrittore.
Non è quindi un caso se, ventiquattro anni fa, ho fondato L’Atelier du roman e se il principale obiettivo di questa rivista letteraria trimestrale è quello di «instaurare un dialogo estetico sull’arte del romanzo condotto in primo luogo dagli stessi romanzieri». Mi piace osservare i romanzieri, leggerli, interrogarli e commentarli. In un certo senso, L’Atelier du roman è il mio atelier di saggista. Alla fine del libro ringrazio gli amici e i collaboratori della rivista. Senza saperlo, hanno partecipato alla mia ricerca. Ma, beninteso, L’Atelier du roman è molto più di un laboratorio ad uso personale. Oggi, pensando all’insieme del lavoro svolto, agli ottantotto numeri già pubblicati, lo definirei come un caffè letterario composto da articoli. Coloro che lo frequentano, gli autori o i lettori, si dilettano a trascorrere ogni tanto un momento in compagnia per discorrere di cose che non apportano nulla, tranne un po’ di intelligenza al cospetto degli enigmi del mondo.

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22 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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In una biblioteca c’è tutto l’universo

di Mathias Énard

[Mathias Énard sarà nei prossimi giorni a Milano e Firenze, ospite del ciclo Prospettive critiche organizzato dall’Istituto francese.  Per gentile concessione dell’autore e della casa editrice E/O, pubblichiamo un estratto dal suo ultimo e fortunato romanzo,  Boussole (Premio Goncourt 2015), recentemente tradotto in italiano. Ci troviamo all’interno dell’Istituto francese di Teheran, dove alcuni studiosi discorrono di Rimbaud].

Dell’esploratore dell’Harar e dello Scioa, dell’“uomo dalle suole di vento”, Sarah recitava interi brani:

La tempesta ha sorriso ai miei risvegli in mare.
Più lieve di un sughero ho danzato sui flutti
Che eternamente avvolgono i corpi delle vittime,
Dieci notti, e irridevo l’occhio insulso dei fari![1]

E tutti ascoltavano, in quelle comode poltrone iraniane dove lo stesso Henry Corbin aveva dissertato con altri luminari a proposito della luce orientale e di Suharawardi; osservavi Sarah trasformarsi in Battello, in pizia rimbaudiana:

Da allora sono immerso nel Poema del Mare
Che, lattescente e invaso dalla luce degli astri,
Morde l’acqua turchese; dove, come un relitto,
Scende estatico un morto pensoso e illividito[2]. Continua a leggere →

21 maggio 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Cannes 70 L’Aids non è una metafora. 120 battements par minute (Robin Campillo, 2017)

di Daniela Brogi

Siamo a Parigi, agli inizi degli anni Novanta – quando trionfavano le sonorità martellanti, da centoventi battiti al minuto, dell’House-music. In una delle prime scene del film, Sean (Nahuel Perez Biscayart), che ha ventisei anni e sta tornando coi suoi amici da una missione dimostrativa, sposta la sua attenzione, e il nostro sguardo, dai discorsi degli altri alla visione del cielo rosa imbrunito sulla Senna, scorrendolo dai finestrini della metro; nel frastuono delle battute che si accavallano Sean, a un certo punto, parlando ai suoi compagni, ma tenendo gli occhi assorti, come se pensasse tra sé e sé, dice: quanta bellezza, quanta vita, quanto mondo in più mi ha fatto vedere la malattia. Restano in silenzio, sia Sean che gli altri: quasi tutti sono sieropositivi e fanno parte di Act Up, il movimento impegnato a organizzare incontri, atti di rottura, azioni provocatorie per scuotere l’opinione pubblica dall’indifferenza, per protestare contro il silenzio insensibile con cui i laboratori non comunicavano i risultati delle ricerche, dando più valore agli interessi delle case farmaceutiche che ai bisogni di essere informati e rassicurati dei malati; Act Up irrompeva nelle scuole per combattere l’ignoranza e informare i giovani sull’uso dei preservativi; o per reagire all’aperta ostilità con cui, negli anni Novanta, il mondo rimuoveva o emarginava l’Aids: quasi fosse una colpa, un’eclatante conferma dell’omosessualità in quanto condizione oscena e contronatura. Una metafora morale per tracciare i confini della società. Continua a leggere →

20 maggio 2017
Pubblicato da Barbara Carnevali
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Mass, velocity, time

playlist di Carlos Otero Álvarez 

The Go-Betweens, Cattle and Cane (Before Hollywood, 1983)

The Feelies, Loveless Love (Crazy Rhythms, 1980)

Sonic Youth, Tokyo Eye (Experimental Jet Set, Trash and No Star, 1994)

Shellac, Steady As She Goes (Live. Original: Excellent Italian Greyhound, 2007)

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19 maggio 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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Song to Song. L’universo diviso di Terrence Malick

di Pietro Bianchi

Tutte le filosofie moderne sono catene che legano e imprigionano; il cristianesimo è una spada che separa e rende liberi. Nessun altro filosofo permette a Dio di gioire della divisione dell’universo in anime viventi. Ma secondo l’ortodossia cristiana, questa separazione tra Dio e l’uomo è sacra, perché è eterna. Affinché un uomo possa amare Dio, è necessario che non ci sia solo un Dio da amare, ma che esista anche un uomo che lo ami. Tutte queste vaghe menti teosofiche per le quali l’universo è un immenso crogiolo, sono le stesse menti che fuggono istintivamente dalla parola dei nostri Vangeli, sconvolgente come un terremoto, secondo la quale il Figlio di Dio non è venuto per portare la pace, ma una spada affilata.” Queste parole scritte da G. K. Chesterton in Ortodossia, uno delle più belle e radicali riflessioni sul nocciolo perturbante e non pacificato del cristianesimo, mostrano come la domanda sull’esistenza del cristianesimo non potrà mai andare verso un’idea di ri-congiunzione al cosmo, ma semmai come un’assunzione definitiva della sua separazione. Amare in senso cristiano non può voler dire riproporre l’Uno del senso, ma attraversarne fino in fondo la sua divisione, la sua differenza, l’abisso del non senso, anche nel caso questa divisione non riguardi l’uomo ma Dio stesso. L’Universo non sta insieme: è tagliato in due, è scisso, è inconsistente. E l’uomo ne è stato gettato fuori.

Non è particolarmente à la page pensare di portare al cinema oggi riflessioni di questo tipo sull’Universo, o sulla domanda di senso (o di non-senso) dell’uomo nel suo stare al mondo. Troppo forte l’ingiunzione al “racconto di storie”, troppo dominante l’idea di un cinema “minimo” che si deve limitare a guardare il mondo che ha davanti agli occhi, magari raccontando i margini del visivo come fa la gran parte della produzione indipendente di oggi seguendo i dettami dell’umanitarismo democratico. L’idea di dare al cinema un compito speculativo (cioè di conoscere la realtà, prima ancora di rappresentarla come fa il tradizionale cinema di finzione) non può che provocare una fragorosa risata che è più o meno quello che sistematicamente accade ogni volta che raggiunge la distribuzione in sala un film di Terrence Malick (e se ancora riesce ad accadere il miracolo di riuscire a vedere questi film non è certo per le potenzialità commerciali del suo cinema, ma solo perché l’eccezionalità del suo status gli permette di usufruire di un cast stellare a prezzo del minimo sindacale). Continua a leggere →

18 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Una nuova collana di poesia

Al Salone del Libro di Torino, presso lo stand di PordenoneLegge, alle 16,30 di venerdì 19 maggio 2017, verrà presentata la nuova collana di poesia dell’editore Interlinea, Lyra Giovani, diretta da Franco Buffoni. La collana è la prosecuzione dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea. I primi due libri del catalogo sono L’ultima volta in Italia di Maddalena Bergamin e Pronomi personali di Marco Corsi. Saranno in libreria dal 5 giugno.

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18 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lontano dal romanzo. Una conversazione con Franco Cordelli

di Giorgio Biferali 

[Una versione più breve di questa intervista è uscita sul «Messaggero»]

«Comunque l’ho fatto cadere dalla moto, quello che mi ha investito», dice Franco Cordelli, sorridendo, mentre apre la porta di casa, in una piccola via romana dalle parti di Ponte Milvio. È ancora convalescente, dopo un incidente che l’ha costretto in ospedale per tre mesi. I soffitti di ogni stanza sembrano sorretti dalle librerie, ci saranno almeno diecimila libri, tutti in ordine alfabetico. Per non parlare, poi, dei “doppioni” nel frigo. «Servono nella giovinezza – dice – pensi che un giorno li rileggerai, ma non è così. Stanno lì». Rievoca i grandi scrittori che ha incontrato nella sua vita, da Pound, che non parlava, a Borges, che aveva una stretta di mano un po’ molle, da Montale, che lo lasciò abbagliato quando lo vide che fumava a Venezia in mezzo alla folla, a Gadda, che si addormentò alla presentazione della Cognizione del dolore, che portava delle scarpe lunghissime, iperottocentesche.

Si è conclusa Tempo di Libri, la fiera di Milano diretta da Chiara Valerio. Hanno senso, secondo te, due fiere – come quelle di Milano e di Torino – così ravvicinate?
«Detesto le fiere. Credo di essere andato una sola volta nella mia vita alla fiera di Torino, costretto da Laura Betti, solo lei era in grado di convincere qualcuno, o comunque me, ad andare in un posto simile. E poi mi pare assurdo che due scrittori, Nicola Lagioia e Chiara Valerio, siano i direttori di queste fiere. Voglio dire una cosa reazionaria: Non riesco a immaginare Franz Kafka e Max Brod direttori di una fiera di Praga e di Bratislava». Continua a leggere →

17 maggio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Claudia Rankine: una lirica americana

di Antonella Francini

[Poetessa, saggista, drammaturga, Claudia Rankine è in questi giorni in Italia per la presentazione del suo quinto volume di poesia in traduzione italiana, Citizen. Una lirica americana, appena uscito da 66thand2nd a cura di Silvia Bre e Isabella Ferretti. Giovedì 18 maggio (Sala Azzurra, 17,30), incontra il pubblico al Salone del Libro di Torino. Nata in Giamaica nel 1963, è cresciuta e si è formata negli Stati Uniti, dove vive. È membro dell’American Academy of Poets e docente di letteratura inglese e scrittura creativa al Pomona College e alla Yale University. Alla sua opera sono andati numerosi premi, fra cui il MacArthur Genius Grant (2016). Citizen, pubblicato nel 2014, è stato finalista per il National Book Award e vincitore di numerosi premi, fra cui il Book Critics Circle Award in Poetry, il PEN Center USA Poetry Award, e il Forward Poetry Prize].

Citizen. Una lirica americana mischia generi e stili diversi, varie modalità di scrittura, di lettura e di ascolto, ed impegna il lettore a più livelli invitandolo a fare ciò che la voce narrante, in incipit, dichiara di non poter fare in presenza di specifiche circostanze:

Quando sei sola e troppo stanca perfino per accendere uno dei tuoi dispositivi elettronici, ti lasci andare a un passato sprofondato tra i tuoi cuscini. Di solito stai rannicchiata sotto le coperte e la casa è vuota. A volte la luna non c’è e oltre le finestre il soffitto basso e grigio del cielo sembra a portata di mano […] e tu ti ritrai in ciò che viene ricostruito come metafora.

Da questa impostazione, e assenza di azione, nasce la forma ibrida di Citizen e il coinvolgimento del lettore, continuamente sollecitato, oltre che a leggere, ad azionare i suoi dispositivi per far scorrere i video a cui la parola spesso rimanda. L’io multiplo e polivocale di chi narra contiene la prima e la seconda persona, e dà voce a più protagonisti rivolgendosi a un generico ‘tu’, a un ‘you’ che è anch’esso doppio: è il cittadino nero protagonista delle storie di razzismo raccontate nel libro e il cittadino bianco, altrettanto protagonista e chiamato a prendere posizione e visione delle dinamiche sociali negli Stati Uniti e ovunque si manifestino discriminazioni e violenze razziali. Alla parola scritta sono abbinate immagini di opere d’arte, fotografie e, appunto, una serie di video, intitolati Situation e reperibili sul sito di Claudia Rankine (www.claudiarankine.com) o su YouTube. Altra caratteristica di Citizen è la commistione di più generi – dalla lirica alla non fiction, dal documento al reportage giornalistico e all’autobiografia. I blocchi narrativi in prosa, prevalenti nel libro, somigliano anche ai police log, cioè ai bollettini giornalieri che la polizia rilascia in America per rendere nota ai cittadini la sua attività (quanti sopralluoghi sono stati fatti, quanti individui sospetti sono stati fermati, ecc.). Alcuni passi ricordano, invece, annotazioni di diario; altri ricalcano lo stile giornalistico dei fatti di cronaca ripresi dai media. Continua a leggere →