Le parole e le cose

Letteratura e realtà

24 maggio 2016
Pubblicato da Mauro Piras
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L’idea di socialismo. Un sogno necessario

SEMINARIO DI FILOSOFIA POLITICA 2016

Il socialismo

giovedì 26 maggio 2016
h. 16:30-18:30 – Centro Einaudi, via Ponza 4/e

Libro in discussione: Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Milano, Feltrinelli,  uscita 5 maggio 2016

Relatore: Marco Solinas, Traduttore del volume

Discussant: Mauro Piras, Liceo Classico Gioberti di Torino, e Leonard Mazzone, Università degli Studi di Torino

Il capitalismo vive oggi nel paradosso. Da un lato sembra l’orizzonte non aggirabile della nostra esperienza sociale, dall’altro appare sempre più iniquo e privo di legittimità democratica o morale. La tradizione politica socialista, simmetricamente, appare del tutto in crisi: fallimentare nella forma rivoluzionaria, debole e compromessa nelle pallide incarnazioni riformiste. Tuttavia, lo sguardo della critica sociale non sembra potersi orientare se non in rapporto all’idea di socialismo. Le profonde diseguaglianze prodotte dal capitalismo finanziario degli ultimi decenni rendono più acute le aspirazioni all’eguaglianza, alla giustizia sociale, alla solidarietà. Honneth cerca di ritornare alla tradizione del socialismo, liberandola dalle più pesanti eredità ottocentesche, come l’idea di un progresso lineare della storia, o di una negazione totale del mercato. Si tratta di andare alla radice di una idea di libertà che si realizza dentro l’appartenenza sociale, cioè di una libertà solidale.

Il Seminario di Filosofia Politica, coordinato da Mauro Piras (docente del Liceo Gioberti di Torino), è un seminario aperto, non specialistico, rivolto a docenti di scuola e universitari, studenti universitari e di scuola superiore, studiosi di filosofia, cittadini interessati alla cosa pubblica.

Il suo intento è quello di riflettere su temi centrali della filosofia politica, affrontandoli in termini teorici e in rapporto ai problemi di politica pubblica posti dalla società contemporanea. La riflessione teorica viene interrogata per cercare risposte pratiche all’orientamento politico in società complesse e conflittuali. Allo stesso tempo, il seminario vuole perseguire un intento formativo, discutendo temi e testi classici della filosofia politica, in modo da permetterne la diffusione.

Il libro verrà presentato da un relatore del gruppo del seminario, e discusso da uno o più studenti. Il resto del tempo sarà dedicato alla discussione in sala, promossa da tutti i partecipanti a partire dalla propria lettura del testo. Continua a leggere →

24 maggio 2016
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Anna Maria Ortese e gli animali

cropped-d5652282a.jpgdi Niccolò Scaffai

Perché guardiamo gli animali? È la domanda che ci pone il libro (Why Look at Animals?, 2009, di recente tradotto in italiano per il Saggiatore), in cui John Berger ha riunito i suoi scritti sul rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi. Gli animali, osserva Berger, sono entrati nel nostro immaginario «come messaggeri e come promesse»; ma da quando abbiamo smesso di considerare la loro esistenza parallela e autonoma rispetto alla nostra, quella funzione originaria è esaurita. La sottomissione degli animali ne ha spezzato il legame dualistico con l’uomo, alterando l’equilibrio tra venerazione e controllo.

Berger non è il solo scrittore che, negli ultimi anni, ha riflettuto sul valore della vita animale, in sé e come paradigma della relazione individuo/società: da Coetzee a Foer e Franzen, il tema ha guadagnato una presenza crescente nella letteratura, divenendo anche oggetto di una corrente critico-teorica, gli Animal studies, già molto diffusa in ambito nordamericano. Anche nella letteratura italiana contemporanea ci sono esempi che si prestano a un’interpretazione di questo genere: limitandosi ai classici novecenteschi (ma non mancano casi più recenti, da Laura Pugno a Giordano Meacci), si possono citare Tozzi, Calvino, Volponi, Primo Levi. A questi nomi si aggiunge quello di una delle maggiori scrittrici italiane del Novecento, Anna Maria Ortese (1914-1998); il tema del distacco tra uomo e natura attraversa specialmente le sue ultime opere (da Il cardillo addolorato ad Alonso e i visionari e Corpo celeste), fino alla raccolta d’interventi sul tema che esce ora a cura di Angela Borghesi: Le Piccole Persone. In difesa degli animali e altri scritti, Milano, Adelphi, pp. 271, euro 14,00.

Il volume comprende trentasei pezzi, tredici dei quali già apparsi a stampa ma finora mai raccolti; i restanti, selezionati dalla curatrice tra i materiali del Fondo Ortese presso l’Archivio di Stato di Napoli, risultano inediti. Non datati, i testi sono perciò organizzati nel libro in base a un criterio tematico: la prima parte – chiarisce la Nota al testo – accoglie quelli «d’ampio respiro filosofico-naturalistico, di critica culturale e di costume, o di carattere documentaristico-memorialistico»; la seconda i testi «d’impronta militante», percorsi cioè da più accesi sentimenti animalistici. Continua a leggere →

23 maggio 2016
Pubblicato da Daniela Brogi
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I film premiati al Festival di Cannes 69

cropped-20160418140729-i_danielblake_01.jpgdi Daniela Brogi

[La prima parte della rassegna si può leggere qui]

Ha vinto la Palma d’Oro I, Daniel Blake: una delle opere più intense e stilisticamente rigorose di Ken Loach; tra i suoi film migliori, almeno dai tempi di My name is Joe (1998), perché racconta, senza una nota patetica di troppo, senza che l’ironia abbassi mai la tensione, la vicenda di un carpentiere che, dopo un problema cardiaco, resta incastrato e ridotto alla povertà estrema da un inghippo burocratico che gli impedisce sia di lavorare sia di ricevere un sussidio d’invalidità:

I dialoghi, come mostra questa scena, sono spietati: nessuna pausa retorica, ma un’adesione ferma, con inquadrature altrettanto essenziali, al linguaggio ferocemente impersonale del neoliberismo. Nessuno si deve “intromettere”, altrimenti è “aggressivo”, s’impiccia di affari che non lo riguardano. Daniel, che reagisce a questo meccanismo, diventa un eroe non perché è povero – rimarrebbe, nel caso, una figura retorica di ribellione, come altri protagonisti meno riusciti di Loach; Daniel diventa un eroe per il modo in cui le situazioni – magari la fila in una mensa dei poveri, la ricerca inutile di un altro impiego, il tentativo di compilare una pratica on line, o la stesura di un curriculum, l’amicizia con  Rachel e i suoi due bambini – per il modo in cui tutte queste scene vengono messe in rapporto tra loro da una regia asciutta e referenziale, che non spiega mai, e che, se usa il registro sentimentale, come accade, lo fa per aderire meglio all’oggetto, non alla soggettività che lo ha ricreato.

Insomma, ha vinto, e non era affatto scontato, uno sguardo che fa vedere la povertà, vale a dire che non guarda e basta, o peggio ancora ammira, spettacolarizzandola, la gente che vive in miseria: magari attraverso stereotipi, ideologemi e anche scenari datati, come hanno fatto i fratelli Dardenne con La fille inconnue, che mette in scena la vicenda di una dottoressa che decide di continuare a fare il medico della mutua, anziché lavorare in una struttura privata, dopo che un paziente – un ragazzino che sta facendo la chemio – le fa una schitarrata di ringraziamento; ma, sentendosi in colpa per l’uccisione di una prostituta nera, avvia una battaglia corsara per ritrovare almeno il nome della morta sconosciuta – considerazione a latere: se uno specializzando, in presenza di un bambino con una crisi epilettica, si appanica e scappa, non va dissuaso dalla scelta, giudiziosa, di abbandonare la professione medica, perché volerlo convincere del contrario non è senso di responsabilità, ma ossessione). Continua a leggere →

22 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Gesti sportivi/6. La Milano-Sanremo

cropped-luca_lombardi_granfondo-3082-1.jpgdi Bernard Chambaz

[Bernard Chambaz, caporedattore di Desports, storico, romanziere e poeta, ha scritto in particolare di ciclismo (Viva l’Italia, Ponte alle Grazie, 2008). Ospite del ciclo Prospettive Critiche organizzato dall’Institut français Italia – il programma: pc2016.institutfrancais.it – Chambaz sarà Roma il 26 maggio, al Kino, per dialogare con Daniele Manusia (L’ultimo uomo) e Alberto Piccinini  (Il manifesto, Rolling stone, Radio 3). Pubblichiamo un suo intervento sulla Milano-Sanremo, nella traduzione di  Francesca Bononi.]

A forza di ritrovarmi nel paesaggio, ho cominciato a prendere in considerazione l’idea di farne parte. Avevo la sensazione che il dentro e il fuori coincidessero. Alla fine sono giunto a un postulato: io sono il paesaggio.

È qualcosa che ho provato spesso e con grandissima intensità, sia su strada che in alta montagna, in città, nelle megalopoli americane per le quali mi è capitato di passare, come anche a Parigi, dove sono cresciuto e poi invecchiato, ben integrato nel tessuto urbano. Ma l’ho provato anche nei musei e nelle pinacoteche, dove ho scoperto una sua variante essenziale: predelle, retroterra di quadri di Piero della Francesca, senza dimenticare «viste dagli angeli, le cime degli alberi forse» – il buongiorno di Rilke. Aggiungerò, per esigenze di forma, il paesaggio sonoro di Madame Butterfly o di Stainless Gamelan, con il buon vecchio Puccini e John Cale seduti uno accanto all’altro ai piedi dell’albero a guardare le mele cadere.

La bicicletta è senza ombra di dubbio un mezzo che incita alla filosofia e al sentimento del paesaggio. Attraverso qualche frase vi porterò sul percorso della mia ultima Milano-Sanremo, su questo caratteristico paesaggio di trecento chilometri, duecentonovantotto per l’esattezza, e più di nove ore, come se le falde del tempo e dello spazio si sovrapponessero per formare una specie di paesaggio unico e stratificato. Continua a leggere →

21 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Sesso o esse

cropped-ex-machina.jpgplaylist di Italo Testa

Sebastien Tellier, Look (Sexuality, 2008)

Renato Zero, Sesso o Esse (Zero Landia, 1978)

faust’o, Il mio sesso (Suicidio, 1978)

Morphine, Super sex (Yes, 1995)

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20 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Uomini & cinghiali. Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci

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di Francesco Pecoraro

Un romanzo come questo non si vedeva da un pezzo. 52 capitoli di scrittura-scrittura, estrosissima, umorale, linguisticamente iper-colta, multi-dimensionale e super-italiana – nel testo non c’è una sola concessione gratuita all’inglese –: è una specie di compendio dell’idioma peninsulare, quello che Giordano Meacci compone a formare il testo de Il cinghiale che uccise Liberty Valance, uscito di recente per Minimum fax.

Dopo 450 pagine di piacevole (a volte esasperante) lotta con questo libro, la prima (probabilmente la sola) cosa che mi viene da dire riguarda il come è scritto. Forse perché, com’è per i libri degni di questo nome, la sua vera sostanza, il suo per così dire messaggio, sta proprio nel come è scritto.

Cosa succede veramente a Corsignano (paese inesistente del senese, di cui una cartina iniziale, fornisce l’immaginaria ubicazione geografica) e dintorni tra il 1999 e il 2000, e in particolare nella notte tra il 19 e il 20 luglio del ’99 (data che ricorre in nove capitoli) non mi è rimasto particolarmente impresso, data la struttura circolare, o forse a spirale, o più precisamente ritornante, del testo, dove le vicende di uomini, animali e quasi animali, si avvolgono nel tempo senza che se ne colga agilmente e con esattezza non solo il succedersi, ma il rapporto di causa-effetto.

Tutto ciò che accade – qualcosa certamente accade: si muore, si dà la morte, si ama, si fa sesso, si tradisce, si parla molto, blandamente si delinque, tutto secondo il manuale centro-italiano del vivere provinciale tardo-novecentesco – viene riferito da Meacci come fosse desunto da un racconto locale, con le incertezze e i si dice del mormorio paesano, a dare l’impressione che l’autore non conosca esattamente la verità dei fatti. Oppure, conoscendola, si attenga a una qualche regola del silenzio, dell’omissione, del non detto fino in fondo.

Ma qualora la conoscesse, non riuscirebbe a dircela perché troppo impegnato a scrivere degli istanti che la compongono, perché il tempo di Meacci non riesce a scorrere, essendo, per il suo stile, troppe, anzi infinite, le inferenze dell’istante, tutte legittime, tutte riferibili analizzabili evocabili, in una serie di incisi e trattini e punti e punti e virgola che si srotolano forsennatamente uno dentro l’altro, senza sapersi fermare se non per un atto arbitrario, cioè ancora di stile, dello scrivente.

È una sorta di scatenamento a freddo: la mente del Meacci cerca di tenere a bada le connessioni e però lo stesso ne rilascia sulla pagina una buona quantità. Non tutte, perché sarebbe impossibile oltre che inopportuno, ma so che prima o poi, in un libro ancora da scrivere o più probabilmente già scritto, ci proverà. Il suo è davvero un textum, un tessuto complesso e incoercibile, non solo di parole reciprocamente ben disposte, ma di rimandi e allusioni e citazioni di ciò che in quel momento nel periodo non potrebbe/dovrebbe entrare, entrandoci lo stesso. Continua a leggere →

19 maggio 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Di quale corpo ha bisogno la società oggi?

cropped-marilyn-monroe2-1.jpgdi Gianna D’Agostino

[Esce oggi per Effigie il saggio di Gianna D’Agostino Pensiero corsaro. Una biopolitica dell’esistenza, di cui pubblichiamo un estratto. Il libro tenta un confronto tra l’ultimo Pasolini e l’ultimo Foucault; entrambi pronti a interrogarsi sull’azione del potere sui corpi; entrambi interessati all’economia politica come agente di trasformazione della vita umana, l’uno studiando quella che battezzò «biopolitica», l’altro dedicando il proprio impegno giornalistico ad indagare la mutazione antropologica]

Quando Pasolini parla di politicità del coito, esige che la questione dell’aborto venga ricollocata nel contesto che le è proprio, quello ecologico, dimostrando una precoce sensibilità nei riguardi di una forma di potere che comincia a prendere in carico l’intera vita umana. Questo allargamento di prospettiva è tipico della sua ultima produzione. Pasolini riesce così ad articolare in modo originale la critica al neocapitalismo tramite un approccio che egli stesso definisce esistenziale, aprendo la prospettiva a quella che si può definire una biopolitica dell’esistenza.

Ho spiegato, nel primo capitolo, come secondo Michel Foucault la genesi del nuovo potere vada ricercata nelle istanze che la borghesia cominciò ad attuare alla fine del Settecento per fortificare e perpetuare il proprio corpo sociale e, attraverso di esso, la propria egemonia politica. Già alla fine del suo La volontà di sapere Foucault definisce «bio-potere» la tecnologia che investe i corpi singoli attraverso le discipline e il corpo sociale attraverso i meccanismi di regolazione, evidenziandone l’importanza per la nascita del capitalismo. Esso infatti permette l’inserimento dei corpi all’interno dell’apparato di produzione e, quel che più ci interessa in sede di critica antropologica alla società neocapitalistica, permette un adattamento dei fenomeni della popolazione ai processi economici. Foucault parla infatti di «bio-politica della popolazione», e scrive: «Bisognerà parlare di “bio-politica” per designare quel che fa entrare la vita ed i suoi meccanismi nel campo dei calcoli espliciti e fa del potere-sapere un agente di trasformazione della vita umana». È un nuovo modo di intendere il rapporto tra vita e storia che emerge nella riflessione foucaultiana: la vita si configura come limite biologico della storia, con la morte, e allo stesso tempo è interna allo storicità umana poiché assorbita nelle sue dinamiche di potere-sapere.

È in primis la gestione della sessualità che permette a tutta una serie di tecnologie di potere di applicarsi alla vita: tra queste spiccano la gestione del corpo della donna, il controllo delle nascite, la comparsa della demografia, il rilancio della famiglia eterosessuale mononucleare. Si tratta di una messa a valore della vita. Attraverso qualifiche, misure, apprezzamenti, gerarchie il potere estrae dai corpi potenzialità utili all’intera società. Il suo obiettivo non è più, dunque, il far valere un divieto, ma creare distribuzioni all’interno di una range di possibilità tollerate. Foucault scrive: «la società normalizzatrice è l’effetto storico di una tecnologia di potere centrata sulla vita». Continua a leggere →

18 maggio 2016
Pubblicato da Alessandra Sarchi
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La ragazza selvaggia

cropped-kiki-smith-lying-with-the-wolf-3.jpgdi Laura Pugno

[Domani esce La ragazza selvaggia (Marsilio), il nuovo romanzo di Laura Pugno. Ne presentiamo in anteprima alcune pagine].

Tessa aveva aiutato Dasha a stendersi sul letto da campo e aveva medicato la ferita. La ragazza era sprofondata in un sonno febbricitante e questo, pensò Tessa, le avrebbe facilitato il lavoro. La ferita era un taglio profondo, dai lembi netti, vide quando l’ebbe pulita. A giudicare dalle cicatrici che aveva sul corpo, non doveva essere certo la prima volta che Dasha rimaneva ferita nel bosco, ma stavolta si era indebolita troppo, al punto da cercare aiuto.

Tirò fuori il disinfettante e le bende. Prese un asciugamano, lo inumidì e strofinò poco a poco, con acqua tiepida, il corpo di Dasha. Ci sarebbe voluto molto di più perché tornasse ad avere un aspetto normale. I capelli chiari si erano avviluppati in una massa fittissima e sarebbe stato necessario rasarli a zero. Forse un giorno Dasha sarebbe stata capace di tornare a stare tutto il tempo su due gambe, a mantenere la posizione eretta.

Finita la prima opera di pulizia, non senza fatica Tessa infilò alla ragazza una sua vecchia maglia e i pantaloni di una tuta. Dasha rimase inerte, mugolando di tanto in tanto qualcosa di incomprensibile. Tessa la coprì con il suo sacco a pelo e tutte le coperte che aveva, tra cui una caldissima, grigia. Deve sudare, pensò. Nell’armadietto dei medicinali aveva paracetamolo e altri farmaci, ma non sapeva come avrebbe potuto reagire il corpo di Dasha. Si sedette sul letto da campo accanto alla ragazza che si era raggomitolata in posizione fetale. Aveva la fronte coperta di sudore, ma appena più fresca di prima. Ormai l’odore di selvatico aveva invaso il container.

Da sotto il letto, Tessa tirò fuori una vecchia borraccia che aveva riempito di porto e buttò giù due sorsate. Una volta, ricordò, era considerato un liquore medicinale. Per un attimo, pensò di bagnare le labbra di Dasha col porto, ma scartò subito l’idea. Adesso la ragazza sembrava più tranquilla, e forse avrebbe dormito tutta la notte. Lei invece, Tessa, era destinata a non chiudere occhio; o forse sì avrebbe ceduto al sonno, e magari all’alba svegliandosi non avrebbe trovato più traccia di Dasha. Sentì un brivido correrle lungo la schiena, tirò fuori il cellulare dalla tasca e si alzò. Grazie ai ripetitori installati poco lontano per servire gli impianti eolici, la zona dove si trovava il container era coperta da campo, e nella rubrica Tessa aveva archiviato anni prima un vecchio numero degli Held.

Il telefono squillò due volte, poi partì una segreteria su cui era registrato un numero di cellulare e una voce che diceva: «Se avete notizie di Daria Held, chiamate, a qualsiasi ora.» I primi tempi, pensò Tessa, quel telefono doveva aver suonato in ogni momento. Erano stati registrati avvistamenti in ogni parte d’Italia e anche all’estero, in Ucraina, nella zona di Pripyat-Chernobyl, da cui provenivano Nina e Dasha, piste false. Poi, di anno in anno, le segnalazioni si erano diradate fino a scomparire. Eppure Giorgio Held continuava a mantenere quel messaggio in segreteria. Non aveva perso la speranza, pensò Tessa. Oppure la sua disperazione era diventata talmente opaca e quotidiana da non permettergli di cambiarlo.

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17 maggio 2016
Pubblicato da Niccolò Scaffai
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Critica della trasparenza

cropped-wolf_08_01.jpgdi Riccardo Donati

[Anticipiamo un capitolo del volume di Riccardo Donati, Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico (Rosenberg & Sellier, 2016). La trasparenza è uno dei miti culturali che consentono di riflettere sulla modernità a partire dalle sue radici, indagandone gli sviluppi e le polarità fondamentali. Nato in ambito architettonico alla metà dell’Ottocento, il tema è stato ed è ancora fortemente discusso dalla letteratura, dal cinema e dalle arti, ed entra spesso in relazione con il dibattito politico e sociale. Il volume ne ripercorre storia e fortuna, spaziando da Ruskin a Joyce, da Dostoevskij a Bontempelli, fino al secondo Novecento di Calvino, Ballard, Stephen King (ns)].

 I reclusi

Arrivo ancora vicino al parallelepipedo. È una scatola diafana, il parallelepipedo, con l’uomo chiuso dentro, con gli occhiali, chiuso come in una gelatina, collocato come in una vetrina, che fa il gesto di uno che sale le scale. Fa il gesto di uno che pensa, anche, l’uomo con gli occhiali. C’è il parallelepipedo diafano, sopra, che è vuoto. È diviso in due scomparti, sopra, da una lastra di vetro.

Edoardo Sanguineti, Il giuoco dell’oca

 

L’ipotesi di una prigione perfettamente trasparente è un’ossessione tutta moderna, legata alle esigenze di sorveglianza e controllo che caratterizzano le società occidentali moderne, da Bentham in poi. Si è già visto nel corso del presente volume come l’immagine del palazzo diafano sia presente nelle narrazioni fiabesche di tutto il mondo, compresa l’Italia, solo che si pensi a I tre castelli, una favola tradizionale del Monferrato che Italo Calvino ha antologizzato nella sua celebre raccolta Fiabe italiane (1956), dove si parla di un «castello tutto di cristallo». Pochi anni dopo, il maggiore e più popolare favolista italiano del Ventesimo secolo, Gianni Rodari, riprende il tema della trasparenza incrociandolo con quello della condizione carceraria in un testo intitolato Giacomo di cristallo, contenuto nella celebre raccolta del 1962 Favole al telefono.

Se un altro Giacomo, Jean-Jacques Rousseau, in più luoghi della sua opera parla metaforicamente di un cuore transparent comme le cristal, si può dire che quello di Rodari sia un personaggio russoviano al quadrato: la particolarità di questo angelico bambino consiste infatti nell’avere membra che lo sguardo penetra «[…] come attraverso l’aria e l’acqua» e un cervello parimenti trasparente cosicché «ognuno poteva leggere nei suoi pensieri e indovinare le sue risposte, quando gli facevano una domanda, prima che aprisse bocca» (Rodari 1962, p. 85). L’incapacità, da parte del bambino, di nascondere un segreto o mentire è una virtù universalmente ammirata, che gli procura l’amicizia e la simpatia di tutti. Sennonché, un giorno, il paese dove Giacomo vive cade in balia di un «feroce dittatore», il quale impone un regime di terrore e violenza, fucilando i ribelli e facendo sparire – «senza lasciar traccia», scrive Rodari: e occorre sottolineare quanto il concetto di traccia sia importante, via Benjamin, quando si parla di trasparenza – coloro che osano protestare. Continua a leggere →

16 maggio 2016
Pubblicato da Claudio Giunta
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L’università italiana non prepara al lavoro?

cropped-46532_5.jpgdi Edoardo Lombardi Vallauri

[Questo intevento è uscito sulla rivista Il Mulino (marzo 2016)]

Che l’università debba preparare al lavoro è un luogo comune. Anzi un tormentone, un mantra, una sentenza, ripetuta dalle fonti che in questo paese hanno in assoluto più ascolto, e cioè le Aziende. Le sacre aziende, che siccome la ricchezza la generano loro, hanno sempre ragione. E se non vogliamo diventare poveri, bisogna fare tutti come dicono le aziende.

Già, ma ultimamente le aziende di ricchezza ne generano meno dell’auspicabile. Ebbene, l’università, che deve generare sapere e saper fare, ne genera anche lei così poco? Perché le aziende, per non prendersi la colpa del fatto che non riescono più a produrre ricchezza, hanno inaugurato il sistema ben noto dello scaricabarile: la colpa non è nostra, dicono, ma – fra gli altri cattivi – della scuola e dell’università, che non preparano i giovani per il lavoro.

A che lavoro dovrebbe preparare l’università? Basta bazzicare il mondo aziendale molto meno di quanto lo bazzico io, che ci tengo corsi da vent’anni, per sapere che non solo in ogni azienda si fa un lavoro diverso, ma che in ogni comparto di una stessa azienda si fa un lavoro diverso; e anzi, in ogni stanza dello stesso comparto della stessa azienda si fa un lavoro diverso. Il risultato è che anche se uno proviene da un’altra azienda dello stesso settore, e perfino se viene da un’altra stanza della stessa azienda, ovviamente dispone delle basi di conoscenza generali e di buona parte di quelle specifiche, compresa una notevole esperienza pratica, ma per qualche mese deve imparare la specifica cosa che farà nella nuova posizione. La diversità dei compiti nel mondo del lavoro è tale, che pensare di prepararsi per il lavoro implicherebbe di indovinare in che stanza di che azienda si lavorerà. Salvo che poi dopo un anno e mezzo si verrà spostati ad altro incarico, e bisognerà dedicare qualche mese a imparare quello. Continua a leggere →