Le parole e le cose

Letteratura e realtà

20 febbraio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Studiare o lavorare. Sull’alternanza scuola-lavoro

di Lorena Currarini

La legge 107/2015 introduce l’obbligo dell’alternanza scuola-lavoro con questa formulazione: «l’alternanza scuola lavoro rappresenta una metodologia didattica per attuare modalità di apprendimento flessibili ed equivalenti sotto il profilo culturale ed educativo (…), che colleghino sistematicamente la formazione in aula con l’esperienza pratica; arricchire la formazione acquisita nei percorsi scolastici e formativi con l’acquisizione di competenze spendibili anche sul mercato del lavoro (…)».

Si prevede che ogni allievo del triennio di liceo affronti per circa 70 ore nell’arco di ogni anno scolastico un’esperienza di lavoro, ‘sistematicamente’ in armonia con l’offerta formativa della scuola frequentata. Per i tecnici e i professionali le ore raddoppiano: quattrocento, circa centrotrenta l’anno. Un’eternità. Questa parte della legge ha cominciato a dispiegare i suoi effetti nell’anno scolastico 15/16 e in questo, rivelando nella pratica quotidiana di funzionare anche peggio di quanto si poteva immaginare.

1. Il lavoro non c’è

La formulazione è tanto vaga quanto velleitaria.

Cosa significa esattamente ‘alternanza scuola lavoro’ non l’ha precisato nessuno. Certo non la legge, che si limita a imporla. Lo scorso anno scolastico le scuole hanno letteralmente inventato le forme con cui assolvere l’obbligo di legge, ricorrendo a soluzioni fantasiose e improvvisate, o delegando il tutto agli studenti, andate e fate. L’assunto implicito è che i ragazzi abbiano bisogno di un bagno di realtà. Basta con tutte quelle ore in classe, diamo un taglio a tutti quei discorsi di cui vi riempiono la testa, andate a lavorare. Preoccupa un po’ che il ministero dell’istruzione consideri l’istruzione una specie di orpello e ritenga necessario rimediare iniettando robuste dosi di sana concretezza produttiva. Continua a leggere →

19 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

Martedì 21 febbraio 2017, ore 18,00

Fondazione Corriere della Sera

Sala Buzzati, via Balzan 8, Milano

Le rivoluzioni culturali. Apocalittici e integrati nel XXI secolo

Ne discutono Aldo Grasso, Guido Mazzoni, Walter Siti

Coordina Oliviero Ponte di Pino

19 febbraio 2017
Pubblicato da Massimo Raffaeli
2 commenti

La pietà oggettiva di Pagliarani

di Massimo Raffaeli

[Questo intervento è uscito su «Alias»]

Si intitolava Il mare dell’oggettività il saggio di Italo Calvino che apriva il secondo numero del “Menabò”, la rivista redatta per Einaudi con Elio Vittorini, e dava conto di quella che si sarebbe definita anche in Italia letteratura industriale: era il 1960, anno baricentrico del Boom economico, e nel fascicolo oltre a una rassegna di Franco Fortini comparivano testi di Roberto Roversi, Paolo Volponi, Francesco Leonetti e di un romagnolo di Viserba da tempo residente a Milano, trentatreenne, Elio Pagliarani, già presente in “Officina” e firmatario di un paio di plaquettes (Cronache e altre poesie, Schwarz 1954, Inventario privato, Veronelli 1960) che ne facevano un tramite fra lo sperimentalismo anni cinquanta e la neoavanguardia successiva, tanto che la sua presenza nella antologia dei Novissimi (1961) lo avrebbe subito individuato quale voce laterale, estranea a qualunque poetica organica, e outsider del Gruppo 63. Refrattaria alla messa in pagina di un io autocentrato e dunque proclive all’ascolto delle presenze e delle voci del mondo, la poesia di Pagliarani, memore innanzitutto della lezione di Ezra Pound, castigando il narcisismo secolare si disponeva ad accogliere i dati della realtà più imminente, un mondo ormai a colori e in tumultuosa trasformazione. Milano era il suo panottico, la specola da cui scrutare, per frammenti e scorci, un paese i cui assetti arcaici si avviavano in poco d’ora a divenire gli stessi di una potenza industriale e compiutamente neocapitalista. Perciò la pietas iscritta nella parola del poeta, vale a dire la capacità di accogliere i dati della sua esperienza diretta del mondo, non avrebbe potuto che essere, stante la potenza di un suo verso poi proverbiale, una pietà oggettiva. Di tutto questo era flagrante testimone, in quel numero del “Menabò”, il poemetto pubblicato in volume da Mondadori nel ’64, ritenuto da molti, sottotraccia, un classico e infatti come tale oggi riedito, La ragazza Carla (Il Saggiatore, “Le Silerchie”, pp. 63, € 16.00) con una partecipe prefazione di Aldo Nove che ne legge lo spazio ambiente in un set infernale “in cui il poeta funge da regista e, anzi, si sottrae anche alla funzione di sceneggiatore: il che ci fa pensare più al cinema che alla poesia, e alla definizione che Eizenstejn dette del cinema stesso come arte del montaggio”. Continua a leggere →

18 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Italiani d’Argentina

playlist di Italo Testa

Benjamin Biolay, Palermo Hollywood (Palermo Hollywood, 2016)

Carmelo Bene dice Dino Campana, La chimera (Rai2, 1996) Continua a leggere →

17 febbraio 2017
Pubblicato da Pierluigi Pellini
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La lingua dei giovani accademici

di Claudio Lagomarsini

Il protagonista del romanzo d’esordio di Andrea Piva (Apocalisse da camera, Einaudi 2006) è Ugo Cenci, un giovane cocainomane, sessuomane e dottorando in Filosofia del diritto. In una delle scene meglio riuscite del romanzo, Ugo sta per entrare in aula per fare esami, quando si rende conto che gli manca un accessorio fondamentale. Torna di corsa nello studio, recupera l’accessorio e, finalmente tranquillizzato, scende in aula. L’oggetto di cui aveva un disperato bisogno è una semplicissima borsa di cuoio, totalmente vuota (qualche cartaccia impedisce l’afflosciamento che svelerebbe il bluff). Con la borsa, Ugo sente di potersi distinguere dagli studenti suoi coetanei. Con la borsa, riesce anche a darsi un aplomb e un ruolo che i soli titoli di “dottorando” e “cultore della materia” non lo aiutano ad assumere.

Nelle ultime settimane si è discusso molto di come l’italiano scritto sia malamente padroneggiato dagli studenti universitari. Vorrei portare l’attenzione sul fatto che tra quelle fila c’è una delle prossime generazioni di ricercatori e professori. Alcuni di quegli studenti diventeranno ben presto accademici juniores (dottorandi, cultori, assegnisti, borsisti). Da una decina d’anni mi trovo a far parte di questa fauna post-laurea e post-doc che, linguisticamente parlando, non mi sembra molto più in salute di quella pre-laurea. Osservandola dall’interno, ho l’impressione che la lingua dei giovani accademici sia come la borsa vuota di Ugo Cenci: simulando pienezza vorrebbe illudere di essere piena. Infarcita di clichés accademici rassicura anche gli wannabes di essere – o di poter ben presto essere − dei veri accademici.

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16 febbraio 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Dall’interno della specie

di Andrea De Alberti

[È appena uscito per Einaudi Dall’interno della specie, il nuovo libro di poesie di Andrea De Alberti, di cui LPLC nel 2012 aveva pubblicato una scelta di inediti. Propongo sei testi tratti dalla prime due sezioni].

Sediba (sorgente)

Precipitando in una grotta dalla quale non sarebbero più usciti
gli scheletri formano in un perfetto cerchio una famiglia.
A ritrovarli fu un bambino di nove anni, allontanatosi a giocare.
I corpi hanno talloni deboli, segno che gli ominidi
si arrampicavano ancora per mangiare o per difendersi sugli alberi,
i piedi fanno pensare ad una posizione eretta,
le braccia sono muscolose come quelle di una scimmia,
i pollici opponibili come il nord magnetico
che coincideva col sud geografico,
forse per via del ribaltamento del campo terrestre.

 

Resti

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utile nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in una spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

 

Cronometro sentimentale

Un cronometro sentimentale dovrebbe contenere
qualcuno che ti sogna per come sarai.
Eravamo in un ingorgo diventato terapeutico,
ascoltavamo di più, perché tutto era una strana
digressione della vita verso un punto che se
precipitava ci conteneva tutti.
Può essere che sia passato tanto, poi è emersa
la storia di noi due che ci eravamo attaccati
a un cordone ombelicale per non precipitare
prima che iniziasse il nuovo mondo.

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15 febbraio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Giocare di sponda nella lingua del sogno. Come tradurre il Finnegans Wake

di Fabio Pedone e Enrico Terrinoni

[È da poco uscita negli Oscar Mondadori la traduzione del Finnegans Wake (libro III, capitoli 1-2) di Joyce, a cura di Enrico Terrinoni e Fabio Pedone. Una versione più breve di questo intervento è uscita su «La Stampa»].

Quando abbiamo iniziato il lavoro su Finnegans Wake ci siamo trovati di fronte un unicorno dei boschi narrativi, il più imprendibile e affascinante degli organismi verbali, composto con l’idioma caleidoscopico di un Sognatore misterioso nella cui mente va in scena, “riraccontata”, la storia umana. E ricco di allusioni, significati, simboli disposti con pazienza da Joyce in ogni piega del testo.

Tradurre l’intraducibile, proprio perché “non si può fare”, è sempre possibile, cioè ri-pensabile, secondo una rete di rifrazioni e associazioni attente, per salti e slittamenti di senso, giocando di sponda; e conduce, in un rilancio infinito, a una “abnihilisation” di quell’etimo/atomo che per Joyce diventa “etym”. Ecco allora una paradossale nascita di atomi dal nulla (ab nihilo) che è pure un annichilimento dell’etimo, della statica origine di ogni parola, verso una ricreazione del caos primordiale, ovvero una plurale, nuova possibilità di cosmo: senza frontiere, distinzioni o identità fisse.

Di fronte a parole-prisma che brulicano sulla pagina quasi fossero materia vivente, altalenando tra le lingue, nasce una figura nuova di lettore: un rabdomante, scettico e aperto alle sorprese, che vive in un permanente “stato di traduzione” tessendo in modo accurato o visionario il proprio “libro-sogno”. Ma il lettore deve anche sapere che questa “macchina per produrre interpretazioni” (come l’ha definita Umberto Eco) non consente indiscriminatamente ogni lettura arbitraria, e che esistono dei sentieri segnati da Joyce nel groviglio del suo “labirincubo”. Il Wake può essere letto da “Cicala”, quindi in modo immaginoso, abbandonandosi alle suggestioni dei suoni e dei sensi, o da “Formica”, raccogliendo con acribia rimandi e cenni eruditi. Se la forza dell’enigma è di essere sempre inesauribile, Finnegans Wake ci immerge nell’oscurità dell’esistere dicendoci che siamo noi a dover portare un barbaglio di luce nella sua selva intricata, sciogliendo la lingua; per riscrivere storie e miti della famiglia umana mettendo in viaggio le solite vecchie parole che ci portiamo addosso da sempre, fino a farne qualcosa di “mai sentito”. Continua a leggere →

14 febbraio 2017
Pubblicato da Pietro Bianchi
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Il sintomo di Lacan

di Federico Leoni

Jacques Lacan è di moda. Ha tutte le carte in regola, per esserlo. C’è il personaggio, il dandy drappeggiato di buffe camicie barocche, armato di uno strano sigaro attorcigliato e di una ricca serie di sentenze misteriose e fascinose. E c’è il suo insegnamento psicoanalitico, un discorso che nel giro di una pagina passa con nonchalance dalla drammatica dialettica servo-padrone all’algida eleganza dello strutturalismo, dagli enigmi esistenziali del desiderio all’improvviso balenare del misteriosissimo oggetto a piccolo. Infine c’è la materia bruta, incandescente, concretissima, intorno a cui ruotano il personaggio e l’insegnamento, cioè la vita di chiunque di noi, il suo percorso più o meno felice o infelice, di illusione in illusione, di scoperta in scoperta, di amore in amore. Quei concetti enigmatici e quelle manovre tortuose, di cui l’insegnamento di Lacan è intessuto, dovrebbero seguire nella loro tortuosità, illuminare nei loro anfratti più oscuri, accompagnare sperimentandone il segreto in fondo testardo e silenzioso, il tragitto di una vita. Ce n’è abbastanza, insomma, per essere di moda. E anche per resistere a ogni moda.

Per esempio, il libro che Alex Pagliardini dedica a Lacan, Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il reale (Galaad), è decisamente fuori moda. Il Lacan più noto è il Lacan che si riassume in una batteria di parole chiave ormai sulla bocca di tutti. Il soggetto, il desiderio, l’inconscio strutturato come un linguaggio. Dalla più alta e complessa versione di questa lettura, quella di Massimo Recalcati, alla più corriva semplificazione di questa stessa lettura, si tratta di un paradigma che per forza intrinseca, chiarezza esemplare, capacità di dialogare con le inquietudini di un’epoca, si è imposto come uno standard, capace di formare un’intera generazione di lettori di Lacan, che hanno anzitutto conosciuto Lacan in questa prospettiva oggi condivisa e prossima a diventare una koinè. Mentre il libro di Pagliardini è fuori moda, o almeno è fuori da questa moda, è fuori da questa koinè. È il documento di un lacanismo austero, incurante delle seduzioni dell’attualità culturale, testardamente incentrato su un chiodo fisso che è quello indicato dal titolo e soprattutto dal sottotitolo del volume: Il sintomo di Lacan. Dieci incontri con il Reale. Qui la batteria di concetti chiave è tutt’altra: il godimento, il significante, il Reale, appunto. Continua a leggere →

13 febbraio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Perché si scrive male?

di Claudio Giunta

[Una prima versione di questo intervento è uscita su IL magazine del Sole24 ore].

Se si chiede a qualcuno del mestiere di citare un articolo o un saggio sulla lingua italiana del Novecento che sia opera non di un linguista ma di uno scrittore, la risposta sarà, nove volte su dieci, o le Nuove questioni linguistiche di Pasolini o L’antilingua di Calvino. Il primo viene ancora letto e antologizzato nei libri scolastici, ma andrebbe invece dimenticato perché non è molto di più di un fantasioso pasticcio, uno di quei casi in cui Pasolini condisce un’idea anche brillante, ma debole, con una spruzzata di nomenclatura ‘tecnica’, qui quella della linguistica strutturale, per ricavarne implicazioni generalissime, epocali: qui da un arzigogolato discorso di Aldo Moro («La produttività degli investimenti del piano autostradale dipende dunque dal loro coordinamento in una programmazione delle infrastrutture di trasporto, che tenda a risolvere gli squilibri…») riteneva di poter dedurre la nascita di una finalmente unitaria ‘lingua italiana tecnocratica’. Se volessimo insegnare davvero qualcosa agli studenti, nelle antologie dovremmo mettere, anziché il saggio di Pasolini, la replica del linguista Giulio Lepschy che lo ridicolizza.

Quello di Calvino è invece un articolo giustamente famoso, e nel mezzo secolo che è passato dalla sua prima pubblicazione su «Il Giorno» non ha perso, purtroppo, un’oncia di verità. È un articolo che riguarda soprattutto il modo in cui l’italiano parlato diventa un’altra cosa, una cosa molto più artificiale e più brutta quando diventa italiano scritto; comincia così:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata». Continua a leggere →

12 febbraio 2017
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Euridice

di Francesco Terzago (testo e foto)

Dal 14 dicembre al 19 del 2016 ho visitato Istanbul in compagnia di una delle poche persone che mi sono care; lei, in quei giorni, era ospite di un festival di poesia under 30. Queste sono le foto e le riflessioni che ho raccolto in quella città dai confini mobili e dall’identità eterodossa. Ho attraversato in sua compagnia, entrambi guidati dal Virgilio Luis Miguel Selvelli, i sedimenti millenari di culture, lingue e popoli che con il loro rimescolamento, e in alcuni casi la loro assoggettazione, hanno dato vita a questo paesaggio affollato di suggerimenti e di simboli, dove ogni singola pietra si può considerare il punto dove si sovrappongono storie ed epoche tra loro distanti.

Queste parole sono per lei.

1.

Il centro culturale del distretto degli ulivi, è qui che lei farà la sua prima lettura. Ci dicono che dobbiamo aspettare un paio d’ore perché si concluda un altro evento. Ci mettono in una stanza senza finestre, solo luce al neon. Gli organizzatori stanno con noi, fanno qualche battuta. Il tempo qui potrebbe trascorrere come all’interno di un guscio metallico scagliato nel cosmo, una volta che l’ultima porta è stata chiusa alle nostre spalle si sta lì, si attende il controllo dei sistemi e l’accensione dei razzi. Fumano tutti. L’aria si trasforma in gelatina verde. Ci portano dolcetti secchi, una decina di tipi diversi. Ci sono tre tipi diversi di succhi di frutta, e un cocktail analcolico. Chiedo se mi possono dare quello al melograno, mi rispondono che quello lo preparano per strada. In strada non ci posso andare. Fino a qualche anno fa avrebbero portato un po’ di vino, birra. Adesso le cose sono cambiate. Dovessi stare davvero due ore qui, seguendo questo regime dietetico, immerso in questa coltre di sigaretta, qualcosa in me cambierebbe in modo irreparabile. La mente ha i suoi tarli, uno dei miei è: “The Drive-In” di Lansdale. Vedo già i miei compagni tramutarsi in mostri tentacolari di saccarosio che eruttano miele e baklava dalle orecchie. Tutti ma non lei. Lei i dolci secchi li detesta, e non va matta nemmeno per il succo di frutta. Uno degli organizzatori interrompe questa mia catena di pensieri dicendomi che, se lo desideriamo, possiamo andare di là, per assistere al culmine dell’altra iniziativa. Gli chiedo di che si tratti. Risponde una conferenza sull’Islam. Bene, perché no. In che lingua? Dice, in turco.

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