Le parole e le cose

Letteratura e realtà

22 agosto 2017
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Bowie: amare l’alieno

di Barbara Carnevali

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 10 aprile 2017, ed è la postfazione a Bowie di Simon Critchley, Il Mulino (versione italiana di On Bowie, London, Serpent Tail, 2016, edizione rivista e aumentata dopo la morte di David Bowie)].

Due sirene tentano il filosofo quando cerca di accostarsi ai fenomeni pop: la critica dell’ideologia di stile adorniano, che nega lo statuto di arte a ciò che definisce con disprezzo prodotti dell’industria culturale, destinati a fabbricare consenso per il sistema capitalistico e dunque privi di valore estetico; e l’attitudine postmoderna di chi si abbassa ironicamente verso un ambito che in realtà continua a sospettare indegno, e di cui riesce a parlare solo in modo obliquo, con un linguaggio virgolettato preso in prestito dalla cultura alta che rimarca la distanza e comunica una sensazione di falsità. Simon Critchley resiste a entrambe le tentazioni in cui vanno riconosciuti i sintomi di uno stesso snobismo. Prende il suo oggetto sul serio e non si preoccupa di doverlo giustificare o nobilitare. Che quella di Bowie sia arte è il semplice fatto che motiva la necessità del suo piccolo libro, concepito come il tentativo di spiegare a una comunità di fan, ma in primo luogo a se stesso, l’eccezionalità di un’emozione estetica durata più di quarant’anni. A prendere la parola è lo stesso autore che ha scritto su Heidegger e Lévinas. La serietà e il rigore non sono minori, ma il coinvolgimento è forse ancora più intenso dal momento che non si tratta tanto di condurre un dialogo intellettuale quanto di far luce sul mistero di una passione. La riflessione del filosofo nasce come una dichiarazione di amore – così dovrebbe sempre fare, d’altronde, la buona critica delle opere d’arte – dando indirettamente ragione al Proust di Deleuze, secondo cui solo le cose che ci colpiscono sensibilmente stimolano il pensiero alla ricerca del senso, e a Platone, che pensa il bello come capacità di farsi amare. Continua a leggere →

21 agosto 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il 1977, la politica, la violenza

di Filippo La Porta

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 10 aprile 2017, ed è una  recensione in forma di lettera all’ultimo libro di Oreste Scalzone ’77 e poi… Da una conversazione con Pino Casamassima (Mimesis)].

Caro Oreste Scalzone,

non ci conosciamo personalmente ma ti seguo da Valle Giulia, dove a 15 anni arrivai con il mio vespino, a scontri appena conclusi. Poi ho partecipato a quella intensa stagione di lotte politiche nel gruppo che probabilmente tu giudicherai il più noioso, il Manifesto. Infine: tra tutti i leader del ’68 tu mi sei sempre sembrato il più sincero e fragile – anche nella tua generosità -, quello meno tattico, certamente il più carismatico (in quegli anni vidi a teatro una Oresteadove il protagonista della tragedia di Eschilo era nientemeno che ispirato a te). Insomma, eri estraneo al tipico stile di PotOp, che a 15 anni mi attraeva: sprezzante e aristocratico, beffardo e antisentimentale, arrogante e lievemente reticente fino a essere esoterico (ben descritto allora da Fortini su «Aut Aut» in un saggio intitolato Gli ultimi Cainiti[1]). Incarnavi un operaismo dal volto umano. Eri sempre incuriosito dagli altri e dalla realtà, mentre lo stesso Operai e capitale di Tronti, si limitava a prescrivere il “che fare”, in ragionamenti affilati come teoremi matematici e spettacolari come un film di Peckinpah, ma pochissimo interessati alla realtà empirica. Per queste ragioni, e anche perché si tratta di un pezzo della mia storia, vorrei formulare alcune obiezioni al tuo saggio sul ‘77 pubblicato da Mimesis (con prefazione di Erri De Luca), scritto in una lingua sobria e al tempo stesso, credo involontariamente, espressionista, a tratti più balestriniana di Balestrini (c’è una pagina ingorgata da suffissi, prefissi, segni grafici, parentesi, parole scritte per metà in corsivo).

La morale non è solo rapporti di forza

Il ’77, rispetto al ’68, è stato più intrattabile, barbarico, disperato e dionisiaco. Inaugurò il connubio teorico, che a me continua a sembrare assurdo, Marx-Nietzsche: una improbabile gaia scienza dell’operaio sociale. Mi sembra che il suo errore fu di liquidare con il moralismo (sempre ipocrita e strumentale) la dimensione stessa della moralità, che non è solo espressione di volontà di potenza e di interessi di classe ma ha una sua kantiana autonomia, legata al singolo: il bisogno di giustizia è connaturato all’essere umano, qualcosa di primitivo, quasi preculturale, che nasce da riconoscere nell’altro una individualità identica alla mia. Se invece si ritiene che i “valori” sono una finzione e che la rivoluzione è soltanto Negazione, perché mi ci dovrei appassionare tanto? Perché la rivoluzione, in questa accezione, dovrebbe creare una convivenza più giusta e relazioni più amabili tra le persone? Continua a leggere →

20 agosto 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Perché leggiamo ancora Dante

di Marco Grimaldi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 3 aprile 2017, ed è un estratto da Dante, nostro contemporaneo. Perché leggiamo ancora la ‘Commedia’ di Marco Grimaldi (Castelvecchi). Ringraziamo l’editore per averci concesso di pubblicarlo].

Il mondo fino a ieri

C’è una pagina di Amos Oz che parla di cosa è cambiato nella fede degli uomini nell’Ottocento:

Fino al XIX secolo, più o meno intorno alla metà del XIX secolo, grosso modo a seconda del paese o del continente, ma grosso modo fino al XIX secolo, quasi tutti, in gran parte del mondo, avevano almeno tre certezze: dove avrebbero trascorso la vita, che cosa avrebbero fatto per vivere e quello che sarebbe successo dopo la morte. Quasi tutti, centocinquant’anni fa più o meno, quasi tutti in tutto il mondo, sapevano che avrebbero trascorso la vita là dove erano nati – o nei pressi, magari nel villaggio vicino. Tutti sapevano che si sarebbero guadagnati da vivere più o meno come i loro genitori avevano fatto nella generazione precedente. E tutti sapevano che se si fossero comportati bene, sarebbero approdati a un mondo migliore, dopo la morte. Il XX secolo ha eroso, spesso distrutto, queste e altre certezze.[1]

Oggi, dice Oz, tutto è cambiato. La maggior parte di noi non sa per certo dove vivrà, che lavoro farà e soprattutto non ha nessuna certezza sulla vita dopo la morte.

Dante Alighieri viveva nel mondo di ieri, nel mondo in cui queste tre certezze erano ancora ben salde. E benché Dante abbia fatto un lavoro diverso da quello che si potevano aspettare i suoi genitori, benché abbia vissuto metà della vita in esilio, in un luogo diverso da quello in cui, fino a un certo punto, si sarebbe aspettato di vivere, aveva delle idee molto precise sulla vita dopo la morte ed era sicuro che queste idee fossero condivise dai suoi lettori. Continua a leggere →

19 agosto 2017
Pubblicato da Daniela Brogi
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Psiche e violenza. Elle (Paul Verhoeven, 2016)

di Daniela Brogi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 26 marzo 2016].

Non credo che si tratti soltanto di una suggestione personale: leggendo “Oh…” (2012), il bel romanzo di Philippe Djian tradotto da Daniele Petruccioli per Voland nel 2013, e guardando Elle (2016), il film che ne è stato tratto da Paul Verhoeven e interpretato da Isabelle Huppert, ho ripensato alla vicenda che è dietro al ritaglio di giornale riprodotto qui sotto:

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18 agosto 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta

cropped-Un-di-nessuno-1.jpgdi Massimo Gezzi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 13 ottobre 2016.
È appena uscito, per le Edizioni Casagrande di Bellinzona, Uno di nessuno. Storia di Giovanni Antonelli, poeta, un poemetto in cui Massimo Gezzi presta la voce a Giovanni Antonelli, poeta anarchico e anticlericale nato a Sant’Elpidio a Mare nel 1848 e morto in un ospizio per poveri nel 1918, dopo una vita trascorsa per lo più in carcere e in manicomio. Il libro si compone di una prima parte in poesia e di una seconda parte in prosa, oltre che di un apparato di immagini. Presentiamo un estratto della prima e dell’ultima sezione in versi e l’inizio della prosa].

I. Infanzia

Qui si nasce e si abita felici,
sembrano dire il panorama, le terre
fertilissime, il mare lontano infiorato
di barche e pescherecci.
Eppure in questo luogo delizioso,
in mezzo a tanta gioia
di sole, di terre, di mare e d’ogni cosa,
nacque un’erba avvelenata che crebbe
disprezzata come ortica del fosso.

*

Più mastino che uomo,
il compaesano vostro: testa e occhi piccoli,
la schiena incurvata, capelli e barba
irti e spettinati, labbra forti.
Lo sguardo smarrito in una beffa
implacabile, tanto che tra mille
lo riconoscereste.

*

Maledirono il loro matrimonio,
i miei cari, per la miseria che soffrirono
davanti ai loro figli.
Io li benedico in eterno, però,
sempre grato alla loro ingenuità
e ai loro sbagli. E se a volte ne sento
il peso e l’angoscia è perché furono
la causa della loro solitudine.

*

(Volevano la mia felicità e per questo
mi educarono all’ignoranza
e alla disonestà).

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17 agosto 2017
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L’Italia di De Sanctis

di Raoul Bruni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 1 marzo 2017, ed è precedentemente apparso in forma integrale nel numero monografico della “Rivista di Letteratura Italiana” (I, 2017) dedicato a Francesco De Sanctis, in occasione del bicentenario della nascita].

Un viaggio elettorale di Francesco De Sanctis viene pubblicato a puntate in appendice alla «Gazzetta di Torino» nel 1875, dunque esattamente quattordici anni dopo l’atto di nascita del nuovo Stato unitario. Sebbene il libro si svolga quasi tutto in Irpinia, è impossibile negare che quello spicchio di Penisola rifletta alcuni dei caratteri più tipici dell’intera nazione, cosicché l’itinerario desanctisiano assume senz’altro un valore paradigmatico, fornendo un’icastica istantanea dell’Italia di allora.
Non solo: mentre racconta Italia degli anni settanta dell’Ottocento De Sanctis coglie con largo anticipo alcuni tratti fondamentali del nostro carattere nazionale che sarebbero emersi con più chiarezza nel futuro della storia italiana. In questo senso, il Viaggio desanctisiano non è soltanto un ‘classico del meridionalismo’ (come pure, giustamente, è stato definito), ma, più in generale, un classico dell’italianità letteraria,[1] da collocarsi idealmente nella gloriosa scia di Machiavelli e Guicciardini, e del Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (che sarebbe uscito soltanto dopo la morte di De Sanctis ma che presenta non poche consonanze ideali con Un viaggio elettorale). Né si dimentichi che De Sanctis scrive il Viaggio pochi anni dopo aver portato a termine la sua Storia della letteratura italiana (1870-1871), cioè uno dei più fondamentali contributi alla storia della civiltà, non solo letteraria, italiana.

Del resto, nei decenni che seguono l’Unificazione, escono alcuni viaggi letterari attraverso lo stivale improntati agli ideali patriottici risorgimentali: i più organici e importanti sono Il bel paese di Antonio Stoppani, che viene pubblicato nel 1876 (in concomitanza con l’uscita in volume, presso Morano, del Viaggio elettorale desanctisiano) e Il viaggio per l’Italia di Giannettino di Carlo Collodi, pubblicato in tre volumi, tra il 1880 e il 1886. Rispetto a queste due opere monumentali, De Sanctis si concentra su un’area ben più limitata, ma egli stesso si dimostra ben consapevole della portata esemplare del suo racconto, tant’è che, dopo aver scritto che «avev[a] imparato più in quei paeselli che in molti libri», aggiunge che la storia confluita in quel libro non è più soltanto «storia mia; è storia di tutti, ci s’impara molte cose».[2] Continua a leggere →

16 agosto 2017
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La seconda guerra dei Trent’Anni (1914-1949). L’Europa secondo Ian Kershaw

di Vincenzo Lavenia

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 1 marzo 2017. Una prima versione più breve di questo intervento è uscita su «Alias»].

Non sono solo il climax sanguinario e l’abilità narrativa anglosassone di Ian Kershaw a dare al lettore la sensazione di percorrere una storia sinistra lunga mezzo secolo. Perché il volume che grazie all’ottima traduzione di Giovanni Ferrara degli Uberti è ora disponibile per i lettori italiani (All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949, Laterza, Roma-Bari, 2016, pp. 654), se non aggiunge nulla a ciò che è noto circa la prima metà del XX secolo, mette in ordine una serie di dati e di fatti che finisce per sconcertare e costituisce una delle più efficaci e dolorose sintesi della catastrofe in cui precipitò quello che l’autore, come Mark Mazower, chiama il «continente buio» (p. 237). Si tratta della prima parte di una storia dell’Europa nel Novecento, destinata a un pubblico non specialista, di cui si attende il secondo atto: quella risalita dagli inferi che nelle pagine finali del racconto è solo abbozzata. Ma, come annuncia il titolo, e come ben sappiamo, l’età messa a fuoco in questo ponderoso pannello del dittico non fu né la più gloriosa né la più pacifica, ed è il tempo che Kershaw, eminente studioso del nazismo celebre anche in Italia per una monumentale biografia di Hitler (2 voll., Milano, Bompiani, 1999-2001), conosce più a fondo per averne indagato diversi momenti cruciali, e soprattutto gli aspetti di mobilitazione, violenza e sterminio. Per definire quest’epoca Kershaw usa parlare di ‘seconda guerra dei Trent’Anni’, e in effetti così ci appare il periodo compreso tra la Grande Guerra e il 1949. Continua a leggere →

15 agosto 2017
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Il borghese e lo stile

di Federico Bertoni

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 27 marzo 2017. Una prima versione di questo articolo era uscita su «Alias»].

Che fine ha fatto il borghese, quel personaggio che ha inventato l’organizzazione capitalistica del lavoro, e ha reso il nostro mondo quello che è? Sembra essersi fatto di nebbia. È da questo apparente paradosso che muove l’ultimo libro di Franco Moretti, Il borghese. Tra storia e letteratura, uscito in inglese nel 2013 e ora tradotto da Giovanna Scocchera per Einaudi. Pensiamo che la nostra forma di vita corrisponda all’ultima fase evolutiva della borghesia, ma in realtà il borghese è scomparso: «Anche se il capitalismo è più potente che mai (soprattutto in termini distruttivi, degni di un golem), la sua incarnazione sembra essere svanita nel nulla», scrive Moretti. Non resta che evocarlo con quell’atteggiamento «negromantico» sul quale insisteva Michel de Certeau: la scrittura della storia come rito di sepoltura, dialogo con i morti, cerimoniale simbolico che risuscita il passato. Studiando le forme letterarie, nota infatti Moretti, «entriamo in un regno di ombre, dove il passato riacquista la sua voce e continua a parlarci». È questo il «possibile contributo» della storia letteraria «alla conoscenza storica».

Dunque un libro di storia? Un libro in cui l’analisi dei testi è strumentale alla ricerca storiografica, in cui la letteratura è solo un pretesto per parlare d’altro? A prima vista sembrerebbe di sì, ma è una impressione sbagliata. Il borgheseriserva belle sorprese. L’impianto è articolato ma perfettamente chiaro: introduzione teorica; primo capitolo sul prototipo per eccellenza dell’uomo borghese, Robinson Crusoe, con dialogo a distanza tra Defoe e Weber; secondo capitolo sul «secolo serio», l’Ottocento, momento trionfale della letteratura borghese (forse il più discutibile, riscrittura di un saggio del 2001, dove Moretti cerca di ricondurre tutto il romanzo ottocentesco a un’unica dominante formale, i «riempitivi»); terzo capitolo sulla cultura vittoriana, baricentro ma anche punto di svolta del libro; quarto capitolo che si allarga «verso i margini del sistema mondiale moderno» (Brasile, Italia, Spagna, Polonia e Russia), dove la coesistenza di ancien régime e capitalismo produce mostri, vere e proprie «malformazioni nazionali»; ultimo capitolo su Ibsen dove va in scena il «regolamento di conti» del secolo borghese. Disseminate tra i capitoli due serie di rubriche fisse, intitolate Prosa e Parole chiave, che restituiscono la vera ossatura concettuale (ma anche metodologica) del libro. Continua a leggere →

14 agosto 2017
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Sul declino dell’italiano a scuola: che cosa fare

di Mauro Piras

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 6 marzo 2017. Una prima versione di questo articolo era uscita sul sito della rivista «Il Mulino»].

L’appello “Contro il declino dell’italiano a scuola” lanciato dal Gruppo di Firenze, e sottoscritto da seicento docenti universitari (http://gruppodifirenze.blogspot.it/2017/02/contro-il-declino-dellitaliano-scuola.html), ha aperto una importante discussione, a volte segnata da toni polemici. Questo perché solleva un problema reale. Le competenze di scrittura in lingua italiana (e anche di lettura e comprensione) degli studenti di scuole e università sono insoddisfacenti, su questo la percezione diffusa è concorde. Il dibattito, però, si è polarizzato in maniera eccessiva. È nota la posizione del Gruppo di Firenze, che si dichiara “per la scuola del merito e delle responsabilità”, insistendo da tempo su un ritorno a metodi didattici tradizionali e a una maggiore selettività dei percorsi scolastici. Alcuni toni dell’appello risentono di questa impostazione, perché additano nelle più recenti scelte ministeriali (in particolare nelle Indicazioni nazionali per il Primo ciclo) la responsabilità di questa situazione. Ciò ha provocato delle reazioni che si sono concentrate sulla impostazione nostalgica di questo appello (http://www.rivistailmulino.it/item/3767), e altre che hanno individuato le cause del problema in fenomeni opposti, cioè nella mancata apertura della scuola e dell’università italiane all’innovazione didattica (https://www.tuttoscuola.com/gruppo-firenze-ragazzi-barbiana-due-lettere-confronto/).

È forse possibile, però, trarre alcune prime conclusioni, cercando di mettere a fuoco una soluzione condivisa. Le guerre più o meno ideologiche tra passatisti e innovatori servono a poco. Continua a leggere →

13 agosto 2017
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Carol Rama: una regina del Novecento

di Alessandra Sarchi

[LPLC va in vacanza fino a settembre. Anche quest’anno, per non lasciare soli i nostri lettori, riproporremo alcuni dei pezzi apparsi nei mesi precedenti. Questo intervento è uscito il 25 gennaio 2017].

È in corso alla Gam di Torino, fino al 5 febbraio, una grande retrospettiva: La passione secondo Carol Rama, a cura di Paul B. Preciado e Teresa Grandas. La mostra è la più grande a oggi organizzata sull’artista venuta a mancare nel 2015, con duecento opere esposte comprese tra il 1936 e il 2005.
Ideata nel 2014 dal Museu d’art contemporain di Barcelona e dal Musée d’art moderne de la ville de Paris, l’esibizione è stata ospitata a Barcellona, a Dublino e a Parigi per approdare nell’ottobre 2016 a Torino, città natale dell’artista.
Tanta visibilità e tanto spazio in istituzioni consacrate all’arte moderna e contemporanea sono un fenomeno abbastanza eccezionale, concesso a nomi di grande richiamo pop, si pensi ad esempio al tour mondiale della mostra su David Bowie curata dal Victoria and Albert Museum, o alla grande esibizione organizzata nel 2007 in onore di Louise Bourgeois alla Tate Gallery di Londra, poi migrata in altre prestigiose sedi.
D’altronde, ben prima che le fosse riconosciuto il Leone d’oro, consegnato dal ministro Urbani a Venezia nel 2003, e ancor prima che nel 2010 il presidente della Repubblica Napolitano le conferisse il premio alla carriera, su invito dell’Accademia di San Luca, un critico rigoroso e finissimo come Paolo Fossati aveva detto di Carol Rama che “s’iscrive nel Novecento da regina”.
Basterebbero il lunghissimo arco temporale in cui si estende la sua produzione (1936-2007), la varietà dei materiali e delle tecniche sperimentate, all’interno di una ricerca originale nei temi e dagli esiti estetici sempre potenti, a farne un’artista di primo interesse nel quadro del Novecento italiano ed europeo.
Eppure, al di fuori del coro di alcuni storici dell’arte e critici come Paolo Fossati, Marco Vallora, Giuliano Briganti, Lea Vergine, Vittoria Cohen e Maria Cristina Mundici, e dell’amico di una vita, Edoardo Sanguineti, che hanno commentato e accompagnato le sue opere, riconoscendone la poetica visionaria e l’intelligenza, Carol Rama è rimasta finora una regina sconosciuta, al grande pubblico almeno.
Per molti, e non solo fra quelli appartenenti alle generazioni più giovani, la mostra torinese può costituire un’occasione di scoperta. Continua a leggere →