Le parole e le cose

Letteratura e realtà

25 giugno 2016
Pubblicato da Italo Testa
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Goodbye Great Britain

Billy Bragg, Take Down the Union Jack (England, Half-English, 2002)

 

The Clash, This is England (Cut the Crap1985)

 

Asian Dub Foundation, Real Great Britain (Community Music, 2000)

 

Laura Marling, Goodbye England Covered in Snow (I Speak Because I Can, 2010) Continua a leggere →

23 giugno 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Telepatia

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di Gian Mario Villalta

[È appena uscito Telepatia, il nuovo libro di poesia di Gian Mario Villalta che inaugura la collana «Gialla Oro» di pordenonelegge.it & Lietocolle. Propongo due dei diciannove poemetti che compongono il libro: il primo, L’invenzione di un passato, e il decimo, Serate memorabili (mg)].

L’invenzione di un passato

I.

Il padre chiama tutta notte.
La madre scaglia l’apparecchio
(non ce la fa più
a sentirlo) sul letto.
Lo riaccosta all‟orecchio (ché è ancora là),
per sentirsi ripetere
che lui non è mai venuto meno
– lo riconosca, quello
almeno – alle sue responsabilità.

L’albergo dove dorme non ha gli scuri:
ogni volta che squilla di nuovo il telefono
riapre gli occhi e nell‟albume di luce si vede i piedi, le gambe magre.
Potrebbe spegnere, invece aspetta, risponde, si lascia invadere.
Per punizione.

La bimba piange, con il padre.

Il padre aspetta che la bambina si riaddormenti
e chiama ancora (è mattina
ormai) la prega: “Puttana… crepa… non andare”.

La bimba ride, con la madre, nel sogno.
Ride fino a farsi venire la febbre.

La madre, disperata, scrive mio
all’uomo che nel giorno dopo,
nella vita dopo, la attende.
Lui risponde subito sì.

La bimba chiede (è andata via
la febbre) se è sabato, al padre che oggi non va al lavoro.

Che cosa sarebbero
queste quattro persone sole
(la bimba sola, come si è soli
a tre anni, senza neppure se stessi)
che cosa farebbero senza l’amore?

 

II.

Non la affronta più, lascia correre, osserva.
La guarda giocare con la bambina,
sorveglia che il bene fluisca a circuito chiuso.

Le telefona, dopo, per sentirla gridare
che non sopporta quelle telefonate
troppo presto di mattina o quando è già a letto.

La ascolta in silenzio. Che sia esasperata
e inveisca minacciandolo
di sparire per sempre, lo rassicura. Continua a leggere →

23 giugno 2016
Pubblicato da Italo Testa
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Direi di no

cropped-ilovegreeninsp_light_sentence.jpgdi Enrico Donaggio

[Esce oggi per Feltrinelli Direi di no. Desideri di migliori libertà di Enrico Donaggio. «Siamo diventati incapaci di un gesto elementare: dire di no», si legge nel risvolto di copertina. «Come è stato possibile fino a ieri dire di no? In quale misura potrebbe tornare a esserlo? Quanta radicalità ci è concesso esprimere nel nostro agire quotidiano? Di quanta integrità siamo ancora capaci?». Presentiamo le prime pagine del libro]

Compagni per caso

Si scrive sempre intorno a delle ossessioni. In equilibrio sul margine, quando è concesso uno stato di grazia. O precipitandoci dentro, nel resto dei casi. Una volta sul fondo, ci si arrangia con la fortuna, le armi e l’intelligenza a disposizione. Ogni diversità tra i generi di un testo – saggio, fiction, autobiografia – risulta irrilevante da quella prospettiva. E ha poco senso pure per chi legge. Si accumula carta per spegnere un incendio. Per non bruciare soli tra privatissime fiamme.

Questo libro non fa eccezione. Nasce dal bisogno di verificare alcuni punti fermi della mia linea di condotta. Chiodi fissi che hanno finora tenuto abbastanza bene insieme coerenza e libertà, regalando soddisfazioni e qualche momento felice. Ma che di recente si stanno trasformando in sostanze tossiche per la vita. Facendomi sentire, in svariati contesti, uno degli ultimi a pensare, pretendere o sperare certe cose. Ovvietà che sino a poco tempo fa, per capirsi in fretta e a occhi chiusi, si sarebbero dette di sinistra. E che oggi, con l’estinzione di questo modo di stare al mondo, risultano quasi solo stranezze fuori luogo e tempo massimo. Roba inutile e nociva, se le si resta ancora troppo attaccati.

Nulla a che vedere con squalifiche o messe al bando. Semmai un senso di appartenenza postuma. Non cercato e imprevisto per uno che mai si è ritenuto particolarmente socialista o comunista, nemmeno anarchico o radicale. Combinato allo stupore per la diserzione in massa di chi, sino a ieri, tale invece si proclamava. Per la miseria delle alternative a cui ha aderito e l’ignoranza di queste posizioni da parte dei più giovani. Un sentimento che la crisi di questi anni – scontata quella biografica, con l’ingresso nella mezza età; più interessante quella d’epoca, con il capitale che riprende a trattare il nostro lembo privilegiato d’Occidente come una qualsiasi delle sue colonie – mi ha imposto di precisare meglio. Continua a leggere →

22 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Che cos’è la poesia

 

Con Milo De Angelis

Giovedì 23 giugno, ore 18.30
la Triennale – Teatro Agorà
viale Alemagna 6 – Milano

De Angelis poesia Continua a leggere →

22 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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“Avverare la realtà”. Letteratura e orizzonte politico

cropped-14-dicembre_09-1.jpgdi Silvia Albertazzi, Federico Bertoni, Emanuela Piga, Luca Raimondi, Giacomo Tinelli

[Con questo saggio si apre il numero di Between intitolato L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia]

Questo numero di Between raccoglie gli atti del convegno annuale di Compalit, L’immaginario politico. Impegno, resistenza, ideologia, che si è svolto a Bologna nel dicembre del 2014[1]. È stato un convegno molto ricco e partecipato, che ha fatto convergere interessi e competenze molteplici, secondo quell’idea di sapere dinamico, aperto e trasversale con cui l’Associazione interpreta da sempre un campo di studi tanto stimolante quanto magmatico come la comparatistica.

La scommessa iniziale era intercettare una nebulosa di tendenze, sensibilità artistiche e posture critiche che segnano l’orizzonte culturale contemporaneo. Era innescare un cortocircuito virtuoso tra sguardo archeologico e critica del presente. Dunque fare il punto sull’antichissimo nesso tra politica e letteratura, seguirne le tortuose evoluzioni storiche attraverso varie letterature, generi, media e procedimenti espressivi per interrogare e rimettere a fuoco la situazione in cui ci muoviamo oggi, in un orizzonte che cerca di ritrovare una prospettiva ma che tende a descriversi in termini fatalmente postumi: fine della storia, fine dell’ideologia, fine del postmoderno, senso incombente della crisi, stato di minorità, nostalgia dell’agency, eclissi del nesso epico tra destini privati e destini generali[2]. Se osserviamo le cose a posteriori, dopo la chiusura del convegno e ancor più oggi, suggellando questo volume, la scommessa sembra vinta, almeno nella sua posta in gioco immediata. Undici relazioni plenarie, più di cento comunicazioni organizzate in sessioni parallele, la presentazione di Between e del manuale di Letterature comparate curato da Francesco de Cristofaro, un’intensa e affollata conversazione serale con due membri del collettivo Wu Ming. E ora questo ricchissimo numero della rivista in cui è confluita gran parte delle relazioni tenute a Bologna. Ovviamente molte cose sono cambiate rispetto al progetto originario e all’elaborazione progressiva del convegno: prospettive inedite, nuovi spunti di riflessione, nodi problematici emersi nel vivo delle sessioni e delle discussioni che ne sono seguite. Ed è giusto così. Forse l’unica vera ragione per cui vale ancora la pena di incontrarsi per mettere in comune ricerche e passioni. Continua a leggere →

21 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Di fronte a un io diviso. Christopher Bollas, la psicoanalisi, la schizofrenia

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di Francesca Borrelli

[Questo articolo è uscito su «il manifesto»]

Tutti i grandi filosofi, e tra questi gli psicoanalisti che meritano di venirvi inclusi, manifestano una sorta di distacco dall’eredità nella quale si sono a loro tempo formati, e questo distacco è in effetti una forma di costruttiva insoddisfazione per il già dato, una rispettosa venatura di dissenso che segnerà i loro scritti come una impronta generativa. È chiara, nel loro pensiero, una revisione del rapporto tra volontà, autorità e uso della ragione, una sorta di ribellione illuministica a quello stato di minorità che consiste nell’abdicare alla propria capacità di ragionamento sostituendole una supposta autorità esterna.

Smaccata e inequivocabile, la subalternità di molti adepti alle varie scuole di turno, assume negli psicoanalisti espressioni a volte imbarazzanti, forse perché la fede si rende necessaria laddove il dogma sfugge alla comprensione (da qui il calco del verbo lacaniano da parte dei suoi allievi, di solito più confusi dell’originale, fatte salve le dovute eccezioni, per esempio il Recalcati interprete di Lacan). Tanto più dunque è rincuorante l’assertività (negli psicoanalisti sempre attraversata da una coloratura affettiva) di un individuo pensante che, grato alle proprie fonti, le alimenta, le discute e le rinnova alla luce della sua esperienza, e della felicità o del dolore che il confronto con altre menti gli ha procurato: figura esemplare di questo preambolo, Christopher Bollas ha dimostrato con molti dei suoi testi di essere uno dei più grandi psicoanalisti dell’ultimo secolo.

Non a caso, sebbene la esibisca meno di André Green – altro grande protagonista della psicoanalisi morto nel 2012, che ha destinato tanti saggi a argomenti letterari – anche in Bollas è evidente la prospettiva umanistica, giustificata non solo dai suoi studi – ha scritto la tesi di dottorato su Herman Melville – ma da una concezione dell’uomo che problematizza il disagio psichico dei singoli proiettandolo su uno sfondo antropologico che mette in risalto il prolungato infantilismo della nostra specie, il disorientamento dell’animale umano di fronte alla mancanza di una nicchia ambientale che lo preveda, la sua esposizione a un profluvio di stimoli non correlati a comportamenti biologicamente vantaggiosi, e dunque il suo incarnare un compito rivolto a garantire le condizioni della propria sopravvivenza, un compito a sé medesimo, sempre esposto al fallimento. Continua a leggere →

20 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Cento anni da Gozzano. Un convegno

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[Nel 2016 cade il centenario della morte di Guido Gozzano (1883-1916). Domani sera e mercoledì, all’Università di Siena (via Roma 47 e 56) si tiene un convegno dedicato alla sua opera]

Gozzano ULT locandina Continua a leggere →

20 giugno 2016
Pubblicato da Mauro Piras
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Perché Renzi perde

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di Mauro Piras

Perché vince il Movimento Cinque Stelle? E perché perde il Partito Democratico guidato da Renzi? I risultati di queste elezioni amministrative, al primo turno, erano piuttosto opachi. Da un lato, l’affermazione del M5S nelle grandi città è apparsa subito evidente, e ha denunciato la crisi del Pd e del renzismo in questa fase; i candidati scelti da Renzi hanno perso o sono restati indietro (Valente e Giachetti), oppure sono arrivati a un pareggio quando erano dati per avvantaggiati (Sala). Dall’altro, nella maggior parte dei comuni il Pd era arrivato primo, mentre il M5S si è presentato solo in un numero molto ristretto di amministrazioni. Anche il confronto con la situazione precedente non è, se fatto globalmente, a svantaggio del Pd: certo, se si guardano le amministrative del 2011 è un tracollo più o meno ovunque, ma questo confronto è improprio, perché all’epoca i grillini erano ancora una forza molto marginale e non era ancora esplosa la crisi finanziaria dello stato che avrebbe portato alla caduta di Berlusconi; il centrosinistra capitalizzava invece il fatto di essere all’opposizione. Più pertinente il confronto con le politiche del 2013, perché ci muoviamo ancora nel contesto politico creato da quelle elezioni: in questo caso il Pd cresce, in generale, per quanto non di molto, mentre è evidente che arretra rispetto alle Regionali e Europee del 2014. Un quadro contraddittorio, che forse si potrebbe riassumere così: al primo turno, questa tornata di elezioni amministrative è stata per il Pd una sconfitta sul piano della politica nazionale e una conferma solo parziale sul piano della politica locale.

I risultati dei ballottaggi confermano impietosamente questo verdetto: a Roma stravince Virginia Raggi, concentrando su di sé le ragioni tanto locali quanto nazionali di opposizione al Pd di Renzi; Napoli è stata vinta da Luigi De Magistris con una campagna elettorale antirenziana, benché anche qui non mancassero abbondanti motivi di disagio contro il Pd locale; ma soprattutto, contro tutte le aspettative precedenti al primo turno, Chiara Appendino vince a Torino, mostrando quanto gli elementi di politica nazionale determinino questo voto, al di là dei problemi locali. La vera vincitrice a Cinque Stelle di queste elezioni è lei, più di Virginia Raggi, perché la situazione di Roma era gravemente deteriorata e anzi è quasi un miracolo che Giachetti sia arrivato al secondo turno, mentre nessuno si aspettava un risultato così lusinghiero di Appendino a Torino. Le sconfitte del Pd in queste amministrative dipendono tutte non solo da fallimenti più o meno evidenti sul piano locale, ma da una crisi, se non un fallimento, della politica nazionale. La vittoria (di misura) di Beppe Sala sembra confermare che gli elettori puniscono, più ancora che il Pd, il renzismo, visto lo stile più “tradizionale” dell’alleanza di centrosinistra a Milano. Continua a leggere →

19 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Un copricorpo per il deserto

cropped-12_2.jpgdi Alessandro Raveggi

[Questo racconto fa parte di Il grande regno dell’emergenza, da poco uscito per LiberAria].

 Probabilmente solo i bambini, che l’attorniavano a mo’ di parata, sapevano giustificare la presenza di quel copricorpo così mostruoso, incoerente, che si aggirava specchiandosi sulle vetrine di vestiti sbarazzini, subwoofer retroilluminati. Il boitatá era un mitico animale delle tradizioni brasiliane che Zoè si era portata con sé in una delle sue numerose vestizioni: un serpente di fuoco che aveva inverato con delle grosse camere d’aria, del caucciù. L’aveva appena tolto dal bagaglio che si era trascinata da Sao Paolo, da poco si aggirava di nuovo per Los Angeles alla ricerca di un posto dove installare le sue radici transitorie d’artista. Quei vestimenti erano infatti anche dei tubi, delle cannule, dalle quali suggere idealmente lo spirito ctonio di un luogo, per appropriarsene con confidenza viscerale. Spesso i piedini di Zoé risultavano impercettibilmente in moto, donandole un’irreale levitazione in quei materiali di riciclo strappati a lande sterminate o a qualche ripostiglio folklorico. Era quella sospensione tutta concreta che attraeva ora i bambini liberati provvisoriamente da degli anziani un po’ cionchi, grosse scarpe mediche ai piedi, che si aggiravano con i nipoti in cerca di un giocattolo che potesse disinnescare la loro smania. Quei nipoti vedevano nel boitatá una sorta di spettro concreto. E oggi quello spettro trascinava con sé un trolley che tutto sommato l’umanizzava. Lei stava deambulando da una parte all’altra del centro commerciale, dopo essere entrata dall’ingresso principale e aver subito sbattuto contro un goffo hot dog umano che pubblicizzava un 3×2 un po’ ingiallito. Lo scontro non aveva provocato che pallore in viso del panino umano, che dalla faccia incastonata tra uno sbaffo di senape e il rosso della salsiccia traballante aveva reagito intuendo che fosse davanti a una campagna pubblicitaria sopra le righe, con protagonista il dragone delle camere d’aria.
Ci sono venditori di biciclette all’interno, forse, era balzato nel suo cervello d’insaccato.
Lei apprezzava sempre più quei luoghi senz’anima dove inserire tanta anima complessa e residuale, quella da lei trasportata in un sacco-caleidoscopio di migrazioni personali.
Adorava pensare che quelle camere d’aria, toccate da lavoratori sottopagati di Rio, intaccate dai tagli a spregio di qualche marmaglia da favela, palpate da un architetto tedesco per un’estrosa opera architettonica green finanziata da un milionario carioca, potessero ora anche solo essere sfiorate dai californiani, dai losangelini, dai latinos contro i quali quelle sfregavano guaendo, individui che la sorpassavano increduli tra le varie scale mobili, dove lei si appoggiava come percorrendo un pensiero complesso, fatto di saliscendi. Continua a leggere →

18 giugno 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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The Queen is Dead – 30 anni di Smiths

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playlist di Italo Testa

[Il 16 giugno 1986 usciva The Queen is Dead, terzo album in studio di The Smiths.  I giornalisti del New Musical Express, in un numero speciale del 2013 dedicato ai 500 album più importanti di tutti tempi, lo hanno posto in cima alla classifica… Bigmouth strikes again].

The SmithsCemetry Gates (live in Wolverhampton, 1986).

The SmithsThere is a Light That Never Goes Out (early demo).

The SmithsSome Girls Are Bigger Than Others (live @Brixton Academy, London 12th December 1986).

The SmithsBig Mouth Strikes Again (live@ The Old Grey Whistle Test BBC, 1986).

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