Le parole e le cose

Letteratura e realtà

30 agosto 2016
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Mistero Bolaño. Conversazione con Ilide Carmignani

a cura di Marco Montanaro

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 10 marzo 2016.
Come possiamo evitare che Roberto Bolaño diventi una smorta icona da salotto letterario, come già accaduto ad altri autori morti prematuramente? Ne abbiamo parlato con Ilide Carmignani, una delle più importanti traduttrici italiane, nonché la traduttrice di Bolaño per Adelphi]

Per prima cosa: come hai incontrato Bolaño? Da lettrice o da traduttrice? E, in un caso o nell’altro, il primo approccio è avvenuto col Bolaño scrittore di racconti o di romanzi – o magari col poeta?

Incontrai per la prima volta Bolaño alla fine degli anni Novanta, al Salón del Libro Iberoamericano di Gijón, una fiera organizzata da Luis Sepúlveda che si è sempre impegnato per aiutare gli scrittori e le case editrici latinoamericane a farsi strada in Europa. Non lo incontrai di persona purtroppo, semplicemente me ne parlarono come di un autore da leggere al più presto. Mi parlarono, per essere esatti, di Estrella distante e infatti, dopo aver letto il libro, avrei tanto voluto tradurlo, ma scoprii che Bolaño era già arrivato alla Sellerio tramite Angelo Morino, ordinario di letteratura ispanoamericana all’Università di Torino e traduttore storico. Morino, fra l’altro, sarebbe poi comparso in 2666 attraverso un suo libro su Suor Juana e avrebbe anche ispirato un personaggio della Parte dei critici. In seguito seppi che si era adoperata molto per lui anche Silvia Meucci, all’epoca scout di Feltrinelli in Spagna. A malincuore mi rassegnai. Il mio rapporto con Bolaño rimase semplicemente quello del lettore (non che sia poco, intendiamoci), lessi gli altri suoi libri e cercai di non pensarci troppo.
Passa un po’ di tempo e arriva il mio secondo incontro, anzi desencuentro, con Roberto Bolaño: nel 2002 ero al Salone del libro e dovevo andare a cena con Angelo Morino, con cui ero in rapporti molto cordiali. Poche settimane prima lo avevo invitato a una cena con Sepúlveda e avevamo fatto le quattro di mattina a parlare di libri a casa sua, un bellissimo appartamento nelle soffitte del palazzo dell’Inquisizione. Nel pomeriggio Morino mi telefona: vieni allo stand Sellerio, ma quando arrivo lui esce dallo stand e dice: sono con Roberto Bolaño, stasera ceno con lui, mi dispiace. Alzo gli occhi e a pochi metri da noi, dentro lo stand, vedo un uomo magro con gli occhiali, un viso triangolare molto spagnolo, l’aria un po’ sperduta o annoiata, e lo riconosco subito. Morino non accenna a presentarmelo, io non oso dire nulla. So che Bolaño è malato, probabilmente Morino non vuole affaticarlo. Un anno dopo, in effetti, Bolaño scompare appena cinquantenne. Questa immagine che conservo di Roberto Bolaño mi è molto cara e naturalmente è fonte a giorni alterni di riconoscenza al caso che ha voluto portarmi così vicino a lui o di grande irritazione per questo desencuentro.
Il terzo incontro, per me, traduttrice, è quello decisivo, anche se tutto cartaceo purtroppo. Una decina di anni fa Adelphi mi chiama e mi affida la traduzione di 2666, considerato il capolavoro di Bolaño e ancora inedito in Italia, un romanzo postumo formato da cinque romanzi, che impiego tre anni a tradurre. Si dice che Bolaño abbia rimandato il trapianto di fegato per poterlo finire e che questo ritardo gli sia stato fatale, ma spero sia solo una leggenda. Continua a leggere →

29 agosto 2016
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Quello che gli economisti non dicono. Intervista a Daniele Tori

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di Fabio di Lenola Aldo Scorrano

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 7 marzo 2016.
La prima versione di questa intervista, curata da Fabio di Lenola e Aldo Scorrano, è uscita sul sito del Csepi].

Daniele Tori si è laureato all’Università di Pavia in Scienze politiche e in Economia. È membro del Greenwich Political Economy Research Centre e membro del Post Keynesian Economics Study Group. Dal prossimo settembre assumerà la posizione di Lecturer in Finance alla Open University (UK). Attualmente si occupa di investimenti da un punto di vista microeconomico, le evoluzioni del sistema finanziario, e i processi di finanziarizzazione in generale.

Sono ormai trascorsi quasi dieci anni dallo scoppio della crisi che ha investito il mondo occidentale. In questo periodo l’Italia ha visto l’alternarsi dei vari governi Monti, Letta e Renzi che si sono mossi, sostanzialmente, in continuità con una linea o agenda europea di politica economica che potremmo definire conservatrice. Alla luce di quanto è emerso dall’operato di questi governi, possiamo dire che tale “linea”, sia stata e continui ad essere fallimentare?

Questi governi hanno essenzialmente provveduto, con modalità simili, a meri aggiustamenti in senso restrittivo delle politiche di bilancio in accordo con i dettami europei. Era già evidente in partenza che queste politiche, frutto di una comprensione meramente tecnica della crisi (regolamentazione del sistema bancario-finanziario, contenimento di deficit e debito), sarebbero state fallimentari. Le vere cause, anche per quanto riguarda la crisi statunitense dei sub-prime, sono sicuramente da ricercare nei meccanismi fondamentali di funzionamento delle economie capitalistiche avanzate, e non semplicemente in un problema di “regolamentazione dei mercati”. Si tratta di analizzare una complessa interazione tra fattori sociali e finanziari. Il deterioramento nella distribuzione funzionale del reddito (tra percettori di salari e di profitti) e nella distribuzione della ricchezza si è tradotto, da un lato, in una domanda aggregata asfittica e, dall’altro, ha incoraggiato comportamenti speculativi. L’economia Italiana si trova oggi in una situazione molto seria e precaria, soprattutto per la presenza di problematiche strutturali, non necessariamente legati alla congiuntura recente. Continua a leggere →

28 agosto 2016
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La solitudine dello scrittore. Una sostanza sottile di Franco Cordelli

cropped-teatro-maschere_teatro-586x404.jpgdi Niccolò Scaffai

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 21 febbraio 2016, ed è uscito su «Alias».
Ieri Franco Cordelli ha vinto il premio «Viareggio-Répaci» con Una sostanza sottile (Einaudi, 2016)].

Il romanziere vive la letteratura «come fosse una istituzione, pretendendo un ascolto che non può più essere conferito»; ciò è conseguenza di un’«ipertrofia dell’io», che si esprime nella «pretesa di rendere visibile la propria solitudine», disprezzando il popolo in caso di insuccesso, assecondando il pubblico se colti dal successo. Queste parole e i concetti che le legano sono tratti da un libro importante di fine Novecento, La democrazia magica, il saggio critico che Franco Cordelli pubblicò per Einaudi nel 1997 (poi da Fandango, nella riedizione del 2012). Credo occorra tornare a quel saggio per leggere Una sostanza sottile (Torino, Einaudi, pp. 268, euro 21,00), il nuovo romanzo – il termine è parziale ma inevitabile – di Franco Cordelli, che vede la luce sei anni dopo La marea umana (e diciassette dopo Un inchino a terra, l’ultimo suo libro uscito per Einaudi). La democrazia magica aiuta a comprendere motivi e strutture profonde della nuova opera: perché di fronte alle domande immediate che i lettori di Una sostanza sottile in buona o mala fede potrebbero formulare (chi parla nel libro? di quali fatti e persone narra la fabula?), la trama del racconto è sfuggente. Non così la sua sostanza, distillata da una riflessione seria e radicale intorno alle ragioni dello scrivere. Continua a leggere →

28 agosto 2016
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L’incontro mancato tra i sessi

cropped-1455794283_lovejuddapatow-1453135508.jpgdi Pietro Bianchi Elisa Cuter

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 21 marzo 2016].

C’è una scena, alla fine della settima puntata della prima stagione di Love (la nuova serie tv di Netflix prodotta da Judd Apatow e uscita il mese scorso) che in un paio di minuti riassume perfettamente il senso dell’intera serie: i due protagonisti, Gus e Mickey, dopo un date che definire disastroso è poco, finiscono a letto insieme. Iniziano su una sedia, ancora mezzi vestiti, ma presto si spogliano e si spostano nel letto vero e proprio. Se la serata fino ad allora era andata un po’ male ed era stata piena di momenti imbarazzanti – rompere il ghiaccio ad un appuntamento, si sa, non è sempre facile – pare che tutto venga superato nel momento in cui si smette di parlare con il linguaggio e si inizia a parlare con i corpi. D’altra parte non è uno dei luoghi comuni più tipici dell’ideologia contemporanea quello che dice che sono il linguaggio e la razionalità che creano incomprensione, mentre con il corpo, il contatto fisico e la sensibilità ci si capisce alla perfezione?

Sì… fino a che lei non dice: “Senti, ti fa niente usare il mio vibratore?” Gus, che è socialmente un po’ maldestro e non sempre a suo agio con il sesso femminile, sembra un po’ spiazzato e non troppo entusiasta della proposta, ma acconsente. Mickey butta allora sul letto il mitico Hitachi Magic Wand (non esattamente il meno intrusivo dei vibratori), glielo mette in mano e lo guida sul sesso di lei, mentre la puntata stacca con una canzone indie-folk di Loudon Wainwright III le cui prime parole sono “I Wonder Why You Love Me Baby”. La sovrapposizione dello sguardo di Gus, tra l’impaurito e lo stranito, e di Mickey che si lascia andare e che viene rumorosamente crea la perfetta sintesi cinematografica di quello che Lacan definiva “l’inesistenza del rapporto sessuale”. Attenzione, non la sua immagine, ma la sua sintesi: noi vediamo lo sguardo di lui e sentiamo lei. Non li vediamo entrambi nella stessa immagine. Continua a leggere →

27 agosto 2016
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Barthes e la letteratura

cropped-roland.jpgdi Daniele Giglioli

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 1 febbraio 2016.
Questo saggio è uscito su «Il Verri»].

Ma io non so proprio come fare, o Socrate, a dirti quel che ho in mente: perché qualunque definizione ci mettiamo davanti, ci gira sempre dattorno, e non c’è verso che voglia star ferma nel punto dove la mettiamo.
Platone, Eutifrone

I)

Innumerevoli sono in Barthes le definizioni di letteratura: un censimento completo terrebbe più dell’indice dei nomi che delle materie. E ancora più abbondante diventa il raccolto se non ci si limita alla forma della definizione propriamente detta (la letteratura è…) e si decide di includervi anche le definizioni indirette, o implicite, o inferenziali sulla base del modello “se/allora”.

Abbondanza che potrebbe sorprendere in un autore nemico di ogni irrigidimento del significato come Barthes, che fiutava nella pretesa di rendere stabile e definitivo il senso la sua bestia nera, lo stereotipo, la naturalizzazione, il segno pletorico che non si riconosce come tale e aspira a confondersi con la cosa o peggio ancora con la sua essenza immutabile. Ma in realtà, ciononostante e anzi forse proprio per questo, l’opera di Barthes pullula di definizioni (non riferite ovviamente solo alla letteratura): rileggerla in questa chiave porterebbe senza dubbio alla luce un segmento significativo di quella che Proust avrebbe chiamato “la grande ossatura inconscia” dello stile di uno scrittore per altri versi così amante del flou, del neutro e del senso perennemente in sospensione.[1] In nessun altro caso, tuttavia, la tensione tra i due poli – precisione lessicografica e latitudine semantica – ha raggiunto la divaricazione che si riscontra quando si ricostruisce la vicenda del lemma “letteratura” dai suoi primi ai suoi ultimi scritti.

A leggerle in sequenza, le molteplici definizioni di letteratura offerteci da Barthes testimoniano di una perpetua indecisione, insoddisfazione, perplessità, attrazione e ripulsa, accettazione e condanna, fascinazione e sospetto, che non è saggio liquidare frettolosamente col semplicismo di cui danno prova i più generosi dei suoi detrattori e i più zelanti dei suoi fedeli: più scrittore che critico, più artista che scienziato, la letteratura è stata la sua tentazione e la sua vocazione mai riconosciuta fino in fondo… Non è forse vero che “scriveva bene?” (frase fatta che Barthes peraltro detestava). Perché chiedergli geometria quando aveva tanta finezza? Non aveva lui stesso proclamato intorno al 1968, e cioè al tempo del suo momento teorico più estremista, l’indifferenza di critica e letteratura, entrambe destinate a dissolversi nel flusso senza origine dell’écriture? Continua a leggere →

26 agosto 2016
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Oltre Carl Schmitt

cropped-After_leonardo_da_vinci_The_Battle_of_Anghiari_palazzo_vecchio_florencel.jpgdi Gabriele Pedullà 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 1 febbraio 2016].

Quattro nuovi libri di Carl Schmitt in neanche sei mesi: i numeri parlano da soli. Di fronte a questa messe di pubblicazioni il primo pensiero è che non si tratti soltanto del doveroso recupero di un geniale pensatore politico troppo a lungo emarginato per la sua compromissione con il nazionalsocialismo. Deve esserci qualcos’altro. E alcuni dei curatori dei volumi in questione lo rivendicano esplicitamente: Carl Schmitt non sarebbe mai stato così attuale come oggi.

Se l’insistenza sulle capacità profetiche del giurista tedesco suona a volte un poco stucchevole (come quando sembrava che la grandezza di Tocqueville consistesse nell’aver scritto en passant che Stati Uniti e Russia erano destinati a contendersi un giorno la supremazia planetaria), è innegabile che alcuni dei concetti coniati o abbozzati da Schmitt appaiono particolarmente cruciali per spiegare l’ordine, o meglio il disordine, internazionale affermatosi con la caduta dell’Unione Sovietica e manifestatosi per la prima volta esplicitamente nei suoi aspetti più cupi con l’attentato alle Torri Gemelle.

Sin dagli anni Quaranta Schmitt aveva denunciato infatti il pericolo di un mondo globalizzato e dominato dalla tecnica, uniformato dal primato del Capitale sulla politica all’ombra di una sola grande potenza, segnato dalla sostituzione delle vecchie guerre tra stati con nuove operazioni di polizia internazionale indirizzate contro i tentativi di resistenza alla omologazione ma allo stesso tempo esposto agli attacchi “dall’interno” di un partigiano-terrorista come inevitabile correlativo dialettico della scomparsa dei vecchi confini e delle vecchie distinzioni culturali, etniche, politiche. Questo sarebbe il segno della definitiva vittoria del mare (principio di mobilità incarnato dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti) sulla vecchia tradizione giuridica continentale (Schmitt, che era un ottimo conoscitore di Hermann Melville, doveva sicuramente apprezzare il capitolo XIV di Moby Dick, dove si saluta ambiguamente la nascita di un nuovo imperialismo marino e fondato sulle baleniere). Continua a leggere →

25 agosto 2016
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Come dovrebbe o come potrebbe essere fatto un manuale di letteratura oggi

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di Claudio Giunta 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 29 febbraio 2016.
È uscito un manuale-antologia di letteratura per il triennio delle superiori, che ho scritto e coordinato. S’intitola Cuori intelligenti. Mille anni di letteratura (Garzanti Scuola). Il Sole 24 mi ha chiesto tre cartelle per spiegare come dovrebbe essere un manuale-antologia oggi, e io ho scritto quel che segue, facendo in pratica l’identikit del mio].

«E come è stato il suo, di tempo?»

«Tutto sommato fortunato. Ho avuto ai miei inizi due grandi regali: il lavoro con gli altri e un nonno cieco che mi obbligava a leggergli quello che lui da giovane aveva letto. Cioè i capolavori della letteratura francese. Spesso non capivo e arrancavo davanti a questo strano ‘Omero’. Ma mi è servito. Ho imparato ad amare i libri».

Così è stato educato Ettore Scola, classe 1931: sono alcune righe della sua ultima intervista, concessa ad Antonio Gnoli di Repubblica. È difficile dire meglio qual è uno degli obiettivi principali dell’istruzione: trasmettere l’amore per i libri, libri di ogni genere, perché questo amore faccia germogliare intelligenze e sensibilità come quelle di Ettore Scola. Non vorremmo forse che il futuro fosse pieno di persone così?

Ora, una delle buone idee del secondo Novecento è che l’amore per i libri non dev’essere trasmesso soltanto ai pochi predestinati che, come Scola, hanno un nonno che quei libri li ha letti, ma a tutti quanti, perché tutti quanti hanno il diritto di entrare in contatto, per qualche anno della loro esistenza, con nozioni, idee, immagini, parole che non hanno una finalità pratica, come la coltivazione dei campi o la ginnastica, ma che – ci hanno detto, e ci crediamo ancora – servono a vivere la vita in maniera più consapevole. Continua a leggere →

24 agosto 2016
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Scrittori e Facebook/1. Francesco Pecoraro

cropped-tumblr_lgkeeeuIth1qdprexo1_1280-1.jpga cura di Andrea Lombardi

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato l’8 febbraio 2016.
Negli ultimi vent’anni il campo culturale italiano è cambiato profondamente e alcuni dei mutamenti più radicali sono stati generati dalla rete. Dai primi forum ai blog fino ai social network, internet ha mostrato una grande vivacità letteraria e ha prodotto dei fenomeni che troppo spesso, per pregiudizio o timore, vengono ignorati. Oggi questo rapporto è giunto a una fase per così dire istituzionale, una fase che consente di definire o quantomeno di interpretare aspetti che fino a poco tempo fa apparivano poco chiari. Di qui l’idea di un’inchiesta sul rapporto fra gli scrittori e Facebook, il social network più usato, quello che racchiude alcune peculiarità delle forme online sorte in precedenza, ma che ha prodotto tipi di scrittura e di interazione nuovi e dirompenti. Le interviste contengono domande fisse e domande legate all’attività specifica degli autori intervistati(Andrea Lombardi)].

1) In che anno ti sei iscritto a Facebook e che cosa ti aspettavi quando l’hai fatto?

Sono entrato nel 2009. L’ho fatto per curiosità. Mi aspettavo nient’altro che un rapporto interattivo con la gente che frequenta il web, in particolare con le persone che si occupano di scrittura, che è la cosa che mi interessa in questa fase della vita. L’esperienza Tash-blog si stava concludendo, non riuscivo più a usarlo, le energie mi servivano tutte per il libro che stavo scrivendo. Poi il server chiuse i battenti, ho copiato e salvato tutto e sono passato a divagarmi su Facebook. Mi sembrava più vivace, più interattivo, una cosa a metà tra la chat e il blog. Era molto di più, allora non lo sapevo. Dalle novità del web non mi aspetto mai nulla di veramente nuovo e speciale: sono solo curioso di andare a vedere. Anche Twitter mi incuriosisce, ma temo mi porti via troppo tempo. Tendo alla dipendenza: se entrassi anche in Twitter, non lavorerei più. Però mi interessa molto. Twitter è un nuovo strumento di informazione, sta su ciò che accade istante per istante, mentre Fb richiede un tasso di elaborazione più lento, meditato, indiretto, divagante. 

2) All’inizio hai pensato di dover gestire il tuo profilo tenendo conto del fatto di avere un’immagine pubblica in quanto scrittore o non ti sei posto il problema? Continua a leggere →

23 agosto 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Quando la Legge è ammanettata al godimento. The Hateful Eight di Quentin Tarantino

cropped-cropped-hateful-eight-70-mm-roadshow-video.jpgdi Pietro Bianchi e Marco Grosoli 

[Da qui a settembre LPLC sospende la sua programmazione ordinaria. Ripubblicheremo alcuni interventi usciti qualche tempo fa. Quello che segue è stato pubblicato il 7 febbraio 2016].

1.

Di Tarantino si è sedimentata nel corso degli anni un’immagine inoffensiva, debole, disimpegnata e sostanzialmente conservatrice. Il refrain è noto: Tarantino sarebbe la summa della distanza ironica postmoderna; uno di quelli che ha tolto al cinema la possibilità di dire qualcosa sul mondo al di là dello schermo. Si sente dire spesso che il suo cinema parlerebbe solo di altro cinema, in una sorta di inter-testualità dispersiva e centrifuga. Tutto può essere un’immagine o una citazione, tutto può essere qualcosa e nello stesso tempo anche qualcosa d’altro. Non è più possibile credere ad alcuna verità e tutto sommato non ce ne deve nemmeno più importare nulla perché l’unica cosa in cui vale la pena credere veramente è il divertimento immediato (o meglio, il godimento, ma come vedremo Tarantino capovolge il senso di questa massima proprio in The Hateful Eight). Un’immagine è un’immagine è un’immagine. Non è forse vero che uno dei passatempi preferiti dei fan di Tarantino è quella di andare a cercare le citazioni nei suoi film? Come se il mondo, ridotto a immagine e simulacro, non fosse fatto da nient’altro che da cinema. Come se l’unica emozione possibile fosse quella, davvero “piccola”, della risata sardonica di chi coglie una citazione di Carpenter.

Bisognerebbe ricordarsi di quello che dicevano di lui agli inizi della carriera. Persino un critico attento e colto come Jonathan Rosenbaum all’uscita di Pulp Fiction nel 1994 si lamentava del presunto “cinismo dello sguardo” del regista di Knoxville e del fatto che “se non riuscite a capire se [la chiacchiera dei personaggi dei suoi film] sia una critica ironica oppure una celebrazione compiaciuta dell’americanismo, è proprio perché lo stile di Tarantino è quello di cavalcare entrambe le posizioni”.[1] In realtà questa doppiezza sta solo nell’occhio di chi guarda perché Tarantino ci ha sempre abituato all’esatto contrario: cioè a prendere assolutamente seriamente il suo cinema. O per meglio dire, a prenderlo alla lettera. Continua a leggere →

22 agosto 2016
Pubblicato da Mauro Piras
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Il burkini e i turbamenti della democrazia

cropped-burkini.jpgdi Mauro Piras

Sono già una dozzina le municipalità della Costa Azzurra che hanno vietato l’uso del cosiddetto “burkini”, il costume da bagno che copre integralmente il corpo, usato di solito da donne di fede islamica. A queste si aggiunge la dichiarazione pubblica del primo ministro francese Manuel Valls, che ha appoggiato tali divieti, sostenendo che l’uso del burkini va contro i valori della Repubblica francese.

La discussione che ne è nata è stata etichettata da qualcuno come il tipico dibattito estivo su argomenti più o meno irrilevanti. In realtà, la forza delle contrapposizioni mostra che si tratta di un problema sostanziale, nevralgico per gestire in modo equilibrato i rapporti con le minoranze islamiche in Europa. Le democrazie non hanno trovato ancora un modo univoco per trattare questi problemi. A partire dalla discussione sul velo degli anni novanta e primi anni duemila, il ricorrere di queste tensioni mostra che il percorso da fare è ancora lungo. Tuttavia, il divieto di portare il burkini al mare sembra davvero poco difendibile, e motivato principalmente da reazioni emotive e identitarie contro le aggressioni terroriste subite dalla Francia. Vediamo perché.

Non è possibile giustificare questo divieto per ragioni igieniche, perché si tratta di un costume da bagno vero e proprio, in tessuto tecnico, adeguato alla sua funzione. Né è possibile giustificarlo per ragioni di sicurezza. Non si vede come questo capo di abbigliamento possa rendere più insicuro lo stato di una spiaggia. Né pone problemi di identificazione delle persone, dal momento che il volto è scoperto.

Non si possono addurre neanche giustificazioni di ordine pubblico. Il comune corso di Sisco, in Corsica, ha vietato il burkini dopo la vicenda di una vera e propria rissa tra marocchini e residenti locali. Si è capito poi che questa rissa è stata generata da un comportamento illegale dei marocchini (che hanno chiuso l’accesso a una spiaggia pubblica) e da una reazione eccessiva dei valorosi corsi. Di burkini nessuna traccia. In generale, non si vede perché il fatto che alcune donne lo indossino dovrebbe provocare problemi di ordine pubblico: la situazione non sembra ancora così esasperata da rischiare una rissa ogni volta che una maggioranza di “occidentali” incontra degli islamici in spiaggia. Continua a leggere →