Le parole e le cose

Letteratura e realtà

17 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Lame

di Gabriele Pedullà

[Esce oggi in libreria Lame (Einaudi), primo romanzo di Gabriele Pedullà, che nel 2009 aveva pubblicato, sempre da Einaudi, la raccolta di racconti Lo Spagnolo senza sforzo.
Lame racconta la storia di due “ragazzi di mezza età”, Ruggiero e Olimpia, e del loro incontro con una compagnia di pattinatori dilettanti che ogni fine settimana si dà appuntamento al Pincio di Roma (la “Chiesa”). I due brani che seguono, collocati in chiusura dei capitoli cinque e sette, affrontano uno dei temi del libro: il rapporto tra proliferazione delle immagini, memoria e nostalgia del presente].

Sul principio generale, però, si trovavano entrambi d’accordissimo con Bess: se la Chiesa voleva continuare a crescere, gli scatti di Olimpia erano essenziali. Anche sul lavoro, d’altronde, il capo glielo ripeteva sempre: – Se non lo fotografi, non è successo –. Difficile dargli torto su una cosa come questa. Ma non era da lui che Olimpia e Ruggiero avevano appreso quella che entrambi consideravano una verità triviale. Semplicemente, non c’era nulla che avessero da apprendere in proposito. Lo sapevano da sempre, loro e i loro coetanei (se non lo fotografi, non è successo: certo), ma allo stesso tempo avevano la sicurezza di non averlo mai saputo con tanta precisione come da quando tutti i telefonini erano venduti con una macchina fotografica incorporata e, insomma, non era più come quando, a quindici anni, Olimpia aveva iniziato a fare i primi esperimenti con le focali lunghe su un vecchio ordigno della guerra fredda ancora targato DDR messole in mano da uno zio. Niente più pellicola, tanto per incominciare (niente più limiti agli scatti). E poi il fatto stesso di avere la macchina sempre a disposizione. Questo secondo aspetto era ancora più importante, se possibile. Usami, dài: usami (visto che mi hai comprato, visto che mi hai pagato e che non costa nulla). Non era semplice resistere a un richiamo del genere. E in fondo perché, poi? Come i loro amici, Ruggiero e Olimpia avevano cominciato a scattare foto col telefonino per gioco, per noia, per sfida, per emulazione: o perché tutti le dicevano che lei aveva un occhio speciale e allora tanto valeva che. In questi casi non c’era mai penuria di ottime ragioni. Uno squarcio di quella Roma bellissima, che dopo tanti anni ancora li sapeva emozionare. La vergogna dei cassonetti pieni e della spazzatura rovesciata in strada. Un autoscatto con i colleghi durante la pausa pranzo. Il soriano così tenero della vicina (ma erano solo degli esempi casuali). Continua a leggere →

16 gennaio 2017
Pubblicato da Daniele Balicco
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Rileggendo Gomorra

di Mario Pezzella

È divenuto difficile leggere Gomorra[1]. Fantasmi di film, di serie televisive, la stessa icona televisiva dell’autore, affollano l’immaginazione, e ostacolano il ritorno senza interferenze alle righe scabre, dure, talvolta faticose del testo originale. In questo caso gli effetti della ricezione del romanzo rischiano paradossalmente di impedirne la lettura. Alcuni dei personaggi hanno subito il destino degli archetipi del cinema “nero” hollywoodiani, diventati modelli di comportamenti reali (e di identificazioni ambigue da parte degli spettatori). Il boss Savastano della serie televisiva è ormai un eroe popolare, avvicinato per somiglianza fisica all’allenatore del Napoli Calcio; adolescenti di vari strati sociali napoletani si vestono e si acconciano i capelli come Savastano junior. Pensare che Saviano stesso aveva lucidamente analizzato questo fenomeno nel suo libro; eppure la spettacolarizzazione ha coinvolto gli stessi personaggi di Gomorra e soprattutto quelli nati per partenogenesi dagli episodi della serie, fino a costringere l’autore a prenderne atto nel suo ultimo romanzo, dove tre appartenenti alla “paranza dei bambini” sono “pettinati alla Genny Savastano”[2]. Difficile dire se Saviano sia oggi consapevole della distanza che separa la potenza critica di Gomorra dalla spettacolarizzazione inevitabile della serie. Ancor più difficile dire se avrebbe potuto sottrarsi a quella che egli stesso ha subito, accettando l’ospitalità di numerose trasmissioni del regime televisivo attuale. Meglio tentare un esperimento mentale: tornare a quelle righe scritte da un giovane sconosciuto di 26 anni e alla loro essenzialità narrativa, che ha pochi rivali nella letteratura italiana degli ultimi tempi.

Postilla. In queste pagine definisco Gomorra come romanzo. Quando l’ho fatto parlando in pubblico la cosa ha suscitato qualche stupore, perché di solito si considera il libro un pamphlet di denuncia, oppure una sorta di documentario sociologico. A tal proposito vorrei si ricordasse che nella letteratura nata a Napoli esiste un vero e proprio genere specifico, che mescola scrittura giornalistica e finzione e questo intreccio costituisce una vera e propria struttura narrativa. Continua a leggere →

15 gennaio 2017
Pubblicato da Claudio Giunta
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Insciallà o Della Buona Scuola

di Enrico Rebuffat

[Ieri il governo Gentiloni ha approvato otto decreti attuativi della Buona Scuola. È l’occasione per ritornare su uno dei provvedimenti più controversi del governo Renzi].

Il mio amico Ahmed, che viene dal Ghana, me lo dice spesso. Io gli auguro di trovare un lavoro e di sistemarsi in Italia, e lui risponde: insciallà. Io gli dico: ci vediamo qui tra cinque minuti, e lui risponde: insciallà. Se dio vuole, insciallà. I progetti che noi uomini possiamo concepire, dal piano più complesso e improbabile fino alla determinazione più semplice e immediata, sono ugualmente soggetti alla volontà imperscrutabile di dio. Tutti sono possibili, quindi, e nessuno è certo; in ogni caso, non è il nostro contributo quello decisivo ai fini del loro compimento. Volendo prendere questa concezione alla stregua di una filosofia, credo di poterla capire e mi affascina anche; ma a dir la verità, quando la vedo applicata a progetti importanti provo un po’ di disappunto, mentre quando si parla di rivedersi dopo cinque minuti mi viene da sorridere: perché non posso fare a meno di pensare che la filosofia dell’insciallà tenda a sottrarre alla ragione umana il compito che le è proprio. Se c’è una cosa in cui mi sento “occidentale”, come si dice, cioè sostanzialmente greco e latino, è questa: quisque faber fortunae suae, ciascuno è artefice della propria sorte. E come si è artefici della propria sorte? Nella nostra tradizione culturale, lo si è facendo diagnosi razionali dei bisogni e dei desideri, ipotizzando razionalmente terapie per curare i mali e piani per realizzare gli intenti, soppesando a lume di ragione le possibilità di successo delle nostre stesse ipotesi. Si può fallire, ci si può ingannare, ma per noi questa è la via. Non sono migliore di Ahmed (che difatti ha saputo varcare il mare, mentre io per mia fortuna non so se ne sarei capace): ho solo letto Ippocrate, Tucidide e Aristotele; e ho letto Tommaso, Alberto e Dante, che dinanzi ai misteri della fede esclamava “matto è chi spera che nostra ragione / possa trascorrer l’infinita via / che tiene una sustanzia in tre persone”, ma di fronte a un progetto di riforma delle cose umane non avrebbe risposto se Dio vuole neppure al papa (anzi, tantomeno a lui). Li ho letti e ormai non posso più tornare indietro. Continua a leggere →

14 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Blue

playlist di Italo Testa

[Questa playlist è un omaggio a: Maggie Nelson, Bluets, Wave Books, 2009 (it)].

Billie Holiday, Lady Sings the Blues (Lady Sings the Blues, 1956)

Leonard Cohen, Famous Blue Raincoat (Songs of Love and Hate, 1971) Continua a leggere →

13 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Italia

di Charles Wright

[È uscito in questi giorni Italia di Charles Wright (Donzelli, Poesia n.61). Fra i maggiori poeti americani della sua generazione, Charles Wright (1935) ha scritto nel corso del tempo molte poesie sull’Italia e su temi italiani. Questo volume, curato da Damiano Abeni e Moira Egan, le raccoglie e le traduce. Presentiamo una scelta di testi]

 

Omaggio a Ezra Pound

Oltre San Sebastiano, oltre
Ognissanti e San Trovaso, lungo
Le Zattere e a sinistra
al di là del ponte scalinato fino a dove
—discosta sulla destra, seminascosta—
la Dogana Vecchia brucia al sole primaverile:
è così che ci si arriva.

Questa è la strada in cui abita Pound,
un vicolo cieco
di anfratti catarrosi e pietra sbrecciata,
al cui imbocco le acque
si radunano, i gabbiani stridono;
qui dentro—muto, immoto—lui aspetta,
cernendo gli affetti freddi del sangue.

*

Altri hanno aperto il cammino,
svanendo nel sonno, i letti
sfatti, lenzuola ancora intrise
da ciò che li ha messi in disparte—
il cancro o i polmoni malati, la nuvolaglia
della vecchiaia che avanza, l’incenso
torpido del suicidio …

E lui è sopravvissuto,
o si è rifiutato di accodarsi, e adesso
passeggia nello stroboscopio lento del sole,
o siede nelle sue stanze ovattate,
e si chiede dove le cose sono andate storte,
e tende l’orecchio alla trasmissione, al sommesso
frusciare d’ali, al tuffo di un remo. Continua a leggere →

12 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Giovanni Giudici narratore

di Lorenzo Marchese 

[Oggi alle 17, presso l’Accademia Lunigianese di Scienze “Giovanni Capellini” della Spezia, Carlo Ossola presenta Giovanni Giudici. I versi e la vita (2016). Il volume raccoglie gli Atti del Convegno tenutosi alla Spezia il 13 settembre 2013, a cura di Paola Polito e Antonio Zollino. Il seguente intervento è uscito, in una forma ridotta e modificata, negli Atti].

Introduzione

Giovanni Giudici è in larga parte, anche se non solo, un poeta-narratore. Per lunghi segmenti della sua produzione in versi, Giudici ha raccontato storie. Mettere «in versi la vita», trascrivere «fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi»[1] significa prima di tutto registrare le vicende varie e particolari che il poeta vive, o vede vivere ad altri, e riversarle poi sulla pagina, con il beneficio della rielaborazione poetica, quando non della reinvenzione fantastica, in ossequio a una fedeltà non documentaria ma letteraria. Lo stile poetico di Giudici, secondo tale prospettiva, si adatta a seconda dell’oggetto raccontato e descritto, ossia esprime la visione del mondo da parte del poeta, che a sua volta sceglie, a seconda dei casi, la forma della lirica breve, talvolta con inserti dialogici e meditativi (è il caso di molte poesie della Vita in versi)[2], talaltra con poesie di più ampio respiro, che si propongono come registrazioni di esperienze ricordate o forse solo sognate (come da La vita in versi in poi molto spesso accade)[3]. È innegabile che la poesia di Giudici cerchi sovente il manierismo, la ridiscussione comica dei suoi oggetti nonché, con più decisione da Autobiologia in poi, la polifonia (risultando, solo in tal senso, anti-lirica e “romanzesca”). Non si può ignorare la sua vocazione teatrale, la tendenza soliloquiale di molti componimenti, o la sperimentazione sottilmente manieristica su forme e contenuti della tradizione illustre italiana: è il caso magistrale di Salutz, 1984. Quanto al Giudici successivo, da Fortezza a Eresia della sera, se di narrazione si dovesse parlare, sarebbe una narrazione concentrata ed ellittica insieme, in perpetuo sfuggire fra le allusioni e l’indicibile. Tuttavia, percorrendo un quarantennio di esercizio poetico, il tentativo di narrare in versi una quotidianità sfaccettata assume per Giudici un ruolo decisivo. Ha notato Carlo Ossola nella prefazione a VV: «Il Novecento, secolo pur grande di poesia, sembra chiudersi irrisolto tra le tentazioni del “serrare” e dello “sciogliere” il canto, tra le misure strette dell’aforisma (l’ultimo Montale) e il fluire del poema (Ungaretti, Luzi)»[4]. La scrittura in versi di Giudici sembra, a partire da simili premesse, porsi come continuo tentativo di sintesi delle opposte tendenze dei referenti poetici, nel tentativo di unire dizione poetica e rappresentazione storica, prosa e poesia. Continua a leggere →

11 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Paul Celan, Ingeborg Bachmann. Lettere e poesie

a cura di Milo De Angelis

11 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Valerio Magrelli, L’equivoco Dylan. Come allontanarsi dalla poesia

11 gennaio 2017
Pubblicato da Le parole e le cose
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Maria Callas, da un vuoto nel cosmo

di Andrea Cortellessa

Si sa: quando la fama di un artista cresce di proporzioni, o meglio salta di piano, sino ad assurgere allo status di “mito”, schermo di proiezione universale, si danno due possibili atteggiamenti. O quel mito lo si cavalca, impunemente, lo si alimenta e se ne resta insieme vittime, finendo per cancellare la sostanza stessa di quell’arte, ridotta a mero sfondo della leggenda biografica; oppure lo si “demistifica” – come andava di moda dire una volta – ricorrendo agli strumenti della filologia, della critica, dello spoglio documentario. E con ciò, spesso, lo si ricopre di polvere. Rappresentava una sfida ardua, dunque, il gran libro che su Maria Callas – in vista del quarantennale della morte, il prossimo settembre – hanno curato Luca Aversano e Jacopo Pellegrini (Mille e una Callas. Voci e studi, Quodlibet, pp. 640, € 26): che ad apertura di pagina strabocca di passione fanatica e tuttavia, al contempo, s’impronta al più zelante rigore (si segnala, fra i tanti documentatissimi contributi, la preziosa bibliografia ragionata offerta da Pellegrini nelle non poche pagine conclusive del già non esile volume). Soprattutto indicando una terza via. Studiare – per l’appunto cogli strumenti della ricerca – come si sia formato, quel mito, e cosa significhi: quale esigenza profonda colmi, cioè, nell’immaginario collettivo.
Facendo dovuta parentesi della messe di raffinate analisi musicologiche (Pellegrini ci mostra per esempio, con robustezza storicistica che a torto s’immaginava discosta dalla callidità di scrittura che gli è propria, come l’esplosione “italiana” della Callas – dopo l’“archeologia” greca di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropolou: sulla quale finalmente, ora, si può sapere di più – s’intrecci colla Rossini Reinaissance: episodio forse decisivo, non solo in ambito musicale, nell’evolvere del gusto secondonovecentesco), è dunque alla seconda parte del volume – che tanti contributi dedica alla “mitologia”, appunto – che ci si rivolge golosi. Qui troviamo i ricordi di amici, complici, testimoni illustri (come quello, purtroppo postumo, di Paolo Poli; e poi quelli di Piero Tosi, Franca Valeri, fra gli altri bellissimo quello di William Weaver). Continua a leggere →

10 gennaio 2017
Pubblicato da Clotilde Bertoni
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Poesia come vita: da Paterson a Paterson

di Silvia Albertazzi

Say it, no ideas but in things –
William Carlos Williams

Negli ultimi anni si è assistito a un proliferare di film basati su fatti realmente accaduti, biografici o cronachistici. La frase “tratto da una storia vera” posta prima o dopo i titoli di testa è diventata tanto comune da apparire normativa, al punto che la sua assenza rischia di pregiudicare il godimento della vicenda narrata, portando lo spettatore nella migliore – o peggiore? – delle ipotesi, a inserire la pellicola che non presenta (auto)certificazioni di autenticità nell’universo dell’incredibile. Il moltiplicarsi dei cosiddetti biopics, e dei rifacimenti di episodi nella storia del passato più o meno recente, mentre vorrebbe suggerire la necessità di mantenersi ancorati al reale, sembra piuttosto implicare una mancanza di immaginazione da parte degli autori. Né deve trarre in inganno il parallelo imporsi di pellicole fantastiche, il cui eccesso di inventiva, finalizzato alla creazione di universi magici lontani dal (o quanto meno in conflitto con) il reale, tradisce piuttosto un’analoga incapacità di immaginare il quotidiano e raccontare storie in cui il pubblico possa riconoscersi e identificarsi.

Andando controcorrente, Jim Jarmusch, nel suo ultimo film, Paterson, non solo si propone di narrare il quotidiano attraverso una vicenda e dei personaggi del tutto inventati, ma si spinge a compiere un’impresa ben più azzardata, anzi, apparentemente, impossibile: raccontare la vita come una poesia, adattando allo schermo un genere – la poesia, appunto – i cui elementi costitutivi sembrerebbero intraducibili nella fattualità della narrazione cinematografica. Alla storia documentabile raccontata dal cinema biografico, Jarmusch oppone una microstoria poetica, fondata sulle “eccezioni normali” del quotidiano: gli incontri inattesi, le coincidenze fortuite, i movimenti di luce e i cambi di prospettiva che non solo rompono la monotonia delle piccole vite della gente comune, ma sono anche elementi costitutivi di una poesia il cui oggetto è, com’ebbe a scrivere William Carlos Williams, proprio l’”impalpabile rivoluzione”[1] del quotidiano. Continua a leggere →