Le parole e le cose

Letteratura e realtà

1 ottobre 2016
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Note transgender

playlist di Italo Testa

Christine Jorgensen, Crazy Little Men (1957)

Coccinelle, Je cherche un milliardaire (1957)

Amanda Lear, Follow me (Sweet Revenge, 1978)

Against me, Black me Out (Transgender Dysphoria Blues, 2014)

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30 settembre 2016
Pubblicato da Daniele Balicco
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Quer pasticciaccio brutto delle Olimpiadi a Roma

cropped-media_13.jpgdi Daniele Balicco

Ieri l’Assemblea capitolina ha deciso di ritirare la candidatura della città di Roma per la corsa alle Olimpiadi del 2024. La motivazione principale del rifiuto, avanzata dalla sindaca del M5s Virginia Raggi, deriva dalla mole di sovra-costi che la manifestazione, una volta terminata, trascinerebbe con sé. Poco importa che quasi la metà dei finanziamenti, se le città avesse vinto, sarebbe stata sostenuta dal Comitato Olimpico Internazionale (CIO); e poco importa che l’altra metà sarebbe stata coperta attraverso un investimento diretto dello Stato. Roma – si dice – ha un debito pubblico “mostruoso”. La nuova amministrazione non vuole lasciare in eredità, alle generazioni future, un debito ancora più alto. “Saremmo degli irresponsabili”.

La scelta di ritirare la candidatura di Roma dalla corsa per le Olimpiadi 2024 potrebbe sembrare un fatto di cronaca fra i tanti. Merita invece un’attenzione particolare per almeno due ragioni. La prima è politica e riguarda un preoccupante cortocircuito ideologico, di cui il M5s è persuasore permanente. La seconda è invece simbolica e ci parla del destino della Capitale d’Italia.

Partiamo dalla discussione sul dossier per la candidatura della città di Roma alle Olimpiadi del 2024. Il progetto – targato Malagò, Montezemolo (e Renzi) – era contestabile per mille ragioni. Nel metodo, per la scelta originaria di non coinvolgere in alcun modo il comune di Roma nell’elaborazione del dossier (sembra incredibile, ma è andata proprio così). Nel merito, perché imponeva di impegnare più di 800 milioni, dei finanziamenti previsti, nell’area di Tor Vergata, non prevedendo in realtà nuove opere infrastrutturali di rilievo, in una città ormai al collasso perché quasi del tutto priva di un moderno sistemo di trasporto pubblico intermodale. Continua a leggere →

29 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Proprietà perduta

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di Franco Cordelli

[Nelle scorse settimane la collana fuoriformato delL’orma editore ha ripubblicato Proprietà perduta di Franco Cordelli, il diario-memoir-saggio (pubblicato da Guanda nel 1983) sul primo Festival internazionale dei poeti, tenutosi sulla spiaggia di Castelporziano dal 28 al 30 giugno 1979. Il festival fu ideato da Cordelli insieme ai gestori del teatro Beat 72, una cave della capitale dove già due anni prima si erano tenuti i reading documentati nel ’78 da un altro libro di Cordelli, Il poeta postumo. Manie pettegolezzi rancori (riproposto dalla medesima collana nel 2008, quando era pubblicata da Le Lettere, a cura di Stefano Chiodi): Ulisse Benedetti e Simone Carella. Proprio Simone Carella, regista e performer e trickster di ogni forma di détournement delle arti e delle lettere – ma, dice Proprietà perduta, che lo annovera fra i suoi personaggi, essenzialmente «un land-artista»: cioè un inventore di luoghi – è scomparso a Roma, dopo lunga malattia, lo scorso 28 settembre. In questo modo Le parole e le cose e io vogliamo anche ricordarlo.
Quello che, da allora, è noto al pubblico della poesia semplicemente come «Castelporziano» fu, in molti sensi, un punto di svolta. Forse non solo per la nostra letteratura recente. Il testo di Cordelli – che anticipa la modalità pseudo-diaristica e frammentaria, zigzagante e ritmatissima, del recente Una sostanza sottile – è al contempo un saggio sul significato di quell’esperienza (proseguita e contraddetta dal successivo festival tenutosi l’anno seguente a Piazza di Siena) e un non-romanzo, squisitamente fuoriformato, che a sua volta prosegue e contraddice la «religione del romanzo» praticata dal suo autore nei nove libri rubricati sotto tale etichetta, da Procida all’ultimo Una sostanza sottile, appunto. Si riporta qui un estratto dal primo capitolo della prima delle due speculari sezioni in cui il testo si articola, quella intitolata Il mare della metafora.
Il titolo, come segnala l’esergo, viene da quello del libro che s’immagina scritto da Sebastian Knight nella Vera vita di quello che, almeno allora, era per Cordelli un autore di culto, cioè Vladimir Nabokov. Ma la vera «proprietà perduta» rinvia all’aura sfuggente della “presenza” che nessun testo, neppure audiovisivo (come il non meno mitologico film girato durante il Festival da Andrea Andermann, Castelporziano, Ostia dei poeti), può pretendere di racchiudere – a dispetto della “scatola” di Joseph Cornell che figura in copertina, tanto nella princeps che in questa nuova edizione, e che reca l’allusivo titolo di Giuditta Pasta (la musa del Bel Canto di cui possiamo solo immaginare – dalle cronache estatiche dei contemporanei – la voce ultraterrena). La proprietà perduta – quella che Walter Benjamin chiamava «la cenere lieve del vissuto» – altro non è, allora, che la vita. Il mare di vita che personaggi come Simone Carella hanno visto passare sotto i loro occhi; e che, col chiudersi di quegli occhi, va perduto una volta per tutte (Andrea Cortellessa)].


Proprietà perduta, che Sebastiano Knight aveva
iniziato a quell’epoca,appare come una specie di tappa
nel suo viaggio letterario, una ricapitolazione, un
computo degli oggetti e delle anime perdute nel
cammino.
V.Nabokov

L’occasione è il mio progetto

Il questionario era intricato, labirintico, ricco di domande impertinenti e inconsuete: alcune molto personali, quasi quanto le domande che due o tre mesi dopo furono rivolte ai candidati di un concorso statale. Anche questa volta, in un certo senso, l’arte aveva anticipato la realtà. Nel nostro questionario si voleva sapere se fare l’amore sia o meno controproducente all’attività artistica e, nel caso negativo, quanto l’autore possa avvantaggiarsi di questo beneficio. Proprio come nell’altro questionario, dove si volle sapere (a volere ciò erano gli psichiatri che lo avevano compilato) se i candidati usavano l’automobile come camera da letto… La domanda che più gli piacque fu quella che, in modo elusivo o contorto, chiedeva a chi appartenga la voce dell’autore. Lui rispose con tranquillità e rapidamente: «Appartiene» scrisse «al non-io dell’autore». […]

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28 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Il senso della fine nelle narrazioni contemporanee

cropped-unnamed-3.jpga cura di Francesco de Cristofaro, Carmen Gallo, Flavia Gherardi
La terza edizione del Laboratorio Malatestiano, che si terrà a Santarcangelo di Romagna il 30 settembre e 1 ottobre, muove da una proposta teorica che quest’anno compie mezzo secolo: quella di Frank Kermode, che proprio in The Sense of an Ending s’interrogava sul finale narrativo e sulla sua capacità di ricreare quella “fittizia armonia tra inizio e fine” che compensa la precarietà esistenziale di individui “che nascono e muoiono sempre in medias res”. Se le trame del modernismo tendevano già ad aprirsi all’incompiuto, rinviando a un imprecisato “fuori del testo” e consegnandoci un senso dai contorni sfumati, che cosa è successo ancora dopo, soprattutto all’indomani di Auschwitz e Hiroshima, quando ha iniziato ad apparire come ingenua la stessa pretesa di un senso? Il Laboratorio proverà a esplorare le possibilità di senso del finale narrativo, ma anche la costruzione seriale o ciclica delle narrazioni, l’autofiction, e la diffusione capillare di riproposizioni dell’apocalisse che tanto caratterizzano e modellizzano le arti contemporanee. Cosa ci racconta infatti tale complessa morfologia del rapporto della finzione contemporanea con il senso della fine? Quale valore detiene il finale nell’ibridazione delle forme di rappresentazione, comunicazione, produzione artistica che caratterizzano la contemporaneità? S’è forse ulteriormente degradato il suo potere “armonico”? Si sono ristabilite forme mitiche di corrispondenza tra inizio e fine? Oppure la fine come tema (la violenza gratuita, la degradazione morale, la morte senza trauma, i disastri ambientali, i contagi di massa) ha rimpiazzato la costruzione di un finale pieno, compiuto, capace di dare senso a ciò che conclude?
Interverranno: Angela Albanese, Federico Bertoni, Emanuela Bruni Piga, Silvia Carandini, Simone Costagli, Francesco de Cristofaro, Stefania De Lucia, Manuela Fox, Carmen Gallo, Flavia Gherardi, Francesco Giusti, Giovanni Maffei, Arianna Marelli, Anna Masecchia, Gennaro Schiano, Valentina Sturli.

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28 settembre 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Nuovi poeti /17: Marco Corsi

cropped-CAMPORESI.jpga cura di Massimo Gezzi

[Dopo molti mesi di pausa, riprende la rubrica dei Nuovi poeti nati negli anni Ottanta e Novanta. Oggi presento sei testi di Marco Corsi, nato nel 1985 in provincia di Arezzo e già ricercatore all’Università di Firenze. Corsi ha pubblicato, oltre a diverse plaquettes, L’inverno del geco (Gazebo 2010) e Da un uomo a un altro uomo (in Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos 2015). Nel 2015 ha vinto il premio Cetonaverde poesia. Delle sei poesie che seguono, le prime due sono inedite]. 

XII.

sbatte un po’ l’occhio come l’onda
contro il verde, l’ocra, l’azzurro…
siamo stati l’annuncio del santo,
soggetti sestanti, l’ombra di marco polo
lungo la via della seta, ma ora
più doloroso è l’attributo che s’appoggia
sul muro scistoso del vento
indorato a più livelli, come quel giorno
dei primi nomi complementari.

*

quale posizione mantiene il cielo
dentro le case? quale forma di te
traspare sopra la commode
di legno scuro, nero, striato?
dentro queste vene che ora diventano
più grosse, diventano
più dure delle ossa
dentro queste vene ci sono agitazioni
di massa, rivoluzioni copernicane,
le bombe, le riserve indiane
le nostre docili stelle ignare.

*

non per questo porteremo godimento
e non per questo avremo sentimenti
simili in tutto alle mummie di tollund
addormentate nella loro espressione
sopra un tenero strato di muschio
più o meno dall’età del ferro
quando qualcuno rimase digiuno
la notte precedente
per diventare un fatto di cenere.

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27 settembre 2016
Pubblicato da Le parole e le cose
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Difendere il canone (senza trasformarsi in Harold Bloom)

cropped-mt-rushmore.jpgdi Mimmo Cangiano

Un canone, quando giunto a stabilizzazione, è l’espressione culturale di un insieme di relazioni sociali che vogliono surrettiziamente veicolarsi come eterne; vogliono presentare come atemporali, mediante il loro riflesso culturale, i nessi storici (le lotte storiche) che le hanno prodotte. In seconda battuta, visto che la relazione fra reale e culturale è inevitabilmente dialettica, lo stesso canone ha il compito di stabilizzare la forma raggiunta da quelle medesime relazioni. Tale stabilizzazione è cioè un elemento di lotta politica dove il canone ha il compito di ribadire, si perdoni il pleonasmo, la vittoria dei vincitori, e di presentarla come storicamente insuperabile.

È un principio semplice, utile perché permette di separare con chiarezza due schieramenti politici. Marxismo, post-colonialismo, cultural studies, decostruzionismo, benché riferiscano ad elementi diversi per ciò che concerne la formazione del suddetto canone, si ritrovano d’accordo circa le ragioni e modalità della sua formazione. Sinistra e Destra sono qua divisibili cioè con relativa semplicità. Harold Bloom può rappresentare la Sinistra unita mentre crea la sua “scuola del risentimento” (ed è a ben guardare proprio il “risentimento” di chi ha per il momento perso la battaglia politica)[1]. Bloom può tacciare l’attacco al canone come relativismo culturale e ribadire la persistenza di elementi di supremazia estetico-culturale che separano il grano dal loglio. Ciò che Harold Bloom può fare è, voglio dire, immaginare come non-conclusa una determinata fase storica, presentare come tutt’ora operanti (ed è in fondo difficile dargli torto) le sovrastrutture ideologiche a quella fase – che è poi la fase universalistica della classe borghese, la fase in cui la classe borghese poteva/può presentare come universali i suoi valori[2] – collegate. Il canone in tal senso è espressione del doppio movimento connaturato ad ogni ideologia borghese: da un lato la necessità di presentare i propri approdi culturali come in divenire, come espressione vale a dire delle modificazioni storiche che hanno condotto alla sua rivoluzione e al suo trionfo (e dunque anche, ed è fondamentale, come elementi ristrutturabili dinnanzi a nuove crisi storiche), dall’altro come elementi “naturali”, vale a dire come elementi immobili che la proteggono ora contro quella stessa capacità trasformativa della Storia su cui la sua vittoria si era fondata. Continua a leggere →

26 settembre 2016
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Roma contemporanea: la città fallita

cropped-LPLC_1-foto.jpgdi Francesco Pecoraro

In questi ultimi anni è stato un coro. Roma fa schifo, è ai minimi storici. Il giornalista medio, così come il cittadino medio, e come il politico medio, spacchettano il disastro praticamente in sole tre voci: Mondezza, Trasporti, Buche (MTB). Qualcuno aggiunge: Palazzinari. Altri: Mafia Capitale.

Nessuno, nemmeno chi scrive, è in grado di andare molto più in là della narrazione sul corrotto Mondo di Mezzo (siamo tutti noi?) e della percezione quotidiana di forte degrado fisico che, fin dai tempi dell’Allegoria del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti, denota cattiva gestione politica della civitas.

Ma al di là di MTB dovremmo tutti ricordare che, a partire dal Secondo Dopoguerra, Roma soffre di mali ormai divenuti strutturali. Sono nozioni apparentemente sdate, da tutti condivise, applicate ai meccanismi storici di espansione speculativa della città, che però mai sono stati davvero indagati nel loro continuo adeguarsi ai tempi, pur continuando a produrre quella che senza mezzi termini definirei città di merda.

Avercela con Roma è facile, così come argomentare contro Roma. Tutti i libri che sono stati scritti sulla Roma contemporanea, e non solo, erano contro questa città, a partire da quella bibbia del Bravo Urbanista che è Roma moderna di Italo Insolera, dove si espone la tesi inoppugnabile che l’Urbe di oggi sia frutto, oltre che di urbanisticamente criminali (non sempre, non ovunque) interventi fascistici, anche, soprattutto, di incultura tecnica & incultura tout court, speculazione, corruzione, cattiva amministrazione, mancanza di pianificazione, sciatteria amministrativa e ovviamente «potenti» lobby locali. Continua a leggere →

25 settembre 2016
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L’uomo negato. Frantz (François Ozon, 2016)

cropped-frantz_pierre_niney_anton_von_lucke_jpg_1003x0_crop_q85-659x438.jpgdi Daniela Brogi

Al termine della Prima guerra mondiale – come si leggeva nel Catalogo dei film in concorso a Venezia 73 -, in una cittadina tedesca, Anna si reca tutti i giorni sulla tomba del fidanzato Frantz, morto al fronte in Francia. Un giorno incontra Adrien (Pierre Niney), un giovane francese anche lui andato a raccogliersi sulla tomba dell’amico. La presenza dello straniero nella cittadina tedesca susciterà reazioni sociali molto forti e sentimenti estremi.

Intanto Anna e la famiglia del suo defunto fidanzato si affezionano a Adrien, e si illudono, rispecchiandosi nei suoi racconti o ascoltandolo suonare il violino, di rivivere un simulacro di presenza di Frantz. Quando Adrien, dopo aver confessato di aver mentito e aver rivelato nuovi dettagli a Anna, tornerà in Francia, la ragazza dapprima si chiuderà nella depressione e poi, spinta anche dai suoceri, andrà a cercarlo:

 

 

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24 settembre 2016
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Le ossessioni del Prof. Walter Lapini

cropped-alex-andy-2.jpgdi Maurizio Bettini

[Mercoledì scorso LPLC ha pubblicato un articolo nel quale Walter Lapini attaccava il Centro di Antropologia del Mondo Antico (AMA) dell’Università di Siena e le sue posizioni sull’esame di maturità e sull’insegnamento delle lingue classiche. Oggi pubblichiamo la replica di Maurizio Bettini, direttore del Centro].

Del tutto inaspettatamente il Centro AMA (Antropologia e Mondo Antico) dell’Università di Siena, si è guadagnato un aedo. Proprio così, un aedo, come quelli che cantavano le imprese degli antichi eroi celebrandole in ogni piazza, perché di questi eroi tutto sapevano – passato, presente, futuro. Il nostro aedo si chiama Walter Lapini, professore di greco all’Università di Genova. Naturalmente il nostro aedo Lapini – d’ora in avanti lo chiameremo : l’AMAedo – anima le piazze virtuali, non quelle reali, è un aedo dei nostri tempi. Comunque non c’è incontro, convegno o altra iniziativa promossa dal Centro AMA, che non trovi l’AMAedo pronto a farne immediatamente rimbombare l’eco su tutti i blog o siti che gli vengano messi a disposizione. Solo che già lo diceva Solone (non a caso considerato uno dei sette saggi): πολλὰ ψεύδονται ἀοιδοί “molte cose false dicono gli aedi”. E in questo l’AMAedo conferma in pieno l’antica regola, purtroppo. La cosa va così.

Da alcuni anni il Centro AMA dell’Università di Siena sta promuovendo numerose iniziative nella direzione di un auspicabile (e auspicato) rinnovamento nell’insegnamento delle materie classiche nella scuola. Abbiamo già organizzato quattro Summer School, a Siena, cui hanno partecipato ogni volta sessanta e più insegnanti selezionati su oltre centocinquanta domande. Per ovviare ai notori e molteplici impegni dei docenti, la scuola si tiene ogni anno a fine Agosto, il che significa che (mentre l’AMAedo fa il bagno a Genova) i professori del Centro e tanti insegnanti appassionati discutono di Omero, di retorica antica, di linguistica latina, di “reception studies”, di antropologia del mondo antico e così via, a dispetto dei trenta gradi all’ombra. Oltre a ciò, anche quest’anno abbiamo promosso incontri in numerose città Italiane, del Nord, del Centro, e del Sud, seguiti da laboratori didattici in cui gli insegnanti di materie classiche discutono assieme dei loro progetti, dei loro problemi e delle soluzioni che hanno sperimentato: cosa che normalmente non hanno l’opportunità di fare. L’adesione a queste iniziative è stata sempre più massiccia: a Bologna (22 Settembre) abbiamo dovuto cambiare sede, perché l’aula da cento posti, inizialmente prevista, non bastava per gli oltre duecento docenti che chiedevano di partecipare; a Palermo (l’incontro si terrà il 29 – 30 – 1) dopo poche ore dall’apertura delle iscrizioni i posti erano andati già esauriti, gli insegnanti che chiedono di venire sono talmente tanti che anche qui abbiamo dovuto cambiare sede, per poi rassegnarci a chiudere comunque le iscrizioni. Ma non intendo certo enumerare le cose che abbiamo fatto e che facciamo, ce ne sarebbero in realtà molte altre. In ogni caso, tutte le nostre attività sono registrate sul sito del Centro AMA sul quale è attivo anche un “Blog della Summer School” in cui centinaia di docenti continuano a scambiarsi materiali, opinioni, esperienze. Continua a leggere →

23 settembre 2016
Pubblicato da Massimo Gezzi
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Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani

cropped-IMG_6375-1-1.jpgdi Giorgio Vasta e Ramak Fazel

[E’ appena uscito per Quodlibet Humboldt Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani, di Giorgio Vasta e Ramak Fazel. Ne propongo un estratto].

Diciassette
10 ottobre

Lasciato l’Ufo Museum di Roswell ci dimentichiamo di voler raggiungere il cratere dell’ufo crash, passiamo dal New Mexico al Texas e arriviamo ad Allamoore. Lungo la strada ci siamo fermati in un drugstore dove Ramak e io, furtivi, fingendo che Silva non se ne accorgesse, abbiamo comprato una torta fluorescente e due candeline nascondendo poi tutto nel portabagagli.

Silva ci ha spiegato che Allamoore si chiama così dal nome di un’impiegata dell’ufficio postale, Alla R. Moore, che cominciò a lavorare qui nel 1888; fino ad allora questo luogo si chiamava Acme, che era a sua volta il nome del primo ufficio postale aperto nel 1884. Non si sa se fu la postina a decidere d’imperio che Allamoore prendesse il suo nome, o se a determinare lo slittamento onomastico sia stata invece, più umilmente, la consuetudine per cui chi andava a ritirare la posta da Alla Moore prese a identificare il luogo con la persona. All’inizio la presenza umana ruotò intorno alle miniere di rame e argento; tra il 1960 e il 1971 vennero aperte due fabbriche di talco che chiusero nel giro di pochi anni. Oggi vivono qui venticinque persone, e anche nei tempi migliori gli abitanti non sono mai stati più di cento. Eppure c’è ancora una scuola, la Allamoore School, bianca celeste e vuota, i vetri delle finestre rotti e la porta d’ingresso bloccata da una serratura nuovissima. Ad accompagnarmi intorno all’edificio ci sono due cuccioli di cane che quando poco fa sono passato davanti a una delle poche case abitate mi sono corsi incontro abbaiando innocui. Ce ne stiamo un po’ a giocare intorno a un’altalena rotta, io che tengo un ramo sollevato, loro che corrono saltano e lo afferrano, lo spezzano, lo abbandonano e tornano a supplicare gioco, più e più volte, fino a quando non mi ricordo di Bombay Beach, prendo un pezzo di legno massiccio, mi inarco e lo scaglio così lontano che i cani inseguendolo spariscono nel deserto. A questo punto Ramak mi fa cenno che è ora. Fin qui lui e Silva sono andati in giro a fotografare; adesso, mentre lei continua a scattare, noi due torniamo alla jeep, infiliamo le candeline nella torta fluorescente e le accendiamo, ce la nascondiamo dietro le spalle e chiamiamo Silva. Mentre ci raggiunge, dalle fabbriche di talco abbandonate si solleva una tempesta, le particelle bianche vorticano mescolate alla sabbia offuscando ogni cosa. Lo stesso, inflessibili, appena intravediamo Silva ci mettiamo a cantare Happy birthday to you, la polvere negli occhi, le gole che bruciano, lei che si rannicchia nel tentativo di proteggersi dal vento, e quando le porgiamo la torta le candeline sono volate via così come una parte della fluorescenza, il resto della glassa si sta riempiendo di sabbia. Ugualmente lei soffia sulla torta sfaldata e ci ringrazia, dice che è commossa, ma il luccichio negli occhi è per la polvere; poi Ramak la costringe a montare sul retro arrugginito di un vecchio treno merci, la torta in equilibrio su una mano. Continua a leggere →