di Jorie Graham (trad. di Antonella Francini)

 

[Rieccoci online, dopo la pausa estiva.

Esce domani per Crocetti la nuova raccolta poetica di Jorie Graham, 2040, a cura di Antonella Francini. Pubblichiamo in anteprima, per gentile concessione di Feltrinelli Editore, l’inizio e alcuni passi del saggio introduttivo della curatrice, la poesia che apre il libro e un testo tratto dalla seconda parte.]

 

“Grande è il potere della memoria”, scriveva Sant’Agostino, quella facoltà della natura umana dove risiedono, introdotti dai sensi, “i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose” e “i prodotti del nostro pensiero”. Nella ricerca agostiniana di un accesso a Dio, la memoria, profonda e complessa, è quel “santuario vasto, infinito”, un “immenso palazzo” da cui emergono non solo esperienze e conoscenze connesse al passato e al sapere acquisito, ma anche immagini di “azioni, eventi e speranze future”. Lontana dal pensiero teologico di Agostino, Jorie Graham, massima voce della poesia statunitense contemporanea, in 2040 dà alla memoria una centralità che risuona come un’attualizzazione del pensiero agostiniano nella ricerca di una spiritualità laica in un’epoca ipertecnologica in cui la stessa natura umana, e la sua esistenza su un pianeta devastato da di chi lo abita, è minacciata da intelligenze artificiali che sfuggono al nostro controllo. Esiste un contratto, ha detto Graham, “fra memoria, immaginazione e creazione […]. L’invenzione dipende dalla memoria: battersi per il mondo vuol dire battersi per la memoria e battersi per la memoria vuol dire battersi per la capacità di immaginare” e, quindi, individuare una via d’uscita prima che sia troppo tardi.

La memoria è dunque la forza primaria che alimenta i versi di 2040, quindicesimo libro di Graham, uscito negli Stati Uniti nel 2023. Protagonista principale di questa raccolta poetica è una speaker autobiografica che vaga, sola e disorientata, in uno spazio avvolto nel silenzio, in limine fra un mondo che non esiste più e a un passo dalla potenziale estinzione dell’umanità e della sua storia millenaria. Che sia uno stato mentale, una proiezione della coscienza, una dimensione purgatoriale o, come è stato detto, quella zona di transizione fra la vita e la rinascita detta Bardo nel Libro Tibetano dei Morti, lo scenario in cui si muove la narratrice rimanda l’immagine di un tempo e un luogo postumani. Versione femminile del Giano bifronte […], questa portavoce di un’umanità scomparsa o incapace di scegliere fra il bene e il male e succube di poteri virtuali, è allo stesso tempo custode della memoria e colei che racconta e denuncia cosa e chi ha ridotto il pianeta in una terra desolata. Potremmo definire 2040 una versione aggiornata della “regio dissimilitudinis” di Graham, l’espressione di Sant’Agostino che, in traduzione inglese, Region of Unlikeness, titolava il suo quarto libro del 1991, con un chiaro rimando anche a Land of Unlikeness di Robert Lowell scritto sullo sfondo degli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Qui, infatti, Graham fa entrare nella sua scrittura la storia personale e collettiva, dalla Shoah all’uccisione di J. F. Kennedy, eventi che mettono in luce la differenza fra quello che avrebbe dovuto essere e non è stato. In 2040, la sua ricognizione del declino storico dell’umanità raggiunge un punto critico prefigurando per i suoi lettori le potenziali conseguenze dell’inarrestabile traiettoria autodistruttiva nell’era digitale, nella “age of collapse” o del “too-late time”, come Graham definisce la nostra epoca.

 

Il titolo del libro rimanda all’Accordo di Parigi del 2015 il cui obiettivo è mantenere al di sotto del 1,5° C la temperatura media globale e ridurre del 90% le emissioni dei gas serra entro il 2040. La preposizione To che, nell’ originale, precede la data trasforma queste poesie in un racconto dedicato a chi sarà allora sulla Terra mentre invita i lettori a intraprendere insieme a lei l’arduo viaggio nel tempo verso una via d’uscita attraverso spazi geologici ricordandoci come e perché siamo arrivati a compromettere la nostra stessa presenza sul pianeta. Per questa singolare partenza, la protagonista ricerca fin dalla prima poesia il bagaglio necessario e degli appigli – una mappa, la sua mente e il suo corpo, la memoria – in una dirompente cascata di domande che risuonano in un vuoto immenso.

 

2040 è ad oggi il punto più estremo nella ricerca poetica di Graham, preceduto nel 2022 dal volume [To] The Last [Be] Human in cui ha raccolto i quattro libri, cosiddetti ecologici, pubblicati fra il 2008 e il 2020 dove quel qualcosa che resiste alla sua volontà è in primo luogo il cambiamento climatico e il passaggio dalla vita alla morte o comunque a una condizione postuma. Come scrive Robert McFarlane nella prefazione, Graham ha composto un “diario dell’Antropocene” […] uno straordinario resoconto lirico di quei disastrosi diciotto anni” durante i quali sono nati i suoi libri ecologici e in cui le emissioni di gas serra sono andate sempre più aumentando, come è aumentata la nostra dipendenza dalla tecnologia e dai social, le guerre, il declino delle democrazie occidentali, la povertà e le migrazioni di massa. Con 2040 Graham sembra ora chiudere il cerchio spingendo la sua alter ego verso un punto di non ritorno. Da quella prospettiva si rivolge ai lettori di oggi e di domani per prefigurare una exit strategy con la forza della memoria e dell’immaginazione.

 

SIAMO

 

già estinti? Chi ha

la mappa. Posso

guardare? Dov’è il mio

titolo. È verificabile

 

la mia storia? Ho

incluso la memoria

degli animali? Le memorie

degli animali. Sono

 

ancora qui loro? Siamo

 

soli? Guarda

spuntano

i filamenti. Di memorie. Di chi? Com’era

la terra?

 

Si muoveva

tramite noi? Qualcosa dice non-stop,

sei qui tu?

sono reali i tuoi

 

antenati hai un

corpo hai

te stessa in

mente puoi vedere le tue

 

mani?  ̶ lo hai rotto

il filo? ̶ cerca di sentire lo

strappo dall’altro

capo ̶ accertati dice che

 

i due capi siano

vivi quando tiri per

tentare di ri-entrare

qui. Un corvo

 

è arrivato mentre

trascrivo tutto

questo. In-

corporami

 

gracchia. Saltella

più vicino sul

muretto. Ti ricordi

il dolore il suo

 

avvicinarsi dice. Lo

 

guardo. Non avere

fretta dico ma

lui picchietta sul

muretto con il

 

becco. Il suo manto è

di sole. Mi guarda

lentamente perché

sono immobile &

 

impaziente. Fissa la mia

 

solitudine. Iniziano

le cicale. È un vero incontro

questo chiedo. Del vecchio

tipo? Quando c’erano

 

corvi. No

dice la luce. Tu

qui quasi non ci

sei. Il corvo è partito

 

tempo fa. Ora

segue il suo filo,

il suo percorso,

per sempre. Conosce

 

la corrente. Attraversa

le cicale, che tu non senti

ma che ti avvolgono ora. Ma

non è qui chiedo cercandolo

 

nelle mie strofe.

Non mi ha raggiunta

entrando qui?

Non è entrato qui

 

alla strofa otto? ̶ & dove

 

va ora

quando se ne va,

quando ti dico il corvo è dorato,

quando ti dico ha preso il volo &

 

è partito, & è partito.

 

 

ARE WE

 

extinct yet. Who owns

the map. May I

look. Where is my

claim. Is my history

 

verifiable. Have I

included the memory

of the animals. The animals’

 memories. Are they

 

still here. Are we

 

alone. Look

the filaments

appear. Of memories. Whose? What was

land

 

like. Did it move

through us. Something says nonstop

 are you here

 are your ancestors

 

 real do you have a

 body do you have

 yr self in

 mind can you see yr

 

 hands—have you broken it

 the thread—try to feel the

 pull of the other

 end—says make sure

 

both ends are

alive when u pull to

try to re-enter

here. A raven

 

has arrived while I

am taking all this

down. In

corporate me it

 

squawks. It hops

closer along the stone

wall. Do you remember

despair its coming

 

closer says. I look

 

at him. Do not

hurry I say but

he is tapping the stone

all over with his

 

beak. His coat is

sun. He looks

carefully at me bc

I am so still &

 

eager. He sees my

 

loneliness. Cicadas

begin. Is this a real

encounter I ask. Of the old

kind. When there were

 

ravens. No

says the light. You

are barely here. The

raven left a

 

long time ago. It

is traveling its thread its

skyroad forever now, it knows

the current through the

 

cicadas, which you cannot hear

but which

close over u now. But is it not

here I ask looking up

 

through my stanzas.

Did it not reach me

as it came in. Did

it not enter here

 

at stanza eight—& where

 

does it go now

when it goes away

again, when I tell you the raven is golden,

when I tell you it lifted &

 

 went, & it went.

 

 

 

*

 

IL VISORE VR

 

è allacciato ora. La cinghia di gomma

mi gira intorno alla

faccia poi al collo, la infilano veloci, è fredda, poi scatta

la chiusura. Mi hanno messo

in bocca il morsetto

così non mi mordo

la lingua

dallo stupore. Lo stupore

arriva. Salve dice. Eccomi. Questo è un braccio, guarda, un piccolo braccio

sulla strada sterrata, sì, è sterrata dopo tutto, la

strada, lo raccolgo, sta nel palmo della mano,

è coperto di polvere ma riconosco le linee del

destino, sono screpolate,

la linea della vita

s’incurva,

cercando di girarsi sul palmo,

come un fiume quando c’erano fiumi

e il tempo geologico,

il braccio una cosa cresciuta veloce, dal suolo arido, come ci fosse suolo,

o suolo e respiro di una volta,

quando c’era il mito, quando c’era

la fantasia della

creazione,

ma è il mio braccio &, guarda, rientra nella spalla proprio

come il mio vero braccio, qualcosa che

posseggo ̶ lo hai visto

con i tuoi stessi

occhi, dicono, la fila di pioppi fra il mio campo e

quello d’un altro

si muove, & vedo che gli alberi vogliono correre, essere scalzi, che per loro

le radici sanguinano benché appaiano

così pulite, così innocenti & avide, così piantate, a

noi, da

qui, noto il loro terribile bisogno di potere, di azione che potrebbe richiedere

valutazione, perdono,

non siamo soli dice il sacerdote del visore,

tutti vogliono conoscere

il dolore, altrimenti cosa rimane

da ricordare & dimenticare,

come sono fredde le cinghie, mi leggono la mente, dal nulla s’infervorano le

cose, non deve esserci

monotonia dice la voce, vuoi che la polvere diventi mota, che mettiamo

ali agli alberi? vai, usa il braccio ora,

eccone un altro per l’altro lato,

forse non l’hai notato anche questo è stato strappato

nel tuo ordine precedente,

e infatti eccolo lì immobile nella mota,

l’anello ancora brillante sul dito lo rivela, avrei potuto pestarlo

dico, sento le cicale anche se è freddo, quanto

è reale, quanto reale? stiamo tornando in un posto precedente

dove troveremo ogni cosa come doveva essere allora,

le sere saranno sere,

il sole sarà caldo ma non troppo ̶ ci saranno sguardi negli occhi di creature

riconoscibili, nessuna paura, né fame & paura del tempo,

ci sarà tempo per la curiosità,

ci saranno bambini, e tempo, le creature non eviteranno gli sguardi, la pioggia

arriverà di nuovo e la sentiremo cadere

sui tetti ̶ ora loro fanno cadere la pioggia, fanno scorrere sul campo

un vento lieve,

hanno messo fiori nei crepacci, e frutti sugli alberi,

per il momento,

solo per quando scrutiamo

in quella direzione,

guarda, il luogo dov’era la fabbrica chimica prima che il mondo sparisse

è piena di avena, e le porte sembrano aprirsi

mentre mi avvicino.

La cinghia tira, stiamo ancora perfezionando i desideri

dicono. Guarda c’è una piuma nella polvere dico. È volato

un uccello. Posso indossarla ora. Così.

Guarda la indosso, la piuma. Posso tuffarla nella

mia schiena, posso farla essere

immensa. Ora sono io

che volo.

 Ma sono sempre

qui. Il sentiero è pieno di piume

strappate. È soffice. S’alza la polvere. Sono andati via? I vigilantes

non sono più in questa

storia? Sono sola qui? Sono soltanto

qui

ora? Guarda è la scena della

distruzione penso. Qualcosa fu

catturato qui &

qui lottò con tutte le forze &

perse. Dov’è l’antagonista. Oh sono

io? penso mettendo ora la mano giù

nelle piume, nei cumuli di piume, dove ha

combattuto qualcosa come me,

proprio come me,

 & perse.

 

 

THE VR

 

mask is strapped on now. The rubber brace

 goes round my

 face then neck, they slip it on fast, it’s cold, then it

 snaps on. They’ve put

 the clamp in my mouth

 so I can’t bite off

 my own tongue

 in amazement. Amazement

 comes. Hello it says. Here I am. There is an arm, look, a tiny arm

 on the dirt road, yes, it’s dirt after all, the

road, I pick it

up, it fits in my palm,

 it’s coated with dust but I make out the lines of

destiny, they are cracked,

 the line of fate is

curved,

 trying to turn around on the field of the palm,

 like a river when there were rivers

 and geologic time,

 the arm like something that grew up fast, out of dry soil, as if it were soil, or once

 soil and breath,

 when there was myth, when there was

 the fantasy of

creation,

 but it’s my arm &, see now, it fits back on my shoulder as

 my very arm, something I

own—you saw it

 with your very own

 eyes they say, did you not, the row of poplars dividing my field from

 someone else’s

stirs, & I see how the trees want to run, how they want to be barefoot, how their roots

 feel bloody to them though they seem

 50

so clean, so innocent & willing, so planted, to

us, from

here, I detect in them a terrible need for power, for action which might require

 judgment, forgiveness,

we are not alone says the minister of the mask,

 everyone wants to know

 suffering, otherwise what is there

 to remember & forget,

 how cold the straps feel, they read my mind, things turn warm out of

 nowhere, there must be no

 monotony says the voice, would you like the dust turned to mud, shall we give

 the trees wings, go ahead, use your arm now,

 here is another for the other side,

 you might not have noticed it too was ripped off

 in your prior order,

 and indeed there it is, so still in the mud now,

 the ring still gleaming on its finger gives it away, I could have stepped on it I

 say, I hear cicadas even though it is cold, how

 real, how real?, we are returning to some prior place

 where we will find everything as it should have been,

the evenings shall be the evenings,

 the sun shall be warm but not too warm—there will be gazes in the eyes of creatures

 which will be recognizable to us, not fear, not all the time hunger & fear,

 there will be time for curiosity,

 there will be children, and time, the creatures will not avert their eyes, the rain

 will come again and we will hear it fall

 on our roofs—now they are making rain fall, they are making a soft wind

 cross the field,

 they have placed flowers in the crevices, and fruits in the trees,

 for the time being,

 for just when we are peering

 in that direction,

 look, the place where the chemical factory was before the world disappeared

 is full of wheat, and doors seem to open

as I approach.

 The strap tugs. We are still perfecting the desires

they say. Look there’s a feather on the dust I say. A bird

 passed over. I can put it on now. Like

 this. Look I am wearing it, the feather. I shall plunge it in my

 back, I can make it be

 huge. Now it is I

 who pass

 over. But I am still

 here. The path is filled with torn-out

 feathers. It is soft. Dust rises. Are they gone. Are the minders

 no longer in this

 story. Am I alone here. Am I just

 here

 now. Look it is the scene of

 destruction I think. Something was

 caught here & it

 fought hard here &

 lost. Where is the antagonist. Oh is it

 me I think, putting my hand down now

in the down, in the piles of down, where it

 fought off something like me &

 lost its fight.

 

 

[Immagine: Foto di Alvaro Almanza].

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