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di Angelo Ferracuti

[Esce oggi per Einaudi il mio nuovo libro, Il costo della vita, la storia di tredici operai del cantiere Mecnavi di Ravenna che nel 1987 morirono asfissiati nelle stive di una nave, la Elisabetta Montanari. Quello che segue è un estratto dal primo capitolo. Accompagna il volume un viaggio per immagini di Mario Dondero. Una delle sue foto è riprodotta qui sopra  (af)].

Solennemente garibaldina e massonica, Ravenna sembrava respirare un’aria di festa ottocentesca, con le borse in pelle di coccodrillo bianche rosse e verdi in bella vista, una dietro l’altra, coccarde fissate sui cappotti, bambini con in mano bandierine tricolore. Il contagiorni che il sindaco aveva fatto installare davanti al municipio era finalmente sullo zero.

La notte precedente, proprio in piazza del Popolo le immagini di un filmato aderivano perfettamente alle finestre del palazzo della Prefettura, dove un fascio di luci illuminava la facciata con in mezzo il numero 150, e al centro della piazza una bandiera italiana sventolante la faceva da padrona. Anche a notte fonda, dall’accogliente stanza dell’hotel Byron sentivo la voce narrante di un documentario che usava tutti i miti del Risorgimento.

Ci eravamo parlati al telefono un paio di volte e la voce reticente di De Renzi mi era parsa avara di discorsi, quindi mi aspettavo un uomo taciturno e torvo, anziano e dall’aria vagamente depressa. Gli avevo detto che avrei indossato uno zainetto marrone, che in realtà era color panna, e alle cinque del pomeriggio, nel cuore popolatissimo della città, con famigliole e signori eleganti a passeggio, lo aspettavo tra le due colonne veneziane con i santi protettori, segno del dominio della Serenissima, di lato al palazzo comunale, spaurito e con gli occhi aperti. Da dove sarebbe arrivato? Come poteva essere fatto quell’uomo? Alle cinque e un quarto, dopo essermi guardato intorno più volte, mi avvicinai a un signore che proprio come me era in attesa di fianco al caffè Roma e aveva tutta l’aria di aspettare qualcuno, chiedendogli timidamente, sicuro di non essere smentito: ≪De Renzi, vero?≫

Il tipo elegante dai capelli folti e ben curati mi rispose serafico: ≪No, mi dispiace≫, giustificando la sua attesa solitaria con un ≪Mi stavo guardando intorno≫. La stessa cosa si è ripetuta con un altro paio di signori anziani, i quali debbono avermi preso per scemo.

Quando ero sul punto di desistere, pensando che non ci saremmo più incontrati, dopo aver chiamato al suo telefono di casa senza che nessuno rispondesse, vidi venire verso di me il tipo con il basco blu comunardo che avevo seguito con lo sguardo per almeno una decina di minuti. Mi indicò con l’indice della mano destra e pronunciò il mio cognome, praticamente facendomi tana. Mi disse subito che a trarlo in inganno era stato lo zainetto. ≪Panna, non marrone≫, ci tenne a precisare. Ryszard Kapuściński avrebbe tradotto così questo sentimento: ≪Non sappiamo mai chi stiamo per incontrare, anche se si tratta di una persona di cui conosciamo da tempo il nome e l’aspetto. Figuriamoci poi se si tratta di qualcuno che vediamo per la prima volta. Ogni incontro con l’altro è dunque un indovinello, qualcosa di ignoto se non addirittura di segreto≫. Verissimo.

Cosi ci facemmo largo tra la folla, cercando nella ressa un tavolino. Adesso Giacinto De Renzi, tutta la vita sindacalista, si materializzava diverso dalla voce fossile, ritrosa, timidissima che avevo conosciuto al telefono. Anzi, in realtà aveva un’aria allegra e un paio di baffi simpatici, la fronte spaziosa, il fare spiritoso di uno che vorresti avere come amico.

Tornando indietro nel tempo, ricordammo inevitabilmente l’ultimo grande sciopero operaio alla Fiat, quello dei trenta giorni, linea di demarcazione e punto di non ritorno, che c’era stato sette anni prima della tragedia di Ravenna. Proclamato l’11 settembre 1980, un giovedì, era partito da tutti i reparti del gruppo torinese: Rivalta era stata bloccata, e anche la Lancia di Chivasso, da Mirafiori e dal Lingotto altri cortei di operai si erano fatti largo spavaldi negli stabilimenti.

L’anno precedente erano stati licenziati sessantun operai tra quelli più politicamente attivi e sindacalizzati, e i primi giorni di maggio 1980 l’azienda aveva posto in cassa integrazione 78000 operai, tanto che il 1° luglio l’amministratore Umberto Agnelli rese pubblica all’assemblea degli azionisti la volontà di licenziare 15000 lavoratori. Mentre parlavamo di quello sciopero e della manifestazione che fecero i ≪quarantamila≫ colletti bianchi per protestare contro i picchetti operai che impedivano agli impiegati di entrare negli stabilimenti, cambiai improvvisamente discorso e gli chiesi quale era la situazione a Ravenna nella meta degli anni Ottanta. De Renzi era già sufficientemente a proprio agio per raccontarmi quello che sapeva, le voci intorno a noi anziché disturbare proteggevano. ≪Allora le nostre preoccupazioni erano più per il Petrolchimico, dove si utilizzava l’amianto, – esordì. – Perché quando si scaricava questo minerale micidiale, mettevano i cocomeri e le bibite a ghiacciare nell’amianto, sulle navi≫. Mi disse che in quegli anni non solo nella cantieristica, ma anche all’Enichem e in altri settori ≪cominciava il lavoro in affitto, in un momento in cui ancora la figura del rapporto di lavoro era quello a tempo indeterminato, nel sistema degli appalti i lavoratori venivano presi in prestito. Queste aree pescavano pure nelle fasce di emarginazione e di precarietà. C’era pure qualcuno, non mi ricordo più chi, che aveva avuto storie di tossicodipendenza. Perché quella gente, che comprendeva una vasta area di immigrazione clandestina dai paesi del terzo mondo (Africa, paesi arabi, Filippine, Sri Lanka), era probabilmente attratta anche dal punto di riferimento per la droga rappresentata dal porto≫. La sua memoria, che fu importantissima nel corso delle indagini, disegnava uno scenario allarmante: nella zona del ravennate, in quel periodo, c’erano circa 20000 disoccupati iscritti alle liste di collocamento, molti dei quali giovani, e migliaia di cassaintegrati di aziende in crisi nel settore metalmeccanico, edile, chimico, tessile e calzaturiero. ≪Era un momento di grande crisi, – riprese dopo aver ordinato una cioccolata calda con dei pasticcini, – quindi si doveva rendere tutto più competitivo per stare sul mercato≫.

In realtà cominciò una politica di assegnazione delle commesse di lavoro che favoriva le aziende scorrette, quelle che eludevano i contratti, violavano le più elementari norme che regolamentavano gli aspetti assicurativi, fiscali, previdenziali e, ovviamente, non rispettavano la tutela e la salute dei lavoratori. ≪Lì è cominciata a circolare la parola flessibilità, tanto e vero che nel corso di un convegno che si tenne a Ravenna dove c’erano anche Trentin e Pizzinato, proprio Treu, che allora faceva il consulente della Cisl, teorizzava queste cose. La politica delle aziende che davano commesse di lavoro puntava esclusivamente ad avere i minor costi possibili, i tempi di consegna più rapidi e la massima flessibilità. Tanto che molti di quei ragazzi che morirono nelle stive della Elisabetta Montanari lavoravano in nero. Non erano denunciati all’ufficio di collocamento, o all’Inail, Seconi era addirittura al suo primo giorno di lavoro. E poi alla Mecnavi c’era anche qualche nostro iscritto, ma non facevano mai sciopero. Con l’azienda e i fratelli Arienti, che allora per le riparazioni navali lavoravano in regime di monopolio all’interno del porto, in quanto da poco avevano assorbito anche la Cmt, c’erano solo rari rapporti epistolari≫. Descrisse Enzo Arienti come un giovane imprenditore spregiudicato, di una razza tipicamente provinciale e italiana che in quegli anni si affacciava sulla scena. ≪Con lui c’erano rapporti solo formali, non c’è mai stata una trattativa. Qual è la mia impressione? Lo vuoi proprio sapere? – mi fece serio e deciso. – Beh, l’impressione non è una bella impressione, era un imprenditore d’assalto, una persona fredda, un cinico≫.

Giacinto De Renzi continua poi a raccontarmi di quegli anni: ≪Era un momento difficilissimo, molte aziende metalmeccaniche avevano chiuso i battenti, come per esempio la Marini, che faceva macchine stradali, e la Fornace, le uniche

che funzionavano erano quelle della costruzione “offshore” e navale, e quelle appaltatrici che operavano dentro il Petrolchimico≫. Ecco che in questo contesto di crisi spietata occorrono operai altamente specializzati (saldatori, carpentieri, tubisti, tracciatori) che le aziende si rubano l’una con l’altra, si lavora a qualsiasi ora, l’uso indiscriminato del subappalto cresce a dismisura, la riduzione al minimo del personale occupato e un altro indicatore sensibile, e si concretizza quello che De Renzi descriverà cosi nella sua deposizione al processo: ≪C’è infatti uno stretto nesso di causalità fra deterioramento del mercato del lavoro e abbassamento (fino al loro azzeramento) delle condizioni di sicurezza≫. Su una cosa pero non aveva dubbi: ≪Ravenna era in quel periodo il meridione del nord, il meridione dell’Emilia, e gli operai li reclutavano con il metodo tradizionale. I caporali, uno di questi veniva chiamato “il napoletano”, raccoglievano le disponibilità della gente a lavorare fuori regola e a determinate condizioni di paga. Li trovavano nei bar, uno di questi era il bar del porto San Vitale, o utilizzando il passaparola≫.

Disse che quei ragazzi non li avrebbe mai più dimenticati. ≪Quella storia ha messo in discussione anche quello che facevo io. Si poteva evitare, si poteva intervenire≫. Tutto era accaduto a Ravenna, dove c’era una sindacalizzazione molto forte. ≪Pensa, noi sindacalisti si andava il sabato nei cantieri edili insieme agli operai a vedere se venivano rispettate le misure di sicurezza. E se succedeva qualcosa ci chiamavano eppure e successo quello che è successo≫.

Ma i sindacati avevano denunciato queste cose già tre anni prima che avvenisse la tragedia, chiedendo di incontrare l’Associazione degli industriali e delle piccole imprese, i politici, gli amministratori, i partiti, che a venticinque anni di distanza si sono estinti quasi tutti (Pci, Dc, Pri, Psi, persino il Pdup). Un volantino della Flm del 1° ottobre 1986 ha un tono grave, e adombra una situazione minacciosa di pericolo: ≪Il mercato del lavoro nel settore della cantieristica e impiantistica metalmeccanica si è notevolmente deteriorato e si sono sviluppati e radicati veri e propri fenomeni di intermediazione di mano d’opera e di caporalato. Tale fenomeno ha portato con sé violazioni delle norme contrattuali, evasioni fiscali, mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza. E’ nato prima negli appalti legati alle piattaforme di perforazione e poi si è allargato a macchia d’olio in tutte le realtà a partire dalla cantieristica navale. Le aree dove si e sviluppato sono i cantieri Agip, la Sarom, l’Anic e il porto in generale. Quello che è più grave è che l’atteggiamento delle varie società delle partecipazioni statali ha favorito lo svilupparsi di questo fenomeno≫.

De Renzi, mi avevano detto, non si era più riavuto dopo quella storia. Invece a raccontarla, incalzato dalle mie domande, il discorso sembrava filare liscio, fin quando non gli chiesi dove si trovava esattamente quel giorno maledetto, una data che a Ravenna si è fissata come un marchio a pelle nelle menti di più generazioni. ≪Il ricordo più vivo è quello nella testa delle persone, – dice cupo, malinconico. – Invece nell’espressione politica è rimasto rituale, e io non amo le cose rituali perché non vanno mai al nocciolo≫. Precisò che molte cose non le ricordava più, e neanche gli dispiaceva. ≪C’è una parte della memoria che esclude certi ricordi. Ti rimane il quadro, la cornice, ma dentro ci sono delle cose che non riesci più a ricordare. Cosi ti salvi un po’≫.

Il passeggio nella piazza era sempre più folto, così come il chiacchiericcio che pero non minava la conversazione. ≪Vedi, oggi è la festa del centocinquantesimo anniversario della Repubblica e la Costituzione di questa Repubblica dice che bisogna garantire l’integrità fisica del lavoratore. Invece viene sempre prima l’organizzazione del lavoro, viene prima l’impresa, il profitto… in quella storia c’erano i prodromi di quello che sarebbe successo dopo, e qui si e giocata una grossa partita. Non credo che i lavoratori abbiano vinto≫.

[Immagine: La nave Elisabetta Montanari nel Cantiere Mecnavi – Marzo 1987. Foto di Mario Dondero (af)].

 

4 thoughts on “Il costo della vita

  1. 1.
    L’anno precedente erano stati licenziati sessantun operai tra quelli più politicamente attivi e sindacalizzati, e i primi giorni di maggio 1980 l’azienda aveva posto in cassa integrazione 78000 operai, tanto che …
    2.
    In realtà cominciò una politica di assegnazione delle commesse di lavoro che favoriva le aziende scorrette, quelle che eludevano i contratti, violavano le più elementari norme che regolamentavano gli aspetti assicurativi, fiscali, previdenziali e, ovviamente, non rispettavano la tutela e la salute dei lavoratori.
    3.
    Descrisse Enzo Arienti come un giovane imprenditore spregiudicato, di una razza tipicamente provinciale e italiana che in quegli anni si affacciava sulla scena. ≪Con lui c’erano rapporti solo formali, non c’è mai stata una trattativa. Qual è la mia impressione? Lo vuoi proprio sapere? – mi fece serio e deciso. – Beh, l’impressione non è una bella impressione, era un imprenditore d’assalto, una persona fredda, un cinico≫.
    4.
    Ma i sindacati avevano denunciato queste cose già tre anni prima che avvenisse la tragedia, chiedendo di incontrare l’Associazione degli industriali e delle piccole imprese, i politici, gli amministratori, i partiti, che a venticinque anni di distanza si sono estinti quasi tutti (Pci, Dc, Pri, Psi, persino il Pdup). Un volantino della Flm del 1° ottobre 1986 ha un tono grave, e adombra una situazione minacciosa di pericolo: ≪Il mercato del lavoro nel settore della cantieristica e impiantistica metalmeccanica si è notevolmente deteriorato e si sono sviluppati e radicati veri e propri fenomeni di intermediazione di mano d’opera e di caporalato. Tale fenomeno ha portato con sé violazioni delle norme contrattuali, evasioni fiscali, mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza.
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    Precisò che molte cose non le ricordava più, e neanche gli dispiaceva. ≪C’è una parte della memoria che esclude certi ricordi. Ti rimane il quadro, la cornice, ma dentro ci sono delle cose che non riesci più a ricordare. Cosi ti salvi un po’≫.
    6.
    Il passeggio nella piazza era sempre più folto, così come il chiacchiericcio che pero non minava la conversazione. ≪Vedi, oggi è la festa del centocinquantesimo anniversario della Repubblica e la Costituzione di questa Repubblica dice che bisogna garantire l’integrità fisica del lavoratore. Invece viene sempre prima l’organizzazione del lavoro, viene prima l’impresa, il profitto… in quella storia c’erano i prodromi di quello che sarebbe successo dopo, e qui si e giocata una grossa partita. Non credo che i lavoratori
    (Ferracuti)

    Che dispiacere (per me) leggere questo amarcord depoliticizzato di una sconfitta operaia!
    Dove finisce la buona scrittura e una certa umana onesta ( che riconosco a Angelo Ferracuti), se si accetta di usare la “scolorina politica” nella rammemorazione del passato?
    Qui, rimosse o lasciate nel vago restano varie cose scomode che riaprirebbero ferite manco rimarginate …
    Faccio un solo esempio:
    i 61 operai licenziati alla Fiat erano, sì, «quelli più politicamente attivi», ma erano in contrapposizione al sindacato e al PCI: erano operai per lo più dell’Autonomia operaia di allora; e vennero accusati di essere fiancheggiatori delle BR.

    Perché non dirlo? Si legga, per contrasto e per evidenziare ancora una volta quanto la nostra memoria non possa essere una e condivisa, quello che scrive un ex operaio di quegli anni, i cui ricordi mai avranno la possibilità di essere pubblicati dalla Einaudi:

    «La FIAT, dopo aver avvertito in anticipo PCI e sindacati della sua intenzione di licenziare circa 80 lavoratori, concordò in un incontro segreto la lista dei licenziati, ridimensionandola in base alle osservazioni dei sindacati e del PCI. Così la lista, depurata e concordata, stabiliva in 61 i dipendenti da licenziare con il pretesto di connivenza con il terrorismo.

    Giuliano Ferrara (a quel tempo dirigente del PCI di Torino) ha confermato il sospetto di un’intesa che già circolava all’epoca in un’intervista rilasciata durante la trasmissione televisiva “Porta a porta”, e riportata dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2000.
    Nella stessa trasmissione Cesare Romiti, l’allora amministratore delegato della Fiat, confermò che: “la Fiat avvertì in anticipo i vertici sindacali dell’intenzione di licenziare”.

    Ma veniamo ai fatti:
    il 9 ottobre 1979 a 61 lavoratori della Fiat Mirafiori, Rivalta e della Lancia di Chivasso vengono spedite lettere di licenziamento.
    Appena si sparge la notizia in alcuni reparti di Rivalta la risposta degli operai è immediata.
    Gli scioperi scoppiano, alcuni spontanei, altri organizzati dagli stessi operai licenziati, tra i lavoratori c’è molta rabbia ma anche molto disorientamento.
    La FLM (Federazione Lavoratori Metalmeccanici, il sindacato unitario CGIL-CISL-UIL) dichiara tre ore di sciopero per mercoledì 1° novembre , ma la mattina, prima dello sciopero, diffonde un volantino contro il terrorismo.

    Durante le assemblee il dibattito viene incentrato dai sindacati sulla violenza in fabbrica, i sindacalisti sostengono che la Fiat avrebbe “prove” contro i licenziati.
    Nonostante la campagna forcaiola, l’assemblea del 1° turno di Rivalta con oltre 2000 operai decide all’unanimità di continuare lo sciopero oltre le tre ore sindacali e con la presenza dei licenziati in fabbrica la lotta continua con cortei e “spazzolate” interne.
    Immediatamente la FLM ed i suoi delegati sabotano la lotta, cercando di isolare i 61 lavoratori licenziati. Solo in pochi altri reparti la lotta prosegue sino a fine turno.

    Alla Lancia di Chivasso succede la stessa cosa, nella giornata di mercoledì lo sciopero prosegue sino a fine turno, ma i cortei interni e gli scioperi organizzati insieme ai licenziati continueranno anche nei giorni seguenti.
    Questi episodi di risposta operaia però, dopo la fiammata iniziale, non ebbero seguito. Non si riuscì a dare continuità ed organizzazione alla lotta.
    Il ruolo di “pompiere” del sindacato fu reso evidente dal fatto che, oltre le tre ore di sciopero di mercoledì 10, venne indetto un solo sciopero di due ore al Palasport martedì 23 ottobre.

    A quel punto scende in campo anche Lama, che dichiara che il sindacato aspetterà di conoscere le prove di Agnelli, perché “il sindacato difenderà solo gli operai accusati ingiustamente”.
    Questa posizione viene fatta propria dalla FLM e dal PCI e il licenziamento dei 61 apre la strada ai licenziamenti di massa».

    (da M. Michelino:1970-1983 – La lotta di classe nelle grandi fabbriche di Sesto San Giovanni,http://www.resistenze.org/sito/ma/di/sc/madsmisg06.htm))

    Non so dire quanto la reticenza sia di Ferracuti, il quale non ha incalzato con domande più pungenti Enzo Arienti o soltanto del suo mesto e sconfitto interlocutore.
    Mi chiedo però a che servono gli eufemismi (Non credo che i lavoratori abbiano vinto≫) e se sia possibile raccontarsi ancora la favola che soltanto i giovani imprenditori siano spregiudicati, freddi e cinici. (Agnelli, invece, era un gran signore, no?…). O che il capitalismo italiano sia diverso dagli altri («tipicamente provinciale»). O che le denunce sindacali puramente verbali siano la vetta massima che un sindacato possa scalare. E perché non farsi domande (magari ce ne saranno negli altri capitoli del libro…) sulle ragioni di quella “estinzione” dei partiti, niente affatto caduta dal cielo?
    Meno male che onestamente Arienti lo riconosce: la memoria «esclude certi ricordi». Ma così al massimo si salva un po’ l’anima afflitta del singolo, mentre il lutto collettivo resta tutto là. Come un macigno intatto davanti a quelli venuti dopo.

  2. Caro Abate, il mio libro ricostruisce una vicenda precisa, accaduta a Ravenna nel 1987. L’episodio che lei cita e’ marginalmente contestuale, giusto un passaggio di un minuto in una discussione di due ore. Non ho scritto un libro sulla Fiat, questo intanto. Quindi estrapolare un frammento per fare civile polemica mi sembra sbagliato. Se poi leggera’ il libro per intero capirà’ che non ho nessuna intenzione di “scolorire” nulla del passato. Anzi, il contrario. È sugli argomenti che lei cita sono completamente d’accordo, ricordo la ferocia della Fiat, e gli scontri di quegli anni, i drammatici 30 giorni, Berlinguer ai cancelli, li comincia la deriva. Ma il mio libro racconta un’altra storia, meno epica e molto provinciale, forse per questo emblematicamente più’ “italiana”.

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