di Gabriele Salvia

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Figura 1: Pruitt Igoe collapse; U.S. Department of Housing and Urban Development Office of Policy Development and Research; 1996

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Figura 2, Ground Zero, Joel Meyerowitz, 2001.

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Figura 3, Demolizione di Punta Perotti a Bari, 2006.

«Io amo molto pensare oggetti “interi” e poi romperli. Trovo che soltanto la rottura dia l’idea dell’unità, mentre una cosa unitaria occulta la sua finitezza nel puro dato fenomenico dell’integrità. Quando vedo una statua priva di un braccio, la nostalgia, la pena, il desiderio di quella parte mancante mi prende rivelandomi l’unità come progetto, come tensione».

Franco Purini [1]

Da Progetto e Utopia di Manfredo Tafuri a Vita e morte delle grandi città di Jane Jacobs fino a Robert Venturi o Aldo Rossi, da Anton Constant fino a Leonardo Lippolis e François Ascher, da Renato De Fusco, Massimo Ilardi e Mike Davis fino a Gilles Clement – nel cuore del dibattitto contemporaneo sull’architettura emerge un preciso interesse per un’indagine sulla città condotta a partire dalle sue contraddizioni, dalle sue anomalie.

Tutto ciò spesso porta ad un atteggiamento lucido in analisi, ma nebuloso nella prassi, ovvero quando la volontà di ordine del Movimento Moderno si affievolisce a favore di una riscoperta del fascino sublime causato dagli shock metropolitani, dagli imprevisti che entrano a far parte del progetto.

La metafora del crollo incarna particolarmente bene il processo in atto. Si tratta in primo luogo di un crollo di certezze, per il fatto che in occidente i miti progressisti e democratici hanno infine svelato delle contraddizioni che appaiono fisicamente sul territorio come zone di isolamento o mera sopravvivenza, luoghi di clandestinità, bio-incompatibilità e post-distruzione. In secondo luogo, in parte legato a queste stesse insicurezze, si può parlare di un crollo delle leggi di gravità – come nella statica dell’architettura che dal 1988 prende il nome di decostruttivista. O ancora, crollo (o perlomeno un’usura) della funzione didattica dell’architettura e dell’urbanistica – dal manuale dell’architetto alle enciclopedie – o degli strumenti operativi analitici e “positivi” come il Piano Regolatore.

Il saggio di Leonardo Lippolis Viaggio al termine della città ricorre a un aneddoto altamente simbolico per spiegare quella sorta di ‘autunno del postmoderno’ che segna, dall’inizio degli anni Settanta, il dibattito sulla città contemporanea:

Nel luglio 1972 il complesso residenziale di Pruitt-Igoe, un’unità d’abitazione <corbusiana>, costruita alla periferia di Saint-Louis dall’architetto Yamasaki tra il 1952 e il 1955, venne fatta saltare in aria su richiesta dei suoi abitanti, una massa di contadini costretti all’immigrazione urbana. La critica ha datato da quel momento la liberazione per l’architettura dal ruolo pedagogico imposto dal funzionalismo del secondo dopoguerra e il suo adeguamento all’epoca del trionfo del capitalismo postfordista e postmoderno, entrambi simboleggiati da Las Vegas.

A quasi trent’anni di distanza, sarà un altro crollo, quello delle Twin Towers, l’11 Settembre 2001, a segnare un nuovo momento di rottura storica. Caso, fatalità, oppure segno preciso dei tempi, l’architetto delle Twin Towers era di nuovo Yamasaki e le due torri gemelle erano state portate a termine proprio pochi mesi dopo l’abbattimento di Pruitt-Igoe. [2]

Al riguardo Paolo Portoghesi individua un’analogia di significati tra la destabilizzazione di un sistema politico e economico basato sul monopolio e le scritture architettoniche che questo sistema elegge come rappresentative:

Dopo quello che è avvenuto a New York il fatidico 11 Settembre 2001, si potrebbe considerare esatta la diagnosi fatta da Hans Hollein che intitolava una Biennale di Architettura di qualche anno fa L’architetto come sismografo. […]
E’ difficile, per chi conosce le tendenze dell’architettura recente, non cogliere una analogia tra il sinistro accartocciarsi delle facciate di acciaio delle torri, erte verso il cielo come vele di un vascello fantasma, e il volto tormentato e “decostruito” di certe architetture di Frank Gehry o quello degli ultimi progetti di Eisenmann, come la torre di Berlino che, come un sacco vuoto, si affloscia e ricade su se stessa o le torri progettate per Lione, che sembrano i resti di due tubi ammorbiditi dal calore del fuoco. Dunque i mostri metropolitani servirebbero ad ammonirci della imminenza di catastrofi, preannunciare l’Apocalissi e nello stesso tempo esorcizzarla, confinandola nel dominio del virtuale; salvo accorgersi che i confini tra reale e virtuale non sono poi così controllabili. Come sempre è avvenuto, l’architettura rispecchia il mondo, o quei frammenti di mondo in cui sorge, e ci aiuta a capire lo spirito del tempo. C’è da chiedersi se potrebbe aiutarci anche – come spesso è avvenuto – a orientarlo e a cambiarlo. [3]

La cultura Moderna risponde all’esperienza dello chock parlando di Utopie: l’utopia di ordine dell’architettura razionale; l’utopia di inclusione o integrazione delle siedlungen fino alle unità di abitazione, così come l’utopia di eguaglianza del Bauhaus e dell’urbanistica socialista e socialdemocratica; e ancora, l’utopia di vita in natura idealizzata dalle Città Giardino fino al Postmodern. La cultura contemporanea, per contro, contribuisce al realizzarsi di distopie conseguenti: distopia di ordine, nell’architettura autosimilare delle periferie delle metropoli e nello standard; distopia di inclusione e uguaglianza nelle città fortezza – le gated communities in Nord e Sudamerica – e nei sistemi di sicurezza pubblici e privati che fronteggiano gli slum -le baraccopoli che alloggiano le masse invisibili-. Infine, la distopia di naturalezza nell’architettura “atopica” dei villaggi turistici, dei centri commerciali e degli aeroporti, e nel sempre più violento impatto ambientale dell’industria della costruzione.

1. distopia di ordine : standard e auto similarità

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Figura 4, Iwan Baan, Torre de David, Caracas, 2001.

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Figura 5, Un particolare dell’edificio costruito da Mies van der Rohe al Wiessenhoff Siedlung a Stoccarda in occasione dell’esposizione del 1927.

Il caseggiato e l’abitazione collettiva in generale rappresentano la soluzione storica ai problemi igienici e spaziali delle masse durante il processo di inurbanizzazione che si verifica in Europa tra ‘800 e ‘900. Nel Weissenhoff Siedlung realizzato a Stoccarda in occasione dell’Expo del 1927 la razionalizzazione degli alloggi e la realizzazione in serie dei componenti dei fabbricati testimoniano l’adesione dell’architettura dell’epoca ai metodi di ottimizzazione della produzione industriale. Così Bernardo Secchi sintetizza il carattere di grande utopia ideologica – rafforzato dagli sviluppi invasivi delle città negli anni a seguire – delle Siedlungen di Berlino e Francoforte:

Annegati spesso nello sviluppo urbano del secondo dopoguerra, i quartieri francofortesi e berlinesi, come quelli loro contemporanei nei diversi paesi europei, costituiscono un’importante testimonianza di un sentiero che avrebbe potuto essere più rigorosamente percorso fino in fondo, sino a convergere, prima delle progressive riduzioni e banalizzazioni del dopoguerra, nell’immagine complessiva di una città radicalmente diversa da quella del passato, una convergenza che viene diagrammaticamente tentata da Le Corbusier e Wright e sperimentalmente cercata nei pochissimi esempi che le condizioni politiche dell’Europa degli anni Trenta hanno consentito. [4]

I risultati furono vari e con finalità diverse, in parte dipendenti, come dice Secchi, dal grado di previsione di quella “riduzione e banalizzazione” a cui il modello si prestava: dal Siemenstadt all’Unité d’Habitation, da Corviale a Pruitt Igoe, il cui crollo urla quel disagio già in nuce in parte nelle forme, ma soprattutto nei significati sociali che il quartiere dormitorio ha assunto. Lo standard della produzione in serie del social housing diventa, nel corso degli anni, omologazione negli edifici delle classi medie ed alte, nei villaggi turistici (come quelli della Costa del Sol) nei quartieri residenziali recintati suburbani (come Uccle a Bruxelles o Casal Palocco a Roma), nei cantieri delle cooperative e in mille speculazioni immobiliari.

Lo standard, si sa, è il simbolo della progettazione imposta dall’alto, dei monopoli e dei grandi progetti immobiliari. James Ballard è uno scrittore che ha approfondito nelle sue opere le distopie antropologiche che affondano le radici nelle distopie “spaziali” delle città contemporanee. Il romanzo High Rise – in italiano Il Condominio – è contraddistinto da una perturbante unità di luogo, quella appunto dell’edificio all’interno del quale si svolge l’intera vicenda; l’atmosfera è quella dei grandi caseggiati periferici per le classi medio-alte a ridosso delle arterie di traffico. Il condominio descritto da Ballard presenta inquietanti similitudini con l’Unité d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier – e se è per questo anche con l’organizzazione dei gironi danteschi: un grattacielo di 40 piani, i cui livelli alti, e “nobili” dei gioiellieri, sono occupati dagli agiati professioniti (avvocati, medici, eccetera), mentre quelli bassi sono abitati dalla working class: impiegati statali, operai, prostitute… Nell’attico in cima al quarantesimo piano vive l’architetto Royal, che ha disegnato l’intero edificio fin nei dettagli; il ventesimo piano, l’esatta metà dell’immobile, ospita le attrezzature comuni, quali una via commerciale e una terrazza. L’analogia con il settimo e l’ottavo piano dell’Unité d’Habitation o con il famoso quarto piano del Corviale è lampante. Non è un caso che il violento conflitto tra gli abitanti sbocci proprio negli spazi comuni del ventesimo piano, e che culmini nell’assalto degli inquilini dei piani bassi verso l’alto, per spodestare l’architetto dal suo osservatorio privilegiato con piscina. La rivolta nasce in seguito a un collasso dell’impianto elettrico: un intoppo del meccanismo tecnologico che fa girare la machine à habiter.

Laing guardò il grattacielo vicino, a quattrocento metri di distanza. C’era un temporaneo guasto all’impianto elettrico e al settimo piano tutte le luci erano spente. Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto per dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo. [5]

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Figura 6 Immagine dell’Unité D’Habitation di Le Corbusier nel 1950 in avanzata fase di costruzione.

Il Condominio di Ballard, romanzo-manifesto della distopia dell’abitare collettivo, ritrae un contesto molto attuale, più o meno quello in cui si battono oggi molti comitati di quartiere e gruppi di squatting che rivendicano il “diritto alla città”. A partire dagli anni ‘70 e ‘80 le occupazioni illegali delle cosiddette “città morte” (aree dismesse e asciugate dall’abbandono) hanno attribuito dei significati estetici nuovi, in un certo senso liberatori, ma a volte anche apocalittici – all’architettura dello standard industriale.

L’ibrido che ne risulta – con le dovute differenze di scala – instaura un rapporto con la preesistenza simile a quello di un isolato abusivo nei confronti di un tracciato viario già presente: il rispetto di due coordinate a terra, e anarchia nello spazio. Sicuramente è significativa l’affinità elettiva che si instaura tra le finalità individualiste e anarchiche di alcuni movimenti di occupazione e gli spazi “costruttivisti” delle fabbriche o delle torri per uffici dismessi. Paradossalmente il bisogno di espressione collettiva radicato in questi gruppi di lotta trova un supporto appropriato in una architettura internazionale che per anni è stata considerata ghettizzante e punitiva.

Note

[1] Franco Purini, Una lezione sul disegno, Gangemi, Roma, 2008

[2] Leonardo Lippolis, Viaggio al termine della città, Eleuthera, Milano, 2009, p.11

[3] Paolo Portoghesi, La tenera crescita, in Abitare la terra, 2001 (http://www.architettiroma.it/monitor/d/didatticaurbana/portoghesi_la_tenera_crescita.html)

[4] Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, Laterza, Bari, 2005

[5] James Ballard, Il condominio, Anabasi, Milano 1994, p.189

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