cropped-olivier1.jpgdi Judith Butler

[Esce in questi giorni la nuova traduzione italiana di The Psychic Life of Power : Theories in Subjection di Judith Butler (La vita psichica del potere. Teorie del soggetto, a cura di Federico Zappino, Mimesis 2013). Ne presentiamo un estratto. «Ognuno di noi – si legge nel risvolto di copertina dell’edizione italiana – contribuisce attivamente a creare i meccanismi di quel potere che poi subisce. […] Butler ricostruisce scrupolosamente il modo in cui ogni soggetto è sempre compromesso con il potere che lo assoggetta. Questo circolo virtuoso di collaborazione, spesso inconsapevole, si crea nella contiguità e nella mutua reciprocità tra universo psichico individuale e universo della cultura condivisa. Universi che creano una dimensione comune, senza soluzione di continuità. Lungi dall’esprimere giudizi morali su questo meccanismo – autentico tratto distintivo del nostro tempo –, tra le pieghe dell’analisi di Butler l’unica forma di emancipazione possibile si può ravvisare nel momento in cui la connessione tra mondo interno psichico e mondo esterno sociale viene individuata, esplicitata e messa a tema in modo critico dal soggetto che la produce»]

Benché la presente analisi sia in buona parte debitrice della formulazione del problema dell’assujetissement che Foucault espone in The Subject and the Power[1] e in Two Lectures[2], così come è al contempo debitrice delle sue analisi sul “soggetto di desiderio” e sul “soggetto di legge” condotte nella Storia della sessualità[3] e in Sorvegliare e punire[4], la teoria del soggetto che qui propongo tenta di offrire una prospettiva dalla quale prendere in esame un interrogativo culturale e politico più vasto. L’interrogativo che pongo è relativo a come sia possibile per il soggetto porsi in una relazione oppositiva con il potere che è, com’è noto, implicata nello stesso potere cui si oppone. Non di rado, infatti, questa intuizione postliberatoria ha condotto alla conclusione che tutto l’agire incontri qui la sua impasse inevitabile. Sia le forme di dominio capitalistiche, ad esempio, sia quelle simboliche sono considerate tali da rendere le nostre azioni “addomesticate” sin dall’inizio, o tali da offrire un insieme di intuizioni generalizzate e atemporali circa la “struttura” aporetica di tutti i movimenti, da qui a un ipotetico futuro. Per quanto mi riguarda, non credo si possa giungere a una conclusione logica o storica partendo da questa complicità primaria con la subordinazione; al tempo stesso ritengo però che alcune possibilità lo facciano in modo provvisorio. Supporre che l’agire sia da sempre implicato nel processo di subordinazione non è infatti l’indizio di una fatale auto-contraddizione nel nucleo stesso del soggetto, né è una prova del suo carattere dannoso od obsoleto; allo stesso tempo, però, non riconsidera nemmeno una visione originaria del soggetto di tipo liberale o umanista che intende l’agire sempre e solo come ciò che è in grado di contrastare il potere. Sostengo infatti che la prima prospettiva contraddistingua forme di fatalismo politicamente ottuso, mentre la seconda definisca invece forme di ottimismo politico ingenuo: mi auguro, ad ogni modo, di riuscire a tenere la debita distanza da entrambe.

Ciò che vorrei suggerire, dunque, è che il soggetto può essere concepito come se il suo agire derivasse proprio dal potere a cui si oppone, benché tale formulazione possa sembrare scomoda e disturbante, soprattutto agli occhi di quanti credono nella possibilità di sradicare questa complicità e questa ambiguità una volta per tutte. Se il soggetto non è completamente definito dal potere, completamente in grado di definire il potere (ma risponde in maniera significativa e parziale a entrambe le condizioni), esso si spinge oltre la logica della non-contraddizione, costituisce un’escrescenza della logica, per così dire[5]. Sostenere che il soggetto vada oltre la logica binaria o/o (o questo/o quello, ecc.) non significa sostenere che esso viva in una sorta di zona franca da egli stesso edificata. Spingersi oltre non significa infatti fuggire, e in questo senso il soggetto si spinge effettivamente oltre ciò cui si è legato: non può dunque reprimere del tutto quell’ambivalenza dalla quale è costituito. Questa incertezza tra ciò che già-è e ciò che deve-ancora-essere rappresenta uno snodo – doloroso, in divenire, ma anche abilitante – in cui confluiscono tutti i passaggi che lo percorrono e costituisce un’ambivalenza reiterata alla base dell’agire. La “riformulazione” del potere è “ri”-formulazione nel senso di attività già svolta e “ri”-formulazione nel senso di attività nuovamente svolta, svolta ancora, svolta da capo.

[…]

Se l’azione del potere non consiste solo nel governare o opprimere i soggetti esistenti, ma anche nel formare quegli stessi soggetti, è giunto ora il momento di domandarci in cosa consista questa formazione.

È opinione condivisa che il potere crei le persone in senso letterale. Foucault collega il carattere formativo, o creativo, del potere ai regimi regolatori e disciplinari: in Sorvegliare e punire, ad esempio, egli illustra in che modo la regolamentazione del crimine generi una categoria di criminali che la carcerazione modella poi fisicamente nei gesti e nel modo di porsi. Come intendere, tuttavia, questa concezione di produzione e di modellamento? Propongo in questo senso di non intendere questa dimensione formativa del potere né in senso meccanicistico, né in senso comportamentistico. Non sempre infatti il potere crea “avendo in mente” un obiettivo, o per meglio dire, la sua attività creativa spesso eccede, o addirittura modifica, gli obiettivi in funzione dei quali crea[6]. Foucault, come già detto, non offre una propria considerazione sulla psiche; alla luce della sua opera sembra tuttavia doveroso rintracciare una storia della soggettivazione nei cambiamenti della vita psichica. Nello specifico, essa va individuata in quel particolare rivoltarsi del soggetto contro se stesso che è possibile notare nelle manifestazioni di auto-rimprovero, di coscienza e di melanconia, i quali agiscono in parallelo ai processi della regolazione sociale.

Eppure, se dichiariamo di respingere quel dualismo ontologico che deriva dalla netta scissione tra sociale e psichico, è allo stesso tempo fondamentale offrire un’analisi critica della soggettivazione psichica che tenga in considerazione gli effetti regolatori e produttivi del potere. Se alcune tipologie di potere regolatore sono in parte sorrette dalla formazione di un soggetto e se questa formazione si realizza rispettando i requisiti del potere e, soprattutto, tramite l’incorporazione di determinate norme, ne consegue che una teoria politica della formazione del soggetto deve essere in grado di offrire una descrizione di questo processo e che la nozione stessa di incorporazione debba essere analizzata al fine di comprendere quale topografia psichica essa assuma. In che modo la soggettivazione del desiderio esige e crea il desiderio per l’assoggettamento?

Al di là del locus classicus dell’interiorizzazione delle norme sociali, nessuno ha ancora spiegato in cosa effettivamente consista l’incorporazione o la stessa interiorizzazione, né cosa significhi per una norma essere interiorizzata, né cosa le accada nel processo di interiorizzazione. È forse possibile che, in principio, la norma sia “esterna” e solo successivamente accede a uno spazio psichico già dato, da intendere come una sorta di teatro interiore? O forse è la stessa interiorizzazione della norma che partecipa alla creazione di uno spazio interno? La norma, diventata psichica, include forse anche l’interiorizzazione della psiche[7], oltre alla sua stessa interiorizzazione? Credo che sia questo processo di interiorizzazione a fondare la distinzione tra vita interiore e vita esteriore, consegnandoci una distinzione tra psichico e sociale profondamente diversa da una descrizione dell’interiorizzazione psichica delle norme. Inoltre, il fatto che le norme non siano interiorizzate in modo meccanico, né in modo assolutamente prevedibile, comporta forse per la norma l’assunzione di un altro carattere in quanto fenomeno psichico? Più nello specifico, come possiamo descrivere il desiderio per la norma, e, più in generale, per l’assoggettamento, nei termini di un desiderio pre-esistente alla vita sociale, desiderio di cui il potere regolatore regolarmente abusa? Laddove le categorie sociali offrono la garanzia per un’esistenza sociale identificabile e durevole, non di rado si preferisce accettare queste categorie – benché operanti al servizio dell’assoggettamento – anziché non avere alcuna esistenza sociale. E dunque, come può il desiderio per l’assoggettamento, che si fonda sul desiderio di un’esistenza sociale, affermarsi come strumento ed effetto del potere assoggettante, emulando le dipendenze primarie e al contempo abusando di esse?

Il tentativo di portare alla luce l’effettiva esistenza di abusi del potere, e non invece la creazione o fantasia del soggetto, conduce di frequente a collocare il potere nettamente al di fuori del soggetto, come se fosse qualcosa di imposto contro la sua volontà. Tuttavia, se la creazione stessa del soggetto, e dunque anche la creazione di quella volontà, rappresentano le conseguenze di una subordinazione primaria, allora appare invitabile la vulnerabilità del soggetto rispetto a un potere non di sua fattura. Questa vulnerabilità identifica il soggetto in quanto essere suscettibile di abuso. Per opporsi agli abusi del potere (che non significa opporsi al potere stesso), una saggia mossa potrebbe consistere nel tentare di indagare sulla natura della nostra vulnerabilità rispetto a tali abusi. Che i soggetti siano fondamentalmente vulnerabili, infatti, non può giustificare gli abusi che essi subiscono. Tutt’altro: evidenzia semmai maggiormente l’importanza di questa vulnerabilità.

E dunque, perché il soggetto può subire un abuso? Perché è vulnerabile alla sottomissione in virtù della sua stessa formazione? Obbligato a cercare conferma della sua stessa esistenza in categorie, definizioni e nomi creati da altri, il soggetto cerca tracce della sua esistenza al di fuori di se stesso, in un discorso che è, contemporaneamente, dominante e indifferente. Le categorie sociali rappresentano un segno di sottomissione, così come di esistenza. Detto altrimenti, il prezzo dell’esistenza nella soggettivazione è rappresentato dalla sottomissione. Il soggetto rincorre la promessa di esistenza insita nella sottomissione proprio quando la scelta è già diventata impossibile. Questa ricerca non esprime una scelta, ma neanche un bisogno. La soggettivazione approfitta di questo desiderio per l’esistenza, laddove quest’ultima è sempre assegnata da un altro luogo; essa evidenzia una vulnerabilità primaria rispetto all’Altro al fine di esistere.


[1] M. Foucault, The Subject and the Power, in H. L. Dreyfus, P. Rabinow, eds., Michel Foucault: Beyond Structuralism and Hermeneutics, Chicago University Press, Chicago 1982; trad. it., Il soggetto e il potere, in H. L. Dreyfus, P. Rabinow, a cura di, La ricerca di Michel Foucault: analisi della verità e storia del presente, La Casa Usher, Firenze 2010, pp. 279-300.

[2] M. Foucault, Two Lectures, in C. Gordon, ed., Power/Knowledge: Selected Interviews and Other Writings, 1972-77, Harvester Wheatsheaf, New York 1980, pp. 77-108.

[3] L’Histoire de la sexualité di Foucault consta di tre volumi, tutti pubblicati da Gallimard (Paris): 1. La volonté de savoir, 1978 (trad. it., La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978), 2. L’usage des plaisirs, 1984 (trad. it., L’uso del piacere, Feltrinelli, Milano 1984), 3. Le souci de soi, 1984 (trad. it., La cura di sé, Feltrinelli, Milano 1985). (N.d.C.)

[4] M. Foucault, Surveiller et punir: naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; trad. it., Sorvegliare e punire: nascita della prigione, Einaudi, Torino 1993.

[5] Jacques Lacan si riferisce al soggetto nei termini di “escrescenza”.

[6] Nietzsche affronta il concetto di sintesi di “significati” (Zeichenkette) nell’opera Genealogia della morale, nella quale illustra come l’origine di un concetto o di uno strumento possa giungere ad assumere scopi o a produrre effetti per i quali non erano stati originariamente pensati o costruiti.

[7] Tendo a distinguere tra interno e interiore in base alla convenzione della fenomenologia: il primo termine descrive infatti una “relazione contingente”, mentre il secondo indica una “relazione costitutiva”. Questa terminologia, inoltre, sottolinea maggiormente il registro fenomenologico della stessa.

[Immagine: Rineke Dijkstra, Olivier (gm)].

6 thoughts on “La vita psichica del potere

  1. “Foucault, come già detto, non offre una propria considerazione sulla psiche; alla luce della sua opera sembra tuttavia doveroso rintracciare una storia della soggettivazione nei cambiamenti della vita psichica”… beh, si sa che per Foucault, il vero “complesso” della società occidentale da cui la nostra civiltà non si è ancora liberata non è da collocare in relazione al nostro desiderio ma alla costrizione del discorso vero, al bisogno, per il potere, che la verità si manifesti nella forma della soggettività. PEr Foucault, d’altronde, un discorso che faccia dell’obbligo per il soggetto di dire la verità su di sé un portato del complesso di Edipo ha come effetto quello di spostare il cardine dell’obbedienza. A
    Foucault interessa l’atto linguistico, il passaggio dal non dire al dire, il costo di enunciazione. Forse la nostra vulnerabilità sta proprio nel nostro perenne bisogno di confessione, un bisogno che da un lato permetta al potere di aver presa su di noi, e dall’altro modifichi il rapporto con noi stessi. Finché si metterà al centro la psiche individuale, il corpo desiderante, la sessualità – tutta materia soggettiva giudicabile – si parteciperà al “nostro” rituale discorsivo “che si dispiega in un rapporto di potere, poiché non si confessa senza la presenza almeno virtuale di un partner che non è semplicemente l’interlocutore, ma l’istanza che richiede la confessione, l’impone, l’apprezza ed interviene per giudicare, punire, perdonare, consolare, riconciliare; un rituale in cui la verità mostra la sua autenticità grazie all’ostacolo ed alle resistenze che deve eliminare per formularsi; un rituale, infine, in cui la sola enunciazione, indipendentemente dalle sue conseguenze esterne, produce in colui che l’articola delle modificazioni intrinseche: lo rende innocente, lo riscatta, lo purifica, lo sgrava dalle sue colpe, lo libera, gli promette la salvezza”

  2. Volendo approfondire forse in rilevanze più sostanziali ,si può dire che ancora ce chi li chiama epigoni,addirittura come spesso accade o è accaduto per le officine … .e chissà perché. Ormai l’occhio orwelliano è diventato palpebra di tutti, del nulla che ancora ne dipinge sopra rifrazioni sue. luce
    come “si afferma di essere” di cui non solo, si vede bene la fonte ma anche la verità che ha capovolto e della quale si appropria ,sempre e indebitamente ,pseudo portatore di una coscienza riscattante il male ,esso (o i tanti che ne contribuiscono e che “ne vedono l’abbaglio” )che ha provocato sino a cecare il cristallino primigenio e creatore .Un oscurantismo che va avanti da troppo tempo ,quasi un cinquantennio come regola d’esistenza e sopravvivenza della comunicazione o meglio assassinio della stessa,fregandosene delle evoluzioni sopra il cielo e delle rivoluzioni (“positive”)che se ne possono trarre per scacciarlo e passi avanti e visioni di un antico che esisteva prima dell’uomo e del mondo stesso e da cui si dovrebbe com’è “naturale” generare le figlianze,perché da lì si (di)viene . Figlio storico del romanticismo nietzschiano ,che fattosi portatore dell’aberrazione dell’ideologia dell’uno ha cercato di uccidere,invece la collettività tutta in suo nome (o di una minoranza )per annullare suo padre e colpevole di averne creato una peggiore e impossibile da combattere (peraltro inutile e invalutabile :perché “storicamente verità altra, di un altro”) e diktat coatto che si può tracciare sin da tempi remotissimi e agli albori di quell’altra mano invece (che umana non è ma generazione escatologica e trascendentale) .Serpe che potrebbe specchiarsi nel budello o la pelle di quell’altro appena detta ,senza seno che gli viene padre dai tempi e senza sponda ,lasciando l’umano a marcire perchè eccessivamente colorato (e “non altro da sé”,quindi di lui o di loro [umanità malate e dio, come processo ultimo e non “vedente”] ma : il vero e che è l’inverso ) e frutto ed eden-costruzione- di un superamento già conosciuto del biancore puro e quindi prismatico di radiazione (propria).E’ ovvio che sia l’occhio divino (strisciante come i filamenti di luce e magnetici che si espandono) che quello dello stesso(umanità malata,strisciante perché finto bellicosa che è illuminata dallo stesso strisciare : quindi ombra), sono si ,contaminati dal relativismo e dal suo eclettismo sofistico e vuoto a perdere (di certo intersecazioni infinite ma non “intersecabili se non per volontà delle stesse :per intersecamento”) su uno spazio non reale quindi non come rette originarie/ate da un punto (per l’appunto appena detto) all’altro in consecutiva (in)formazione ma come possibilità delle tante quanto sono le intersecate e le vie che a loro piacimento si possono avere(che comunque sono sempre poche data la materia grigia e le sinapsi [altro che anime ,soffi e psiùff- che?] che non hanno ,nonostante gli spazi non euclidei ) in vie dove l’unica la salvezza di un individuo(è la sua natura umana –purezza ) , che come (narrante straniatosi dall’oggetto “la cosa” ,portatrice “del male” perché invischiata pro domo “sua”)che da semplice accettazione alla datità all’entità materica e concreta quale è il sapere, può annullare l’altro sino a renderlo lettore “veramente di se stesso” (cioè dello scrittore,dell’io creatore) .Evitando i “cosidetti ,vaneggiamenti” .Sino a vedere bene quello che si vuole dimostrare ;come ad esempio : se parlo di chelazione rende bene la forza di coazione che riceve un individuo ,quando “agli” non conviene o in quanto ad aurore vecchie e albe nuove che vengono dall’origine(dal big bang)come nelle radiazioni cosmiche e lo spazio (tra stelle e galassie) che vede lo scrittore e ciò che ne produce . A differenza invece di quando si possono citare le aurore boreali che altro non sono che effluvi e “fumi” verdi –rossi e blu che tentano d’ inebriare e invece ( de-testano “i falsi soli” e mistici riflettenti [da piccoli pianetini nello spazio:] e anche con nocche ,senza nocchieri e pattern sbilanciati)e attestano la falsità del vecchio e danno certezze all’uno che vede” in” ogni parte. Poi si possono avere dubbi ,creando costellazioni esplicanti nel cammino ,sempre rendendo tonale la propria bosonica (equilibrando essendo “interezza” vocale : onde a spin e rotazione totale nell’orbitare- al contrario di quelle fermionologiche che sono niente e il suo contrario : cioè gianiche) e affermando la morale delle liriche. E tutto ciò esaltando e ridando patria alla natura di cui sono fatti e convivendo insieme ad ella scevra,pulita da forze oscure (:umanità malata ,padri serpenti : dio :magnetismi etc… ) e partizionando quest’energia o vita dalla più semplice e potenziale ( “0 K” che è quella paragonata a quella del vuoto –e contributo di una delle tre del”teorema”) anche nel volo ,nel sogno comunque producente e costruttivo,nelle sue migratorie .E infine imparando in questo spazio libero con il cielo falso appena sotto esploso ,con la nostra navetta a catalogare e bene le pietre antiche (sin da quelle mesozoiche a quelle nate prima : asteroidee) i geroglifici (dio dio nell’una ,dell’uomo rivelatore nell’altra) sino a scoprire il misfatti ed evitare di essere spazzati via un giorno,come in passato , da questo lupo che si nasconde anche nel bosco lassu’ ,quello inconosciuto (intendo universalmente),fin quando a noi la scelta se rimpiazzarlo come in terra o abbatterlo data l’immanenza nulla e scoprendo come , definitivamente.
    Altra via continuare a “scrivere poesie” e come l’egregio Fortini farsi chiamare martire da qualche intellettuale ,finito male
    “[…] Tu occhi di carta tu labbra di creta
    tu dalla prima saliva malfatto
    anima di strazio e ridicolo
    di allori finti e gesti
    tu di allarmi e rossori
    tu di debole cervello
    ladro di parole cieche
    uomo da dimenticare
    dichiara che il canto vero
    è oltre il tuo sonno fondo
    e i vertici bianchi del mondo
    per altre pupille avvenire.
    Scrivi che i veri uomini amici
    parlano oltre i tuoi giorni che presto
    saranno disfatti. E già li attendi. E questo
    solo ancora è il tuo onore […]”
    Fortini “Arte poetica” da “Poesia ed errore”
    Oggi mi sentivo di buon umore ,anche per aver letto un buon e istruttivo saggio, altrove come non capitava da tempo. Ed ho voluto postare qualche commento ,qui .Tanto :che se devono prenne a fa la psiche se nun esiste e le sinapsi so nostre e la materia cerebrale ancora del 90 per cento se deve mostrare?

  3. Sarebbe opportuno dire se esce una “nuova” traduzione di un libro già tradotto nel 2007 da Meltemi o se questo è stato solo ripubblicato. Grazie.

  4. Il libro è stato ritradotto e ricurato. L’edizione Mimesis è totalmente rinnovata rispetto a quella Meltemi del 2005 (compresi saggio introduttivo e appendice)

  5. Grazie, i pezzi riportati sono tutti tratti dall’introduzione che in pratica è l’unica parte sensata e comprensibile: dopo il delirio, sarò di sicuro io, ma pure la signora potrebbe evitare di scrivere per sentenze, tra l’altro ripetute all’infinito, mille volte, ma se non spiega come cavolo le sono venute in mente a parte prenderle per verità sacrosante non ci si capisce niente. O almeno io ci capisco poco. Meno male che c’è l’introduzione, cosa vorrebbe essere, una specie di chiave interpretativa? Bahhhh…..!!!!

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