cropped-101584_52bfa58540542f876f36b13e9f1012a0.jpgdi Sergio Luzzatto

[Il brano che segue è tratto dal capitolo introduttivo del libro di Sergio Luzzatto, Partigia. Una storia della Resistenza, uscito in aprile da Mondadori. Nel volume si ricostruisce la storia della banda partigiana del Col de Joux, nella valle d’Aosta, della quale fece parte Primo Levi fino al suo arresto, il 13 dicembre del 1943. Levi, che si mostrò sempre reticente rispetto alla propria esperienza di partigiano e al “segreto brutto” ad essa legato, non è il solo protagonista delle vicende raccontate, ma funziona – scrive Luzzatto – da “reagente etico”. E da Levi proviene il titolo: Partigia è infatti una poesia del 1981, che fa parte della raccolta Ad ora incerta, in cui Levi riprendeva l’abbreviazione usata in Piemonte per designare i partigiani più spregiudicati.
Quello di Luzzatto è un libro importante, che ha già provocato reazioni di segno diverso. E che deve essere letto, poi discusso. È un libro importante per l’incrocio di memorie e valori, di documenti e passioni, di passato e presente. È importante come ogni storia della Resistenza: anche quando è secondaria, come in questo caso, esprime una Storia maggiore che ci riguarda
(ns)].

Conservo un ricordo netto, preciso, di quando ero ragazzino – avrò avuto dieci anni, forse undici o dodici – e mia madre ci leggeva ad alta voce le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Era di sera, stavamo seduti sul letto e c’era lei che leggeva, che presentava a me e ai miei fratelli queste ultime lettere spesso brevi, sempre terribili, di persone che avevano liberato l’Italia a prezzo della vita. Doveva essere l’edizione Einaudi che ho qui sotto gli occhi, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943 – 25 aprile 1945), Torino 1952[1]: uno di quei saggi “arancioni” di cui la biblioteca di casa era piena. Ricordo come prima di leggerci i testi mia madre si aiutasse con le note biografiche relative a ciascun condannato. Erano note che i curatori del volume avevano disposto sulla pagina con uno stile tipografico da epitaffio, separandole con un trattino come in un accapo lapidario. Erano epigrafi di un cartaceo monumento ai caduti.

Adesso che i miei figli hanno l’età che avevo io allora, mi riuscirebbe difficile spiegare loro perché quella situazione, quel gesto – una madre che legge ad alta voce, anziché un canto di Leopardi o un racconto di Jack London, le lettere dei condannati a morte della Resistenza – non avesse nulla di assurdo né di morboso. Mi riuscirebbe difficile eppure dovrei provarci, sarebbe importante che i miei figli capissero. Quando io avevo la loro età, verso la metà degli anni settanta, la Resistenza era ancora una cosa che si poteva sentire vicina, e decisiva: era il segnale di un inizio, e il marcatore di un’appartenenza. Sbigottiti o impauriti, sfollati o minacciati, i miei genitori l’avevano vissuta sulla loro pelle a quella stessa età, avessero avuto dieci anni o dodici, undici o tredici l’8 settembre 1943 o il 25 aprile 1945. Per loro, parlare a noi figli della seconda guerra mondiale, evocare il tempo della persecuzione razziale, cercare di trasmetterci l’eredità dell’antifascismo, era un modo per farci sentire il privilegio di essere venuti al mondo sotto altri chiari di luna, la grazia della nostra nascita tardiva.

Sarebbe importante, mi dico adesso, che anch’io trovassi il modo per trasmettere ai miei figli questa eredità immateriale: una nozione della dura, durissima storia da cui indirettamente provengono, attraverso il travaglio infantile e inutile dei loro nonni, ma soprattutto attraverso il travaglio giovanile e fondante di chi si è battuto contro i fascismi per fare l’Italia libera.

[…]

Non credo tuttavia che risalga agli anni settanta – alla scena madre di una madre che legge ad alta voce le lettere dei condannati a morte – la mia ossessione con la Resistenza. A dire il vero, non credo neppure che di un’ossessione si tratti. È piuttosto una forte curiosità, ben poco originale, del resto, per qualcuno che abbia scelto il mestiere di storico. E la curiosità si è fatta passione in anni abbastanza recenti. È stato dietro la spinta dei libri di Giampaolo Pansa sul «sangue dei vinti» e in generale sulla guerra civile italiana del 1943-45[2]. Nei primi anni Duemila, ho preso a interrogarmi sul significato del “fenomeno Pansa” in termini non tanto culturali quanto civili: come sintomo di una crisi dell’antifascismo[3]. E altri sintomi ho riscontrato insegnando all’università, trovandomi di fronte studenti sempre più equidistanti, estranei ai valori dell’antifascismo quasi altrettanto che ai disvalori del fascismo.

Ho maturato così l’intenzione di misurarmi – da figlio e da padre, da cittadino e da insegnante – con questo snodo della moderna storia d’Italia, con il dramma della nostra guerra civile. Ma probabilmente l’intenzione non si sarebbe trasformata in decisione, né sarebbe divenuta lavoro di ricerca e poi di scrittura, se all’ossessione con la Resistenza quale momento fondativo dell’Italia libera non si fosse sommata un’altra mia ossessione. Ossessione? Piuttosto una forma di curiosità intellettuale che era anche una forma di devozione civile (e di venerazione letteraria) per la figura di Primo Levi. Per l’interprete ai miei occhi più alto, nel paesaggio italiano del Novecento, di una civiltà dell’intelligenza e di una dignità della memoria. Non avrei provato a scrivere un libro come questo se non mi fossi sentito chiamato a un doppio appuntamento, a fare il punto in una volta sola con i due poli di un mio percorso: il polo Resistenza e il polo Primo Levi.

Conservo un ricordo netto, preciso, anche di quando mi sono avvicinato per la prima volta a Se questo è un uomo. Era ancora verso la metà degli anni settanta, a ridosso del tempo in cui mia madre aveva fatto scoprire a noi fratelli le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Era l’estate del 1977. Per i mesi di vacanza fra la quarta e la quinta ginnasio, una tirannica professoressa di lettere aveva assegnato a me e ai miei compagni di classe un elenco di letture obbligate, dai Buddenbrook di Thomas Mann a Fontamara di Silone, e aveva compreso nella lista Se questo è un uomo. Avevo letto così, da ginnasiale coatto, il mio primo Primo Levi: e ne ero uscito cambiato quanto un adolescente può uscire cambiato dalla lettura di un libro. Dopodiché, mi avevano accompagnato negli anni sia le opere di Levi pubblicate prima del ’77, da La tregua a Il sistema periodico, sia quelle uscite via via nel decennio che gli restava da vivere, Se non ora, quando?, Ad ora incerta, fino all’ultimo libro, I sommersi e i salvati, comprato e letto fresco di stampa nella primavera del 1986. Quando la figura storica di Levi – per drammatica che potesse sembrare – ancora non si era vestita con il peplo della tragedia.

So esattamente dov’ero quando la notizia della sua morte mi ha raggiunto, durante la tarda mattinata di un giorno d’aprile del 1987: a Parigi, nello spiazzo davanti alla Gare de Lyon, ventiquattrenne studente di dottorato appena sceso dalla cuccetta di un treno «Palatino» o di un «Napoli Express». Ricordo la sorpresa, lo stordimento, la consapevolezza che niente sarebbe stato più come prima nella memoria del nostro Novecento. E ricordo il sentimento fin da subito chiaro, doloroso, lacerante, di un vuoto che nel futuro sarebbe stato impossibile colmare. Primo Levi non c’era più. Restavano i suoi libri, certo, ma era venuta meno la sua persona. Ormai bisognava arrangiarsi senza di lui, bisognava camminare senza bussola nel campo magnetico del dopo Auschwitz. E per chi aveva deciso – da storico – di vivere la vita dialogando con i morti, bisognava scendere agli inferi del Novecento senza più contare su quel Virgilio.

Molto tempo dopo – una notte d’inverno di quattro o cinque anni fa – ho riletto Il sistema periodico. Il libro più distesamente autobiografico di Primo Levi, quello dove il chimico torinese più ha raccontato e più ha ragionato di sé come italiano del Novecento. Un libro meraviglioso per qualità letteraria, pubblicato da Levi nel 1975 (l’anno stesso del suo pensionamento da chimico) e immediatamente salutato dalla critica come la prova definitiva del suo talento di scrittore. Ho dunque riletto Il sistema periodico, e mi sono accorto di una cosa che avevo sempre trascurato. C’era una stagione nella vita di Levi riguardo alla quale il chimico scrittore era stato avaro di testimonianza come di antropologia, di memoria come di storia: la breve e sfortunata sua stagione di partigiano, o di quasi partigiano. I tre mesi trascorsi in valle d’Aosta, ventiquattrenne, legato a una piccola banda raccoltasi al Col de Joux, sopra Saint-Vincent, nell’autunno del 1943.

Sulle duecentotrentotto pagine della prima edizione del Sistema periodico, la Resistenza non ne occupa più di quattro. Nel capitolo intitolato Oro, appena due pagine evocano la salita in montagna, le settimane d’attesa più che d’azione, la caduta della banda del Col de Joux, l’arresto di Levi – il 13 dicembre 1943 – con alcuni altri ribelli. E appena due pagine evocano il trasporto a valle, gli interrogatori subiti nella prigione di Aosta, la decisione del catturato di ammettersi ebreo piuttosto che partigiano, cioè di votarsi alla deportazione verso chissà dove piuttosto che al deferimento al Tribunale militare speciale della repubblica di Salò.

[…]

Da quando ho letto quel capitolo del Sistema periodico con l’attenzione che merita, mi sono chiesto le ragioni dell’avarizia narrativa di Primo Levi a proposito della Resistenza. La brevità della sua stagione partigiana, più corta ancora che l’autunno 1943, non basta a spiegarle: anche perché, di là dal numero di pagine, quanto colpisce nell’analisi retrospettiva di Levi è la severità di giudizio. Oro contiene un’immagine tutt’altro che dorata della Resistenza vista dal Col de Joux. «Avevamo freddo e fame, eravamo i partigiani più disarmati del Piemonte, e probabilmente anche i più sprovveduti», scrive Levi nel Sistema periodico[4]. Né il giudizio era suonato più indulgente nella mezza pagina da lui inserita diciassette anni prima, nel 1958, al principio della nuova edizione (la prima da Einaudi) di Se questo è un uomo. «Mancavano gli uomini capaci, ed eravamo invece sommersi da un diluvio di gente squalificata, in buona fede e in malafede, che arrivava lassù dalla pianura in cerca di una organizzazione inesistente». Logica dunque la caduta della banda, nella «spettrale alba di neve» del 13 dicembre, e «conforme a giustizia»[5].

Addirittura conforme a giustizia, il rastrellamento del Col de Joux? «Giustizia» non è una parola qualunque, meno che mai nel vocabolario di Primo Levi[6]. Che cosa poteva spiegare – mi chiedevo – una rappresentazione della Resistenza delle origini tanto dissacrante, o comunque tanto dissonante rispetto alla mitologia antifascista sui primi partigiani della montagna? E che cosa poteva nascondersi dietro le dodici righe più sofferte del capitolo Oro, quelle sullo stato d’animo dei ribelli arrestati al colle e incarcerati ad Aosta? «Fra noi, in ognuna delle nostre menti, pesava un segreto brutto: lo stesso segreto che ci aveva esposti alla cattura, spegnendo in noi, pochi giorni prima, ogni volontà di resistere, anzi di vivere. Eravamo stati costretti dalla nostra coscienza ad eseguire una condanna, e l’avevamo eseguita, ma ne eravamo usciti distrutti, destituiti, desiderosi che tutto finisse e di finire noi stessi; ma desiderosi anche di vederci fra noi, di parlarci, di aiutarci a vicenda ad esorcizzare quella memoria ancora così recente. Adesso eravamo finiti, e lo sapevamo: eravamo in trappola, ognuno nella sua trappola, non c’era uscita se non all’in giù»[7].

Il segreto del Col de Joux viene raccontato alla prima persona plurale. Insieme con alcuni compagni della banda, Levi aveva deciso di comminare e di eseguire una condanna a morte. Manca qualunque precisazione ulteriore. Nulla si dice in Oro dei motivi di tale condanna, né dell’identità della vittima (o delle vittime); soltanto si dice che l’esercizio della giustizia partigiana aveva obbedito a un imperioso dovere di coscienza. In materia di Resistenza l’arte della concisione, di cui Levi scrittore era sempre capace, somiglia a un’arte dell’ellissi. Ma non al punto di passare sotto silenzio le conseguenze dell’episodio sul morale dei partigiani rifugiati al Col de Joux. La necessità di uccidere aveva precipitato Levi e compagni in uno stato di infinita prostrazione: aveva spento in loro non solo la volontà di resistere, ma la volontà di vivere.

«Non c’era uscita se non all’in giù», si legge nell’ultima delle dodici righe del Sistema periodico dedicate alla testimonianza volontaria sul segreto: dove Levi istituisce un nesso chiaro – trasparente fin nel lessico – con la figurazione principale di Se questo è un uomo, quella della deportazione ad Auschwitz come una dantesca discesa agli inferi («in viaggio all’ingiù, verso il fondo»; «troppo tardi, troppo tardi, andiamo tutti “giù”»; «siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare»[8]). E dove è riconoscibile un nesso con un’altra immagine decisiva di Se questo è un uomo, se è vero che l’uscita obbligatoriamente all’in giù per i partigiani del Col de Joux che avevano condannato e ucciso ricalca il destino dell’Ulisse dantesco che si era spinto oltre le colonne d’Ercole, nel canto recitato da Levi ad Auschwitz a beneficio di un altro internato, l’amico Pikolo: «E la prora ire in giù, come altrui piacque…»[9].

Così, il Primo Levi del 1975 indicava in un episodio del suo partigianato l’origine diretta della sua caduta negli inferi del Lager. Gli occorreva per fare questo una buona dose di coraggio morale, di coraggio intellettuale, e anche di coraggio politico: in effetti, la metà degli anni settanta (una prima versione di Oro era uscita sul settimanale «Il Mondo» nel luglio del ’74)[10] segnò in Italia l’apogeo di quella che sarebbe stata poi definita – non senza malizia – la vulgata resistenziale. In alcun momento della storia repubblicana, né prima né dopo, il discorso pubblico sui prodigi della Resistenza e sull’orrore di Salò ebbe un carattere altrettanto granitico come intorno al trentesimo anniversario della Liberazione: epoca in cui il fascismo minacciava peraltro di risorgere, nell’Italia della «strategia della tensione», sotto forma di un neofascismo gradito ai vertici stessi di certi apparati dello Stato. Mai come allora poté sembrare agli italiani democratici che tutte le qualità, le virtù, le ragioni fossero appartenute, durante la guerra civile del 1943-45, al campo dei partigiani, e che tutti i difetti, i vizi, le abiezioni fossero appartenuti al campo dei saloini: il campo del male assoluto, quale Pier Paolo Pasolini consegnava alla rappresentazione scandalizzata e scandalosa del suo ultimo film, Salò o le centoventi giornate di Sodoma.

[…]

Faccio lo storico da trent’anni, ma nessuna ricerca mi ha mai interpellato, appassionato, travagliato come la ricerca su questa storia di resistenza. Nessun’altra volta le tappe più o meno consuete di un’esperienza di studio, lo scavo negli archivi, le letture in biblioteca, gli incontri con i personaggi ancora in vita o con i loro discendenti, mi hanno procurato impressioni altrettanto forti e contrastanti, un sentimento altrettanto pronunciato di dovere e insieme di disagio. Da un lato, mi pareva indispensabile raccogliere il messaggio in bottiglia del Sistema periodico: indagare sino in fondo la storia della banda del Col de Joux, compreso il segreto brutto. Dall’altro lato, mi pareva di intestardirmi su una storia minore sia rispetto alla vicenda generale della Resistenza italiana, sia rispetto alla vicenda personale di Primo Levi.

[…]

Mentre lavoravo a questo libro, non c’è stato un singolo momento in cui io non mi sia posto la domanda: perché? Perché indugiare tanto su una storia che somigliava piuttosto a una microstoria, apparentemente così ristretta nel soggetto e nell’oggetto, nel tempo e nello spazio? Quante volte me lo sono domandato, sino a che sono stato in grado di rispondere, finalmente e quasi banalmente: non per coltivare ossessioni […], ma per approfondire conoscenze. Una storia della piccola banda di Levi al Col de Joux – e di una banda più grande alleata della piccola, composta di giovani provenienti dal Monferrato e insediata nella vicina val d’Ayas – prometteva di riuscire illuminante. Proprio per il tempo in cui la storia si apre: il momento genetico della Resistenza italiana, rivelatore, nel bene o nel male, di certi suoi ingredienti originari. E proprio per lo spazio in cui la storia è inizialmente ambientata: in quello strano porto di mare, innevato crocevia di destini, che erano le montagne della valle d’Aosta durante l’autunno-inverno del 1943.

Ricercare come la banda di Levi si formò, si legò alla banda contigua della val d’Ayas, entrò nel mirino della prefettura di Aosta e dell’occupante tedesco, si espose al rastrellamento del 13 dicembre, significa misurarsi con problemi generali di storia della guerra civile in Italia: il carattere politico o impolitico del ribellismo della prima ora, la qualità del rapporto tra formazioni partigiane e popolazioni locali, l’iniziale dipendenza dei ribelli dall’esperienza e dalle armi dei transfughi del Regio Esercito, la permeabilità delle bande all’infiltrazione di ladri o di spie. Significa, inoltre, misurarsi con un problema nel problema: la natura del contributo prestato alla Resistenza da quella particolare specie di italiani-non più italiani che erano gli ebrei della generazione di Primo Levi, ai quali le leggi razziali del 1938 avevano vietato – come per una perfida nemesi delle glorie risorgimentali – il diritto-dovere di portare le armi[11]. […] La parte per il tutto: una storia della Resistenza per raccontare la storia della Resistenza.

Istruttiva sul tempo corto dell’autunno-inverno 1943, la storia prometteva di riuscire illuminante anche rispetto a un tempo più lungo e uno spazio più largo. Un tempo dilatato oltre quelle due sole stagioni, e anche oltre la primavera del 1945: oltre l’insurrezione e la Liberazione. Uno spazio dilatato anche oltre la valle d’Aosta: verso il Piemonte, la pianura padana e oltre ancora. Non occorreva soltanto seguire i partigiani del Col de Joux e della val d’Ayas i quali, a differenza di Levi, ebbero modo di perseverare nelle lotta per sedici mesi ancora dopo il dicembre ’43, scendendo dalle montagne valdostane giù nel Canavese e poi nel Monferrato, combattendo fino a liberare Casale e Torino. Occorreva seguire – dapprima nei fasti, poi nella disgrazia – le figure dei repubblicani di Salò che precipitarono la caduta di Levi e compagni prima di trovarsi, dopo la fine della guerra civile, nei ranghi non dei vincitori ma dei vinti. I processi istruiti contro alcuni di loro dalle corti straordinarie d’assise di Asti e di Aosta, nel 1945-46, sembrano fatti apposta per mettere all’ordine del giorno questioni cruciali del Novecento italiano: il profilo politico e umano del personale collaborazionista, i meriti e i limiti della giustizia post-resistenziale, il ruolo degli Alleati e dei loro servizi segreti, l’impatto dell’amnistia promulgata da Palmiro Togliatti, la difficoltà di improntare ai valori dell’antifascismo la Repubblica «nata dalla Resistenza».

Vista da vicino, attraverso le vicissitudini di singoli personaggi che dopo avere vissuto gli uni contro gli altri armati il debutto valdostano della guerra civile vissero il dopoguerra italiano come un rovesciamento di ruoli, i «banditi» dell’8 settembre divenuti eroi del 25 aprile, i garanti dell’ordine divenuti criminali di guerra, vista così da vicino la storia raccontata qui ha l’urgenza delle storie personali prima ancora che il senso delle storie collettive. A volte rischia addirittura di sembrare una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile, di uomini che odiano altri uomini. Ma soltanto a queste condizioni – io mi dicevo, e mi dico – una storia della Resistenza può ancora raggiungerci e parlarci: soltanto se la osserviamo ad alzo zero. Oggi, una storia della Resistenza ha senso civile unicamente come corpo a corpo. Il corpo a corpo dei personaggi, impegnati a combattersi non soltanto per odio, ma per una diversa idea di umanità, di giustizia, di società. Il corpo a corpo dello storico con loro. Per guardare non a santini né a mostri, ma a figure vere. E per cercare di compiere insieme alle migliori fra queste un nuovo passaggio di valori e di memoria.


[1] Vedi P. Malvezzi e G. Pirelli (a cura di), Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (8 settembre 1943-25 aprile 1945), Einaudi, Torino 1952.

[2] Vedi G. Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, Milano 2003.

[3] Vedi S. Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino 2004.

[4] P. Levi, Il sistema periodico, Einaudi, Torino 1975, p. 134.

[5] P. Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1958, pp. 13-14.

[6] Nel 1973, in una nota all’edizione scolastica di Se questo è un uomo, Levi terrà a precisare: «La frase è evidentemente ironica; si tratta qui della disumana “giustizia” del tempo di guerra, che non ammette indulgenze»: P. Levi, Se questo è un uomo, edizione commentata a cura di A. Cavaglion, Einaudi, Torino 2012, p. 162.

[7] Levi, Il sistema periodico cit., p. 136.

[8] P. Levi, Se questo è un uomo, De Silva, Torino 1947, p. 14; Id., Se questo è un uomo cit. (ediz. 1958), p. 22; Id, Se questo è un uomo cit. (ediz. 1947), p. 25.

[9] Levi, Se questo è un uomo cit. (ediz. 1947), p. 126.

[10] Il dattiloscritto del capitolo Oro risulta datato 26 maggio 1973 (vedi ASTo, Archivio storico casa editrice Einaudi, «Ufficio tecnico. Originali e bozze», busta 1053, fasc. 3009, Primo Levi, Il sistema periodico).

[11] Vedi S. Luzzatto, Il risorgimento degli ebrei, in S. Luzzatto e G. Pedullà (a cura di), Atlante della letteratura italiana, vol. 3, Dal Romanticismo a oggi, a cura di D. Scarpa, Einaudi, Torino 2012, pp. 188-95.

3 thoughts on “Partigia. Una storia della Resistenza

  1. Proprio perché sono convinto che la Resistenza, per il suo significato e il suo valore, merita e insieme sollecita una costante riflessione etico-politica ed un’assidua ricerca storico-scientifica, non sono affatto convinto che l’‘ottica dell’‘alzo zero’ propugnata da Sergio Luzzatto (così prossima a quella che Hegel definiva “l’ottica del cameriere” nella considerazione prosopografica delle vicende storiche) sia quella più idonea a restituirci un’immagine della lotta di liberazione nazionale contro il nazifascismo, ad un tempo, aggiornata sul piano storiografico e stimolante su quello civile. Avendo seguito la produzione di questo studioso fin dal saggio “Il corpo del duce”, temo che la spiccata tendenza a (e l’indubbia capacità nel) coniugare, alla luce di un paradigma sostanzialmente ‘narrativo’, eleganza stilistica, indagine antropologica e ricerca storica possa prendere la mano allo studioso e risolversi in un esercizio esornativo e bellettristico o, come paventa lo stesso Luzzatto, in “una storia striminzita, politicamente futile e moralmente inutile, di uomini che odiano altri uomini”. In effetti, l’esperienza della banda valdostana vissuta per breve tempo da Primo Levi sembra richiamare quella descritta da Italo Calvino nel “Sentiero dei nidi di ragno”, ma in realtà è profondamente diverso l’intento che la ispira: non la difesa della Resistenza contro le periodiche campagne denigratorie scatenate, in chiave anti-antifascista, contro una delle poche pagine luminose della storia dell’Italia contemporanea, ma un interrogativo etico-religioso sulla ‘giustizia’ riferito alla decisione di fucilare dei ‘partigia’ che avevano commesso gravi infrazioni della disciplina politico-militare. Insomma, se si vuole salire sul piano di una critica oggettiva, il tema da discutere è quello relativo alla grandezza e ai limiti della Resistenza. Orbene, non è possibile, anche solo guardando le foto che ritraggono i partigiani con le loro divise sbrindellate, con gli scarponi da montagna, magari in atto di imbracciare uno ‘sten’, sguardo fermo e penetrante rivolto all’obiettivo, fazzoletti rossi attorno al collo ben in evidenza, non è possibile, dicevo, non provare un sentimento di commozione e di gratitudine per quegli uomini, quelle donne e quei ragazzi che, con la scelta coraggiosa di lottare contro il nazifascismo e per un nuova democrazia – scelta assunta quando nessuno sapeva come sarebbe andata a finire -, posero le indispensabili premesse della rifondazione etica, politica e civile del nostro Paese, restituendo onore e dignità alla cittadinanza italiana. Né bisogna dimenticare che, se l’Italia non fu sottoposta ad un processo per i crimini del fascismo, ciò avvenne perché, diversamente dalla Germania, il nostro Paese aveva dato vita ad una resistenza armata e popolare contro le truppe di occupazione tedesche e contro i loro alleati saloini. D’altra parte, se la volontà di rompere radicalmente con il passato fu l’anima della Resistenza europea, è giusto osservare che in Italia questa volontà trovò due grandi ostacoli: oltre che contro i tedeschi, qui si trattava di battersi non solo contro il governo collaborazionista di Salò ma anche contro le conseguenze culturali e antropologiche di vent’anni di dittatura. Questo spiega perché un tratto che accomuna coloro che parteciparono alla Resistenza è il rifiuto della retorica del fascismo: rifiuto che nasce non solo dalla necessità di abolire una distanza, divenuta insopportabile, tra le parole e le cose, ma anche dalla consapevolezza di quanto profonda fosse stata l’impronta che il fascismo aveva impresso, con il suo greve carico di servilismo e di ipocrisia, nell’animo di tutti.
    Come è stato affermato da Santo Peli, uno degli studiosi più qualificati della Resistenza, rispetto alla difficoltà dei progetti di rinnovamento della società italiana e alla radicalità delle aspirazioni, la Resistenza è durata troppo poco, né lo scatto finale per giungere prima degli eserciti alleati a liberare le città del Nord, così come l’insurrezione e il sostegno popolare ad essa, sono stati in grado di compensare la sua strutturale brevità (venti mesi). Considerando perciò questa dimensione temporale (non dalla fine ma) dall’inizio e nella fase intermedia della vicenda resistenziale, occorre sottolineare che sia nell’inverno del 1943 che nell’inverno successivo (che segnò il momento più difficile per la lotta partigiana con la smobilitazione decisa dal generale Alexander) l’esito della lotta non era per nulla scontato e molto stretto fu l’intreccio tra forza e debolezza, illusione e sconforto, mentre l’ombra cupa della tragedia e dello scoramento sembrò talvolta allungarsi fino ad inghiottire e vanificare speranze, progetti e aspettative. Infine, è vero che la Resistenza, se conobbe momenti e figure di straordinario eroismo, conobbe pure contraddizioni, miserie, debolezze e cedimenti, che peraltro accrescono il rilievo, veramente epico, di quei momenti e di quelle figure. Porre l’attenzione sui limiti non significa diminuire la grandezza della Resistenza, ma situarla nel quadro dell’incertezza, della precarietà e di un sfida quasi disperata alle difficili e avverse condizioni che a lungo ne furono la cifra e ne segnarono lo svolgimento. Spetta dunque allo storico dare il senso di questa tensione problematica, essendo compito precipuo dello storico, come ebbe a dire una volta Delio Cantimori, quello di “comprendere e far comprendere che il passato è stato reale come il presente e precario come il futuro”.

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