cropped-sito1.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo articolo è già uscito su «Alias/Il Manifesto»]

Non ci libereremo mai degli anni Settanta. I loro misteri irrisolti, le loro ferite aperte continuano ad assillare la nostra memoria: non solo setacciati all’infinito da saggi, inchieste, libri di non fiction, ma anche sfondo di vicende immaginarie situate al giorno d’oggi, come quella del nuovo romanzo di Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri (Piemme, pp. 320, € 17,50).

Ambientato a Torino, il romanzo ruota intorno a un tipico uomo senza qualità, l’ingegnere quarantaseienne Guido Marchisio, di famiglia altoborghese, fidanzato con una venticinquenne, dirigente del locale stabilimento di una multinazionale, la Moosbrugger (nome che rinvia palesemente appunto all’Uomo senza qualità di Musil); chiuso insomma in un’impermeabile dimensione di privilegio in cui un caso fortuito produce un improvviso strappo. Uno sconosciuto ravvisa in lui Ernesto Bolle, un bambino con cui un tempo giocava in un quartiere popolare, e di cui, come si verrà a sapere, si sono perse le tracce nel 1975, dopo la morte in un incidente d’auto dei genitori, estremisti legati alle BR; un bambino che sembra a Guido un suo doppio rovesciato, simile a quelli del Sosia di Dostoevskij o del Compagno segreto di Conrad. Via via che le spietate politiche della Moosbrugger (dipendenti messi in cassa integrazione, graduale smantellamento della fabbrica) lo espongono alle ritorsioni, e la sua identità vacilla, questa perturbante identità alternativa incomincia a ossessionarlo: finché altri incontri gli rivelano che si tratta in effetti di un’esistenza iniziale rimossa, che metterà sempre più in discussione quella presente.

La forza principale del libro sta nella capacità di dilatare questo dramma individuale in riflessione su un dramma storico. Attraverso l’inquietudine confusa di Guido e quella lucida del suo vero doppio, il narratore proiezione dell’autore (a sua volta proveniente dalla periferia e a sua volta uscito, ma consapevolmente, da un destino già tracciato), il testo mette in gioco sia le fratture sia le continuità tra gli anni di piombo e quelli attuali: da un lato, evoca il mondo, travolto dalla tecnologia e dalla globalizzazione, delle botteghe, dei mangiadischi, dei passatempi di quartiere, dei film pecorecci; dall’altro, rammenta lo squallore delle case popolari, le strategie già ciniche della Fiat (incombente sulla vicenda ben più dell’azienda immaginaria), i soprusi variamente contrastati di allora che preludono a quelli solo subiti di adesso. E se il ricordo dei conflitti trascorsi risulta troppo sommario (il terrorismo, più che reagire all’impotenza della sinistra, contribuì a determinarla, fomentando le paure, favorendo l’irrigidimento dei poteri forti, funzionando, secondo una memorabile formula di Stajano, da «braccio armato della restaurazione»), il precoce senso di disfatta delle generazioni successive è restituito efficacemente: a dispetto del titolo, il nucleo pulsante dell’opera sta non nelle colpe dei padri, ma nello smarrimento dei figli.

Questo nucleo, però, non sostiene abbastanza l’insieme del racconto. Mentre l’esistenza del protagonista deraglia, l’intreccio scivola sempre più in binari classici, culminando, diversamente da quanto afferma il narratore («La vita non ci offre sempre un bel finale preparato»), in una conclusione a effetto: Guido compie un vano gesto di ribellione (nello stile degli inetti di Cechov o Moravia), per poi rifugiarsi nella sua unica passione adolescenziale; secondo una dinamica oggi frequente, il ripiegamento sugli affetti privati (neanche affetti umani, in questo caso) appare la sola via di salvezza. E la prevedibilità dell’azione non è riscattata dai personaggi: quasi tutti – dal protagonista ai suoi compassati genitori all’amministratore delegato suo gelido mentore – troppo anemici, ricalcati su modelli risaputi.

Non si tratta di un caso isolato. Nei ritorni al realismo contemporanei gli stereotipi rimontano alla carica continuamente; e la considerazione che a proporli è la realtà stessa non basta a giustificarli. Il rapporto tra Guido e la sua smagliante fidanzata può offrirne un esempio: è innegabile che molti uomini di mezza età desiderano le ragazze, e che non poche ragazze sono attratte dai soldi, dal potere o dalla maturità; nella fiction recente, però, girano un po’ troppi personaggi maschili sfioriti, cupi, irrisolti, ma sempre gratificati da fantastiche relazioni erotiche con donne giovani, belle e invariabilmente dotate di straordinario sex appeal e straordinario senso pratico; non è tanto verosimile, sicuramente è monotono. L’esperienza può essere più contraddittoria, più sorprendente, pure più intrigante di come la vorrebbero certi preconcetti e certi chiodi fissi: i romanzieri realisti sette-ottocenteschi lo sapevano bene; quelli che vogliono rifondare il realismo (specie quando senz’altro ingegnosi come Perissinotto) potrebbero tenerne conto di più.

[Immagine: Fiat Mirafiori, anni Settanta (gm)].

 

46 thoughts on “Non si esce vivi dagli anni Settanta. Su Le colpe dei padri di Alessandro Perissinotto

  1. «(il terrorismo, più che reagire all’impotenza della sinistra, contribuì a determinarla, fomentando le paure, favorendo l’irrigidimento dei poteri forti, funzionando, secondo una memorabile formula di Stajano, da «braccio armato della restaurazione» ( Bertone)

    Faccio notare che anche di questo giudizio politico si potrebbe dire «non è tanto verosimile, sicuramente è monotono» come si dice degli stereotipi neorealisti.
    Proprio appoggiandosi sulla formula di Stajano, si mette una pietra tombale (quella ufficiale) sugli anni Settanta.
    Si pensa ancora che il comportamento del PCI durante gli anni di piombo e il rapimento Moro sia stato determinato *soltanto* o *soprattutto* dalle BR? Un partito di quella potenza condizionato solo da un gruppetto di brigatisti per giunta descritti come “folli”?
    Suggerirei di riesaminare quegli anni alla luce dello scontro USA-Urss; e della implosione o sfaldamento già allora in gestazione della seconda superpotenza venuta fuori da un socialismo che si andava dimostrando sempre più fasullo.
    « Non ci libereremo mai degli anni Settanta» se affideremo la ricerca della verità a miopi romanzieri (nerealistici o meno) che riducono la storia e la lotta politica di quegli anni a quello che hanno “vissuto” loro o i loro amici.
    Anzi bisognerebbe aiutare i romanzieri ma – perché no – soprattutto i lettori e la gente comune ad interrogarsi politicamente sulle scelte di fondo che fecero i gruppi dirigenti del PCI (in relazione concorde-discorde con quelli del PSI, della DC, ecc) mentre i brigatisti sparacchiavano. E sulle manovre di distanziamento dall’Urss e di avvicinamento agli Usa già ai tempi di Berlinguer e sul perché e il per come dal vecchio PCI sono venuti fuori i suoi pallidi eredi sempre meno comunisti e sempre più liberisti.
    Questa è la storia da ripensare e riscrivere anche in romanzi. Non le ricostruzioni psicologizzanti dei Bellocchio, dei Giordana e anche dei Perisinotto. Qui appaiono tante caricature di Fabrizio del Dongo che si guardano l’ombelico e dei Napoleoni che gli sono passati accanto (o sopra le teste) non si sono mai accorti.
    La storia, sì, « può essere più contraddittoria, più sorprendente, pure più intrigante di come la vorrebbero certi preconcetti e certi chiodi fissi».

  2. “Non ci libereremo mai degli anni Settanta”, finché non saremo riusciti a comprendere in modo oggettivo e sintetico, senza dispersioni analitico-micrologiche e senza narcisismi interpretativi, la genesi, il significato e le conseguenze di ciò che avvenne il 16 marzo 1978, quando le Brigate Rosse, con un’azione spettacolare in cui, come fu detto da un tardo esteta dell’Autonomia Operaia, “geometrica potenza” e “struggente bellezza” si congiunsero in un unico nodo, uccisero gli uomini della scorta e rapirono Aldo Moro, presidente della Dc e grande regista dell’ingresso del Pci nella maggioranza di governo. Non vi è dubbio, infatti, che i 55 giorni del sequestro abbiano segnato una svolta nella storia del paese. Da quel momento in poi la Dc, lacerata dagli scontri di potere interni, non sarà più in grado di svolgere la sua funzione di partito-Stato; il Pci, capofila del cosiddetto ‘partito della fermezza’, rifiuterà ogni trattativa con le Br e risulterà determinante per il mantenimento della Dc al potere, per il rafforzamento del ruolo repressivo della magistratura e delle forze di polizia e per il blocco della conflittualità sociale (questo fu il vero “braccio armato della restaurazione”); solo il Psi cercherà con Craxi la via di una trattativa, differenziandosi positivamente dalla concezione statolatrica e sacrificale (legge di Saturno) in nome della quale il resto del ceto politico avallerà, come la stessa vittima comprese perfettamente e dichiarò ‘apertis verbis’ nelle sue lettere, la condanna a morte di Aldo Moro, inflitta ed eseguita dalle Br, costituitesi ‘motu proprio’ in ‘tribunale del popolo’; il papa Paolo VI, dal canto suo, lancerà un commovente appello agli “uomini delle Brigate Rosse” per la liberazione dello statista democristiano. Che la letteratura italiana e il cinema italiano valgano poco è, peraltro, dimostrato ‘ad abundantiam’ dall’incapacità, sia politica che artistica, di elaborare in termini rigorosi (e non impressionistici) eventi di questa intensità e di questa portata.
    Il sequestro e l’uccisione di Moro segnano quindi la vera data periodizzante, che annuncia il passaggio alla ‘seconda Repubblica’ e anticipa l’inizio degli anni Ottanta, il decennio della ‘cultura del riflusso’, dell’affermazione dell’egemonia politica e ideologica di un blocco neoborghese, della ristrutturazione e dello spostamento dei rapporti di forza economici e sociali tra le classi a favore di tale blocco, del compimento del processo di socialdemocratizzazione del Pci e della neutralizzazione dei movimenti e dei conflitti di classe.
    In effetti, l’attacco delle Brigate Rosse al ‘cuore dello Stato’, se da un lato esprime il punto più alto che mai sia stato raggiunto dalla lotta armata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un paese dell’Occidente capitalistico (laddove il Monte Bianco di illazioni, disquisizioni e congetture sugli intrecci con i servizi segreti, con la massoneria e con talune potenze straniere è privo di consistenza e serve soltanto ad occultare questa semplice realtà), segna dall’altro la sconfitta della strategia insurrezionalistica delle Brigate Rosse e l’inizio della loro fine, confermando la giustezza dell’analisi condotta da Marx ed Engels nel “Manifesto”, laddove i fondatori del socialismo scientifico, affermando che “il capitale non è una potenza personale, ma una potenza sociale”, liquidano l’ideologia anarchica del terrorismo.
    Quando il cadavere di Moro verrà ritrovato nel bagagliaio della Renault rossa a Roma, in pieno centro, a metà strada fra la sede del Pci e quella della Dc, saranno in tanti ad emettere un sospiro di sollievo: la dissoluzione della Dc sarà rinviata, il Psi cercherà e troverà spazio tra i due partiti maggiori ponendosi come ago della bilancia di ogni potere negli anni Ottanta, il Pci potrà presentarsi come il massimo garante dello Stato, gli apparati repressivi potranno svolgere la loro funzione con la piena legittimità ad essi assicurata dalla legge Reale sull’ordine pubblico e ogni forma di conflitto che non rispetterà le norme del potere costituito sarà bollata come azione fiancheggiatrice del terrorismo.

  3. @ Barone

    Ahimè!

    1.L’ideologia delle BR non era anarchica.

    2. «Il Monte Bianco di illazioni, disquisizioni e congetture sugli intrecci con i servizi segreti, con la massoneria e con talune potenze straniere» sarà «privo di consistenza», ma resta là inquietante e indecifrato.

    3. Beati quelli come lei che si accontentano di veder confermata « la giustezza dell’analisi condotta da Marx ed Engels nel “Manifesto”» mentre nell’Italia del 2013 non abbiamo quasi più tracce né di movimento operaio né di sinistra.

  4. @ Abate

    Ahinoi!

    1. L’ideologia delle Brigate Rosse era formalmente marxista-leninista-maoista, ma nella sostanza, se si considera il fondamento teorico della strategia insurrezionalista e la stessa nozione di ‘propaganda armata’, si configurava come una variante dell’anarchismo non priva di analogie con i metodi di azione dell’ala terroristica ed anarchica del populismo russo, a suo tempo combattuta da Lenin. Ciò detto, aggiungo che il coraggio, la determinazione e la coerenza di alcuni esponenti del gruppo storico delle Brigate Rosse, fra i quali va ricordato Prospero Gallinari, scomparso recentemente, suscitano rispetto, quale che sia il giudizio politico-ideologico (e il mio è decisamente critico) sulla più importante fra le organizzazioni politiche della sinistra di classe che negli anni Settanta scelsero come forma di organizzazione la clandestinità, come forma di azione la lotta armata e come prospettiva strategica l’insurrezione rivoluzionaria.

    2. Ribadisco il giudizio che ho espresso sull’importanza storica oggettiva delle Brigate Rosse (“il punto più alto che mai sia stato raggiunto dalla lotta armata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in un paese dell’Occidente capitalistico”) e lascio volentieri ai complottisti e ai dietrologi il compito di scalare quel Monte Bianco “inquietante e indecifrato”. Per dirla con Carmelo Bene, “ci sono cretini che hanno visto la Madonna e ci sono cretini che non hanno visto la Madonna…vedere o non vedere la Madonna, è il tema…ci sono poi dei cretini che, più che vedere la Madonna, sono loro la Madonna che vedono.”

    3. Ribadisco che il comunismo, da quando ha cessato di essere utopistico, è una scienza, e come tale va studiato, e, in secondo luogo, che esso è un’idea troppo grande per potersi fermare ed essere fermata. Se questo è vero perché esso è la più alta e organica espressione delle idee di emancipazione umana e di giustizia sociale che sia stata elaborata nell’età moderna, è però altrettanto vero che, anche in un paese come l’Italia, in cui il movimento operaio e comunista è stato devastato dall’opportunismo di destra e di sinistra, una nuova leva di forze e di quadri comunisti può sorgere, e sorgerà, dal movimento sindacale, dai lavoratori immigrati, dalle aree metropolitane, dal mondo del precariato, dalla scuola e dall’università, se (e soltanto se) le avanguardie oggi esistenti, avendo compreso che senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario, sapranno ragionare in grande e, soprattutto e innanzitutto, sapranno risolvere, attraverso una corretta analisi scientifica e una volontà conseguente, il problema dell’organizzazione, del programma, del progetto e della rappresentanza politica della classe dei lavoratori salariati nel nostro paese.

  5. La discussione avviata da Abate e Barone, come a volte (giustamente) accade in un blog, va ben oltre il mio post, e, dalla storia del comunismo al ruolo della fiction contemporanea, solleva tante questioni cruciali. Ci sono cose che condivido, cose su cui dissento, parlarne mi piacerebbe; ma ne verrebbe fuori un pezzo come minimo lungo quattro volte più del post stesso, e non mi sembra il caso: quindi, scusandomi con entrambi, mi limito a un paio di osservazioni.
    Credo ci sia un fraintendimento: non ho affatto detto che il terrorismo fu l’unica o la principale causa della restaurazione; ho detto, riprendendo Stajano, che contribuì a determinarla, non è lo stesso.
    Circa la mia frase che Abate cita alla fine del suo primo intervento, la storia fa difatti parte dell’esperienza, direi che siamo d’accordo (a essere pignoli, poi, Bertoni, non Bertone, ma questo ovviamente non ha importanza, tra l’altro lo sbagliano sempre tutti).
    Circa quando dice Barone, vorrei ricordare che i fronti contrapposti di allora racchiudevano tanti atteggiamenti diversi, ad esempio che il Moro poi divenuto vittima, delle colpe della Dc era stato ampiamente corresponsabile, o che non tutta la magistratura ebbe un ruolo repressivo: ce ne erano di giudici illuminati e progressisti, ostacolati variamente; anche dalle BR, che quasi sempre tra loro (come Prima Linea, e i Nar, beninteso) scelsero le proprie vittime; e quelle no, non furono azioni spettacolari, visto che erano tutti uomini soli, disarmati e inermi (compreso il Riccardo Palma a cui Gallinari dovette solo dire “dottor Palma”, prima di scaricargli una mitraglietta addosso); forse perciò non se ne parla quasi mai.

  6. Caro Barone, temo che finchè ci saranno complotti, speriamo tanto che ci siano anche i complottisti, almeno riusciremo a sfondare il muro dell’omertà per avere qualche sfocata finestra sulla verità dei fatti.
    Strano che a lei non risulti che il mondo è governato mediante complotti di ogni tipo perchè nascondere è oggi più che mai un metodo molto efficace per minimizzare l’organizzarsi di un’opposizione. A me sembra un atteggiamento idiota escludere a priori i complotti, vede quanto è vario il mondo…

    La cosa che però mi interessa di più è lì dove dice che il comunismo è una scienza. Forse bisognerebbe accordarsi su cosa sia il comunismo e su cosa intendiamo per scienza. L’impressione è che lei faccia coincidere come i primi positivisti scienza e verità certa, ma forse mi sbaglio e però non capisco che significato abbia dire che il comunismo è scienza: forse mi potrebbe chiarire questi dubbi.

  7. @ Clotilde Bertoni

    Fosse il vero ostacolo la limitata dialettica che un blog permette!
    Potrebbe essere aggirato con un po’ di buona volontà, se quelli che hanno da dire cose serie su una delle «questioni cruciali» s’impegnassero a tirarle fuori.
    Ben venga un pezzo lungo quattro volte i post normali. Chi se ne spaventerebbe, se riuscisse a fare luce su questioni restate inevase o bloccate in mezze verità stereotipate?
    Io sono spaventato, piuttosto, dalla calcolata strategia del silenzio su certi temi, quando qualcuno li sfiora; e dalla vera e propria “fuga di cervelli”, peraltro loquacissimi su altre cose.
    Comunque, anche a me piacerebbe parlarne. Se non qui su LPC, dove lo si può fare?

    P.s.
    Mi scuso per lo storpiamento del suo cognome.

  8. Caro Cucinotta,
    il tema dei complotti rientra, dal punto di vista concettuale, nella problematica più ampia del rapporto che intercorre tra fattori soggettivi e fattori oggettivi nei processi storici. Un esempio che illustri il modo in cui si pone questo problema nella dinamica dell’attuale crisi economico-finanziaria può essere utile sia per chiarire quel tema sia per mostrare (molto ellitticamente, ne convengo) in che senso il comunismo sia una scienza. In altri termini, si tratta di stabilire se i “mercati” (stilema oppiaceo con cui i ‘mass media’ mascherano, naturalizzandola e quindi desoggettivizzandola, quella che è la corposa identità del capitale finanziario) abbiano o no una direzione più o meno latente, ossia se esistano alcuni leader che suggeriscono le operazioni da fare. Orbene, a me pare del tutto evidente che, senza con questo sposare interpretazioni di tipo complottistico, sia sufficiente prendere in considerazione i meccanismi di decisione che determinano le operazioni finanziarie per capire che essi funzionano attraverso una direzione cosciente che prevede anche precisi momenti di unificazione delle scelte, e non semplicemente attraverso la mera spontaneità che deriva dall’anarchia del mercato. Le regole ci sono, ma non sono quelle poste dalle istituzioni al mercato, ma quelle decise volta per volta dalla classe di coloro che detengono la proprietà dei mezzi di produzione, di scambio e di circolazione delle merci (ivi comprese la merce-denaro, la merce-azioni, la merce-derivati e la merce-pensioni).
    Così la direzione dei “mercati” si sviluppa e si potenzia attraverso una gigantesca concentrazione del capitale industriale e finanziario, sino a configurarsi come una vera e propria cupola internazionale che trama contro le economie dei vari Stati. Le banche di investimento, gli ‘hedge funds’, le imprese multinazionali, i fondi pensione costituiscono il cuore pulsante di questa enorme (e abnorme) concentrazione: per l’appunto, il cuore pulsante di quei “mercati” le cui analisi e le cui direttive orientano la speculazione finanziaria, a seconda delle fasi, sui ‘subprime’ o sui cosiddetti ‘debiti sovrani’. Da questo punto di vista, è possibile stabilire con sufficiente esattezza persino la data e il luogo in cui un gruppo di fondi speculativi ha deciso l’attacco all’euro (febbraio 2010, New York). Il sociologo Luciano Gallino ha addirittura quantificato “gli uomini che contano” nel mondo, indicando nel suo saggio intitolato “Finanzcapitalismo” (2011) la cifra di dieci milioni. Dieci milioni di persone che nel mondo capitalistico formano la piramide del potere, che nei livelli più alti si chiama G20, Fmi, Ue e Bce e, nei livelli sottostanti (e qui è dato toccare con mano la “crisi della politica”, la “crisi della democrazia” e la tecnica del colpo di Stato monetario), agisce all’interno degli Stati-nazione, articolando su scala locale le linee guida dettate dalla direzione del capitalismo finanziario (è qui che incontriamo, fra gli altri ‘grand commis’ europei, tanto per citare dei nomi noti, il prof. Mario Monti e il dott. Enrico Letta). Sennonché occorre evitare di conferire una rigidità meccanicistica a tale direzione, la cui esistenza è, comunque, ‘self-evident’, poiché essa c’è, ma non sempre. Il potere del capitale finanziario decide e genera l’andamento normale delle fasi di accumulazione, ma, dialetticamente, ne è anche generato e condizionato. Per quanto potente esso sia, il capitale, come ha ben chiarito e dimostrato Karl Marx, è autocontraddittorio (“il maggior limite del capitale è il capitale stesso”). Pertanto, se è vero che nella fase centrale della parabola che descrive l’accumulazione del capitale gli investitori si muovono come uno “sciame”, rilevava il grande economista Joseph Schumpeter nel suo fondamentale studio sui “Business Cycles” (1939), obbedendo mimeticamente alle regole di comportamento storicamente determinate, non è men vero che nelle fasi terminali della parabola, quando appaiono i “cigni neri” di Taleb (cfr. il saggio di Nassim Nicholas Taleb, “Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita”, 2008), anche la direzione maggiormente concertata e pianificata può entrare in crisi e può essere rovesciata dall’imprevisto e dall’imprevedibile. Nel campo del proletariato, solo Lenin, tracciando “quella retta che era una curva invisibile” e che corrispondeva al trinomio teoria-strategia-partito, ha dimostrato come sia possibile “governare il caos” e dirigerlo verso uno sbocco rivoluzionario. Nel campo della borghesia, gli economisti meno ortodossi (laddove l’ortodossia è quella neoliberista) e gli analisti finanziari più avvertiti sanno che i “cigni neri” sono le crisi finanziarie, analizzate e previste, tanto per fare un esempio e rendere omaggio ad un eminente studioso, dalla teoria dell’instabilità finanziaria di Hyman Philip Minsky. Ma quando gli eventi sociali e politici sfuggono, come altrettanti “cigni neri”, a qualsiasi teorizzazione e si diffonde il panico, allora anche la direzione cosciente del capitale finanziario viene spiazzata. In ultima analisi, come ben sapeva Lenin, nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie la politica è sempre un “concentrato dell’economia”. Che a farla siano gli speculatori del capitale finanziario o i politici di professione della borghesia o gli economisti dell’accademia è un problema che riguarda essenzialmente gli equilibri interni e internazionali della classe al potere, cioè di quei dieci milioni di persone che decidono della vita e della morte del resto dell’umanità.

  9. Credo che “non ci libereremo mai dagli anni Settanta” perché per liberarcene, dovremmo portare un giudizio storico un minimo plausibile e fondato su un’intera “epoca di gestazione e di trapasso” (Hegel), tuttora in corso: dovremmo insomma riuscire a intendere il nostro presente come storia.

    Negli anni Settanta, simbolicamente nei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro, gli italiani assistono – senza capirci un tubo ma sentendo che una brezza tesa di tenebra e di merda soffia nel cielo della patria – alla fine di quasi tutto quel che aveva definito la loro vita materiale e mentale nel trent’anni precedenti.

    a) finiscono gli equilibri di Yalta. Pochi mesi dopo la morte di Moro, l’attuale presidente della repubblica fa un “viaggio culturale” negli USA; viaggetto che prelude al cambiamento di campo del PCI, che si schiera sotto l’ombrello NATO.

    b) nella Democrazia Cristiana finisce l’egemonia della corrente sociale di Moro (e prima di lui, di Mattei), con la sua politica mediterranea e filoaraba, fondata sulla base di potere dell’IRI, e inizia l’egemonia della corrente tecnocratica di Beniamino Andreatta e del suo allievo Romano Prodi, che punta all’adeguamento ai “paesi più avanzati” del Nord Europa, e che di lì a breve farà divorziare Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, svenderà l’IRI, e ci farà entrare nell’euro, perseguendo la politica del “vincolo esterno”, cioè la fine della sovranità politica ed economica italiana.

    c) la sinistra (PCI e suoi successivi avatar) diventa la principale agente di politiche (estera, economica, culturale) che fanno drasticamente peggiorare le condizioni di vita del proprio blocco sociale ed elettorale, compromettono la sovranità popolare e nazionale, e per la prima volta dopo il 1940 fanno entrare in guerra l’Italia (illegalmente, per chi tiene a questi particolari).

    d) quanto precede, cioè questi mutamenti di grandezza himalayana, viene grottescamente descritto nella forma di epocale conflitto fra onesti e disonesti, morali e immorali, rigorosi e sbracati: prima avvalendosi del Cinghialone Bettino Craxi, poi del Serial Fucker Silvio Berlusconi. Un ciclo del Graal con i magistrati e i piddini al posto dei cavalieri della Tavola Rotonda, il Cav. Bernasconi al posto di Mordred, le sue troie come Morgana collettiva, la UE e la poltrona di Presidente del Consiglio come Santo Graal.

    e) le vicende politiche interne del decennio Settanta, e in particolare la lotta armata di sinistra, vengono altrettanto grottescamente descritte con le chiavi di lettura del conflitto psicologico, del dilemma morale kantiano, dei figli di papà viziati e violenti, per poi concludere che si faceva meglio a “tenersi fuori dai tumulti” e a badare al sodo (ai quattrini e alla democrazia, intesi come sinonimi). Per i reduci che capiscono l’antifona in tempo, si predispongono comodi campi di rieducazione nell’accademia e nei media.

    E qui mi fermo, anche perché c’è il Codice Penale, al quale rendo il dovuto omaggio. Dopo aver diffuso e bevuto le succitate, ridicole, sbalorditive, squallide menzogne per anni e decenni, come ci si potrebbe “liberare dagli anni Settanta”? Non ci vuole Freud, Jung, Lacan, Wanna Marchi per capire che se ci raccontiamo delle storie su quel che siamo stati e abbiamo fatto in un periodo cruciale e traumatico della nostra vita e della nostra storia, sarà ben difficile che “ce ne liberiamo”.

  10. Mi perdoni Buffagni, ma chi l’ha detto che gli italiani non ci capivano un tubo?
    Un cordiale saluto.

  11. ad A. Ruggieri.

    Ha ragione, e la ringrazio. Mi correggo: io, all’epoca (1978) ventiduenne, non ci capivo un tubo. Sentivo che qualcosa di enorme, terrificante, infernale stava capitando, ma francamente per capirci qualcosetta ci ho messo anni.
    A giudicare dal poi, non ero solo a non capirci un tubo, ma la sua precisazione è la benvenuta. Mai generalizzare, se lo si può evitare.

  12. “All’epoca” io ero invece ventiquattrenne, due anni più di lei. Capivo pochissimo di quanto stava accadendo, però capivo, come lei, che qualcosa di enorme e terrificante stava avvenendo; e non eravamo per niente in pochi a capirlo, di questo si può essere certi: eravamo tantissimi a capirlo, e questo è un fatto significativo, che in tantissimi capivamo che quanto stava avvenendo era qualcosa di terrificante ed enorme. Anche io ringrazio lei della sua risposta alla mia domanda.

  13. Ventenni “in tantissimi capivamo che quanto stava avvenendo era qualcosa di terrificante ed enorme.” (Ruggieri)

    Sessantenni o oltre non capiamo che quanto sta avvenendo è forse ancora più terrificante ed enorme?

  14. Bravo Abate, sono totalmente d’accordo, quanto va accadendo oggi è molto ma molto più terrificante di quanto successo alla fine degli anni ’70, che qualcuno si accorga che chi ci governa fa gli interessi delle oligarchie finanziarie mondiali invece di quelli del suo popolo?

  15. @Buffagni
    ma lie non é mica uno di quelli che a 42 anni circa aveva sostenuto l’ascesa del serial fucker Berlusconi ???
    Non solo a 22 anni lei era un inconsapevole dunque.. ha proseguito nel “non capire”…

    e ora ha tutto chiaro ???

    Non vi é sarcasmo nella mia domanda, ma un appello alla sua esperienza.

  16. Oggi è più difficile capire, perché questa è una catastrofe buona, progressista, laica, femminista, pro-gay rights, di sinistra.
    Fosse una bella catastrofe fascista, reazionaria, clericale, oscurantista, misogina e antifrocia, ci sarebbe la fila per salire sulle barricate.
    Guardate la guerra civile di Siria, che è l’equivalente, per importanza decisiva nella storia del mondo, della guerra civile di Spagna nel secolo scorso: per chi tifano gli intellettuali aggiornati?

  17. Caro Ares,
    possibile che lei debba essere sempre così? Non ha mai voglia di discutere con un pochino di serietà e fuor di polemica spicciola? Proprio mai mai mai? Se non altro per cambiare?

  18. Sta chiedendo se è meglio la brace o la padella ???

    In ogni caso eviterei accuratamente fascisti, reazionari, clerici, oscurantisti, misogini, e gli altri cretini che si andrebbero ad aggiungere alle problematiche.

  19. Lei chiede a me di cambiare ? lei che è cosi conservatore da ripetere le stesse scelte politiche per 40anni?. Io ho la metà dei suoi anni, e ancora i miei rappresentanti al potere nn ci sono.

  20. Caro Buffagni, a tutti può capitare di essere denigrati, a pochi di meritare di essere denigrati.
    Siccome Lei appartiene a questa seconda, più ristretta, categoria, ha il dovere di usare, finché è possibile, le armi della critica e dell’argomentazione, ma ha anche il diritto, nel momento in cui “la fatica del concetto” risultasse vana, di provare un’impressione mista di ilarità e irritazione, come quella che può avere chi venga preso a noci di cocco in testa da una scimmia appollaiata su un albero.

  21. Caro Ares,
    va bene così. Cos’ha mangiato di buono oggi a colazione?

    Caro Barone,
    troppo gentile e generoso, la ringrazio. Grazie a Dio c’è ancora il senso dell’umorismo.

  22. «PER UN BREVIARIO OCCIDENTALE».
    DA LEGGERE *CUM GRANO SALIS* (CON TRE CORREZIONI-AGGIORNAMENTI TRA PARENTESI QUADRE).

    1.
    «Sono stato da ragazzo nel fascismo autoritario; da vecchio, in quello democratico. Questa frase è meditata. Ci ho pensato almeno due decenni. Non mi passa per la mente di spiegarla. E’ essa, semmai, a spiegare me».

    (F. Fortini, Extrema ratio, Garzanti, Milano 1990, p. 122)

    2.
    “Oggi si riproduce invece ed esattamente la situazione che fu degli anni fra il 1934 e il 1939, quando, isolate le ali estreme degli scrittori fascisti [democratici] ingenui ed espliciti e quelle degli antifascisti [dei critici della democrazia] dichiarati (d’altronde silenziosi e perfrastici) la grandissima maggioranza degli uomini di cultura era fascista e antifascista [era *tout court* e solo di cultura “democratica” à «La grande bellezza»] nello stesso tempo, commensale dell’autorità qualche volta e qualche altra al limite dell’ammonimento di questura o federazione”.

    F. Fortini, «Astuti come colombe» in “ Verifica dei poteri”, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 79

  23. Ma davvero si può sostenere che oggi è peggio degli anni ’70? Voi siete di fuori, io ve lo dico, poi fate come vi pare…

  24. Massino, penso che oggi sia peggio degli anni ’70 non perchè abbia rivalutato quel periodo, ma perchè, a differenza a quanto pare sua, ma lei è in gran buona compagnia, c’è una incapacità a cogliere la svolta epocale che la crisi economica ha indotto nelle nostre vite.
    Oggi come allora, c’è una situazione difficile, ed il potere risponde con la sua faccia più feroce, ma mentre allora ci trovavamo in presenza di un progetto di rivincita del capitale, oggi ci troviamo in presenza di una resistenza disperata di quegli stessi capitalisti che in realtà sanno di avere generato una situazione senza via d’uscita, e reagiscono tentanto di ritardare il più possibile il momento del redde rationem. Tuttavia, ritardare può solo aggravre la situazione non risolverla. Il tutto avviene in un contesto di sostanziale imbambolamento dell’opinione pubblica occidentale, che non dubito si sveglierà, ma non so quando, temo troppo tardi per evitare il disastro in cui hanno deciso di trascinarci.

  25. Senta, Cucinotta, gli anni ’70 sono stati un obbrobrio da tutti i punti di vista, politicamente parlando, specie perché si è come al solito bloccato il riformismo progressista, a favore di riformismi più graditi ai padroni; paragonare gli anni ’70 a quello che avviene oggi è miopia politica se non vera e propria ignoranza. La crisi c’è, la vediamo tutti, ma si sta accompagnando anche all’emergere dalla fame e dalla povertà di interi continenti. Per quanto mi riguarda sono felice che l’Italia abbia ceduto (o restituito, secondo me consapevolmente…) quote di PIL a favore dei paesi emergenti. E sarei ancora più felice se questa grave crisi inducesse i giovani a studiare di più e telefonare di meno… (la spesa per telefonia in Italia equivale al PIL di mezza Africa…).

    Ares, in che senso un altro clone si é impossessato del nikname di Larry Massimo? (sarebbe Massino, glielo avevo già detto, ma proprio non le entra in testa).

  26. @Massino
    Quindi, della situazione presente, ciò che lei vede è uno spostamento di ricchezza dall’occidente ricco ai paesi più arretrati? Mi scusi, ma a che film sta assistendo?
    Scherziamo, forse? Guardi cosa sta succedendo in Africa ad esempio, e stiamo parlando proprio dei nostri giorni. L’Arabia Saudita si è comprata la maggior parte dei terreni agricoli dell’Etiopia, col risultato che ai locali non rimane che dipendere totalmente da loro per avere un reddito che gli permetta di vivere, visto che non possono procurarsi da mangiare con la coltivazione della terra che non hanno più.
    Lei non può prendere un singolo paese, magari la Cina, e pensare che l’aumento di reddito per quel popolo sia un campione rappresentativo dell’intero globo.
    Per non parlare del fatto che se lei smette di considerare le cose dal punto di vista di un confronto tra nazioni, ed entra nel merito della distribuzione delle risorse all’interno di ogni nazione, se il confronto lo facciamo insomma tra classi differenti, sarebbe chiaro anche a lei che questi anni rappresentano il culmine del processo di arricchimento sempre maggiore dei più ricchi che si accompagna naturalmente con l’impoverimento sempre maggiore dei più poveri (anche in Cina e nei paesi cosiddetti BRICS).
    Infine, lei dovrebbe sapere che una foto non rappresenta comunque un modo adeguato di documentare una certa situazione. I paesi BRICS cominciano, chi più chi meno, a risentire della crisi globale, mentre i paesi come USA e Giappone che esibiscono le loro performance, sanno nei fatti che tutto è costruito sul nulla della liquidità creata artificialmente dalle banche centrali. A dichiarazioni appena prudenziali di Bernanke che si limitava semplicemente alla ovvia constatazione che la FED non può continuare indefinitamente a stampare ben 85 miliardi di dollari al mese, i mercati sono entrati nel panico, come un tossicodipendente al monito del dottore che gli dice che prima o poi deve smettere di ricevere le sue dosi di droga.
    Sono davvero preoccupato dalla sostanziale incomprensione di quale sarà lo sbocco pressocchè inevitabile dell’attuale gestione della crisi mondiale a livello non dico del grande pubblico, ma di
    quella parte che pure dovrebbe essere più informata dellì’opinione pubblica. Ciò mi conferma nell’opinione che andremo a sbattere contro il muro a tutta velocità perchè nessuno tirerà il freno, o perchè non si rende conto della dinamica dei fatti, o perchè non vuole rinunciare ai propri privilegi: amen!

  27. Caro Massino,
    le dedico una poesia di Costantino Kavafis, scritta nel 1935.

    Costantino Kavafis

    In una grande colonia greca,
    200 a.C.

    Che le cose non vadano bene nel Paese
    non è chi non lo veda.
    E benché in qualche modo noi si tiri avanti
    forse è arrivata l’ora – lo pensano non pochi –,
    di ricorrere a un Gran Riformatore.

    Ma l’impedimento, la difficoltà
    è che questi Riformatori
    trasformano ogni cosa in grande impresa.
    (Che fortuna sarebbe
    poter fare a meno di loro.) Su ogni questione
    fanno interrogatorî e inquisizioni,
    e subito propongono modifiche radicali
    da attuare – ingiungono – senza alcun indugio.

    Inoltre, hanno una tendenza ai sacrifici.
    “Dovete rinunciare a quella proprietà.
    La vostra è un’occupazione precaria:
    proprio tali possessi danneggiano il Paese.
    Dovete rinunciare a questa entrata
    e a quest’altra, collegata alla prima,
    e a questa terza: logica conseguenza.
    È essenziale, che volete farci?
    Ne conseguono responsabilità perniciose”.

    E più vanno avanti con il loro elenco
    più trovano sprechi da eliminare.
    Ma abolire queste cose è complesso.

    E quando, a Dio piacendo, il lavoro è concluso,
    dopo aver stabilito con minuzia i tagli
    e incassato il giusto compenso, se ne vanno.
    Vedremo poi quello che resta
    dopo l’atroce intervento chirurgico. –

    Forse non è il momento giusto. Ma vediamo
    di stare calmi; la fretta in certi casi è un rischio.
    Dei provvedimenti prematuri ci si pente.
    Troppe cose non vanno nel Paese.
    Ma esiste, poi, cosa umana perfetta?
    Comunque sia, ce la sfanghiamo così.

    Traduzione di Nicola Crocetti

  28. Guardi, Cucinotta, glielo dico con benevolenza, le cose che scrive lei in rete si leggono ovunque nei siti di estrema destra. Io la penso all’opposto di loro, e so che centinaia di milioni di persone sono uscite dalla fame, nell’ultimo decennio, e altre centinaia, se non miliardi, sono entrate entrate nel mondo industriale, con tutto ciò che comporta, anche in termini di progresso generale. Auguro all’Italia e a tutti i paesi occidentali di impoverissi ancora, se questo è il prezzo da pagare per far emergere gli altri.

  29. Vabbè, Massino, ora che mi ha bollato con l’infamia del marchio di estrema destra, rimangono i dati in tutta evidenza. Lei sembra non avere la più pallida idea di cosa sia successo in quest’ultimo decennio all’Africa, visto che agli africani è stato preso tutto. Non credo che ci sia da consolarsi con le decine di migliaia di africani che sono migrati in europa, visto che sono decine di milioni quelli rimasti nel loro paese, privi di tutto. Capisco che il processo di esproprio dell’africa agli africani non è nata certo oggi, ma questa dell’acquisto delle terre coltivabili rappresenta un ulteriore passo, ora davvero non hanno più niente.
    La distribuzione del reddito nel mondo e tra le differenti classi è un dato, un fatto, che come tale non può essere nè di destra nè di sinistra, non costituisce un’opinione. Tutto qui, creda pure ai dati di non so chi, rifiutandosi di confrontarsi con gli argomenti che ho tentato di portare.

  30. Cucinotta, lei scrive tanto, però nella foga di esprimere il suo pensiero legge in modo superficiale quello che esprimono gli altri. Non ho mai detto che lei è di estrema destra, ma che le cose che scrive lei (che scrive l’orgogliosamente ” REAZIONARIO ” Buffagni) si leggono sui siti di estrema destra (compreso il blog di Grillo). E’ un problema o no se tanti pensatori di estrema ” SINISTRA ” state andando nella stessa direzione dei pensatori di estrema ” DESTRA “?

    PS: i ” dati di non so chi ” sono quelli relativi alla crescita economica dei paesi BRIC, per esempio. Quella crescita lì vuol dire che miliardi di persone hanno migliorato la loro vita materiale, ciò che per me conta e mi rende felice, costringendo i più ricchi a sprecare di meno e a ripensare il loro modello di sviluppo. Per me si dovrebbe smetterla con la retorica del piccola imprenditore bello (ma ignorante come le capre, evasore storico, politicamente sfascista) e cominciare a valorizzare la bellezza, ma più ancora la ricerca, cioè a dire le nostre miniere, quell’enorme riserva di conoscenza che abbiamo gioco forza accumulato in questi 50 anni di benessere. Se no ci meritiamo il declino (e se lo meritano prima di tutto i piccoli imprenditori che non capiscono il valore della conoscenza e della ricerca). Per me…

  31. @ Massino
    divorator di “destri”
    ed elettor di un PD
    che coi “destri” governa

    «PER UN BREVIARIO OCCIDENTALE 2»

    IN MORTE DELLA DEMOCRAZIA NEGLI ANNI
    di Ugo Fosco

    Un dì, se non andrai sempre votando *
    senza cavarci niente, mi vedrai seduto
    su la tua pietra, o elettor mio, gemendo
    il garofano rosso e il Turati canuto.

    Madre Sinistra, suo dì tardo traendo
    di D’Alem parla col tuo cenere muto;
    ma io deluse a voi le palme** tendo;
    e se da lunge i miei euro saluto,

    sento l’avversa Nato, e le secrete
    Abu Ghraib che col tuo voto avallasti,
    e …AZZ! dico. Cara pagaste la quiete!

    Questo di tante riforme oggi mi resta?
    Yankees, l’ossa anche mie rompete
    poi che rompeste la Sinistr’onesta.

    —————————————————–
    * prima a sinistra, poi a destra o viceversa

    ** sia quella di destra che quella di sinistra

  32. La sinistra che rincorre la destra, la destra che rincorre la sinistra…insomma, qua si gira in tondo come nell’Isola Che Non C’è.

  33. @Massino
    Mi pare veramente che lei mi accusi di una lettura superficiale che è lei a fare. Dove avrei scritto che lei mi accusa di essere di destra? Non avrei mai potuto, io molto più vagamente parlavo di marchio di destra, dell’evocare la destra a proposito dfelle opinioni che avevo espresso.
    Per il resto, lei continua a guardare un singolo aspetto dell’economia mondiale pretendendo di utilizzarla come misura dell’intera economia mondiale, e rifiutando il discorso articolato che le proponevo. Me ne farò una ragione.

  34. “Ma davvero si può sostenere che oggi è peggio degli anni ’70? Voi siete di fuori, io ve lo dico, poi fate come vi pare…” (Larry Massino).

    Che in tutto fra tutte suprema sia
    la legge del mercato, che a lei deva
    subordinarsi restando utopia
    per sempre tutto quello che solleva

    l’uomo da se stesso sembra alla mia
    mente quasi incredibile. Ma alleva
    menti per crederci l’economia
    trionfante, fa che ciascuna s’imbeva

    di quel credo miserabile e creda
    a esso fieramente come al più santo
    vangelo; e non ha scampo chi rimpianto

    dell’altro s’ostina finché non ceda
    di schianto il cuore a provare e di noia
    trema dove per altri è ottusa gioia.

    N.B.: è opportuno ricordare che il trionfo della legge del mercato nell’economia e nell’ideologia, contro cui Giovanni Raboni scaglia la sua invettiva, ha coinciso da noi, tra l’altro, con l’avvento della TV privata e con il riflesso che ciò ha comportato sulla TV pubblica, sui giornali, sulle riviste, sui libri e, infine, sulla scuola stessa. Pertanto, risulta ingenuo pensare oggi a Berlusconi come a un semplice personaggio politico, giacché egli è l’autore del mondo culturale in cui viviamo. Un mondo fatto di persone, menti e idee imbevuti, come non mai, di “quel credo miserabile” che è il ‘pensiero unico’.

    P.S.: per quanto riguarda il riformismo progressista evocato da Massino, mi permetto soltanto di rilevare che da noi riformisti e rivoluzionari si sono equivalsi, poiché, come è stato ben detto da Vittorio Foa, gli uni non hanno fatto le riforme e gli altri non hanno fatto la rivoluzione.

  35. Boh, solo per scusarmi con Barone che non capisco nulla di poesia (Abate lo sa già). Un’unica cosa: da persona di teatro conùbbi Raboni, persona che rispettavo poco perché scriveva di teatro non sapendone assolutamente niente (un po’ come Cordelli, che però con gli anni se ne è fatto un’idea abbastanza interessante).

  36. Carissima Clotilde,
    desidero prima di tutto ringraziarti per il tuo articolo che, pur non essendo tenero nei confronti del mio libro, lo tratta per quello che è: un romanzo e non semplicemente un oggetto candidato a un premio.
    Poiché una serie di elementi, anche biografici (il lavoro universitario, Grenoble, ecc.), ci accomuna, vorrei proseguire con te la riflessione sui limiti e sugli obblighi del realismo. Tu scrivi: “Nei ritorni al realismo contemporanei gli stereotipi rimontano alla carica continuamente; e la considerazione che a proporli è la realtà stessa non basta a giustificarli”. Qualche riga più sotto, parli di situazioni poco verosimili. Il dibattito, da Manzoni in poi (solo per porre un fittizio punto di origine) tra vero e verosimile è tra i più complessi che la creazione letteraria conosca. Ogni volta che io scrivo qualcosa di “vero”, di reale, di raccolto senza mediazioni dalla vita quotidiana, mi rendo conto di quanto poco sia verosimile o, sul fronte opposto, di quanto sia stereotipato, proprio perché riprodotto mille volte nella società di massa. Allora mi pongo la questione: scelgo il vero, poco letterario e un po’ banale, o scelgo il verosimile, il letterariamente gradevole, il criticamente accettabile? Io, di solito, scelgo il vero, correndo il rischio della scarsa accettabilità. Ti propongo un esempio molto “edificante”: nel 2003 pubblicai per Sellerio un romanzo storico sulla tragedia (vera) del treno 8017 (Balvano, 1944). Una parte del romanzo è tratta da un carteggio reale tra un ferroviere ingiustamente epurato dopo la guerra e la commissione di epurazione. Ebbene, i critici, pur lodando l’impianto del romanzo, trovarono scarsamente verosimile il fatto che il protagonista, pur essendo stato partigiano, fosse stato epurato; trovarono cioè inverosimile la parte vera, autentica, storicamente documentabile. Quale soluzione proponi dunque per raccontare “realisticamente” la banalità del quotidiano? Tu scrivi che troppo spesso parliamo di “personaggi maschili sfioriti, cupi, irrisolti, ma sempre gratificati da fantastiche relazioni erotiche con donne giovani, belle”, ma se io mi guardo intorno (specie in università), di personaggi così ne trovo a bizzeffe: perché dovrei rappresentarli diversamente da quello che sono?
    A presto

    Alessandro

  37. Caro Alessandro,
    grazie a te per il commento articolato; e scusami se ti rispondo in ritardo (a causa di una tardiva vacanza sono stata off line proprio negli ultimi giorni) e se, per ragioni di tempo e spazio, mi limito ai punti essenziali:
    – Certo, sappiamo che, come diceva Boileau, e come in altre forme, hanno detto molti altri, il vero qualche volta può non essere verosimile: è una questione enorme, dibattutissima, sollecitante quanto spinosa. Ma il punto che provavo a porre era un altro. Esistono situazioni senz’altro ricorrenti nella realtà; e parecchie, come appunto quella degli uomini maturi attratti dalle belle ragazze – in università e dappertutto – sono pure plausibilissime, vero e verosimile non sono necessariamente in contrasto. Però, per continuare con lo stesso esempio, i rapporti che nascono da queste attrazioni possono essere di tanti tipi; non sempre il desiderio è appagato da una relazione eroticamente favolosa; non sempre bellezza e giovinezza implicano una psicologia solida quanto elementare; e così via. Era questo che cercavo di dire nell’articolo: le situazioni ricorrenti presentano infinite sfumature e complessità; la sfida della letteratura è stata, e può essere ancora, in tanti modi differenti, restituire la varietà dell’esperienza, scavare nelle sue ambiguità e nelle sue ombre.
    L’esempio che proponi, legato al tuo romanzo storico, è invece un effettivo, molto interessante caso di urto tra vero e verosimile, che però esula, mi sembra, da questo discorso.
    – La mia recensione non è tenera, d’accordo, ma decisamente neanche negativa: tengo a sottolineare ancora che ho apprezzato numerosi aspetti del tuo libro; ad esempio, come ho detto, la restituzione di certe atmosfere e il confronto tra narratore e protagonista; e la trama di rinvii citazionistici, su cui invece non ho potuto soffermarmi, le recensioni hanno sempre limiti coercitivi.
    – Visto che accenni allo Strega, approfitto per complimentarmi per la riservatezza e il buon gusto che hai dimostrato in tutta la competizione.

  38. Caro Alessandro,
    grazie a te per il commento articolato; e scusami se ti rispondo in ritardo (a causa di una tardiva vacanza sono stata off line proprio negli ultimi giorni) e se, per ragioni di tempo e spazio, mi limito ai punti essenziali:
    – Certo, sappiamo che, come diceva Boileau, e come in altre forme, hanno detto molti altri, il vero qualche volta può non essere verosimile: è una questione enorme, dibattutissima, sollecitante quanto spinosa. Ma il punto che provavo a porre era un altro. Esistono situazioni senz’altro ricorrenti nella realtà; e parecchie, come appunto quella degli uomini maturi attratti dalle belle ragazze – in università e dappertutto – sono pure plausibilissime, vero e verosimile non sono necessariamente in contrasto. Però, per continuare con lo stesso esempio, i rapporti che nascono da queste attrazioni possono essere di tanti tipi; non sempre il desiderio è appagato da una relazione eroticamente favolosa; non sempre bellezza e giovinezza implicano una psicologia solida quanto elementare; e così via. Era questo che cercavo di dire nell’articolo: le situazioni ricorrenti presentano infinite sfumature e complessità; la sfida della letteratura è stata, e può essere ancora, in tanti modi differenti, restituire la varietà dell’esperienza, scavare nelle sue ambiguità e nelle sue ombre.
    L’esempio che proponi, legato al tuo romanzo storico, è invece un effettivo, molto interessante caso di urto tra vero e verosimile, che però esula, mi sembra, da questo discorso.
    – La mia recensione non è tenera, d’accordo, ma decisamente neanche negativa: tengo a sottolineare ancora che ho apprezzato numerosi aspetti del tuo libro; ad esempio, come ho detto, la restituzione di certe atmosfere e il confronto tra narratore e protagonista; e la trama di rinvii citazionistici, su cui invece non ho potuto soffermarmi, le recensioni hanno sempre limiti coercitivi.
    – Visto che accenni allo Strega, approfitto per complimentarmi per la riservatezza e il buon gusto che hai dimostrato in tutta la competizione.

  39. Cara Clotilde,
    trovo molto convincente la tua esemplificazione (“non sempre bellezza e giovinezza implicano una psicologia solida quanto elementare”, ecc.). Un attimo dopo aver postato il mio precedente commento, mi sono venute in mente almeno tre situazioni reali in cui il rapporto tra un uomo maturo e una ragazza giovane (e bella, e intelligente) è molto più ricco e molto meno stereotipato di quello tra Guido e Carlotta. Il problema, per lo scrittore, sorge quando vuole raccontare proprio lo stereotipo, non per scarsa fantasia, ma per la voglia di rappresentare esattamente quel tipo di persona o di situazione. Provo a continuare con gli esempi: se io parlo dei tifosi di calcio come di analfabeti violenti, faccio un’imperdonabile generalizzazione, ma se io voglio descrivere alcuni gruppi che trovano il loro cemento identitario proprio nell’uniformarsi allo stereotipo del violento, come posso passare a lato del luogo comune? Certo, un tifoso non è solo un tifoso è una persona, una aspirante velina non è solo quello, ma io, in quel momento, vorrei poter narrare il modo in cui la società di massa ha standardizzato le sue aspirazioni e i suoi comportamenti: ho una via diversa dallo stereotipo?
    La domanda è tutt’altro che pleonastica e te la pongo come spunto per continuare la riflessione comune sulla rappresentazione della realtà. Credo che lo sguardo del critico (in questo caso il tuo), faccia un gran bene al lavoro dello scrittore, perché dà prospettiva, profondità: il pittore può allontanarsi dalla sua tela e osservarla da lontano (pur con il paterno compiacimento di chi l’ha creata), per lo scrittore questo sguardo da lontano passa attraverso il critico.
    UN caro saluto

    Alessandro

  40. Strano questo che dice Perissinotto. Anche uno scrittore, proprio come un pittore, può guardare il proprio lavoro, in una certa misura, da lontano. Altrimenti a che servirebbe scrivere, riscrivere e poi ancora riscrivere? Ciò che si può dire riguardo a una pagina, vale anche per la costruzione di un personaggio: lo faccio proprio stereotipato, più stereotipato, meno stereotipato, nient’affatto stereotipato? Sono tutte possibilità che stanno nel campo delle scelte di un autore. Il fatto, invece, che un personaggio, con il suo destino reale, possa essere scambiato per poco verosimile, rientra nella vecchia questione che la realtà dell’arte, il suo “realismo”, è altra cosa dalla realtà reale: è solo la più perfetta delle finzioni. (E perfino quest’aspetto è diventato un tema dell’arte, con l’iperrealismo).

  41. Per Perissinotto:
    Grazie. Capisco quanto dici: la messa in gioco dell’attualità passa anche per la rappresentazione delle sue superfici prevedibili, delle sue situazioni standardizzate, dell’omologazione a status e gusti di massa, ecc. Credo che la sfida consista appunto nel mostrarne sia la ripetitività apparente, sia le variazioni e le tortuosità; insomma nel rendere la soggezione dilagante agli stereotipi senza scivolare nello stereotipo letterario. Ma beninteso si tratta di un argomento complesso, su cui val la pena di continuare a riflettere, e su cui spero ci sia occasione di confrontarsi ancora.

    Per Genovese:
    Beninteso poi gli stereotipi letterari possono anche essere una scelta, ma a mio avviso di quelle delicate: si può rimaneggiarli, deformarli, giocarci, ma si può anche soccombere troppo ai loro retaggi, magari inconsapevolmente; sappiamo che tra le scelte e i risultati di un autore ce ne sono di sfasature. Circa le altre cose: anch’io, come Perissinotto, penso che per lo scrittore la valutazione del proprio lavoro sia particolarmente laboriosa, forse più di quanto avviene in altri campi, ma sarebbe un argomento infinito; quanto al vero, al verosimile e al realismo, ho cercato di spiegare cosa intendevo sia nell’articolo sia nel commento precedente, e non mi sembra quindi il caso di farlo ancora; mentre un discorso generale sulla questione sarebbe infinito a sua volta, e impraticabile in questa sede.

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