[Dal 29 luglio al 1 settembre 2013 Le parole e le cose osserverà una pausa estiva; la programmazione regolare riprenderà il 2 settembre 2012. Durante questo periodo, per non lasciare soli i nostri lettori, pubblicheremo dei video, delle interviste, delle fotografie e delle playlist. L’immagine di copertina non verrà cambiata regolarmente].

Sul numero 65-66 di «Allegoria» è uscita un’inchiesta sulla critica letteraria a cura di Gilda Policastro e Emanuele Zinato. I curatori hanno intervistato quindici critici letterari della generazione che ha fra i trenta e i cinquant’anni. Nelle prossime settimane ripubblicheremo l’inchiesta su «Le parole e le cose». Il primo degli intervistati è Giancarlo Alfano.

1. La critica militante ha comportato, sin dai suoi esordi, decise scelte di campo e una dichiarata parzialità. Anche nell’attuale eclettismo delle teorie e dei metodi ritenete le scelte di campo un momento inevitabile nell’esercizio critico?

Ogni critica, ogni attività che rientri nell’ambito del lavoro critico si realizza a partire da una posizione. Natura specifica di questo lavoro consiste anzi nel “prendere posizione”. Mi capita spesso di ricordare un vecchio saggio di Jean Starobinski in cui si spiega che il verbo greco da cui viene il termine “critica”, ossia krinein, significa ‘discernere’ (l’operazione che si realizza con il setaccio). Chi si dedica a questo lavoro non può dunque non usare il discernimento, il che non significa soltanto considerare con attenzione gli oggetti che maneggia, ma considerare la posizione dalla quale si volge a quei tali oggetti, ossia essere consapevole della posizione che si occupa nel momento in cui si compie il gesto di volgersi-verso. Critica è allora volgersi, il piantare i piedi in un certo spazio e indirizzare lo sguardo in una certa direzione, e al tempo stesso interrogare ciò verso cui ci si è volti: questo è l’utilizzo della discrezione.

Ciò è tanto più necessario perché il lavoro critico è lavoro di selezione almeno quanto è lavoro di mediazione. Discernere i valori, distinguere il necessario dal transitorio, cogliere le domande corrosive e fameliche poste dal presente così da offrire, al presente, le opere che meglio possano fornire non le risposte, che ogni presente troverà da sé, ma le più opportune forme d’interrogazione e fascinazione. Questo è quanto credo sia la selezione. Quanto alla mediazione, il lavoro critico si organizza con le competenze complesse della filologia, della linguistica, della teoria estetica e letteraria per rendere più dirette, e anche più “consumabili” e riciclabili, l’interrogazione e la fascinazione offerte dalle opere d’arte.

Il lavoro critico, pertanto, si colloca dentro la Storia e dentro la Società. Cioè, si situa, insieme, fuori del proprio tempo (in virtù delle competenze storiche di cui si serve) e dentro il proprio tempo (in virtù del dialogo che instaura con la società nella quale esso si realizza). Da ciò deriva a volte un inganno, o, se volete, un’illusione narcisistica: che il lavoro critico possa fare a meno della Società, giacché attinge direttamente alla Storia. Si tratta del tipico ragionamento della res publica litteratorum che ha attraversato ogni epoca, compresa di certo anche la nostra. Ma può derivarne anche l’illusione inversa: che il lavoro critico possa fare a meno della Storia perché coinvolta direttamente nel contatto fisico con la Società. Si tratta in questo caso del fantasma di una “funzione critica” che va esercitata comunque e da chiunque: un fantasma castrante, perché è in realtà il frutto della perdita di significato sociale del lavoro critico.

Nella vostra domanda, mi pare, ci sia una certa indulgenza verso questa seconda illusione. Innanzitutto, mi pare, perché date per ovvia l’esistenza di una “critica militante”. Io, per esempio, sebbene invitato da voi, non credo di esercitare una tale critica: non sono infatti il sostenitore di una poetica o estetica determinata; mi capita inoltre spesso di apprezzare autori piuttosto differenti tra di loro, pur avendo senza dubbio io stesso delle predilezioni, che è poi il caso della gran parte di coloro che avete coinvolto, i quali a loro volta rappresentano una casistica piuttosto differenziata. Ma, soprattutto, nella vostra domanda si palesa una carica agonistica, tale per cui le «scelte di campo» non possono che essere «decise». Condivido del tutto che la «parzialità» vada «dichiarata», come anche dite: condivido infatti l’assunto secondo il quale il lavoro critico procede a partire dalla individuazione della propria posizione. Ma questa per me è storica e politico-sociale, piuttosto che estetica: è cioè il fatto di vivere in un certo tempo e dentro determinate condizioni materiali che non solo motivano, ma contribuiscono a creare la posizione, e dunque la parzialità. A partire da questa parzialità, cioè preso atto del proprio orizzonte, il “critico” realizza il suo lavoro di mediazione e di selezione. Se non lo fa, ciò vuol dire che non ha pubblico cui si rivolga.

È dentro un tale processo, a mio avviso, che si può intendere in maniera più proficua il concetto di “valore”, che è quanto dire ciò che è necessario per la selezione (negli anni Novanta scorsi questo problema, per ragioni millenaristiche, lo si chiamò “la questione del canone”). Credo ci sia ampia convergenza, oggi, sulla considerazione che il valore non risiede nell’aderenza di un’opera a determinati criteri estetici (formali o di contenuto, per semplificare), e nemmeno a determinati anti-criteri (deformazione espressionistica, contradditorietà, problematicità), che sono solo altrettanti postulati di una grammatica del fatto poetico (lungamente sognata, e perseguita, anche da grandi e rigorosi pensatori e critici di ogni tempo). Il valore è invece il prodotto delle “regole del gioco”: è cioè una mediazione pubblica.

Con questo non intendo dire che certe opere non possiedano una potenza tale da superare i limiti della mediazione imposta dal proprio tempo e di riproporsi in altre epoche con la medesima, o rinnovata, o moltiplicata energia. Al contrario, proprio questa vita lunga, o vita sommersa e comunque discontinua, c’insegna che l’efficacia comunicativa delle opere (che corrisponde, a mio avviso, al loro residuo d’enigmaticità, al resto di senso che il discorso razionale della critica non riesce a sintetizzare) non corrisponde al valore che, puntualmente, viene loro riconosciuto. Il lavoro critico (che è secondario e sussidiario, ovviamente: “servile”, come scriveva Garboli) agisce al livello del valore: è per questo che è direttamente legata alla posizione (cioè alla propria storicità); ed è per questo che è destinata a un consumo piuttosto rapido.

Se sono riuscito a spiegarmi sin qui, dovrebbe allora esser chiaro perché non comprendo bene il senso della vostra domanda. Non c’è, a mio avviso, alcuna contraddizione tra l’«eclettismo delle teorie e dei metodi» (che non è solo dei nostri anni) e «le scelte di campo». Posto che con eclettismo intendo la disponibilità di più metodi e non una loro “mostruosa” composizione o ibridazione (la quale non potrebbe che finire, come diceva Orazio delle opere mal fatte, «in piscem»: sirena scaduta a cefalo di porto), mi pare che la pluralità di approcci sia una delle condizioni del nostro essere situati oggidì (perché la “posizione” è anche frutto dei condizionamenti storici, come dicevo), cioè una delle condizioni a partire dalle quali si esercita il lavoro critico reagendo alle istanze della Società. È poi la competenza storica (filologica, linguistica, etc.) di chi pratica un tale lavoro che deve, o almeno dovrebbe, portare all’espressione del giudizio, cioè alla selezione di quelle opere che egli ritiene possano più produttivamente interrogare la Società, e alla successiva loro mediazione nei suoi confronti.

2. L’altra caratteristica della critica storica è il senso di appartenenza ad una “scuola” entro cui la trasmissione dei saperi e delle competenze passasse attraverso il riferimento a comuni “maestri”. Ritenete ancora valida e attuale tale pratica? E, soprattutto, qual è il vostro atteggiamento nei confronti dei maestri e dei padri? Oggi, tra i due estremi, c’è più rimozione o angoscia dell’influenza?

Altro termine assai problematico è “scuola”. In termini sociali questa espressione è a volte percepita in senso lobbystico, cioè nel senso deteriore di un’alleanza di poteri che agisce al di sotto o contro le regole per imporre le proprie nomenklature (come, col “k”, alla russa, si scriveva un tempo per parlar male dei comunisti: ma guarda tu…). Per me “scuola” significa una tradizione interna a un certo campo di studi, con prerogative riconoscibili, stili di espressione e di approccio analitico, forme di presentazione all’esterno. Una “scuola”, inoltre, presuppone un maestro: fatto salvo il caso, non infrequente, ma non maggioratario, di realtà storiche che hanno avuto una notevole capacità di imporsi nel dibattito intellettuale: la “scuola di Chicago” in sociologia deve forse tutto a Erwin Goffman, ma non equivale a quel nome; al contrario, la scuola di Ginevra è forse oggi moribonda, ma è stata caratterizzata da un effettivo conglomerato d’intelligenze e saperi (non solo umanistici).

Per poter rispondere alla vostra domanda mi tocca chiedere a me stesso se questi maestri esistano al di là di una diretta conoscenza, di un rapporto direi laboratoriale, di confronto quotidiano, di discussione non solo fantasmatica. Beninteso, non esiste solo il territorio, e anzi le figure importanti hanno saputo imporsi al di fuori dell’immediato circuito della loro residenza abituale. Ma a questo punto vorrei correggere l’eccesso di sociologismo con cui mi sono espresso nella prima risposta: se contano le regole del gioco, d’altro canto conta pure l’educazione del gusto. Essere in una scuola significa anche passare attraverso una serie di esperienze (cui collabora l’eventuale “maestro”, o che semmai egli riavvia e ravviva ogni giorno, ma che non produce da solo) che via via organizzano e a volte armonizzano la capacità di discernimento del “nuovo critico”, ossia del nuovo lettore.

Se questa mia descrizione è condivisibile dal lettore, allora si concorderà con me nel sostenere che non c’è altra via perché si produca lavoro critico. Si tratta infatti sempre di un’attività plurale, che si produce nella vischiosità del presente e nella molteplicità delle prospettive e delle opzioni, ma a partire da una trasmissione. Ci sono dunque due diversi tipi di condizione perché si dia lavoro critico: da una parte le condizioni materiali, ossia i vincoli oggettivi del mondo in una certa situazione storica; dall’altra le condizioni della trasmissione, ossia i vincoli culturali e istituzionali che creano lo specifico sistema di libertà intellettuale che ciascuno può incontrare (o crearsi grazie a certi incontri). La determinazione storica, insomma, delimita e costringe; la trasmissione “magistrale” amplia e libera.

Mi si dirà che vaneggio: che quanto sto adesso descrivendo non è lo spazio della libertà, ma che al contrario quel che si misura di solito nel rapporto coi maestri è la limitazione, o meglio la soperchieria dei “professori”, dei “baroni”, che non sarebbero altro, insomma, che l’espressione più manifesta della determinazione storico-sociale nella quale viviamo: o insomma, la forma concreta della lobby.

Al contrario, vorrei far osservare che, al di là del carattere più o meno felice o stimolante che ha avuto l’incontro con colui o coloro che ci informarono in principio, la vera questione è “chi ci ha autorizzato per primo a prendere parola”. La formazione di ciascuno di noi e di ciascuno tra i nostri lettori è avvenuta in una pluralità di scambi e occasioni estremamente ricca. Ma il disegno del “nostro” campo di azione si è prodotto a partire da uno o al massimo da pochissimi gesti originari. Tra questi c’è quello di coloro che consideriamo i nostri “maestri”.

Ora, nella vostra domanda si alternano due prospettive che non mi è facile tenere insieme: da una parte si fa riferimento a dei “maestri comuni” (quindi qualcuno che esista al di là della presenza in un certo determinato luogo in cui mi trovo anche io), dall’altra si fa riferimento ai padri, i quali, per quanto fantasmatici, devono essere, almeno fantasmaticamente, sentiti come vicini.

Non so se sia oggi prevalente la pratica della rimozione o l’angoscia dell’influenza. Direi che psicologicamente questi due movimenti siano due declinazioni di una medesima realtà psichica. Vorrei però osservare che gran parte della discussione non è stata fatta coi maestri veri. A me sembra che ci sia molto da discutere, a distanza della morte, con un maestro come Francesco Orlando, o con un grande maestro come Giancarlo Mazzacurati. Anzi, proprio facendo questo nome colgo l’occasione per ricordare la centralità nel lavoro critico del lavoro di commento ai testi: questo è infatti il compito principale che dobbiamo assumerci oggi, liberandoci dalla tentazione di replicare la dovizie d’informazione intertestuale ricavabile, ieri, “per fioretto”, attraverso la liz, oggi, “per sciabola”, grazie alla Rete.

Non riconosco, dunque, maestri per me nella critica militante: e infatti non sono un critico militante. La critica non ha aggettivi; è essa stessa un aggettivo, da applicare al sostantivo “lavoro” (anche se ciò ricorda, ominosamente, direbbe qualcuno, una rivista particolarmente attiva nei primi anni ’80). Pertanto non ha maestri con aggettivi, ma ha maestri del pensiero e agenti dell’autorizzazione. Il resto rischia di essere confuso con le modalità dell’accesso alle pratiche: che è un aspetto delle “regole del gioco” che mi sembra avere solo un interesse storico-psicologico (cioè: quanto ciascuno patisca la co-optazione che governa il sistema del lavoro intellettuale).

Altra questione riguarda invece l’occasionale dominio ideologico di una figura o un “maestro”. E allora m’interesserebbe discutere sulle ragioni che hanno portato molti di noi (me compreso) alla fascinazione per Gilles Deleuze, che pure è un pensatore per molti aspetti irrazionalista (il cui immanentismo, cioè, mostra non pochi aspetti di irrazionalismo). O sul vero dominio pluridecennale della riflessione (in ogni caso magistrale) di Walter Benjamin. Tutto ciò, semmai a discapito della fortuna dei testi di Roland Barthes, e comunque in una riduzione (e ridimensionamento) delle figure nuove che non siano le star della comunicazione intellettuale (ognuno potrà fare i nomi che preferisce), i cui testi sono talvolta meno utili di quanto non siano diffusi e letti.

Per prendere sul serio la vostra domanda finale, proporrei allora di chiedersi se non vi sia, piuttosto, scarsa riflessione sui padri comuni, o sui padri accomunabili, o, ancora, su quel che accomunava i nostri padri.

3. Come si coniuga per un critico accademico lo studio scientifico (e dunque, essenzialmente, la valorizzazione del canone e della tradizione) con la militanza e lo sguardo al presente? Possono applicarsi all’attualità letteraria gli stessi criteri e metodi validi per testi tradizionali e già canonizzati? O, altrimenti, in quale prospettiva ideale si inquadra per voi il presente, e come scegliete gli oggetti della vostra attività critica?

Credo di avere già in parte risposto a questa serie di quesiti parlando del compito di selezione e mediazione del critico e del suo esser situato tra la Storia e la Società. Posso però provare un breve affondo ulteriore. Di certo è cosa differente occuparsi di testi del passato e di testi contemporanei perché gli strumenti necessari alla rispettiva comprensione sono differenti. Nel primo caso partiamo infatti da un’alterità davvero costitutiva nel nostro approccio ai testi (e alle culture in cui essi sono prodotti): lo ricordò anni fa Hans Robert Jauss a proposito del Medio Evo, e io credo che ciò valga anche per opere che sono meno, assai meno, distanti nel tempo. E tuttavia, si legge a partire dal presente, con le richieste del presente e con le esperienze, culturali, scientifiche, ma anche emotive, che nel presente s’innervano. È un equilibrio delicato che ha a che fare col sistema del classico, con la tenuta delle opere nel tempo. Si potrebbe riprendere a questo proposito la distinzione proposta in numerosi libri da Didi-Hüberman tra storia dell’arte e anacronismo delle immagini: al di là della sistemazione in serie cronologiche, con argomenti di carattere più o meno consapevolmente storicista, si dovrebbe anche tener conto di un certo anacronismo delle opere, un anacronismo che ci autorizza a fruirle e a ri-valutarne nel presente la potenza semantica, cognitiva ed emozionale. L’urgenza della valutazione, che sembrerebbe l’istanza di base della lettura di opere contemporanee, torna dunque come necessità generale del leggere e dell’interpretare: comprendere, certo, ma anche stimare, soppesare: krinein, ancora una volta.

Risponderei insomma così. Non so se esista una “critica accademica”; esiste, a mio avviso, una pratica dell’interpretazione su cui da lungo tempo non si riflette (ma, di contro, si veda il progetto Hermes attualmente in corso in Francia, con base a Paris 7), che si esercita con tempi e strumenti differenti su opere del passato e del presente. In entrambi i casi è necessaria un’adeguata descrizione degli oggetti (per cui ritengo non si possano disperdere le esperienze della stilistica, della narratologia, dell’analisi metrica e soprattutto la complessa strumentazione della retorica). In entrambi i casi, inoltre, è necessaria una sorta di “corpo a corpo” con l’oggetto analizzato per leggerne i rapporti tra dimensioni formali (anche la “forma della sostanza”, per dirla con Hjelmslev) e strutture ideologiche. L’interpretazione credo debba individuare questi rapporti anche per il suo indispensabile legame con la “critica dell’ideologia”. La valutazione di un testo risiede forse in questo soprattutto: certo, un giudizio di carattere estetico che derivi dal riconoscimento delle strutture specifiche di quel dato testo e che ne verifichi la coerenza interna; ma anche un giudizio di carattere “politico” o culturale complessivo. Un tale lavoro non credo possa essere diverso, nel suo fondo, quando applicato a testi del passato e quando applicato a testi contemporanei.

Quanto al modo in cui si scelgono i testi contemporanei, non avrei difficoltà a distinguere tra i casi fortuiti e gli oggetti prediletti o consapevolmente scelti. In questa seconda categoria entrano le opere che si leggono (e su cui semmai si decide di scrivere) perché si ritiene pregiudizialmente che presentino un’indicazione sul presente; nella prima categoria rientrano invece i testi nei quali ci si imbatte per committenza o per assoluta casualità. Non credo che nel presente a sé contemporaneo ci si debba abbandonare al flusso degli eventi, ma nemmeno me la sentirei di sostenere l’assoluta coerenza con cui si scelgono gli oggetti del proprio lavoro. Direi che ai secondi, almeno così è per me, è per lo più dedicata l’attività di recensioni brevi, mentre i primi finiscono con l’essere centri di gravitazione cui si dedicano saggi più impegnati e semmai anche libri: nel mio caso questo è, per esempio, accaduto con Thomas Pynchon.

4. Il dominio assoluto della rete nel dibattito critico contemporaneo ha mutato secondo voi i metodi e i linguaggi della critica, o li ha perlomeno condizionati? E qual è secondo voi il rapporto della rete con il mercato?

La rete non è di per sé uno spazio della critica perché la rete prevede un sistema di comunicazione poco dialogico. Certo, sì, nella rete trionfano la discussione e il dibattito. In realtà, però, anche nei diversi siti di animazione letteraria sembra scarsa la riflessione teorica, a beneficio di un primato della pratica (quindi dell’intervento) che a me pare il semplice prodotto di una determinata condizione tecnologica. A mio avviso, infatti, la partecipazione collettiva in Internet è condizionata dalla enorme disponibilità di spazio, che è però subordinata alla stringente necessità di aggiornamento continuo: di conseguenza, gli interventi e i commenti depositati nei siti e nei blog sono continuamente superati dagli interventi e i commenti successivi, secondo un movimento incessante che spinge i frequentatori a una sorta di performance interminabile.

È questa, probabilmente, la faccia parossistica di quella «fine del paradigma ermeneutico» di cui ha discusso Giglioli in un recente numero del «verri»: una partecipazione diffusa del tipo che si dispiega quotidianamente nella rete è estranea allo spirito della comprensione. Ma non è estranea alla vis del disvelamento: gli scambi ampiamente paranoici che si moltiplicano ogni giorno intorno al “metterci la faccia” e allo interrogarsi sulla reale identità del tale o talatro nickname rivelano una compulsione a interpretare: non però i testi, ma i loro produttori. Che è una forma di realismo ingenuo.

Dunque tutti, in rete, vogliono interpretare, ma in realtà, per lo più, non fanno altro che reagire. La rete si presenta, insomma, come un luogo della reazione, il che è piuttosto bizzarro se si pensa che è proclamata come il luogo in cui ha finalmente vinto la totale libertà di espressione, d’intervento, d’incidenza. Al contrario, la rete non incide perché non è basata sulla permanenza. Se questo aspetto è quel che la rende così gradita a tutti, questo è anche l’inganno che la caratterizza. Una controprova: tra le più grandi preoccupazioni di chi frequenta stabilmente la rete c’è la necessità di farsi un nome, di accampare un’origine e un primato, di partecipare a nuove gerarchie; proprio la totale orizzontalità del mezzo è quel che induce il suo utente a stabilire una verticalità, proponendosi come Uno. Per non parlare, infine, dell’ampia permeabilità (discussa anche in un recente tentativo di storicizzazione) che oramai esiste tra la rete e l’editoria cartacea (e l’accademia), sicché i meccanismi di cooptazione e di affermazione (e quindi di potere) dei differenti ambiti si stanno progressivamente assimilando. Mi ha colpito che un recentissimo libro di Milad Doueihi (Pour un humanisme numérique, Seuil, Paris 2011), che pure interpreta la rete come la possibilità di un nuovo umanesimo in quanto rinnova il paradigmo classico dell’amicizia [sic!], contenga affermazioni del tipo: «[nella rete] bisogna farsi vedere, esibirsi» (p. 67). Che poi questa progressiva riduzione dello «scarto tra conformità e singolarità» avvenga a beneficio di «una nuova circolazione dell’identità e dei suoi valori» (p. 66: ovviamente la traduzione è mia) dovrà intendersi, a dispetto dell’ottimismo di Doueihi, come circolazione del feticcio dei valori dell’identità, o – per dirla con le giuste parole – come circolazione dell’identità in quanto merce (si pensi alla costruzione dell’identità; si pensi ai pacchetti d’informazioni sui clienti che vengono acquisiti, scambiati e venduti all’interno del sistema produttivo).

In conclusione, direi che il lavoro critico può anche realizzarsi in rete, e ciò sarà di sicuro un vantaggio per l’alleggerimento degli scaffali delle nostre librerie domestiche, ma può farlo solo se si garantisce le condizioni di lentezza, di argomentazione progressiva e meditata, di verificabilità documentaria e concettuale che è lo specifico della scrittura tradizionale. Poi tutti sappiamo che esistono l’euristica e l’eristica: ognuno sceglie per sé; ma, facendolo, ciascuno propone in realtà un orizzonte politico (che non esista il peer-to-peer, se non come incantamento della lingua, lo sta dimostrando la legge Hadopi in Francia).

5. Il nostro paese vive un momento di gravissima emergenza storica rispetto alla generazione dei trentenni e dei quarantenni, tenuti ai margini della vita produttiva in generale, e scolastica e universitaria in particolare, con la conseguente perdita delle sicurezze materiali date ormai per acquisite dalle generazioni precedenti. Come questa consapevolezza attraversa o condiziona le vostre scelte critiche e, più in generale, la vostra posizione nel campo intellettuale?

La questione cui fate riferimento con questa vostra ultima domanda è serissima. Riguarda la dimensione profondamente politica degli spazi del lavoro critico e del lavoro in generale. Sono nato nel gennaio del 1968 e dunque ho 44 anni: mi trovo pertanto nel gruppo di quelli più fortunati, che hanno potuto fare il concorso a scuola e poi semmai (come nel mio caso) tentare la via dell’Università. La situazione più difficile mi pare oggi quella dei trentenni, che sono stati formati in un sistema ancora tradizionale (laurea quadriennale, dottorato severo, etc.) e che sono in qualche modo avvertiti come obsoleti dallo stesso sistema che li ha “prodotti”. È un fatto dalle gravissime ricadute sociali perché rivela che in Italia l’Università di massa è stata fallimentare; o, più precisamente, rivela che la classe dirigente ha coerentemente lavorato al fine di evitare che il sistema scolastico italiano innescasse ancora percorsi di ascesa sociale e di emancipazione economica in questi venti anni abbondanti (la Legge Ruberti è del 1990: e noto che tra i numerosi revival degli anni simbolici, 1968, 1977, non ce n’è stato uno degno di questo nome dedicato al movimento della Pantera, che pure tanta riflessione acuta e addirittura profetica produsse in quella stagione).

A partire dalla fine del secolo scorso, quando il sistema dell’istruzione pubblica obbligatoria, il modello della scuola di massa ha mostrato il proprio fallimento ideologico, la questione è divenuta, in Italia, della massima evidenza: inserita com’era e com’è in una società conservatrice e tendenzialmente immobile, la scuola italiana, pur fornendo contenuti e strumenti a volte buoni e a volte addirittura superiori agli standard europei, non assicura l’avanzamento sociale; il conseguimento di un diploma o di una laurea non è più garanzia di autonomia economica e di emancipazione. Peggio ancora, il titolo di studio non è più avvertito come garanzia di un tale passaggio. A ciò va aggiunto il ruolo che nel tempo è stato assunto da canali differenti rispetto alla scuola, non tanto come sistemi di istruzione, ma come “agenzie di formazione”, secondo un’espressione oggi vigente. Si tratta in gran parte dei mezzi di comunicazione di massa, e più di recente dei social network (dove social non è traducibile col nostro ‘sociale’, ma con ‘collettivo’, o semmai ‘di gruppo’), nati con la straordinaria diffusione della rete. Fenomeni importanti, ma probabilmente sopravvalutati per quanto riguarda la “formazione”, giacché basati sull’interazione e non sulla logica della trasmissione (su questo, mi permetto di rinviare al mio Come si trasmette un’invenzione, in Alfano et alii, Dove siamo? Nuove posizioni della critica, :duepunti edizioni, Palermo 2011, pp. 95-108).

Come si fa a non tener conto di ciò? È inevitabile, infatti, ragionare quotidianamente su questi problemi perché hanno delle indubbie ricadute sulla stessa “agibilità” del lavoro critico. Siamo infatti costretti a porci (e ri-proporci) domande davvero di base: chi deve fare un tale lavoro? e dove? E soprattutto: a quale titolo e con quale mandato sociale? Un intellettuale non solo déraciné, ma propriamente outcast (‘bandito’, ‘proscritto’) a chi più è organico? E insomma, come si organa (prima ancora che organizzarsi) il lavoro critico nell’odierno sistema della società?

Poiché io lavoro innanzitutto nell’Università, sono fermamente convinto che il mio primo spazio di azione intellettuale siano le aule e gli uffici delle Università e delle scuole d’Italia e d’Europa. Indipendentemente dalla sopravvivenza dell’euro, è un fatto che il Bologna Process – è giusto usare l’espressione inglese – abbia uniformato il sistema della formazione superiore: ma ciò non vuol dire che siano stati eliminati i privilegi o i percorsi più garantiti: al contrario, l’ideologia dell’eccellenza è oggi corrente ovunque, non solo più in UK e in Francia – dove vige indisturbato, e anzi vieppiù foraggiato, il sistema delle Grandes Écoles.

Inoltre, proprio perché lavoro coi giovani, sono altrettanto fermamente convinto che il tipo di pratica, di esercizio intellettuale ed emotivo di cui la critica consiste non possa implicare nessuna assolutizzazione generazionale, nessuna rivendicazione di eccezionalità. Non esiste una specificità dei trentenni-quarantenni che non sia specificità storica: siamo situati, dicevo all’inizio; questo vincolo materiale è la nostra necessità. Questo vincolo, mi permetto di aggiungere in conclusione, è ciò che dovrebbe indurci a una pratica ulteriormente spinta sul versante della politica e della critica dell’ideologia. Ma pensarsi come gruppo omogeneo che omogeneamente si pone rispetto alle generazioni precedenti rischia di esser solo effetto del risentimento, nonché espressione di una angoscia dell’ininfluenza che è forse il peggior rischio nel quale un “critico” possa oggi incorrere. Anche se ha più di quarantanove anni e meno di trenta.

2 thoughts on “Cinque domande sulla critica /1. Giancarlo Alfano

  1. Accade, in questa ‘società dello spettacolo’, un fenomeno che è l’esatto contrario di ciò che i teorici della post-modernità sostengono: ossia che ogni singolo fenomeno acquista il rango di verità assoluta, talché i confini fra il vero e il falso diventano evanescenti. E’ proprio ciò che accade al Venetian di Las Vegas, che è una copia perfettamente imitata di Venezia, con la laguna, le calli, la cattedrale di San Marco ecc., e viene visitata da milioni di turisti ogni anno. Non solo non vi è più alcuna differenza tra il vero e il falso, ma quest’ultimo supera perfino quello in efficacia e credibilità. Ma se questo può accadere – ed accade, come rileva giustamente Giancarolo Alfano – è perché non agisce più il senso critico, la cui funzione non è quella, come asseriscono i cultori del post-moderno, di porre verità assolute, ma di stabilire una gerarchia tra le diverse verità e di aiutare a distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. In altri termini, il giudizio critico non si fonda su verità assolute, ma sul senso del relativo, come dimostra la stessa cultura occidentale nelle sue espressioni più alte. Basti considerare pensatori come Kant e come Hegel, la cui capacità è proprio quella di porre una gerarchia tra i diversi fenomeni della storia, distinguendo ciò che è progressivo da ciò che non lo è, il giusto dallo sbagliato, il bene dal male. Se la critica (ivi compresa quella letteraria) non adempie questo mandato, a che serve? Per usare la terminologia di Bauman, l”intellettuale legislatore’ non è colui che “giudica e manda secondo ch’avvinghia”, ma è colui che coltiva, esercita e diffonde il senso critico, risorsa sempre più scarsa e quindi sempre più preziosa nell’attuale civiltà massmediatica.

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