cropped-LastY08.jpgdi Emanuele Trevi

[Ricorre in questi giorni il cinquantesimo anniversario del convegno di Palermo che sancì la nascita del Gruppo 63. Nella nuova serie della collana fuoriformato, pubblicata dalla casa editrice L’orma, sta uscendo la ristampa del volume Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Contiene gli atti del terzo convegno del Gruppo (Palermo, settembre 1965); la prima edizione fu pubblicata da Feltrinelli nel 1966, a cura di Nanni Balestrini. Nella ristampa 2013 è compresa un’ampia sezione intitolata Col senno di poi, nella quale Andrea Cortellessa ha raccolto contributi dei partecipanti al convegno e di alcuni scrittori e critici del nostro tempo. Ne fa parte l’intervento di Emanuele Trevi che oggi presentiamo. Nelle settimane scorse abbiamo pubblicato quelli di Andrea Cortellessa e Gianluigi Simonetti. L’intervento di Nicola Lagioia è uscito su «Minimaetmoralia»]

Mi si perdoni (so che per molti è un atteggiamento imperdonabile) il taglio da testimonianza diretta, per non dire da autobiografia letteraria, di questo intervento. Non è narcisismo, in questo caso, ma un tentativo (forse disperato) di conseguire alcuni risultati di carattere, per così dire, cognitivo. Nato nel gennaio del 1964, sono più giovane del Gruppo 1963 di un’irrisoria manciata di mesi. Sorvolo su un’infanzia e un’adolescenza poco inclini allo studio. Leggevo però La signorina Richmond di Balestrini nelle pagine centrali di «Linus», dove c’era uno strambo inserto pieno di notizie interessanti. E avevo visto in tv l’Orlando furioso di Ronconi, con la drammaturgia scritta da Sanguineti. Passò appena qualche anno, il tempo di farsi crescere un po’ di barbetta e frequentare la facoltà di Lettere, a Roma. Lì quasi tutti i pezzi grossi, fra i professori di letteratura italiana, appartenevano a tutt’altra parrocchia, e quando parlavano del Gruppo 63 mettevano su un’aria di fiera incomprensione, se non di scandalo. La vision du monde fondamentale era rimasta all’incirca quella di Natalino Sapegno – il perfetto equivalente letterario di ciò che nella pittura può essere rappresentato dai Funerali di Togliatti di Guttuso. Non vorrei sembrare ingiusto, ma si imparava di più frugando tra gli scaffali della Feltrinelli di piazza Esedra. Lì potevi perlomeno scoprire i libri di Harold Bloom, o di George Steiner.

Quanto al famigerato Gruppo, però, possedeva un’arma che nemmeno il più accanito crociano-gramsciano avrebbe potuto prendere sotto gamba. Quella stessa data, 1963, denunciava che certi fatti letterari erano accaduti a un certo punto della Storia, la quale consiste essenzialmente di date. E con la Storia, questa megera sempre pronta a trasudare significati, non si discute. Dunque in qualche modo anche il Gruppo doveva essere oggetto di un prudente, assennato insegnamento. Fu così che, per quanto mi riguarda, le tessere del mosaico vennero finalmente assemblate nella più triste delle maniere: studiando per qualche esame di letteratura contemporanea. Imparai quello che c’era da imparare: Palermo, i Novissimi, l’Hotel des Palmes. Qualcuno mi raccontò della cacciata di Bassani dalla Feltrinelli (nel senso, questa volta, della casa editrice) e dei cassetti del suo ufficio svaligiati. Credo che fosse una leggenda metropolitana, questa dei cassetti, ma come episodio della storia letteraria mi piaceva assai. Cominciai, come si dice, a simpatizzare. La lettura di una versione intermedia (ancora molto smilza rispetto alla definitiva del 1993) di Fratelli d’Italia fugò ogni dubbio, se è vero che le teorie non valgono mai nulla, se non crescono come funghi all’ombra dei capolavori. Già il fatto che della gente andasse a Palermo a fondare un’avanguardia mi sembrava degno di empatia e vagamente dadaista. I miei torpidi coetanei non si sarebbero mai sognati nulla del genere. Scrivendo cose molti simili nei nostri lenti apprendistati, avevamo optato per il più autistico individualismo. Quelli del Gruppo, invece, avevano fatto il contrario: scrivevano cose diversissime fra loro, e provavano a ragionare insieme.

Tanto ci piacque questa storia che io e un mio amico, Rocco Carbone, che ci ha lasciati troppo presto e all’epoca era un esperto di semiotica e un lettore vorace di «alfabeta», un bel mattino prendemmo il treno per Genova, allo scopo di andare a fare qualche domanda diretta a Sanguineti. Lui fu gentilissimo. Aveva da fare, chiaramente, ma ci diede tutto il tempo che volevamo. Nel piccolo studio dell’università, il fumo delle sigarette era così spesso da fare invidia alle ciminiere dell’Ilva di Taranto. Entravano e uscivano dei collaboratori, poco più grandi di noi. Sussurravano notizie nelle orecchie del maestro, che assentiva. Avevano un’invidiabile aria da iniziati. Con Sanguineti, il discorso cadde sul Nome della rosa. Rocco andò al sodo, con una domanda da vero calabrese: ma insomma, come lo considera Eco, un traditore? Ma Sanguineti non aveva letto il libro – oppure, con un gesto di lungimirante pedagogia, volle insegnarci che non l’aveva letto. E voi, l’avete letto? Facendo stizzire Rocco, io confessai che mi era anche piaciuto. «Beh, le credo», concesse Sanguineti, «ma per quanto mi riguarda, sul letto di morte non chiederò chi era l’assassino. Morirò nel dubbio». Ci parlò con molto affetto di Antonio Porta. Dovevano farla assieme, la famosa antologia sulla poesia degli anni Settanta. Aveva riempito due valigie di libri, ma poi… poi non è che si può fare tutto. Non osai chiedergli perché aveva messo i libri in delle valigie. Ci disse di ricordare che tutte le malattie sono malattie professionali. Ci consigliò di leggere Kracauer. Ci esortò a studiare Dino Campana. Al momento del congedo, gli dissi di non preoccuparsi, sul letto di morte. L’assassino era il frate cieco. «Cieco ?!?» rispose levando gli occhi al cielo. La cosa lo divertì moltissimo. «Grazie, grazie… cieco! – questa è bella!». A me sembrava sincero, ma a Rocco rimase qualche sospetto che lo avesse letto, Il nome della rosa.

Quanto al famoso esame di letteratura contemporanea, bisognava preparare una tesina. Scelsi Balestrini, quello della Signorina Richmond, e visto che la Biblioteca Nazionale era chiusa per lavori in quel periodo, bussai alla porta di Angelo Guglielmi. Andavo a scuola coi suoi figli ed eravamo vicini di casa. Guglielmi fu prodigo di consigli e di libri. Mi prestò dei libri di Balestrini, Tristano e Vogliamo tutto assieme agli atti del convegno sul Romanzo sperimentale. Piovvero anatemi sulla possibilità di perderli. Lo rassicurai, stringendo nelle mani il mio bottino. Sul frontespizio del Tristano c’era una dedica: ad A.G. con complicità. Me ne sono sempre ricordato, perché, ormai arrivato a cinquant’anni, non ho mai provato verso nessuno, nel mondo della letteratura, qualcosa di simile alla complicità. L’esame andò benissimo. Tralasciato Tristano, perché in tutta franchezza è un tipo di scrittura che non sono mai riuscito a seguire, ero rimasto fulminato dall’io narrante di Vogliamo tutto, e scrissi il primo saggio della mia vita, quella benedetta tesina.

Ho un solo motivo per insistere molto su queste minime circostanze, ed è un motivo molto meno frivolo di quanto lo spazientito lettore può supporre. Sto cercando di fotografare esattamente un momento storico, la metà degli anni Ottanta, in cui la popolarità delle proposte del Gruppo registra un minimo storico. Credo che il colpo basso non sia provenuto né dalle famigerate  Postille di Eco al Nome della rosa, né dal prestigio nel frattempo ottenuto dal concetto di Transavanguardia, o da quello di Postmoderno, con la loro aria da finali di partita. Era proprio la letteratura, quel grosso corpo fangoso che è la letteratura, ad essere smottato a valle, se mi si passa l’immagine. Era iniziata l’epoca dei bei libri, dello story telling, del «si legge come un romanzo» come se leggere un romanzo equivalesse a qualcosa che fila liscio – una specie di vaselina psicologica. E ai piani alti, in senso estetico, si era affermato un gergo minimalista di cui tutto si può dire, ma che certamente non aveva bisogno né di teorie né di esperimenti e tanto meno di avanguardie. I problemi letterari erano diventati problemi editoriali e in definitiva commerciali. 

Potevano, a quel punto, darsi per sconfitti, ma non lo fecero. Parlo del Gruppo, e questa è la parte più interessante della storia, dal mio spensierato punto di vista. Non si erano arresi. Aspettavano. Come esperti surfisti, facevano passare onde che a un principiante potevano sembrare buone, ma che non li avrebbero portati da nessuna parte. Poi, all’improvviso, eccoli di nuovo tutti in piedi sulla tavola. L’onda che si erano scelti era davvero migliore delle altre che avevano disprezzato? Non funziona così: era buona per loro, ed è l’unica cosa che conta in questo gioco. Ed è così che la cosiddetta gioventù cannibale si prese una benedizione che ad altri poté apparire del tutto immeritata, ma che è perfettamente conseguente a una logica, a un modo d’agire tipico del Novecento – secolo dove sempre i nonni hanno fatto comunella con certi nipoti che li facevano pensare, a torto o a ragione, a se stessi da giovani. Si può provare simpatia o antipatia per queste cose, ma in realtà contano solo i risultati, che poi sono i libri, i libri belli e rivelatori, senza dei quali tutto il resto è fuffa. Ebbene, da questo punto di vista non è certamente privo di significato il ruolo importante di Balestrini nella gestazione e nella pubblicazione del libro più importante di quella stagione, Woobinda di Aldo Nove (parlo della versione originaria, quella uscita da Castelvecchi, che a mio parere rasenta la perfezione). Ma Aldo Nove era persona, come si suol dire, informata dei fatti. Non un’eccezione, ma quasi. Altri patrocini e battesimi, in quel clima frizzante, sembrarono più bizzarri, come si vide partecipando a quei periodici incontri che si tenevano a Reggio Emilia. C’è un racconto molto divertente di Silvia Ballestra che descrive alla perfezione il clima e certi suoi equivoci.

I giovani leoni amavano i complimenti e le benedizioni, da qualunque parte venissero, ma alla fine si trovarono nello strano ruolo di “eredi” di qualcosa di cui, mediamente, non avevano nessuna idea precisa. Molti di loro erano capaci di scrivere ottime recensioni, ma le rare incursioni nel campo della teoria si sono puntualmente rivelate un disastro. A un certo punto il Novecento è davvero finito, se si intende il Novecento un’epoca in cui chi scriveva trovava normale interessarsi di cosa pensavano Roland Barthes, o Susan Sontag. Oggi il pensiero è relegato in certi ristretti circoli esoterici, oppure semplicemente non esiste, è quella specie di inutilissima pappa rifritta che invade le pagine culturali dei giornali: cos’è l’anima? cos’è il tempo? è meglio Dio o la matematica? E dunque i concetti di avanguardia e romanzo sperimentale sembrano definitivamente tolti di mezzo. Ma non è detto che bisogna rassegnarsi al destino, semplicemente perché il destino non esiste.

Se rileggo oggi le relazioni introduttive al Romanzo sperimentale di Barilli e Guglielmi, tolta la polvere che accumula su tutte le cose umane, nessuna esclusa, ci trovo ancora delle idee, dei desideri, delle inclinazioni perfettamente condivisibili. C’è una linea di forza, una specie di arco voltaico che bisognerebbe meditare più a fondo: quella parabola che dal romanzo sperimentale conduce all’esperimento su se stessi, dalla Gita a Chiasso al celebre telegramma del giovane Bruce Chatwin – «sono andato in Patagonia». Personalmente, spero sempre che quando si parla di queste cose non si faccia antiquariato, non si stia lì a leccare la muffa delle storie letterarie. Solo ciò che dura è vero – e nella durata si trasforma fino a diventare irriconoscibile.

[Alain Resnais, L’anno scorso a Marienbad (1961) (gm)]

3 thoughts on “Sul romanzo sperimentale/3. Visti da lontano

  1. Grande Edoardo! La testimonianza di Emanuele Trevi coincide con il ricordo che anch’io ho ricavato dai contatti politico-culturali, tanto rari quanto intensi, che ho avuto con Sanguineti. Sperando di non andare fuori tema, ma semmai di integrare il discorso sul Gruppo 63 a partire da questa focalizzazione su uno dei suoi esponenti più seri e rigorosi, credo che meritino di essere sottolineati non solo il respiro europeo della produzione di Sanguineti e l’importanza del corpo nella sua poesia, ma anche la centralità del mondo nell’età della globalizzazione come argomento delle ultime poesie dello scrittore genovese, il quale peraltro, fin dagli anni ’70, aveva còlto lucidamente la natura totalitaria ed ultratermidoriana di questo fenomeno definendolo come neofascismo economico globale. Credo inoltre che sia il caso di riflettere sulla duplice funzione attribuita da Sanguineti alle sue interviste, che era di carattere conoscitivo rispetto alla comprensione della realtà e di carattere pratico rispetto all’esigenza di intervenire nel dibattito politico-culturale. In questo senso, la grandezza di Sanguineti va individuata nel suo antidogmatismo, che il poeta genovese, riprendendo Gramsci, riconduceva al materialismo storico, cioè ad un’interpretazione della realtà che non può cristallizzarsi in una posizione dogmatica. Ecco perché l’istanza del “qui e ora” costituisce il canone ermeneutico del materialismo storico di Sanguineti, laddove il fine è quello di interpretare il mondo per modificarlo, l’unica ortodossia da rispettare è, come Sanguineti aveva imparato da Lukács, quella del metodo ed un’attenzione particolare va prestata alle scienze umane, in particolare all’antropologia e alla storia. Del resto, Sanguineti, pur avendo scelto, da comunista, di abitare a Begato, che è un grande quartiere proletario di Genova, aveva una visione realistica della coscienza di classe e in una delle sue interviste non si è peritato di rilevare che «i capitalisti sanno benissimo d’essere capitalisti, i proletari non lo sanno più».
    Il poeta genovese, riferendosi ironicamente all’epoca di Seconda Restaurazione che stiamo vivendo, amava definirsi come “l’ultimo marxista”. Nel 1985 scrisse un lungo poemetto in ottave, intitolato “Novissimum testamentum”, ove si leggono questi versi: «non dico avere pena, compassione, / pietà, cordoglio, commiserazione, / misericordia con compatimento, / con condoglianza, con rincrescimento: / non dico aver tormento, corruccio, / tristezza, angoscia, lutto, pianto, cruccio: / ma goduria e tripudio, in buona fede, / perché solo chi muore si rivede».
    In effetti, se è vero che “solo chi muore si rivede”, non è difficile prevedere che faremo i conti ancora per lungo tempo non solo con il Gruppo 63, sia pure tanto trasformato da diventare irriconoscibile nella durata (come afferma Trevi), ma anche con una figura centrale e imprescindibile della poesia, della cultura e del marxismo italiano del secondo Novecento quale quella di Edoardo Sanguineti.

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