cropped-adam-magyar-07.jpgdi Clotilde Bertoni

[Questo articolo è già uscito su Alias/Il Manifesto]

Il precariato – lo ha notato ultimamente Walter Siti nel Realismo è l’impossibile – è fra i drammi che più alimentano la narrativa contemporanea. E si potrebbe aggiungere che ispira riprese di un filone di lungo corso, il romanzo d’apprendistato; beninteso aggiornate ai tempi: vicende non più di giovinezze drammatiche e confronti con il mondo decisivi, ma di giovinezze troppo protratte, di confronti tardivi o titubanti.

Ne offre un interessante esempio Pronti a tutte le partenze di Marco Balzano (Sellerio, pp. 216, E 15,00), storia del trentaduenne Giuseppe (l’io narrante), che, dottorando in letteratura italiana e supplente in un liceo di Salerno, vive ancora con i genitori in un paesetto della zona, e, proprio mentre inizia a consolidare la sua vita, se la ritrova di colpo sconvolta: la fidanzata lo lascia mentre stanno mettendo su casa, i tagli ministeriali gli sottraggono l’incarico annuale. Traumi che lo spingono a un’imprevista serie di esperienze: prima un trasferimento a Milano, dove passa da una supplenza in un istituto tecnico a una nel carcere di Opera, dalla coabitazione con una zia ottuagenaria a quella con alcuni coetanei, da una relazione effimera a un altrettanto effimero riavvio di quella precedente; poi, grazie a un assegno di ricerca, un soggiorno a Lisbona deludente, ma che, in virtù di un altro incontro sentimentale, segna il principio di una ripartenza; infine, il ritorno a Milano, tra nuove certezze affettive e incertezze pratiche costanti.

Il romanzo ha il pregio di non enfatizzare una sola dimensione (geografica o generazionale) della crisi ma di inseguirne differenti volti: dall’atmosfera asfittica del paesino (in cui il padre di Giuseppe per non pagare il pizzo è costretto a vendere il suo autolavaggio) a quella malinconica di una Lisbona attanagliata dai problemi economici (diversissima dal mitizzato estero paradiso dei cervelli in fuga), a quella cupa di una Milano gremita di pensionati soli come la zia di Giuseppe, di immigrati vulnerabili come i suoi coinquilini (un insegnante proveniente dall’Aquila terremotata, un maghrebino sfruttato in un ristorante, un ingegnere informatico cinese trasferito da Londra suo malgrado), di disoccupati cronici come un suo maturo condomino, rassegnato a barcamenarsi tra mille lavoretti, ma unico a intraprendere una sia pur fugace azione di protesta; il testo sottolinea che peculiarità dei nostri giorni è non l’ingiustizia in sé, ma l’incapacità di fronteggiarla, il diffuso senso di impotenza.

E i giovani messi in scena appaiono privi, oltre che di vocazione alla lotta (come si sentono rimproverare dai più anziani), di qualsiasi vero slancio: disponibili sì alle partenze, come annunzia il titolo ricavato da Ungaretti, ma solo per necessità, e in realtà, piuttosto, desiderosi di non muoversi, di assicurarsi una durevole stabilità lavorativa e familiare. Un effetto forse non del tutto voluto, legato anche all’orchestrazione della trama, che chiama in causa passioni e ideali più elevati ma senza dare loro gran rilievo: il trasporto per l’insegnamento dichiarato dal narratore anima solo qualche scena circoscritta, e il suo investimento nella ricerca, benché indirizzato a traguardi ambiziosissimi (la tesi di dottorato sul Paradiso dantesco), resta ancora più in ombra.

Inoltre, la narrazione si impiglia ogni tanto nei cliché spesso in agguato negli attuali ritorni al realismo: a volte casi e figure stereotipati come l’umiliazione riservata alla fidanzata fedifraga, oppure il docente universitario, barone ma non troppo, che rimpiange l’amore mai vissuto; a volte espressioni da feuilleton a forti tinte («sentii il sangue ghiacciarsi») o dialoghi poco verosimili (che due ragazzi parlino di donne in modo allegramente sessista è plausibilissimo, che usino termini come «viso d’angelo e curve spericolate» lo è molto meno).

Debolezze che però non spengono la verve del libro, la sua capacità tanto di restituire la drammaticità dell’emergenza in corso quanto di sdrammatizzarla con l’umorismo e la varietà delle trovate. Secondo romanzo di Balzano, questa vicenda d’apprendistato reca le tracce di un apprendistato letterario ancora in fieri: ma di quelli decisamente benvenuti in un panorama di debutti gonfiati e pseudocapolavori fabbricati a tavolino, di quelli che fanno venir voglia di scoprire cosa l’autore ci riserverà in futuro.

[Immagine: Adam Magyar, Squares (gm)].

 

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