cropped-boltanski_menschlich_ausst_kewenig_galerie_detail_01.jpgdi Guido Mazzoni

[Le pagine che seguono appartengono a un libro di poesia cui sto lavorando. Si intitola, per ora, Totalità e frammenti. Si compone di testi numerati: alcuni sono in versi, altri in prosa; alcuni sono scritti in prima persona, altri in terza; a volte la persona di cui si parla coincide con l’autore, altre volte no. Queste differenze, fondamentali su un certo piano di realtà, su un altro piano sono del tutto irrilevanti

 1. Grammatica

L’insetto enorme che occupa la parete del salotto si è scontrato per ore contro il vetro cercando di uscire. Troppo pesante per essere ucciso senza rimorsi come un insetto piccolo, esprimeva il proprio terrore scagliando se stesso contro un limite che non poteva vedere. Ho aperto i vetri per aiutarlo, ma la differenza fra di noi era così grande che ogni mio gesto, indecifrabile per lui, amplificava la sua paura. Cercavo di capire che cosa percepisse, volevo evitare che la sua agitazione perdesse valore diventando una funzione della mia, una metafora umana. Il suo movimento entrava in me, tentava di dividermi. Le persone, il fiume, l’ufficio postale che esistevano oltre il vetro erano piccoli in quel momento, ridiventavano superficiali. Perché alla fine non comprendiamo mai: troppo grande è la differenza che ci separa, troppo pesante ciò che gli altri suscitano in noi. Eppure la loro agitazione allude a un’angoscia, compone una grammatica che misteriosamente ci appartiene. È per questo che ora esco dalla stanza e lascio aperta la finestra; è in nome e per conto di questa grammatica che adesso sono in pena.


2. Stevens

Le foglie gridano, il vento agita i rami.
Eppure il nulla dell’inverno si annulla leggermente.
È ancora pieno di ombre gelide e neve modellata.
Le foglie gridano: si rimane a distanza, ci si limita a ascoltare.
È un grido assorto e riguarda qualcun altro.

Ma per quanto si dica che uno è parte di tutto
c’è un conflitto implicito, c’è una resistenza,
essere parte è uno sforzo che declina,
si sente la vita di ciò che dà la vita così com’è.

Le foglie gridano. Non è un grido 
di attenzione divina,
il fumo di eroi tronfi o un grido umano.
È il grido di foglie che non trascendono se stesse
in assenza di immaginazione, senza significare più di ciò che sono
nell’ultima percezione dell’udito, nella cosa stessa,
finché il grido, alla fine, non riguarda più nessuno.

3. Croydon

Quando si sveglia in un letto alla periferia di Croydon e vede le unghie delle mani che ieri pomeriggio, in previsione della festa, ha ricoperto di uno smalto blu troppo vistoso per essere suo, un movimento interno ricrea la studentessa che quattro mesi fa ha litigato con la padrona di casa o la quattordicenne che si agitava nelle feste per essere guardata, i pomeriggi nel piazzale, l’intervallo della seconda ora in un liceo di Treviso, dentro una luce obliqua che ora rivede perfettamente, ma che colloca in un tempo estraneo a questa serata, alla discoteca per studenti Erasmus, al brasiliano che la invita a ballare con un gesto semplice e privo di pudore, le gambe nude contro la carrozzeria, il taxi verso Croydon, stordita dalla prospettiva stessa di prendere un taxi con uno sconosciuto e di andare verso un posto chiamato Croydon, parlando un inglese elementare che traduce la vita in un sistema di segni primitivi, mentre silenzia il cellulare, esclude i genitori, vede i panni del ragazzo sconosciuto in giro per la casa, e poi, dopo un intervallo che adesso non ricorda, la gola chiusa, le cinque parole inglesi con cui chiede il preservativo, l’immagine di sé come persona liberata, l’immagine di sé come persona fragile che cerca di uscire in silenzio da una casa sconosciuta, mentre il brasiliano dorme o finge di dormire in modo che lei possa aprire la porta di nascosto e vedere la strada ancora buia, le nuvole sopra di sé, il mondo mentre accade e si disperde.


4. Le cose fabbricate

Stare in un mondo di cose fabbricate
pensare alla fabbricazione delle cose
le cose di plastica per esempio –
poggiare la mano su un sedile di plastica
ai margini dell’esperienza, alla periferia
della giornata, gli occhi opachi, lo sguardo vulnerabile.

È stato sconfitto in una riunione di lavoro,
una persona più giovane lo ha reso ridicolo umiliandolo,
porta una ferita nitida dentro di sé, invisibile per gli altri.
È per questo che gli oggetti sono così presenti,
mostrano la propria storia, un pezzo solido di mondo
mentre cammina verso la metropolitana
e mette lo sguardo sul sedile, le buste fra le mani.
Sono una piccola persona, nessuna fede
mi accoglie veramente, voglio molto poco,
questa specie di caligine mentre viaggio
verso mia figlia, i suoi disegni infantili, il suo spazio riparato.

 

5. Finestra altissima in sogno

Si siede su un davanzale, si sporge per guardare una partita di calcio posta nel profondo; il campo è coperto dai fumogeni, la finestra è altissima in sogno. Per un lungo segmento di tempo la partita lo cattura, poi capisce di avere le gambe nel vuoto a cento metri dal suolo e viene preso dall’angoscia; la finestra si richiude. Ora ha un vetro alle spalle, trova un appiglio nel muro e continua a sporgersi in avanti fino a quando il movimento del corpo lacera il sogno e lo riporta nel letto, da questo lato del vero. Vede se stesso nello specchio del bagno fra gli animali adesivi attaccati dalla figlia; vede i semafori, l’ascensore di metallo, i colleghi fra i quali ha avuto trentasei, quaranta, cinquantaquattro anni; si chiede chi siano queste persone, quale logica le muova, che cosa sia accaduto in questo tempo, mentre l’istante si dilata e una paura che appartiene al sogno entra nella stanza; ma poi riapre l’email, risponde a un fornitore, ogni dettaglio riprende il proprio posto nella distrazione che ci separa dalle cose, finché il collega che chiama per cognome lo interrompe e lo riporta qui, tra gli aneddoti che formano le nostre vite, i conflitti fra di noi, le solite cazzate.


6. Essere con gli altri

L’opacità degli altri mentre vi vengono incontro
per porre limiti, per definirvi, letteralmente. Siamo a disagio con loro,
usiamo le frasi per nascondere o mediare, le parole,
tutte le parole, sono un appello o un’aggressione, anche queste.

Incontra la madre dell’amica di sua figlia, si conoscono poco,
passano un pomeriggio al parco insieme per sorvegliare le bambine, ogni cosa
sopra la panchina genera disagio. Si guarda le dita dei piedi,
i capelli sfibrati, c’è un confronto tra loro,
usa le sillabe come una protesi
mentre pensa a sua figlia con ambivalenza
al dottorato interrotto, ai propri limiti.
È solo quando l’altra donna si indebolisce, quando racconta
di un fibroma o di una vita provinciale che qualcosa
può unirle, una comunicazione
si appoggia sulle cose. Poi le figlie tornano,
distruggono questo momento, vogliono il gelato.

Più tardi, mentre guida e guarda i cartelloni, la memoria
del pomeriggio si scompone
in una specie di liquido mentale. Non ricorda.
Le persone che avete conosciuto,
i corpi degli altri in strada, la massa
delle vite che dimentichiamo. Ieri un uomo
giaceva in terra investito da un taxi,
era cosciente e aspettava l’ambulanza, aveva fra le mani
una busta con la scritta Birkenstock. L’emorragia
lo allontanava da noi che eravamo eretti
e guardavamo il corpo sopra il marciapiede, il sangue
che esce dalla pelle, un’esistenza aliena.
Spesso nei vostri volti vedo una distanza pura,
un’esteriorità assoluta. Mette a letto la figlia,
ripensa al fibroma, al fastidio
con cui ha visto le bambine mentre ritornavano, la vita degli altri
bianca e spettrale. C’è una lotta,
c’è una verità da trattenere. Non ricorda.

 

7. I destini generali

Accade qui, fra persone sconosciute, in una casa dove è entrato ignorando i recinti invisibili che separano gli spazi abitati dagli altri. Accade ovunque e si propaga nei messaggi, nei telefoni, negli schermi che intravede dentro le finestre illuminate oltre le tende. Il pomeriggio ordinario si sposta per lasciare spazio alla scena che, fra animali di peluche e le foto di una vita non sua, immette nella stanza uno stato d’eccezione. Può essere un uomo o un bambino, un estraneo o se stesso: questa storia lo trascende.

Nella ripresa dall’elicottero vibra una città più vera di quella dove vive. La popolano creature mentali più interessanti, più familiari degli esseri opachi con cui ogni giorno condivide le stanze e i treni. Anche quello che accade è inscritto nelle regioni profonde di una storia impersonale. Nei prossimi giorni ricorderà le scene dei film dove ha già visto quello che sta per vedere; intanto addomestica l’anomalia di uno spazio alieno, parla con questi sconosciuti, cerca riparo in una prima persona plurale. Oltre i pupazzi e la finestra, con l’irrealtà dei ricordi nei sogni, si allarga il Boulevard Périphérique, il centro di Pisa o un campo coltivato.

Ma quando l’aereo entra nella parete e il suo scheletro attraversa l’edificio galleggiando per un attimo prima che il cherosene si incendi e lo distrugga per la terza, per la quarta volta nel replay che scandisce il pomeriggio dell’Europa occidentale, quando la fusoliera si dissolve e l’esplosione occupa il suo inconscio, che cosa sta vedendo? È un evento, ha la forza delle cose nuove, divide il nostro tempo. Troppo grande perché il suo io rimanga intatto, lo percorre e lo segmenta. Le parti di lui che non hanno il diritto di accedere alle parole guardano uno spettacolo che le mitologie della sua epoca aspettano da anni, regredendo in una curiosità che è molto più antica, molto più tangibile dell’orrore che in astratto dovrebbe provare per questi sconosciuti che muoiono in mondovisione. Ci vorranno giorni o anni perché li veda davvero. Gli verranno incontro all’improvviso, nei dormiveglia dei voli intercontinentali; li immaginerà mentre guardano la plastica dei sedili dirottati, mentre si sporgono oltre il fumo e le finestre e fissano un oggetto ordinario prima di lasciarsi cadere. Oggi però non esistono e al posto loro, nelle regioni arcaiche della mente, ci sono paure infantili o scarichi emotivi, il fascino del nuovo o pure proiezioni.

Più tardi, quando la prima torre cede e ogni cosa diventa incomprensibile, scambia delle banalità con le persone che ha accanto per assorbire, per normalizzare un giorno simile. Le parole che ha ereditato non aderiscono più a ciò che vede. Ha odiato la forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo l’idea che un mondo meno ingiusto fosse possibile e facendo di lui un piccolo borghese; può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccolo borghese. Capisce la grandezza della mente teologica che ha progettato un giorno simile, il risentimento di queste persone che hanno vissuto per anni preparando l’attimo in cui si sarebbero dilaniate da sole, l’idea della propria morte diffusa nei dettagli delle stanze straniere dove hanno trascorso, alla fine, più di un quarto della propria vita. Ai suoi occhi sono solo degli alieni, dei selvaggi murati in un mondo mentale primitivo. Negli anni futuri, scrutando le persone in coda davanti all’imbarco del suo volo, vedrà che queste torri e questi aerei contengono anche lui.

Si siede su un divano, guarda la storia universale venirgli incontro sotto forma di spettacolo. È l’orografia della sua vita: può osservarla, non può prendervi parte. Fra poco uscirà, sarà un passante, osserverà i dettagli minimi, gli oggetti nelle strade, gli stratocumuli, sopra le case, tracciare segni senza significato. Ciò che siete non è reale. Ciò che siete vi oltrepassa a ogni istante.

[Immagine: Christian Boltanski, Menschlich (gm)].

 

43 thoughts on “Totalità e frammenti

  1. Non so, è chiaro ci ritornerò, ma il tono si fa sempre più elegiaco, è presente una specie di lamentazione continua, il dettato s’incupisce nonostante il tentativo di neutralizzare le sensazioni nel mero racconto. Si avverte il rischio di un minimalismo forzato, non c’è l’apertura che I Mondi sembrava preannunciare, evidentemente occorre attendere l’intera raccolta, attualmente sembra un lavoro di ripetizione, un tentativo di riconferma stilistica, una maniera. Mi interessa il componimento Stevens, per affinità, con il richiamo a The Snow Man, al 14° verso, quel “nella cosa stessa”, infastidisce perché presume un mimetismo inapplicabile, una fenomenologia auspicata, ma è già metafisica del desiderio. Direi che l’elegia dovrebbe avere una maggiore consapevolezza, e cedere alla lirica, almeno in questi versi, non avverto slancio allegorico, siamo ancora a frammenti di terra desolata, quando sarebbe opportuno il coraggio dell’io, ed è proprio Stevens a insegnarcelo, invece di farlo trasparire nell’osservazione marginale. Chiaramente è il mio sentire, e mi permetto di esprimermi in questi termini perché I Mondi mi aveva illuso in questa prospettiva.

  2. @Gianluca D’andrea

    Nono sono d’accordo: certo, si intuisce un sottile filo rosso, nel tono, nella visione del mondo, ma questa frammentazione, come il titolo stesso indica, a me pare più un’esplosione dei Mondi, la loro frammentazione, la loro perdita di statuto leibniziano di monade.

  3. Non so se la frammentazione possa cambiare lo statuto di monade. Temo che per fare una cosa del genere serva il contatto, che qui si da solo come auspicio di epifania o impossibile ‘condivisione di un fibroma’…da parte di un maschio, oltretutto…

    Al di là di questo, a me pare che il mondo dei Mondi subisca discrete scosse. E la faccenda si fa tanto più interessante quanto più mostra una possibilità di assimilazione dell’intelligenza houellebecchiana che non ricade nel manierismo houellebecchiano…se così si può dire…

    Insomma io tifo per la prosa, la vicenda e il pericolo dell’incontro.
    Chiedo venia per i puntini, lo so che non si fa.

  4. Mi permetto ancora e poi mi fermo: “la cosa stessa è ciò che, pur trascendendo in qualche modo il linguaggio, è, tuttavia, possibile solo nel linguaggio e in virtù del linguaggio: la cosa del linguaggio, appunto”, cioè Agamben che interpreta Platone nel 1984 (La cosa stessa, conferenza tenuta a Forlì il 26 ottobre 1984, pubblicata originalmente in Aa.Vv., Di-segno. La giustizia nel discorso, Milano, Jaca Book, 1984, ora in La potenza del pensiero, Neri Pozza, Vicenza, 2010), direi che l’accanimento sul linguaggio e l’aderenza alla cosa lo risolve Platone stesso: “sono ragioni di ordine etico e non meramente logico, quelle che sconsigliano di affidare alla parola scritta la cosa stessa”, per questo il discorso di Stevens sull’immaginazione si riallaccia all’allegoria, Dante docet, dobbiamo essere onesti, il più possibile, il linguaggio è quella protesi che ci permette di modificare la realtà partendo dalla cosa stessa che non riusciremo mai ad esprimere, occorre eticamente rispettare la cosa, ma essa è solo un’immagine mentale, non si può rimpiangere sempre questa assenza, questa nostalgia “odisseica”, non c’è ritorno, ci sono nuove costruzioni.

  5. @gianluca d’Andrea

    Nemmeno io sono d’accordo. A me sembra che la poesia di Mazzoni non sia mai elegiaca, sia anzi il contrario dell’elegia. E’ tragica e fredda, e per questo mi piace, qui e nei Mondi

  6. @unlettore

    rispetto la sua opinione, ma non vedo dove avvenga questa esplosione, anche quelli di Mondi erano frammenti, il discorso unitario, lo stile che mescola versi e prosa… dov’è il mutamento? mi piacerebbe realmente capirlo, cordialità

  7. @ Marco Gusberti

    ci mancherebbe, apprezzo il dis-accordo, infatti io non vedo né tragicità né freddezza nella poesia di Mazzoni, piuttosto lo sforzo intellettuale, giustissimo, senza requie, di stabilire un rapporto di fiducia col mondo, laddove tutto sembra escludere questa possibilità (cioè l’oggi). Per questo mi sembra un’operazione calda, nostalgica.

  8. @ Gianluca D’Andrea

    Credo che il mutamento stia, soprattutto, nell’apertura ad altri personaggi diversi dall’autore e dall’io: che non vuol dire semplicemente alternare la prima e la terza persona (succedeva già nei Mondi) ma guardare il mondo da più punti di vista, il proprio in mezzo a tutti gli altri, senza per questo rinunciare a una tensione centralizzante o unificante.

    Mi pare che l’ultimo testo, ben “preparato” dai precedenti, rappresenti la compenetrazione definitiva di queste tendenze (la totalità?), nel momento in cui la coincidenza dell’autore con la voce che dice io diventa irrilevante di fronte a un qualsiasi schermo televisivo. E non ha caso, mi sembra, il finale è in seconda persona plurale.

    È un percorso rischioso, sotto molti punti di vista, ma proprio per questo interessante, e le premesse mi sembrano delle migliori.

    Un caro saluto a Guido,

    Simone

  9. @Gianluca D’Andrea: il commento di Simone ha esemplificato il mio pensiero. Intendevo proprio questo, la frammentazione da un io lirico “solido” (unica voce dei Mondi che registra le miopie che ci appartengono) e l’apertura alle voci altrui. Di qui “l’esplosione”

  10. Alla prima lettura mi sono entusiasmato ai nuovi testi di Guido. Tanto da scrivere questo post. Ma a seguito di una rilettura accorta, specie sul finale, ho provato un lieve senso di fastidio. Ottimi sono gli esiti, a mio avviso, sia della narrazione che della descrizione. Stonana invece laddove, ed ecco il fastidio, la fluidità delle vicende, del caso, della riflessione aleatoria, si restringe in una prospettiva austera, moralistica. Laddove insomma Guido chiude e sembra fare i conti con qualcosa che prima ha, quasi per incanto, lasciato sospeso.

  11. @Gianluca d’Andrea

    Forse dovremmo metterci d’accordo sul significato dei termini. Forse c’è un tentativo di stabilire un rapporto di fiducia col mondo, ma non definirei nostalgica questa operazione. E’ un’operazione conoscitiva e, mi pare, diversa da quella dei Mondi, anche se sette testi sono troppo pochi per capire.

  12. @ simone burratti e unlettore

    continua a non persuadermi la vostra interpretazione, capisco la forma superficiale del commento in un blog, se guardiamo i testi dei Mondi troviamo situazioni simili, l’io anche lì si trovava “in mezzo agli altri”, va bene, non è questo il luogo per approfondire, restiamo in superficie, grazie a tutti per l’ospitalità.

  13. Anch’io penso che determinati spazi vengano sbarrati all’improvviso, come se, appunto, l’autore dovesse in qualche modo addomesticare la visione e renderla più comprensibile in una prospettiva per certi versi, come dice Tommaso, austera, moralistica… Onestamente non conosco le opere poetiche di Guido Mazzoni, a ogni modo questi testi mi paiono di gran lunga i più belli fra quelli letterari pubblicati negli ultimi mesi in questo blog. E quindi grazie.

  14. @ Marco Gusberti e poi chiudo definitivamente

    perché mai un’operazione nostalgica non dovrebbe essere un’operazione altrettanto “conoscitiva”? ribadisco, non è luogo per approfondire o metterci d’accordo sui termini, non trova? un caro saluto

  15. @ Mazzoni

    “Ha odiato la forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo l’idea che un mondo meno ingiusto fosse possibile e facendo di lui un piccolo borghese; può scrivere le parole che leggete grazie alla forma di vita che questa nazione ha imposto nella seconda metà del XX secolo, sconfiggendo le dittature nate per costruire un mondo meno ingiusto e facendo di lui un piccolo borghese.”

    L’X che qui parla potrebbe continuare ad odiare la forma di vita della nazione che ha dominato la seconda metà del XX secolo proprio perché quella vittoria sulle dittature non ha affatto costruito “un mondo meno ingiusto” ma solo una dittatura democratica che pretende di globalizzarsi. Perché non odia più? E ammesso che sia stata quella vittoria a fare di lui un piccolo borghese (meglio: l’ha costretto a quella condizione sociale), perché un piccolo borghese non potrebbe nutrirsi ancora di odio (intelligente)? perché dovrebbe eternizzare il suo essere (storico) piccolo borghese (subordinato)?

    P.s.
    Le poesie, comunque, mi sono piaciute.

  16. testi davvero notevoli: mi piace lo sguardo scelto, la prospettiva stevensiana (e larkiniana), il tono del racconto, il registro, la metrica, tutto. In particolare sono colpito dalla continuità – pur nella maturazione e crescita dello stile – anche con quei primi lavori che apprezzai un ventennio fa: ho la sensazione che questo lavoro, se farà i conti come promette di fare con la questione del frammento, surclasserà anche la precedente raccolta.

  17. Non lo so. Da certi punti di vista e’ una scrittura che mi sento affine nei temi (l’estraneita’, il senso di inappartenenza) e in parte nei modi (la simbiosi tra esperienza e concetto). Dall’altra, ma forse proprio per questo, ritengo che una poesia che davvero voglia dirsi nuova, debba sapere lasciarsi alle spalle questi fantasmi novecenteschi.

    Capiamoci: il mondo spersonalizzato e come in superficie descritto da Mazzoni e’ quello in cui viviamo, e nessuno lo sa meglio di Mazzoni – teorico della letteratura di assoluto spicco. Il problema e’ la prospettiva, l’attitudine a partire da cui questa condizione viene vissuta. A me sembra che anziche’ essere vissuta per quello che ‘ (un dato di fatto da dare talmente per acquisito che e’ necessario voltare pagina e proporre una poesia in opposizione, piu’ volitiva e in antitesi al proprio tempo) si continua a dispiacersi in sottotraccia, come il titolo stesso (Totalita’e frammenti: ovvero la frantumazione e il desiderio di organicita’ tipici gia’ del modernismo, mettendo da parte il fatto che il titolo mi sembra troppo didascalico e dicotomico).

    Un’altra cosa che un po’ mi respinge e’ la troppa didatticita’ di alcuni passaggi (specie in “I destini generali”, il cui titolo e’ molto impegnativo, richiamando Fortini, e in “Grammatica”), come se ci fosse un’ansia di comunicare un messaggio e delimitarlo, piuttosto che suggerirlo obliquamente. Quando invece la stretta didattica si allenta, vengono secondo me fuori le cose migliori (“Croydon” e “Le cose fabbricate”).

    Un’ultima nota, stavolta stilistica: e’ un peccato constatare l’uso reiterato e svuotato del sintagma ‘le cose’, un vezzo diffusissimo nella poesia contemporanea come ho avuto modo di analizzare in questo saggio: http://inrealtalapoesia.com/2013/11/04/le-cose-le-cose-le-cose-le-cose-svuotamento-e-stallo-nella-poesia-recente-di-davide-castiglione/

    Fermi restando questi dubbi, il livello della scrittura e’ ovviamente elevato.
    Cordiali saluti,
    Davide

  18. La mia hit: “Essere con gli altri” e “Finestra altissima in sogno”. Quest’ultimo, lo trovo il testo migliore, un testo perfetto.
    Quanto al titolo provvisorio… qui è il saggista che prende il sopravvento sul poeta! Sembra un titolo di Alain Badiou :)

  19. Concordo pienamente con Davide Castiglione: “£e’ necessario voltare pagina e proporre una poesia in opposizione, piu’ volitiva e in antitesi al proprio tempo”

    @ andrea inglese: di Badiou o di Lévinas

  20. Immagini, percezioni, sensazioni. Una grammatica di associazioni nette. Il desiderio, l’istinto, la precarietà. Il sogno come fotografia delle proprie paure, il sogno come via di fuga.
    Il vetro come sostanza liquida, prima che solida, intervenuta a diversificare due forme di vita apparentemente lontane ma inevitabilmente vicine.

    Le meravigliose sfumature delle righe corrono su strade dove ad incriciarsi sono i destini di un uomo e di una donna, di un padre e di una figlia, di una madre e della sua vita; di due sconosciuti, di due stranieri. Di due amanti.

    La pastosa e consistente verità di un pensiero lucido e il giudizio inevitabilmente critico sulla condizione dell’uomo borghese, l’intolleranza egoista e presuntuosa di chi ne ha goduto e ne gode, meritatamente, con onore, rispetto, freddezza e severa colpevolezza. Sembra quasi voler fuggire da se stesso il Mazzoni che trasuda da queste righe.

    Inaridisce, ghiaccia e spezza il tono crudo di questa grammatica che, in rottura o meno che sia con I Mondi, la cosa potrebbe anche essere del tutto irrilevante, o del tutto normale, sovrasta il modo di pensare comune e si compone, parola dopo parola, per quello che è: un codice linguistico attraverso cui trasmettere e comunicare agli altri, l’assordante rumore di un alternativo silenzio troppo doloroso da sopportare.

  21. Come dire, “These fragments I have shored against my ruins”.

    Ecco la lucida essenzialità di una più o meno ‘nuova’ sintassi emozionale. Un monumento alla fissità dei corpi immersi nel dissidio. La crepa silenziosa dello schermo combaciato con il filtro prosopopeico. Lo stridore e la piattezza lancinante della figurazione, ora onirica ora incarnata, della terza persona. È Il recupero di quadri statici, d’immagini viscerali, funzionali alla narrazione (di questo si tratta; “lirica narrativa”, affondata nell’assurda voragine dell’antinomia).
    Il corpo e la percezione dello stesso nella sua regolare disgregazione. L’apposizione certa e sicura delle cose. La locazione fisiologica del dolore – fisico ed emotivo – che giace sotto la carne viva, dove sempre è stato. Dove deve stare.
    In tutto questo,
    Sommo.

  22. L’alto livello dei testi è fuori discussione. Ma a leggerli si ha la sensazione che il ventesimo secolo non sia passato, che non riesca a passare. Già dal titolo, “Totalità e frammenti”, quando oggi non ci sono più né l’una né gli altri (i due concetti vanno insieme: il frammento non è che il bloccarsi e rompersi della totalità, però, come la scheggia di uno specchio rotto è ancora specchio, così il frammento rimanda alla totalità). Poi alla fine, quando la “storia universale”, e quindi la sua spinta al progresso, viene incontro come spettacolo. Beh, non c’è più né la prima né la seconda, ma possono esserci i “progressi” relativi e al plurale. Per usare una formula che sintetizzi l’esperienza di questi testi: il Novecento è l’incubo, sia politico sia letterario, da cui Guido non vuole destarsi.

  23. @ Genovese

    Questa volta svolgo volentieri la parte del postino (che, come è noto, suona sempre due volte) e Le consegno questa letterina.

    “Il Novecento è l’incubo? Ma che maniera di trattarmi è mai questa? Il terrorismo storiografico non mi risulta che sia mai stato un valido canone ermeneutico. Se proprio devo dirgliela tutta, Le consiglierei di partire, se vuole individuare il nodo problematico della definizione del Novecento, da una classificazione binaria che legge l’800 come secolo antitetico e il ’900 come secolo sincretico. Secondo questa proposta interpretativa (di cui mi consenta di sottolineare, in margine, il valore antiterroristico e psicoterapeutico) all’“aut-aut” dell’800 si è sostituito l’’‘et-et’ del ’900. È peraltro doveroso aggiungere che su tale definizione concordano anche altre interpretazioni della contemporaneità. Nietzsche, che è non solo un interprete ma anche un testimone qualificato delle ‘crisi’ che si sono venute delineando tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, parla di una “logica della decadenza” che contraddistingue la mia epoca e che si afferma come dominio del frammento, del particolare, della differenza e, correlativamente, come rifiuto della integrazione e della organicità. A favore della suddetta definizione depongono dati di fatto evidenti, quali la fine dell’eurocentrismo, il multiculturalismo e la crescente specializzazione dei saperi. In tal senso si può affermare che il secolo ha i suoi filosofi più rappresentativi nei ‘pensatori della differenza e della singolarità’: Leibniz (del quale, non da oggi, è in atto una vera e propria ‘Renaissance’), lo stesso Nietzsche e Deleuze. Tuttavia il discorso non è così lineare come la definizione potrebbe suggerire. In realtà il significato del carattere sincretico attribuito al ’900 è ambiguo: il ’900 è infatti, nel contempo, un secolo pluralista e totalizzante, il secolo dei localismi e della ‘globalizzazione’, della complessità e della semplificazione, del pacifismo più radicale e della violenza più distruttiva. Sennonché, qui sorge un primo paradosso che si può enunciare nei seguenti termini: se il ’900 è il secolo della pluralità senza centro, allora come è possibile delineare un’immagine coerente e unitaria di ciò che si suppone sia privo di coerenza e di unità?
    Così, a questo livello della crisi novecentesca, coloro che si occupano di me incontrano inevitabilmente una ‘famiglia di problemi’: il nichilismo, i “paradossi della razionalizzazione” (molto ben individuati da Iring Fetscher con l’efficace definizione dialettica dell’irrazionalismo contemporaneo come reazione irrazionale al carattere irrazionale dei processi di razionalizzazione) e la “crisi dei fondamenti” delle scienze matematiche e fisiche.
    In effetti, lo riconosco, il mio volto non può non apparire sfìngeo, enigmatico e inquietante, se lo si guarda a partire dalla scoperta novecentesca dei paradossi dello storicismo (la storicità della verità è essa stessa una verità storica?), del relativismo (l’universale relatività delle conoscenze è essa stessa una conoscenza relativa?), della “fine della verità” (l’asserto “non c’è più verità” è esso stesso una verità?).
    Concludo questa autodifesa, esortandoLa ad avere una maggiore comprensione per le contraddizioni e per i pensatori che di esse fanno il cardine della loro visione del mondo, perché, una volta assodato che la razionalità occidentale si nutre di paradossi, allora, in questo ‘lungo Novecento’ che stiamo ancora vivendo, una qualche forma di ‘ritorno a Hegel’ è ipotizzabile, se non altro perché Hegel è proprio il pensatore della contraddizione e del suo movimento ed è – come ha autorevolmente sottolineato Jurgen Habermas – “il primo pensatore moderno per cui la modernità è diventata un problema”.

    Firmato: il Novecento.

  24. Figuriamoci, caro Novecento, se intendevo recarle offesa (e dopotutto, con tutte le sue catastrofi, stiamo pur sempre parlando di un secolo molto più appassionante del progressista Ottocento). Io mi riferivo soltanto al rapporto che, secondo la mia lettura, i testi di Guido Mazzoni intrattengono con il Novecento: per la dialettica bloccata totalità-frammento, per la tonalità emotiva radicalmente pessimistica che mi sembra di cogliere, e così via.

  25. Esito sommo e vibrante della domanda di senso che occupa un io immerso nell’orizzonte nichilista, eredità non digerita del XX secolo (e di un destino occidentale).
    Testimonianza che rispetto. Se non altro perché mi porta sedimentazioni geologiche di padri e zii che ho amato.
    Quindi grazie Guido (perdona il chiamarti per nome ma ti vivo persona, non lignaggio).
    Poi, per mio conto, sono scelto piuttosto dalla fierezza della hybris e dal vitalismo del dionisiaco e dell’apollineo, che dalla depressione narcisista del sentirmi cosa fra le cose.
    Che il tuo diramarti possa farti sentire vivo e generativo. Perché così è. Siamo in molti ad ascoltarti e risponderti.

  26. Per Luca Cristiano: il personaggio di “Essere con gli altri” è una donna, non un uomo: spero che a una seconda lettura si capisca. Se non capisce dovrò introdurre una variante, un nome proprio.

  27. Ringrazio tutti coloro che hanno commentato queste poesie sottoponendole di fatto a una specie di collaudo, di crash test. Rispondo alle vostre osservazioni accorpandole per temi. Spero di non fraintendervi.

    – Forse proprio perché sono stato un critico, quando scrivo poesie cerco di conservare un angolo cieco, di evitare che le opere mettano in forma letteraria quello che so già: nascerebbero morte. Nel caso di questo libro, l’idea che ho in mente è un’intuizione architettonica abbastanza vaga. Simone Burratti, unlettore e Vincenzo Bagnoli l’hanno colta bene. La riformulerei così: “I mondi” nascevano da un moto centripeto; il libro alternava poesie in prima e in terza persona, ma tutti i testi che lo componevano, tranne uno, rimandavano alla biografia dell’autore; “Totalità e frammenti” vorrebbe essere un libro centrifugo: i pronomi continueranno ad alternarsi, ma le persone di cui il libro parlerà saranno molte e anonime, e l’autore sarà uno in mezzo a tanti. In un certo senso Luca Cristiano ha ragione: il libro va verso il romanzo, ma non è necessario che questo romanzo abbia forma romanzesca. Per me il progetto di “Totalità e frammenti” è anche un ritorno alle origini, alle poesie che scrivevo venticinque anni fa, quando evitavo di dire io o lo dicevo sotto il velo della regressione e dello straniamento, quando condividevo la stessa fobia della lirica, di origine neoavanguardistica, che alcuni poeti miei coetanei hanno conservato nel corso dei decenni.

    – Il testo che ha suscitato commenti diversi è l’ultimo, “I destini generali”: Tommaso e Davide Castiglione ci trovano qualcosa di didascalico; per Simone Burratti è la poesia migliore. Si tratta del testo più vecchio fra quelli pubblicati qui; rappresenta una specie di transizione fra “I mondi” e il nuovo libro. L’ho messo in fondo a questa scelta di testi perché mi piaceva l’idea di cominciare con un insetto e finire con la grande politica, così come mi piaceva l’idea di cominciare e finire con i due soli testi in cui la persona di cui si parla sono io. Ripensandoci alla luce dei vostri commenti, ho capito di aver sbagliato. Dopo cinque testi che parlano di altri, il lettore può legittimamente pensare che il personaggio dei “Destini generali” non sia l’autore. Se la poesia viene letta così, le parti saggistiche che contiene prendono un tono didascalico. Ora: non mi permetterei mai di parlare in quel modo della vita altrui (Tommaso avrebbe ragione: sarei giudicante, moralistico); mi permetto invece di parlare in questo modo della mia, come succede nei “Mondi”: nel primo caso la parte riflessiva distruggerebbe l’autonomia degli altri e mi situerebbe là dove nessuno può stare, al di sopra della mischia; nel secondo caso trascriverebbe un’esperienza intellettuale soggettiva, cioè il momento in cui, attraverso la riflessione, ci impossessiamo di una verità che vale per noi. In questo senso continuo a rivendicare l’ibridazione fra poesia e scrittura saggistica da cui sono nati “I mondi”. Una parte della poesia moderna nasce da una regressione, da un‘eclissi momentanea della coscienza desta; io vorrei trattare il lettore come qualcuno che, quando apre un libro di poesia, non rinuncia a riflettere. Non credo che uno scrittore debba “suggerire il messaggio obliquamente” (Castiglione), forse anche perché non userei un concetto come quello di messaggio e non formulerei così il problema. Direi invece questo: se la letteratura ordinaria si occupa di rappresentare le passioni e di raccontare delle vicende, nella vita ordinaria le esperienze che chiamerei intellettuali (l’aggettivo è inadeguato, ma non trovo una parola migliore) non sono meno importanti delle esperienze che chiamiamo vissute; il processo che ci porta a capire qualcosa di decisivo su di noi, sugli altri, sul mondo non è meno importante dell‘attimo in cui il nostro destino subisce una svolta, o dell’attimo in cui si capisce di amare o di non amare una persona. Ora: mentre la letteratura si occupa di solito di raccontare le esperienze vissute, le esperienze intellettuali non hanno una patria letteraria precisa, non rientrano in un genere definito. Le parti riflessive dei “Mondi” o dei “Destini generali” provano a sondare questo territorio. Per farlo, debbono dilatare i confini tradizionali della poesia e assumersi il rischio del fallimento estetico: debbono sperimentare.

    – “Totalità e frammenti” è un titolo provvisorio: penserò bene alle critiche di Andrea Inglese e di Davide Castiglione. Come prima reazione mi verrebbe da dire che, dopo un secolo di libri che si chiamano “Alla ricerca del tempo perduto”, “Il partito preso delle cose”, “Note verso una finzione suprema” o “Estensione del dominio della lotta”, non dovremmo avere la stessa paura dei titoli saggistici e dei concetti che poteva avere Benedetto Croce nel 1913. Insomma: un titolo non deve necessariamente possedere l’alone dell’indistinto per funzionare. Ma forse avete ragione voi: “Totalità e frammenti” suona troppo esplicito. Lo capirò col tempo.

    – Il Novecento è finito per sempre (in Italia si chiude nell’autunno del 1980, fra la Marcia dei Quarantamila e la nascita di Canale 5). E’ probabile che io ne abbia una nostalgia inconscia, come succede a molti della mia generazione: era un tempo più leggibile e più eroico del nostro. Coscientemente, però, non lo rimpiango. So che non ritornerà. Forse ciò su cui divergiamo non è il rapporto col secolo scorso ma il giudizio sul tempo presente. Semplifico in modo brutale un discorso che meriterebbe uno spazio ben diverso: per me il presente è un tempo radicalmente post-storico, nel senso che Kojève dava a questa espressione; è il tempo delle vite solo private, il tempo in cui i destini generali sono sfuggiti al controllo della politica e si mostrano come meccanismi di potere impersonali o sotto forma di spettacolo. Poiché sono cresciuto pensando che il senso della vita stesse nella dialettica fra destini privati e grande politica, una parte di me tende a vivere disforicamente un simile stato di cose. Quando scrivo poesie, questa parte diventa il socio di maggioranza. Un’altra parte invece è affascinata dagli spazi di gratuità, di microanarchia, di vita senza trascendenze che l’esplosione di tutto ha aperto. L’autore che negli ultimi anni ho letto con enorme trasporto e stupefatta ammirazione è Bolaño. Parla di un mondo brulicante e dominato dal caso, ingovernabile e privo di senso, ma che viene vissuto con euforia disincantata, con disperata vitalità. L’insieme è nichilista ma i dettagli sono vivi; c’è interesse per le vite e i mondi multiformi che proliferano, che agiscono con frenesia senza tendere a uno scopo sostanziale. Vorrei saper rendere meglio questo lato del nostro tempo. Trovo più novecentesche delle mie le idee di Ennio Abate (e credo che Abate sia d’accordo), ma anche il progressismo relativistico di Rino Genovese o la cultura dell’impegno che emerge in alcuni scritti di Andrea Inglese. Per quanto intelligenti o nobili, queste posizioni mi sembrano delle repliche, delle sopravvivenze di gesti intellettuali che appartengono al passato e che slittano sullo stato di cose presente, come code di lucertola che continuano a muoversi dopo il colpo che le ha recise. So troppo poco della poetica che hanno in mente D’Andrea e Castiglione quando si augurano «una poesia in opposizione, più volitiva e in antitesi al proprio tempo» (Castiglione) o «il coraggio dell’io» (D’Andrea); so solo che il compito di uno scrittore è unicamente quello di provare a dire la verità sulla condizione umana così come prende forma in una certa epoca. La buona letteratura non si fa con i buoni sentimenti, né con le buone intenzioni volitive. Ma qui, probabilmente, sovrainterpreto e fraintendo.

    Vi ringrazio di nuovo per il tempo che avete dedicato a queste poesie. Perdonate la lunghezza della replica.

  28. Grazie per i chiarimenti Guido Mazzoni, sì sovrainterpreta e fraintende, non ci conosciamo è comprensibile, forse dovrebbe leggere anche Castiglione e D’Andrea, generazioni diverse, riflessioni diverse, ci incontreremo forse in qualche occasione e avremo modo di discutere le differenti poetiche. Un saluto.

  29. A me sono piaciuti moltissimo questi testi.
    Non so se il titolo sia troppo didascalico o saggistico, ma mi pare che descriva con puntualità la ricerca di un io che fa molte cose, che molte ne tenta:
    né solo siede sulle rovine della totalità, sperando di puntellarla con qualche frammento (i frammenti sono lì da troppo tempo per farci solo pensosi della perdita di una Totalità cui alludono: ormai, poeticamente e razionalmente, ci abbiamo fatto il callo; non esistenzialmente, non siamo biologicamente programmati per la scissione e l’esplosione. Però proprio per questo, tentare ancora e sempre la ricerca di una Totalità che sembra, ma la parola è abusiva, panpsichica, come in Grammatica, è ancora necessario; anche se quella Totalità-Grammatica neanche sappiamo più cos’è, se c’è, se è nominabile, se è solo una nostra proiezione “metaforica”);
    né pensa di saltare il mondo e l’alterità in un contatto diretto col Tutto (sto rileggendo in questi giorni Alcyone, altro che poco più di un secolo, pare passato un millennio, è letteratura ormai, e non riesci più a “leggerla”, puoi studiarla, ma niente di più. Ma questo è banale, il lirismo, quel lirismo, è finito per forza di cose. In Mazzoni invece: l’incontro col mondo e l’alterità avvengono, ma o per raggelato ed estraneo ascolto – Stevens -, o nell’empatia minima della condivisione di un dolore, per riconsegnarsi subito all’estraneità e al “già non ricordo più” – Essere con gli altri);
    né si accontenta del partito preso delle cose (le cose sono altre fonti d’angoscia in questi testi);
    né di stare tutto e solo dentro il linguaggio, a scomporlo e ricomporlo, a giocarci, a citare, a rovesciarlo parodisticamente, a fargli il verso e coglierne il verso (come ha fatto la neoavanguardia e come qualcuno continua a fare: un paradossale disimpegno nell’autotelismo del linguaggio però sovradeterminato dall’impegno ideologico di un assalto frontale alla società dei consumi, assalto di cui però non si accorge nessuno, se non quei pochi che se ne compiacciono: e intanto gli altri guardano il GF).
    Anche io, ogni tanto, ci ho sentito qualcosa di troppo raziocinante, di didascalico. Però forse è solo un’impressione sbagliata. C’è tanto pensiero in questi versi e righe, c’è un’intelligenza che osserva le cose dall’alto, ma che poi ci si sprofonda, anche.
    Forse solo un testo davvero non mi è piaciuto, Croydon, perché, nonostante l’oggettività dello sguardo, il moralismo sull’autoridursi a oggetto della ragazza, si sente. Ma forse con una storia come quella è quasi impossibile non mantenere nello sguardo almeno un briciolo di moralità moraleggiante.

    Forse questi testi sono davvero ancora legati a una nostalgia del Novecento, a un disagio (di cui Mazzoni ha già parlato ne “I desideri e le masse”), alla difficoltà di iniziare qualcosa di nuovo in un secolo nuovo (sia questo inizio una scelta di impegno, di volontà, di opposizione). Posso dire che non solo fra quelli della sua generazione, anche fra alcuni della mia, quella nostalgia ancora c’è. Sono nato “dopo la storia” (nell’80, con Canale 5 e la marcia dei 40mila). A me è sempre sembrato difficile iniziare qualcosa di nuovo, semplicemente perché per iniziare qualcosa di nuovo devi avere la proterva volontà di distruggere il vecchio. Io invece alle spalle non mi son trovato niente. Dunque la nostalgia è un sentimento necessario: mi serve per ricostruirmi uno straccio di passato, una provenienza, una paternità culturale, un limite dentro cui stare e contro cui combattere. Qualsiasi scrittura che, come questa, senta ancora il peso del passato, che ci resti attaccata, preferendo questo alla propulsione verso il nuovo, mi sembra preziosa.

    In queste poesie sono tradotte esperienze, riflessioni minime e massime, comunque si sente un soggetto che cerca. C’è un io. Ci sono dei contenuti. C’è il nostro mondo attuale. Se vogliamo che la poesia sia letta, che serva a qualcuno, ormai di queste cose non dovremmo più fare a meno. Ma non vorrei sembrar zdanovista. Lo hanno osservato alcuni commentatori, che in questa poesia c’è ricerca. Però tra una ricerca nel mondo e una ricerca dentro il chiuso della letteratura c’è differenza. Abbiamo bisogno della seconda, oggi. Questi tentativi di ricerca di Mazzoni a me dicono “qualcosa” e gliene sono grato.

    “Stare in un mondo di cose fabbricate / pensare alla fabbricazione delle cose / le cose di plastica per esempio – / poggiare la mano su un sedile di plastica / ai margini dell’esperienza, alla periferia / della giornata, gli occhi opachi, lo sguardo vulnerabile”: non è un attacco, certo senza quegli oltranzismi ben noti, che un po’ ricorda alcuni stilemi neoavanguardistici? L’abbassamento verso il colloquiale, ben diverso da quello del primo Novecento, che era serio e serioso, perché aveva invece i toni dello sfottò impietoso (verso la prosa, verso la poesia): io lo sento in quel “per esempio”, che chiude tre versi costruiti sulla ripetizione di parole vuote o trite (“pensare”, “stare”, “cose”) e sul loro germinare l’una dall’altra attraverso la figura etimologica (“fabbricate – fabbricazione”).
    Eppure quell’attacco finisce nella descrizione di un’esperienza sensoriale ed esistenziale (“poggiare la mano”, “ai margini dell’esperienza, alla periferia / della giornata, gli occhi opachi, lo sguardo vulnerabile”). Ecco, partiamo da dove vogliamo, però arriviamo a questo. Io e non solo io, ripeto, ne sento il bisogno.

    (Ho buttato giù queste considerazioni un po’ così: perdonate la paratassi faticosa).

  30. Solo alcune postille, che riguardano il giudizio sul Novecento e indirettamente, nella misura in cui vi alludono o ne serbano traccia, i testi che sono stati proposti. Non so chi abbia parlato, confrontando l’800 col ‘900, rispettivamente, di un arco teso con la freccia pronta a scoccare e di una freccia che ha raggiunto il bersaglio e lo ha distrutto. Certo è che l’800 ha sognato, annunciato e promesso, mentre il ‘900, fedele alla sua vocazione di “Age of Extremes”, ha dichiarato di agire, facendosi carico sino in fondo della realizzazione di ciò che l’800 aveva, per l’appunto, sognato, annunciato e promesso. In questo senso, il Novecento ha concepito se stesso, simultaneamente, come fine e come inizio assoluto, ponendosi risolutamente “al di là del bene e del male”. Ed è proprio l’unione, senza dubbio problematica, di queste due convinzioni che legittima la definizione del Novecento come “secolo sincretico”, laddove l’Ottocento mantiene il suo nitido profilo di “secolo antitetico”. Così, la stessa volontà di “spezzare in due la storia del mondo”, che è il tratto distintivo ‘par excellence’ del Novecento, può essere declinata, nell’ottica del testo mazzoniano sui “Destini generali”, come tentativo di ritorno a totalità mitiche, ove l”uomo nuovo’ è soltanto reintegrato a ritroso dallo ‘status naturae deiectae’ in cui si trova attualmente, o come “assalto al cielo” in cui il proletariato e le masse subalterne riprendono e conducono alle estreme conseguenze la engelsiana “lotta contro il destino e contro la borghesia”.

  31. Credo emerga il testo n.6 “Essere con gli altri”, per forma e senso il meno mortifero della collezione. Non penso che questa via abbia un futuro, ma Mazzoni si intende di canone piu’ di me ed e’ probabile che lo stravolgimento esperito nell’ultimo ventennio sara’ infine ricordato come un banale accidente del modernismo.

  32. Ma avere il coraggio di dire “No!”, di dire, dire, ridire, urlare “No” a questo animalesco modo di situare se stessi nel mondo!!? Letteratura ingenua, poesia irresponsabile, prodotti storicamente presenti solo per contenuti, linguaggio. Chi guarda alla responsabilità dei propri scritti? Chi scrivendo si rivolge a chi scriverà e ancora non ha scritto? Chi ai propri figli?
    Non si tratta di retorica. È il perché della letteratura. Deve finire il tempo in cui è di valore anche ciò che è semplicemente, esclusivamente “bello”.
    Invece ognuno s’atteggia a personaggio, ognuno è indaffarato a pensarsi noto, originale. Questa non è poesia, non è la letteratura che fattualmente può esser prolifera nell’oggi; giammai nel domani. È sfogo individuale, che assume, grazie alle doti dello scrittore, forma letteraria. Ma solamente è un gesto che si ripete: narcisismo, egoismo. È rincorrere la propria coda, ripetersi le stesse litanie.
    Mutatis mutandis, che differenza intercorre tra la produzione di Mazzoni Guido e quella di Quentin Tarantino? Entrambi, sornioni, si divertono a dar forma a ciò che sanno chi li guarda, legge, vorrà vedere; entrambi, sornioni, sguazzano compiaciuti in uno status quo pensato immutabile, che li riguarda ma non gli appartiene, si fanno spettatori, creano spettacoli accattivanti, sanno farsi ascoltare, piacere; entrambi, sornioni, fanno spettacolo, fabbricano rosari da recitare, dicono ciò che già è o vorrebbero che sia, in costruzioni estetiche che vanno alla deriva, non ritornano: fuochi d’artificio.
    Sol che, se in Tarantino son gli schizzi di sangue e gli effetti speciali, in Mazzoni son le raffinate ispezioni, le chiuse a effetto.
    L’abilissimo Tarantino non fa cinema, si serve del cinema.
    L’argutissimo (critico) Mazzoni non fa poesia, non letteratura; si serve della letteratura, si serve del trasandato stato attuale della contemporanea ‘poesia’.
    Variando appena, si adegua.

    Rispettosamente,
    un giovane.

  33. «Trovo più novecentesche delle mie le idee di Ennio Abate (e credo che Abate sia d’accordo), ma anche il progressismo relativistico di Rino Genovese o la cultura dell’impegno che emerge in alcuni scritti di Andrea Inglese. Per quanto intelligenti o nobili, queste posizioni mi sembrano delle repliche, delle sopravvivenze di gesti intellettuali che appartengono al passato e che slittano sullo stato di cose presente, come code di lucertola che continuano a muoversi dopo il colpo che le ha recise.» (Mazzoni)

    Mazzoni sostiene quanto ripetuto in precedenti interventi: « Il Novecento è finito per sempre». Io direi, invece, che siamo tutti – lui compreso – più novecenteschi di quanto crediamo. Repliche, sopravvivenze di gesti intellettuali del passato ci sono – per fortuna! – anche in Mazzoni e nelle sue poesie. Sia pur smorzate: «io vorrei trattare il lettore come qualcuno che, quando apre un libro di poesia, non rinuncia a riflettere» e altre affermazioni analoghe. E indubbiamente gli sconfitti, nel loro agitarsi, fanno proprio pensare a code recise di lucertole o a immagini simili se non peggiori.

    Eppure chiedo: e se fosse proprio questa condizione di sconfitti, di «piccoli borghesi» massificati, anonimi (o quasi), costretti a mettere una pietra sopra alla politica o alla grande politica (il noi) e ad attestarsi (o rifugiarsi, alcuni persino contenti e come liberati da un incubo) a permetterci di non slittare affatto sullo stato di cose presente? E a resistere – lo so che è una brutta parola! – *in zona poetica* (quella dell’io o di un ambivalente io-noi)?

    E poi: è davvero questa – stabilire se il Novecento sia finito per sempre o meno – la questione centrale che abbiamo di fronte? Diamo pure per scontato che esso sia finito, che non ritornerà, che il presente è un tempo radicalmente post-storico e che «i destini generali sono sfuggiti al controllo della politica e si mostrano come meccanismi di potere impersonali o sotto forma di spettacolo». Diciamo anche che siamo in « un mondo brulicante e dominato dal caso, ingovernabile e privo di senso» ( ma – grande novità! -non era stato Nietzsche a dirlo addirittura prima che il Novecento iniziasse?). E accettiamo infine – ma da dove e da quale tempo deriva questo “imperativo etico”? – che « il compito di uno scrittore è unicamente quello di provare a dire la verità sulla condizione umana così come prende forma in una certa epoca».
    Resta – più sostanziale di quanto appaia – il fatto che questo scrittore ( o intellettuale o «piccolo borghese»)– come ho scritto nel precedente commento – «potrebbe nutrirsi ancora di odio (intelligente)». Che per me equivale a «provare a dire la verità sulla condizione umana». E non, invece, lasciarsi affascinare «dagli spazi di gratuità, di microanarchia, di vita senza trascendenze che l’esplosione di tutto ha aperto». Può, cioè, anche se volesse lasciar perdere del tutto quel rompicoglioni ottocentesco di Marx (è quello l’incubo?), assumere *anche* o *almeno* – non dobbiamo per forza essere originalissimi e coerenti se vige il caos! – la posizione di un qualsisi Sartre. Che al caos, all’assenza di Dio, alla consapevolezza di quanto «l’inferno sono gli altri» risponde con l’assunzione di libertà dell’io (meglio ancora – aggiungerei – dell’io/noi che invoca o non dimentica la possibilità di *polis*). Non è insomma il caos (accertato o meno e che forse continuava a sussistere anche quando vigevano nelle nostre testoline “rivoluzionarie” le Grandi Narrazioni) a giustificare il disarmo o l’«euforia disincantata».

  34. Mi scuso e correggo questo passaggio:

    “e se fosse proprio questa condizione di sconfitti, di «piccoli borghesi» massificati, anonimi (o quasi), costretti a mettere una pietra sopra alla politica o alla grande politica (il noi), alcuni persino contenti e come liberati da un incubo, a permetterci di non slittare affatto sullo stato di cose presente?”

  35. c’è questo bubbone che scoppia qua e là, il problema della periodizzazione storica, che è un falso problema. dire che il ‘900 è finito penso sia materia per il cinquecentesco Jacques De la Palice, almeno finchè ci riconosciamo nel calendario gregoriano.

    forse sarebbe il caso di intendersi, invece, su cosa nel corso del 900 ha cessato i suoi effetti, cosa ci portiamo dietro e cosa è effettivamente nuovo; la storia non procede per soglie attraverso le quali, da un giorno all’altro, si determina il cambiamento, ma per complesse stratificazioni di dinamiche che si svolgono su diverse scale temporali. non basta dire che si è superato qualcosa per averlo effettivamente superato.

    per dire: “il tempo in cui i destini generali sono sfuggiti al controllo della politica e si mostrano come meccanismi di potere impersonali o sotto forma di spettacolo” riassume icasticamente le osservazioni tratte sulla società loro contemporanea da Debord e da Junger, rispettivamente nel 1967 e nel 1932.

    forse, da questo vicendevole accusarsi di novecentismo, possiamo trarre il fatto che tutti, persino i più ggiovani, siamo nati nel ‘900? come disse Frank Zappa: da una mucca non si fa un prosciutto.
    e non è, d’altronde, il progressismo, il futurismo, con le sue retoriche del superamento, della vecchiezza di un’idea come stigma, un carattere prettamente otto-novecentesco (o forse ancora antecedente, da quando la querelle degli antichi e dei moderni si risolse in favore dei moderni)?

    mi fa un pò ridere quest’ansia delle date periodizzanti (il 900 in Italia è finito nel 1980); è come stare a dibattere su quando è finito il medioevo: nel 1492 a Hispaniola o Granada? nel 1453 a Costantinopoli? nel 1517 a Wittenberg? nel 1450 a Magonza? nel 1477 a Nancy? o in tutte queste date e luoghi, più altri ancora, tali da farci percepire una quantità e portata tale di cambiamenti da poter stabilire la fine di un’era?

    detto ciò, ho apprezzato di più Croydon e Le cose fabbricate, proprio in quanto storie di gente tra gente con la giusta visione ad alzo zero che fa tesoro di quella esperienza otto-novecentesca riassunta nel “Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frére!” di Baudelaire ed Eliot, e meno Grammatica (soprattutto perchè sono un cultore di xenolinguistica) e I destini generali, proprio perchè assume quel tono didascalico (e individualistico) poi rettificato dall’autore, nonchè per l’irritazione che mi da questo insanabile vezzo della contemporaneità alla storicizzazione istantanea degli eventi, che nel perentorio imporre l’11 settembre 2001 come data periodizzante trova il proprio (fatuo) emblema.

  36. “Detrito dell’anno distopico per eccellenza” ha fatto bene a segnalare l’importanza del problema della periodizzazione. In effetti, coloro che si riferiscono al Novecento come ad un periodo obsoleto e perento (o addirittura come ad “un incubo”) somigliano ai “Centuriatori di Magdeburgo” che inquadravano la storia del cristianesimo in unità di cento anni; sennonché la storiografia ha abbandonato ormai da tempo l’idea della coincidenza fra secolo storico e secolo astronomico. La domanda che va posta relativamente alle età individuate attraverso le periodizzazioni è semmai: “Queste età sono puramente convenzionali o rispecchiano fedelmente le effettive discontinuità del processo storico?”. (Basta porsi questa domanda per capire che il carattere periodizzante attribuito all’attentato dell’11 settembre 2001 è soltanto un volgare ideologema imposto dai mass media al servizio dell’imperialismo egemone). La risposta si condensa allora nel dilemma realismo/strumentalismo. Il realismo afferma che la periodizzazione è un riflesso di rotture reali del processo storico e che, quindi, esiste una sola periodizzazione corretta; lo strumentalismo ritiene che, essendo il processo storico un flusso continuo, la periodizzazione è una deformazione e che, perciò, data la sua natura convenzionale, sono possibili più periodizzazioni. Benedetto Croce, ad esempio, ha affermato che «pensare la storia è certamente periodizzarla»; per lui la tripartizione ‘età antica-medievale-moderna’ non è arbitraria, ma è strettamente connessa alla coscienza moderna: quando questa cambierà, cambierà anche la prospettiva storica e, quindi, tale periodizzazione si contrarrà in un’unica epoca e le scansioni saranno diverse. Da parte mia, aggiungerei che, se si deve convenire sul fatto che l’abito di Clio è un tessuto senza cuciture, resta pur sempre vero che in esso vanno distinti i diversi disegni della trama. Inoltre, secondo la pertinente indicazione della scuola delle ‘Annales’, occorre definire sempre, quando si usa il concetto di periodo storico, il livello al quale ci si colloca e la pluralità dei tempi storici (che involge, fra l’altro, il paradosso storiografico per cui la fine di un periodo non coincide con l’inizio del periodo successivo). Delio Cantimori ha fornito un esempio assai istruttivo di tale complessità discutendo il problema della periodizzazione dell’età del Rinascimento (che egli preferisce chiamare “età umanistica”), la quale nella storia letteraria va da Petrarca a Goethe, nella storia della Chiesa va dallo scisma d’Occidente alle secolarizzazioni, nella storia economico-sociale va dai Comuni e dal precapitalismo mercantile alla rivoluzione industriale e nella storia politica da Carlo IV alla rivoluzione francese. Un esempio altrettanto istruttivo (soprattutto, ma non solo, per i post-novecentisti) è l’esperimento mentale proposto da Daniel Milo nel suo libro di “periodologia”, allorché, trattando il problema della genesi e del
    valore della periodizzazione storiografica per secoli, si domanda quale spostamento di prospettiva sarebbe avvenuto, se si fosse identificata, quale ‘terminus a quo’ della nostra era, anziché l’incarnazione, la passione, ossia l’anno 33 d. C.: una conseguenza interessante sarebbe, relativamente agli ultimi due secoli, che la prima guerra mondiale e la rivoluzione d’ottobre sarebbero risucchiate nel XIX secolo, mentre il XX secolo, in cui, con lieve forzatura, si potrebbe inscrivere il grande crollo di Wall Street, ma anche il nazismo, il fascismo e il comunismo, sarebbe ancora ben lungi dalla sua fine.

  37. Mah, non credo che il punto essenziale sia se esista una soglia e meno che mai se debba coincidere con la fine del secolo o del millennio, non credo che esista uno solo di quanti siano finora intervenuti che intendessero “fine del novecento” in questo senso. Mi pare che chi si impegna in questa direzione, sfondi una porta aperta.

    Mi pare piuttosto che il punto reale di dibattito stia nell’uscire dal generico, specificando meglio cosa intendiamo con questo superamento.
    Per quanto ne capisco, mi pare che le ipotesi fin qui registrate siano due.
    L’una è che la questione sinistra/destra, quella che cioè passa attraverso la questione della distribuzione della ricchezza, abbia perso la sua centralità.
    L’altra, che sembrerebbe più radicale, non riguarda la natura e i termini delle dicotomie nel presente, ma che addirittura non esista più il centro, e quindi incita a lasciar perdere la missione di mettere ordine nel mondo perchè ormai domina il disordine e non rimarrebbe che accettarlo e dedicarsi a missioni ben più delimitate e parziali.

    Ebbene, ripetendomi rispetto a quanto detto altrove, quest’ultima tesi mi pare paradossale, ordine e disordine non sono intrinsechi alla realtà, sono strumenti concettuali costruiti per descrivere in modo più efficiente una realtà che non aspetta certo noi umani che la osserviamo per risultare più o meno leggibile.
    Dovrebbe risultare ovvio che ogni volta che un modello culturale si rivela inadeguato rispetto all’evoluzione storica, annaspiamo alla ricerca di nuove categorie concettuali che ancora non abbiamo, e pensiamo che sia la realtà che sia impazzita, piuttosto che renderci conto che siamo noi ad essere inadeguati alle nuove situazioni.

    Credo invece di potere concordare con il primo tipo di significato dell’espressione “fine del novecento”, che mi pare collegarsi con il conclamato fallimento della scommessa illuminista e quindi di tutte le teorie politiche che da esso più o meno indirettamente derivano.
    Se per fine dell’ottocento si intendesse che l’economia deve perdere la sua centralità, non potrei che dichiararmi perfettamente d’accordo.

  38. io non saprei proprio come giustificare un’insignifcanza del livello che per esempio segue:
    “Le foglie gridano, il vento agita i rami.
    Eppure il nulla dell’inverno si annulla leggermente.
    È ancora pieno di ombre gelide e neve modellata.
    Le foglie gridano: si rimane a distanza, ci si limita a ascoltare.
    È un grido assorto e riguarda qualcun altro”

    mazzoni come se lo spiega? ha svuotato i cassetti dei quindici anni?

  39. vorrei ribadire quella profondità che si invera nel nulla che udite udite si annulla, il tutto essendo mica un nulla qualsiasi, ma il nulla dell’inverno.
    il vento che agita i rami, le foglie che gridano e tutto uno sguardo che finge una razionalità e una lucidità che non possiede, per tacere dell’originalità, ma ecco che appena emerge la sensibilità e il vettore dell’attenzione scopriamo questa freccia a metà tra harmony e hoappenalettobaudelaire.
    ovviamente essendo inverno le ombre sono GELIDE, ma che bella trovata.
    0 termico davvero, questa scrittura.

  40. Caro Stopandgol,

    vede, non ho svuotato i cassetti dei quindici anni; ho solo tradotto “Il corso di un particolare” di Wallace Stevens. La poesia che lei critica si intitola “Stevens” proprio perché non l’ho scritta io. L’ha scritta Wallace Stevens:

    http://en.wikipedia.org/wiki/Wallace_Stevens

    http://it.wikipedia.org/wiki/Wallace_Stevens

    La mia è una traduzione libera, l’equivalente di ciò che nella musica rock è una cover. Le foglie gridano e la neve è gelida perché Stevens scrive questo. E’ lui che rimane a metà fra harmony e hoappenalettobaudelaire.

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