cropped-Marcel_Proust-original11.jpgdi Mario Lavagetto

[Cent’anni fa, il 14 novembre 1913, l’editore Bernard Grasset pubblicava, a spese dell’autore, Du côté de chez Swann di Marcel Proust, il primo volume di un’opera che avrebbe cambiato la storia del romanzo e della cultura. Pubblichiamo le pagine finali di Quel Marcel! Frammenti dalla biografia di Proust, di Mario Lavagetto, uscito per Einaudi nel 2011 (il titolo originale del capitolo è Rivoluzione copernicana)Ringraziamo l’autore e l’editore (gm)]

Non è, io credo, un arbitrio cogliere nella parabola creativa di Marcel Proust quello che con una terminologia forse desueta, ma funzionale e cara a Thomas Stearn Eliot, potremmo definire un “correlativo oggettivo” del radicale sovvertimento a cui, negli stessi anni, Freud sottoponeva la concezione pre-analitica dell’io sostituendo ad essa una nozione tanto sconvolgente da meritare, ha detto Lacan, “che si introduca a suo riguardo l’espressione di rivoluzione copernicana…”[1]

Quella nozione o quella funzione era certo stata messa in crisi dalla filosofia con Locke, Kant e – dice ancora Lacan – soprattutto con gli psico-fisici i quali avevano cercato di ridurre a un puro miraggio e di screditare l’idea che l’io fosse una sostanza a cui venissero trasmesse le prerogative (in specie l’immortalità) che, nella visione religiosa, competevano all’anima. E tuttavia il colpo definitivo, destinato a pregiudicare in modo irreparabile quello che potremmo chiamare il primato, o la centralità, dell’io, fu inferto da Freud:

Abbiamo usato il termine di rivoluzione copernicana per qualificare la scoperta di Freud. Non che ciò che non è copernicano sia assolutamente univoco. Gli uomini non hanno sempre creduto che la Terra  fosse una specie di piano infinito, le hanno imputato anche dei limiti, delle forme diverse, a volte quella di un cappello da signora. Ma tutto sommato avevano l’idea che vi fossero cose che stavano in basso, al centro diciamo, e che il resto del mondo si edificasse sopra. Ebbene, anche se non sappiamo ciò che un contemporaneo di Socrate poteva pensare del suo io, c’era comunque qualcosa che doveva essere al centro, e non sembra che Socrate ne dubiti. Probabilmente non era fatto come quell’io che comincia a una data che possiamo situare tra la metà del sedicesimo secolo e l’inizio del diciassettesimo. Ma era al centro, alla base. In rapporto a questa concezione, la scoperta freudiana ha esattamente lo stesso senso di decentramento apportato dalla scoperta di Copernico. La esprime bene la formula folgorante di Rimbaud – i poeti, che non sanno quel che dicono, dicono però sempre le cose prima degli altri – Io è un altro (Je est un autre).[2]

Quella formula Rimbaud l’aveva utilizzata una prima volta in una lettera del 13 maggio 1871 a Izambard: “C’est faux de dire: Je pense: on devrait dire on  me pense […] Je est un autre.”[3] [“È falso dire: Io penso: bisognerebbe dire: mi si pensa. […] Io è un altro.”]. Trent’anni più tardi  all’uomo già sfrattato,  dopo Copernico e dopo Darwin,  dal centro dell’universo e dal centro della storia naturale, arriverà secondo Freud[4] – e, sulle sue tracce, secondo Lacan – un terzo e definitivo sfratto: una ulteriore, e anche più crudele, ferita al narcisismo originario. La psicoanalisi scopre, registra e notifica insieme il tramonto di ogni prospettiva antropocentrica. D’ora in poi, suggerisce, l’esercizio della conoscenza presuppone l’accettazione di una posizione di margine e la rinuncia a ogni ipotesi di soggetto-perno in grado di compiere periodiche e puntuali esplorazioni per definire i propri territori, censirli e consegnarli a rassicuranti catasti. La coscienza, “un tempo onnipotente” – scrive Freud nella Traumdeutung[5] – si trova dunque ridotta “a un organo di senso” per cogliere “qualcosa che si dà altrove”: a un dispositivo omeostatico, tra il mondo esterno e l’inconscio, situato in una zona di confine che l’anatomia cerebrale, convocata come testimone e garante in Al di là del principio del piacere, colloca nella corteccia[6]. Questa posizione doppiamente periferica, rispetto al “fuori” e rispetto al “dentro”, congiunta alla impossibilità di conservare tracce mnestiche sempre disponibili, sembra determinare un regime di paradossale ed endemica emergenza: je est un autre, je n’est pas moi.  L’identità è un residuo, ricostruibile solo partendo dall’altro, da una realtà che si manifesta per segnali enigmatici e intermittenti. “Le  ‘Je’ – scriverà Proust il 28 novembre 1920 a Henri de Regnier – est une pure formule[7]

“Proust et Freud – aveva tempestivamente avvertito fin dal 1925 Jacques Rivière –  inaugurano un nuovo modo di interrogare la coscienza. Rompono con le indicazioni del senso intimo; non vogliono più rimanervi paralleli; aspettano, spiano, anziché i sentimenti, i loro effetti; vogliono capirli solo attraverso i loro segni. L’uomo interiore è qui trattato per la prima volta come un corpo sulla cui composizione non possono ragguagliare se non le reazioni a cui dà luogo.”[8] Basta rileggere alla luce di queste parole l’episodio della madeleine per averne una conferma. La “verità” deve essere cercata partendo da una posizione di confine tra il mondo esterno che funge da necessario detonatore e il mondo interno dove qualcosa, a grande profondità, sembra “trasalire”: non potrà essere ritrovata nel sapore del tè e del dolce che vi è stato immerso, ma solo quel sapore è capace di evocarla, di determinare l’indispensabile choc,  l’urto che potrà disancorarla e riportarla alla luce.

Il passato, risvegliato da un incontro fortuito e sottratto alle opacità della memoria volontaria, si muove, lancia segnali captati da una sorta di osservatorio orbitale dove potranno essere decifrati solo attraverso un cerimoniale preciso, una strategia che consentirà di non disperderli e che preliminarmente richiede   di “fare il vuoto” intorno a quei segnali, una rigorosa messa in parentesi per eliminare ogni interferenza. Alla fine, qualcosa che è stato cercato nel mondo interno, e che là era sprofondato, viene a galla in una tazza di tè:

tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di casa Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole abitazioni e la chiesa e tutta Combray e la campagna circostante, tutto questo che sta prendendo forma e solidità è uscito, città e giardini, dalla mia tazza di tè.[9]

Proprio partendo dall’esame della semiotica disseminata nel testo,  Gilles Deleuze – autore di quello che resta, a distanza di anni, il libro più lucido e convincente dedicato a Proust – è arrivato a dar vita  a una metafora critica: il narratore della Recherche, ha detto, è un ragno: “Non ha organi, non ha sensazioni, né percezioni, non ha nulla. E’ una specie di corpo nudo, di grande corpo indifferenziato. Qualcuno che non vede nulla, non sente nulla, che non capisce nulla. Quale dunque può essere la sua attività? Credo che chi si trova in quello stato non possa che rispondere a dei segni, a dei segnali. In altri termini, il narratore è un ragno.”[10]

Un ragno in agguato ai margini della sua tela che vibra, gli trasmette messaggi discontinui, gli indica la presenza di una preda: controfigura – se accettiamo un suggerimento di Giacomo Debenedetti e siamo disposti a leggere la biografia di Proust come una sorta di “prova generale” della Recherche[11] – dell’uomo che trascorre lunghi anni in una camera foderata di sughero, lontano da quella realtà di cui cerca di registrare i segnali, anche i più impercettibili, con il solo strumento – la scrittura – di cui dispone. Chi osserva, attraverso le lettere, la vita quotidiana di Marcel Proust e riconosce in essa alcuni dei germi che nella Recherche verranno metabolizzati e sottoposti a un radicale disorientamento[12], ha spesso l’impressione di assistere al formarsi progressivo, sui margini,  di una glossa smisurata, antropofaga e  invasiva che abolisce ogni possibile firma. “Una lettera – ha detto Forster – nasce dalla superficie: è coinvolta negli eventi o nei progetti quotidiani: è naturalmente firmata. La letteratura tende a non avere firma”[13]: tende all’anonimato, anche se perfino Bourbaki, nome fittizio dietro cui si compie una serie di elaborazioni matematiche, “ha il suo stile e il suo speciale modo di essere anonimo. ”[14]

Un ragno, ma lontanissimo da quello che evocava Sartre in una nota del 1939 dedicata al concetto di intenzionalità nella filosofia di Husserl[15], meritevole ai suoi occhi di averci liberato da ogni  illusione alimentare e dallo “spirito ragno” che, secondo gli insegnamenti fallaci e congiunti di realismo e idealismo, attirava “le cose nella sua tela, le ricopriva di una bava biancastra e lentamente le deglutiva”[16]. Immagine suggestiva e forse impropria, certo impropriamente applicata a Proust[17] per cui l’albero – quell’albero, sotto il sole, fermo, immobile, indigeribile[18] – non può in alcun modo essere diluito nella coscienza e poco importa se la verità dovrà poi essere cercata “al di là di quell’albero”[19]: perché solo da quell’albero, da quella madeleine, da quel dislivello del selciato, da quel battere di un cucchiaio contro una tazzina, da quella condotta d’acqua che perde o da quell’improvvisa posizione del corpo il passato, la “verità” che si identifica con la riemergenza del passato e con l’abolizione del tempo, può tornare alla luce. Nell’opera prodigiosa, tentacolare e infinibile di Proust – dove si dice “io” per migliaia di pagine – niente è più labile, precario,  condizionato di quell’io: niente è più evasivo e il suo destino, o meglio la sua possibilità di avere un destino da parte del “fantasma che racconta le proprie avventure”[20], è in bilico fino all’ultimo.

Il fallimento – la deriva di Swann che è sospesa sul capo del narratore fino alle intermittenze della matinée – viene scongiurato soltanto alla  fine e grazie al verificarsi di una serie di piccoli eventi fortuiti che si susseguono in una abbacinante “illumination à la Parsifal.”[21] “La camera magnifica della vita” – leggiamo in Jean Santeuil  – “avrebbe potuto restargli chiusa per sempre e egli avrebbe potuto passarle davanti senza conoscerla.”[22] È un’immagine che si ripercuoterà nella Recherche. In Sodome et Gomorrhe il nome di Mlle Vinteuil, che affiora improvvisamente sulle labbra di Albertine, è come un “Sesamo”: apre “la porta che si era richiusa dietro di lei” e attorno a cui Je  avrebbe potuto accanirsi cento anni “senza sapere in che modo tornare ad aprirla.”[23] Nella Fugitive sono i ricordi ad avere delle “piccole porte nascoste” che spesso non conosciamo e che talvolta ci vengono fortuitamente aperte.[24] Fino al Temps retrouvé dove quell’immagine torna a sancire la salvezza finalmente raggiunta:

qualche volta è proprio quando tutto ci sembra perduto che arriva l’avvertimento in grado di salvarci: abbiamo bussato a tutte le  porte che non danno su nulla, e la sola attraverso cui si può entrare e che si sarebbe cercata invano per cento anni, la si urta inavvertitamente e si apre.[25]

È quasi impossibile che un lettore, di fronte a queste parole, possa non ricordarsi della grande parabola che si trova nelle ultime pagine del Processo e dell’uomo che trascorre la sua vita davanti a una porta senza mai varcarne la soglia difesa da un occhiuto guardiano per scoprire poi, alla fine, quando è ormai troppo tardi e  sta per spirare, che proprio quella era la  sua porta e che era a lui destinata. Qui forse la radice è la stessa e sembra conservare l’eco di antiche tradizioni, ma la coniugazione è diversa: la parabola è a lieto fine.

Il caso ha permesso di riconoscere e di aprire la porta; “il racconto non ha più che da finire – il libro non ha più che da cominciare.”[26] Comincia nel preciso momento in cui l’autore, come ha scritto Bataille, sta per essere “messo a morte dalla propria opera” e in modo così radicale che l’opera, “scritta sul suo letto di morte”, è alla lettera “il suo modo di morire.”[27]

Riferimenti bibliografici

La data in evidenza rimanda alle edizioni (in lingua originale o tradotte) che sono state utilizzate. I titoli che seguono sono da considerarsi come un elenco di punti di appoggio o di debiti riconosciuti e pagati puntualmente; in molti casi, tuttavia, la traccia di singole letture si è persa negli anni e non posso escludere che sia affiorata, a mia insaputa, dietro le mie parole.

1980 Barthes R., La Chambre claire. Note sur la photographie, Édition de l’Étoile, Gallimard-Seuil, Paris; trad. it., La camera chiara: nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 1980.

1984 Barthes R., Le Bruissement de la langue, Seuil, Paris; trad. it., Il brusio della lingua: saggi critici 4, Einaudi, Torino, 1984.

1975 Barthes R., Deleuze G., Genette G. e altri, Table Ronde, in «Cahiers Marcel Proust», VII, Gallimard, Paris.

1973 Bataille G., La Somme athéologique, in Oeuvres complètes, V-VI, Gallimard, Paris.

1960 Butor M., Les «Moments» de Marcel Proust, in Répertoire, I, Minuit, Paris ; trad.it. in Sei saggi e sei risposte su Proust e sul romanzo¸ Pratiche, Parma, 1977.

1964a Butor M., L’usage des pronoms personnels dans le roman, in Répertoire, II, Minuit, Paris. trad. it. in Sei saggi e sei risposte su Proust e sul romanzo¸ Pratiche, Parma, 1977.

1964b Butor M., Les œuvres d’art imaginaires chez Proust, in Répertoire, II, Minuit, Paris. trad. it. in Sei saggi e sei risposte su Proust e sul romanzo¸ Pratiche, Parma, 1977.

1971 Debenedetti G., Il romanzo del Novecento, Garzanti, Milano.

2005 Debenedetti G., Proust, a cura di M. Lavagetto e V. Pietrantonio, Bollati Boringhieri, Torino.

1963 Forster E.M., Aspects of the Novel, MacMillan, London 1927; trad. it. Aspetti del romanzo, Il Saggiatore, Milano 1963.

1976-84 Foucault M., Histoire de la sexualité, 3 voll., Gallimard, Paris; trad. it. Storia della sessualità, Feltrinelli, Milano, 1978-85.

1994a Foucault M., Sur les façons d’écrire l’histoire, in Dits et écrits, edizione diretta da D, Defert e da F. Ewald, I, Gallimard, Paris; trad. it. Sui modi di scrivere la storia, in Archivio Foucault, 1. 1961-1970, Feltrinelli, Milano, 1996.

1994b Foucault M., Archéologie de la passion, in Dits et écrits, edizione diretta da D, Defert e da F. Ewald,  IV, Gallimard, Paris.

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1969b Freud S., Die Traumdeutung, in Gesammelte Werke, Fischer, Frankfurt am Main, II-III,; trad. it. L’interpretazione dei sogni, in Opere, vol. 3, Boringhieri, Torino, 1966.

1969c Freud S., Zur Psychopatologie des Alltagslebens, in Gesammelte Werke, Fischer, Frankfurt am Main, IV; trad. it. Psicopatologia della vita quotidiana, in Opere, vol. 4, Boringhieri, Torino, 1970.

1969d Freud S., Zur Einleitung der Onanie – Diskussion. Schlusswort, in Gesammelte Werke, Fischer, Frankfurt am Main, VIII; trad. it. Contributi a una discussione sull’onanismo, in Opere, vol. 6, Bollati-Boringhieri, Torino 1974.

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1978 Lacan J., Séminaire. Livre II. Le moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse, Seuil, Paris ; trad. it. Il Seminario, Libro 2: L’io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, 1954-1955, Einaudi, Torino 1991.

1963 Poulet G., L’Espace proustien, Gallimard, Paris ; trad. it. Lo spazio di Proust, Guida, Napoli 1972.

1968 Poulet G., Marcel Proust, in Mesure de l’instant, Plon, Paris.

1948 Proust M., Lettres à un ami, préface de G. de Lauris, Amiot-Dumont, Paris.

1952 Proust M., Jean Santeuil, a cura di B. de Fallois, préface de A. Maurois, Gallimard, Paris ; trad.it. Jean Santeuil, a cura di F. Fortini, Einaudi, Torino 1953.

1954 Proust M., Contre Sainte-Beuve suivi de Nouveaux mélanges, a cura di B. de Fallois, Gallimard, Paris ; trad.it. Contro Sainte-Beuve, Einaudi, Torino 1974.

1970-93 Proust M, Correspondance, a cura di Ph. Kolb, 21 voll., Plon, Paris.

1971a Proust M., Jean Santeuil précédé de Les plaisirs et les jours, a cura di P. Clarac, con la collaborazione di Y. Sandre, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris.

1971b Proust M., Contre Sainte-Beuve, précédé de Pastiches et mélanges et suivi de Essais et articles, a cura di P. Clarac, con la collaborazione di Y. Sandre, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris.

1976 Proust M., Carnet de 1908, «Cahiers Marcel Proust», VIII, Gallimard, Paris.

1982 Proust M., La Matinée chez la Princesse de Guermantes, a cura di H. Bonnet, con la collaborazione di B. Brun, Gallimard, Paris.

1987-89 Proust M., À la recherche du Temps perdu, edizione diretta da J.-Y. Tadié, 4 voll., Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris ; trad.it., Alla ricerca del tempo perduto, 4 voll., edizione diretta da L. De Maria e annotata da A. Beretta Anguissola e D. Galateria, prefazione, di C. Bo, Mondadori, Milano 1983-1993.

1991 Proust M., Écrits de jeunesse, a cura di A. Borrel, Institut Marcel Proust International, Durand, Luisant.

1993a Proust M., Les Plaisirs et les Jours suivi de L’Indifférent, a cura di Th. Laget, Gallimard, Paris.

1993b Proust M., Sodome et Gomorrhe, a cura di F. Leriche, Le Livre de Poche, Paris.

2002 Proust M., Carnets, a cura di F. Callu e A. Compagnon, Gallimard, Paris.

1985 Rivière J., Quelques progrès dans l’étude du coeur humain, in «Cahiers Marcel Proust», XIII, a cura di T. Laget, Gallimard, Paris; trad. it. Proust e Freud, Pratiche, Parma, 1985.

1947 Sartre J.-P., Une idée fondamentale de la phénomenologie de Husserl: l’intentionnalité, in Situations, I, Gallimard, Paris; trad.it. Un’idea fondamentale della fenomenologia di Husserl: l’intenzionalità, in Che cos’è la letteratura?, Il Saggiatore, Milano 1960.


[1] Lacan 1978, p.11.

[2] Ivi, p.16.

[3] Rimbaud 1954, p. 268.

[4] Cfr. Freud 1969c, XI, pp. 294-295.

[5] Freud 1969a, p. 620.

[6] Freud 1969i, pp.23 sgg.

[7] Proust 1970-93, XIX, p. 630.

[8] Rivière 1985, p. 83-84..

[9] Proust 1987-89, I, p. 47. « …toutes les fleurs de notre jardin et celles du parc de M.Swann, et les nymphéas de la Vivonne, et les bonnes gens du village et leurs petits logis et l’église et tout Combray et ses environs tout cela, qui prend forme et soliditè, est sorti, ville et jardin, de ma tasse de thé. »

[10] Cfr. Barthes, Deleuze, Genette, etc.1975, p.89. Ma si veda anche Fernandez 1943, p.81.

[11] Debenedetti 2005, p. 281.

[12] Cfr. Barthes 1984, pp. 318-319.

[13] Forster 1961, p.92.

[14] Foucault 1994a, I, pp. 597..

[15] Sartre 1947, pp.29 sgg.

[16] Ivi, p. 32.

[17] Debenedetti, servendosi di quella nota di Sartre (che concludeva esclamando: “Eccoci finalmente liberati da Proust!”) per descrivere la novità del processo di conoscenza nella Recherche,    aveva dunque, per quanto arbitrariamente, visto giusto (Cfr. Debenedetti 1971, pp.304-305.)

[18] Cfr. Sartre 1947, p.30.

[19] Cfr. Proust 1971b, p.417 e Poulet 1968, p.319.

[20] Butor 1960, p.171. Non è in ogni caso arbitrario, per quanto la Recherche non sia in alcun modo riducibile a una “autobiografia”, riconoscere in essa una forma di radicale de-facement  nel senso di De Man (1984, pp.67 sgg.).

[21] Proust 1982, p.318. Proust si era proposto allora, al tempo della Matinée chez la princesse de Guermantes, di presentare “come une illumination à la Parsifal  la découverte du Temps  retrouvé.” (Cfr. a questo proposito Macchia 1989, pp.75 sgg.)  Il reiterato ritorno del nome di Parsifal in quelle pagine sembra ricollegarsi, per vie sotterranee, alla teoria degli eroi parricidi in cui ci eravano imbattuti a suo tempo.

[22] Proust 1971a, p.839.

[23] Proust 1987-89, III, pp.1127-28. Nella Recherche, ha scritto Ingeborg Bachmann (1998, p.149)  “ogni frase e ogni passo sono un ‘apriti Sesamo’ che dischiude una porta dentro di noi. ”

[24] Ivi, IV, p.76

[25] Ivi, IV, p. 445. « c’est quelquefois au moment où tout nous semble perdu que l’avertissement  arrive qui peut nous sauver: on a frappé à toutes les portes qui ne donnent sur rien, et la seule par où on peut entrer et qu’on aurait cherchée en vain pendant cent ans, on y heurte sans le savoir et elle s’ouvre. »

[26] Barthes 1980, p.39.

[27] Cfr Bataille 1973, V, pp. 174-75.

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