cropped-Stajano.pngdi Clotilde Bertoni

La stanza di un’abitazione privata, gremita di fotografie, riproduzioni, utensili misteriosi; e la loro capacità di squarciare il passato, di restituirne ampi periodi e singoli momenti: il nuovo libro di Corrado Stajano, intitolato appunto La stanza dei fantasmi (Garzanti, pp. 273, E 18,00), esplora con rara intensità la funzione evocativa degli oggetti, in grado di sprigionare suggestioni impensate, di custodire i ricordi consapevoli e di ridestare quelli inconsci, di trattenere o resuscitare interi mondi.

Se il libro prende le mosse da una dimensione personale e intima, in Stajano molto insolita, la oltrepassa però subito: le «memorie imbrogliate» che gli oggetti suscitano e le pagine dipanano agganciano costantemente la sfera privata a quella pubblica, le cronache familiari alla storia collettiva; il circoscritto spazio domestico si apre a un’avvincente e struggente ricognizione di altri spazi e tempi, alimentata da quella tensione critica, da quello slancio di denunzia che hanno innervato sempre la produzione dell’autore.

Un insieme di oggetti disparati – lo strumento di un veterinario, un mucchietto di foto, due schegge di bombe un tempo raccattate dallo zerbino di una cucina – rialza il sipario sulla Cremona e sui paesi circostanti patria della famiglia materna, sollecitando la ricostruzione della vita di un nonno agricoltore mai conosciuto, alcune reminiscenze della propria fanciullezza di «Tonio Kröger di provincia», ma anche l’inquadratura di un arco storico che va dalla grande guerra al fascismo alla liberazione. Un modellino in legno per un macchinario industriale riporta alla mente l’incontro con l’operaio che l’aveva costruito, Guido Alasia, padre del Walter brigatista giovanissimo, divenuto in rapida sequenza assassino e vittima durante uno scontro mai del tutto chiarito con la polizia; e apre uno spaccato sulla prima fase degli anni di piombo (alla cui ultima stagione Stajano ha dedicato invece un altro incisivo libro, L’Italia nichilista). Da una carta geografica della Sicilia, terra d’origine del padre, «isola amata e disamata», si irradiano memorie eterogenee, i soggiorni estivi di ragazzo, un’intervista a Lucio Piccolo, le sofferte indagini sul fenomeno mafioso.

È invece un’associazione particolarmente sinuosa a dar vita al capitolo più direttamente autobiografico, vero centro nevralgico del volume: una riproduzione dell’Auriga di Delfi, emblema di un ricordo mancato, di una visita non avvenuta al museo che lo custodisce, risveglia il ricordo bruciante del «lunghissimo giorno di paura» che l’aveva resa impossibile, il 21 aprile 1967, in cui l’autore e sua moglie (la fotografa Giovanna Borgese), giovane coppia in vacanza ad Atene, assistono sconvolti in diretta al golpe dei colonnelli; giorno di cui il testo ripercorre le diverse tappe e gli stridenti contrasti, la sovrapposizione alla radio dei decreti liberticidi e degli slogan di propaganda, l’alternanza tra i momenti di terrore (la corsa per strada tra gli spari) e quelli surreali (l’incontro con l’ancora ignaro ambasciatore italiano che ascolta distratto le notizie sfogliando la sua agenda), e soprattutto il passaggio dal senso iniziale di straniamento – che così spesso accompagna l’esperienza ravvicinata delle grandi svolte storiche – a un senso crescente di indignazione partecipe che segnerà la definitiva vocazione alla scrittura impegnata e al lavoro di inchiesta («La Grecia fu una grande passione, il mio ’68. […] Com’erano stati evanescenti, prima di allora, quei temi che poi mi appassioneranno, l’ingiustizia, la difesa dei diritti, la sopraffazione, la violenza, l’esclusione»).

Un lavoro di inchiesta, quello di Stajano, tanto più penetrante perché capace di illuminare dinamiche differenti di sopruso e facce altrettanto differenti del dolore, di inoltrarsi negli stati d’eccezione quanto nel lungo corso della vita quotidiana. Capacità più che mai resistente e vivida in questo libro: l’oppressione del fascismo ha non solo il volto ribaldo del duce e dei gerarchi, ma anche quello placidamente opportunista della grassa borghesia cremonese che «struscia ai piedi» del ras Farinacci (per poi rimuovere la propria ventennale complicità con una frettolosa epurazione); al martirio lancinante dei partigiani e dei deportati si affianca quello sgranato giorno per giorno dei contadini privi di ogni diritto, sbalzati dalla prigionia delle cascine a quella delle trincee; la scia di sangue degli anni di piombo si intreccia a una scia meno vistosa di angherie sottili, come quelle inflitte ai familiari di Walter Alasia, al fratello oggetto di discriminazione sul luogo di lavoro, ai genitori nel momento della tragedia ignorati dal loro partito, un imbarazzato Pci (che avrebbero ugualmente continuato a votare); il potere della mafia è individuato, ancor più che nell’aperta brutalità del crimine, nella vischiosa rete di connivenze e affari intessuta nella sua ombra; la rievocazione della lotta antimafiosa accosta ai nomi sacri di Falcone e Borsellino quelli di eroi precedenti assai meno celebrati, caduti per le strade del centro di Palermo, quasi tutti lasciati senza protezione allora, spesso cancellati dalla memoria adesso, come il procuratore Gaetano Costa, ucciso mentre curiosava tra bancarelle di libri poco tempo dopo aver firmato da solo decine di ordini di cattura, come il Pio La Torre sempre in prima linea, coraggioso autore di leggi decisive, assassinato mentre si recava al lavoro insieme al compagno di partito Rosario Di Salvo, e come parecchi altri ancora.

L’ibridazione tra il taglio saggistico e quello narrativo è sorvegliatissima, esclude risolutamente dilatazioni o deformazioni romanzesche, resta lontana dalle tipologie di non fiction attualmente più diffuse; eppure, il libro va continuamente oltre la rigidità dei dati oggettivi e dei fatti accertati, continuamente esprime la persuasione che «i documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti di carne». Innanzitutto, con l’energia di una prosa serrata e densa, insieme sobria e incandescente; e poi con saltuari ricorsi alla fantasia, che prendono però non la forma imperiosa dell’invenzione, ma quella inquieta della congettura aperta: i vari interrogativi posti dal racconto – sull’atteggiamento verso il fascismo del nonno, self made man «con il genio della terra», su cosa passava nel cuore di tre partigiani immortalati in una foto (avuta in dono da Nuto Revelli) mentre si avviavano alla fucilazione, sulle ragioni che portarono velocemente Walter Alasia dalla contestazione al terrorismo – restano sospesi, e tanto più perciò pungolano le emozioni e il pensiero.

Inoltre – come in molte altre opere dell’autore, dalla più celebre, Un eroe borghese, alla più recente, La città degli untori – la letteratura è un persistente punto di riferimento: i libri, che insieme agli oggetti popolano la stanza dei fantasmi, passano a popolare le pagine del testo, evocati fugacemente (l’aggettivo «dolceridente» coniato da Alceo per Saffo, riservato a un’immagine della madre ragazza), o invece estesamente citati, volti a enucleare sensi profondi del discorso: da un brano del Grand Meaulnes di Alain-Fournier sulle atmosfere magiche e misteriose della provincia, alle parole del principe Andrej tolstojano sulla follia della guerra, fino al «riaffluir di sogni» agognato nel componimento di Montale Riviere, su cui il volume termina, come a schiudere nello sguardo amarissimo sul nostro paese «rotto e corrotto», uno spiraglio di speranza, un auspicio di rigenerazione.

[Questo articolo è già uscito su «alias – il manifesto»].

[Immagine: Corrado Stajano].

 

7 thoughts on “I fantasmi di Corrado Stajano

  1. Non ho letto il libro di Stajano ma la bella recensione di Tilli Bertoni mi induce a curiosità. Aggiungo solo, oltre a ringraziare l’autrice, un riferimento che potrebbe rivelarsi utile per accompagnare questa lettura: “Il mondo degli oggetti” (Lupetti, 2001) di Eleonora Fiorani, vera e propria enciclopedia dell’oggetto tra microstoria, antropologia culturale, design e semiologia.

  2. Ho letto con interesse la recensione sul testo di Staiano,a cui mi lega la patria lombarda della madre,ma in verità sono rimasto assai colpito dall’affermazione”mai del tutto chiarita” riferita allla morte di Alasia:essa ha lo stesso potere evocativo degli oggetti usati dallo scrittore per “esplorare”.
    Quasi coetanei,Walter mi induce sempre ad una dolce nostalgia della gioventù quando,in anni difficili,il nostro destino era dettato più dalla volubilità del caso che non dalle decisioni prese.Ma,a trent’anni dalla morte,una frase buttata lì,quasi per caso,può restituire una ritardata giustizia alla Verità in un martoriato paese di volgarità,miseria,intrallazzi ed infami.
    Vivere per obbedire non è vivere,e morire a vent’anni non è morire,si entra nel mito di una realtà contraria,di un’Idea troppo grande per un popolo così meschino.

  3. Caro Piermassimo,
    tu scrivi giustamente: “Vivere per obbedire non è vivere, e morire a vent’anni non è morire, si entra nel mito di una realtà contraria, di un’Idea troppo grande per un popolo così meschino”. Sono d’accordo, nella sostanza, con queste tue considerazioni, ma non ne trarrei come conseguenza etico-politica il disincanto o la rinuncia. Anche nel 1821 e anche nel 1943, tanto per evocare due date emblematiche, vi era un dualismo tra alcune minoranze audaci che si battevano per una giusta causa e “un popolo meschino” indifferente ed estraneo, quando non ostile; ma alla fine quelle lotte e quei sacrifici si sono rivelati in qualche modo fecondi. È infatti sufficiente ripercorrere le tappe salienti della vita, sia pure così breve, di Walter Alasia o anche di quella, più lunga, di Prospero Gallinari per capire che, di fronte alla loro morte, è doveroso togliersi il cappello, quale che sia il giudizio politico-ideologico (e il mio è decisamente critico) sull’esperienza della più importante fra le organizzazioni politiche della sinistra di classe che negli anni Settanta scelsero come forma di organizzazione la clandestinità, come forma di azione la lotta armata e come prospettiva strategica l’insurrezione rivoluzionaria.
    Gallinari, ad esempio, era nato 62 anni fa a Reggio Emilia da una famiglia contadina, era
    cresciuto nella Fgci, l’organizzazione dei giovani comunisti, e aveva preso la prima tessera a quattordici anni. Nel 1968, a diciassette anni, si allontanò dal Pci, ritenuto ormai un partito riformista di stampo socialdemocratico e prese parte alle riunioni di un gruppo composto da iscritti alla Fgci e al Pci in radicale dissenso con il partito. Da questo gruppo proverranno molti altri brigatisti reggiani, che avranno un ruolo di primo piano nella fondazione delle Br, come Alberto Franceschini (poi pentito), Lauro Azzolini, Francesco Pelli, Roberto Ognibene, Francesco Bonisoli, Tonino Paroli ecc. Prospero Gallinari, arrestato una prima volta nel 1974, viene processato a Torino in quello che passerà alla storia come il processo al “nucleo storico” delle Br. Nel gennaio del 1977, però, riesce ad evadere dal carcere di Treviso. Prenderà poi parte al sequestro di Aldo Moro prima come componente del nucleo che agisce in via Fani e poi come uno dei ‘custodi’ del prigioniero, insieme con Mario Moretti, Anna Laura Braghetti e Germano Maccari. Nel maggio del 1979, in séguito alla sparatoria che accompagna l’occupazione della sede regionale della Dc in piazza Nicosia a Roma, rimane leggermente ferito. La sua storia è quindi indissolubilmente connessa a quella delle Brigate Rosse, alla cui elaborazione teorica e storica Gallinari ha dato un contributo fondamentale. Nonostante i vari infarti che hanno scandito la sua esistenza di prigioniero politico e di instancabile architetto di evasioni (famoso è il tentativo
    compiuto al carcere di Rebibbia con lo scavo di un tunnel chilometrico), non ha mai rinnegato la sua storia e la sua identità politico-ideologiche e a coloro che almanaccavano circa i presunti “misteri” legati alle Br o che facevano finta di interrogarsi su come una simile organizzazione avesse potuto durare così a lungo, un giorno rispose: «Eravamo clandestini per lo Stato, non per le masse. Vi piaccia o non vi piaccia, era così l’Italia di quegli anni, altrimenti un’organizzazione come la nostra non avrebbe potuto restare in piedi per tanto tempo». Nel 1988, assieme ad altri prigionieri politici, dichiara la fine dell’organizzazione: «Oggi, ottobre 1988, le Brigate Rosse coincidono di fatto con i prigionieri delle Brigate Rosse». Una dichiarazione esplicitamente
    motivata dalla necessità di non lasciare la sigla in balìa di agenti provocatori o di elementi prezzolati. Nel 1996 la sua condanna all’ergastolo viene “sospesa per motivi di salute” e fa ritorno nella sua Reggio Emilia, dove viene accolto dall’affetto e dalla solidarietà di tutti i compagni, anche di quelli che avevano preso le distanze dalle sue posizioni, ma ne conoscevano l’integrità politica e morale. Morendo, compie, a coronamento di una vita spesa all’insegna di questa virtù, un ultimo gesto di generosità: dispone che vengano donate le cornee. Caro Ghidotti, un popolo che, nel bene o nel male, riesce ad esprimere personalità come quelle di Alasia e di Gallinari non è “un popolo meschino”.

  4. è la paura del futuro , è l’instabilità dei concetti , è la polvere degli scenari politici
    che allontana uomini dalla realtà e li spinge a cercare il sole . E’ vero che certi uomini non tengono a battesimo un popolo meschino…e fin quando il sogno esiste la viltà non occupa posizioni di forza Ma piano piano il sogno scompare
    si disintegra per auto energia e d allora le valli divengono prigionie e i monti
    impossibili pareti Leggendo lla pagina sopra ho sentito l’amicizia delle idee che correva avanti a difendere le pseuodoviolenze e le vere violenze :le esecuzioni
    simili al potere Un alt all’omologazione ,. un alt a questi fuochi nei fienili inarrestabili

  5. @ Barone e Piero

    Barone sicuramente ricorderà il libro di Del Carria “Proletari senza rivoluzione”. (E’ solo sul titolo che chiedo ora attenzione…).
    Per dire che oggi gli sconfitti devono stare attenti anche nell’omaggiare altri sconfitti, vicini o distanti dai loro valori. Specie in un’Italia che, per onorare i Pisacane e i Mazzini o i veri (pochi) partigiani della Resistenza, ha sempre dovuto sopportare che i termidoriani si assesstassero al potere. E solo allora anche gli “eroi scomodi” sono stati infilati nella foto di gruppo della “liberazione nazionale” assieme ai loro più osannati persecutori: e ovviamente alle “zone grigie” considerate più indispensabili e decisive delle minoranze attive e capaci di opporsi.

  6. Merita come minimo rispetto chiunque, e sottolineo “chiunque”, combatta con lealtà, disinteresse e coraggio per i suoi ideali, qualunque, e sottolineo “qualunque”, essi siano.
    Poi, si aprono due discorsetti mica male: quello nel merito degli ideali, e quello nel merito del rapporto tra ideali e loro effettuale realizzazione storica.
    Ricordava Eliot che si possono fare le cose sbagliate per i motivi giusti, e le cose giuste per i motivi sbagliati. Io il suggerimento lo terrei presente.

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