cropped-0.jpgdi Daniela Brogi

Club Sándwich (Fernando Eimbcke, 2013)

Torinofilmfestival31

Il Concorso Internazionale Lungometraggi del Torino Film Festival ha premiato come miglior film Club Sándwich, realizzato da uno dei più apprezzati esponenti del nuovo cinema messicano: Fernando Eimbcke (nato nel 1970). Il suo film d’esordio Temporada de patos (2004) aveva subito ottenuto molti riconoscimenti, come anche il secondo, Lake Tahoe [Sul lago Tahoe, 2008], passato fuori concorso a TFF26. Come nei due precedenti lavori, anche Club Sándwich mette al centro della vicenda un adolescente, Hector (Lucio Giménez Cacho), che ha quattordici anni: l’età più indefinita, quella in cui corpo e coscienza sono in continua tensione e sembrano andare in direzioni opposte, perché alcuni pezzi sono ancora attaccati all’infanzia, ora per inerzia, ora per resistenza al cambiamento, mentre altre parti premono verso la forma adulta; e tutto gira ansiosamente attorno a domande che non trovano risposta: il corpo cos’è, come funziona, a cosa serve? 

Il film di Eimbcke è una sorta di coming-of-age story, narrata e trattata però non come un’esperienza di solitudine o di antagonismo isolato, ma come un’esperienza di relazione, perché stavolta il termine di riferimento di questo racconto di iniziazione è prima di tutto l’altro personaggio che man mano conquista gli spettatori durante la visione, cioè Paloma (María Renée Prudencio), la madre di trentacinque – quarant’anni. Paloma è una madre/amica, che occupa tutto lo spazio affettivo di Hector – del padre, nominato soltanto di sfuggita e indicato come “Lui”, non sappiamo nulla: non esiste, non fa racconto. L’effetto di apnea per il passaggio da una soglia all’altra che sta per consumarsi è assecondato, scenicamente, dall’ambiente in cui si svolge quasi tutto il film: un resort di modesta categoria, a Puerto Escondido, nello stato di Oaxaca, dove Paloma e Hector stanno passando una settimana di vacanza durante il periodo della bassa stagione (non c’è quasi nessun altro); il film si apre con un campo fisso, che tornerà più volte, sui due protagonisti distesi sul bordo di una piscina. Sono le immagini di un non luogo: uno spazio alberghiero come tanti, con camere e locali anonimi, una piscina, e dei lettini sui quali madre e figlio prendono il sole, ascoltano musica e si nutrono di club sandwich e frappé. Proprio quei tramezzini impilati che rappresentano il pasto consumato più spesso, tanto da dare il titolo al film, rendono bene la scelta di mettere in scena la storia attraverso dettagli quotidiani – siamo, per intendersi, all’opposto dell’eleganza sofisticata delle situazioni e delle inquadrature di Somewhere, di Sofia Coppola, a cui certe immagini in piscina o il plot stesso potrebbero far pensare. Ma quei panini che senza problemi Paloma mangia assieme al figlio sovrappeso raccontano pure, senza spiegarla, limitandosi a mostrarla, anche la complicità amicale su cui è principalmente fondato il rapporto tra i due: si tratta di un’intimità disinvolta, fatta di giochi, di parolacce, di canzoncine, e dunque anche di codici diversi dagli stereotipi del materno come principio che si prende carico, cura, e controllo, procurando cibo scelto e ben preparato alla prole. Questa relazione armoniosa ed esclusiva si sta tuttavia incrinando: Hector, come succede, comincia a sottrarsi, a non accondiscendere all’immagine che gli rimanda la madre («Smettila di chiamarmi tesorino!»), a fare attenzione al corpo che sta mutando – stanno per arrivare le prime tracce di baffi – a cercare, toccandosi, forme di godimento altre e separate. L’entrata in scena di Jazmin (Danae Reynaud), coetanea di Hector e dunque con le idee meno confuse in fatto di sessualità, rompe definitivamente il cerchio magico del rapporto tra Paloma e Hector: la spinta verso il desiderio e la disponibilità alla perdita cominciano a camminare meno lontani. Ma è proprio a questo punto che arriva, tanto in senso narrativo quanto formale e visivo, la parte migliore e tecnicamente più interessante di Club Sándwich, perché la crisi di ruolo della madre di Hector (“Non chiamarmi signora, chiamami Paloma”), di questa donna così vitale ma anche così invadente proprio con la sua vivacità (esilarante la scena in cui con un tuffo “a bomba” si butta in mezzo ai due ragazzini che flirtano); la crisi di ruolo innescata dalla nuova identità sessualmente attiva del figlio non produce banalmente un’uscita di scena accompagnata dall’esplosione di pathos: non si dà, insomma, quello che – e l’espressione fa riflettere – comunemente si intende con “scena madre”. Da questa conflittualità piuttosto nasce una seconda storia di formazione: accanto a quella del figlio, quella della madre, che dà fondo a tutte le sue ambivalenze ma compie, di fatto, un’esperienza di attraversamento, così intensa da conquistare sempre più energia narrativa. È a Paloma che sempre più si appassiona la telecamera, e assieme a lei chi guarda il film, perché Paloma non è un tipo ma un personaggio dinamico. E ciò accade anche grazie al fatto che i due codici di racconto già presenti nelle precedenti opere di Eimbcke, vale a dire la preferenza per tecniche di ripresa pseudodocumentaristiche e il trattamento umoristico del soggetto, assicurano ai personaggi, come alla storia, una libertà espressiva che funziona. Il documentarismo, infatti, valorizza storia e personaggi, guardandoli e rendendoli interessanti in quanto vite in formazione, come esperienze anziché come intrecci prevedibili; e l’umorismo allontana lo stereotipo – una scena per tutte: Hector che si masturba davanti alla finestra, mentre la madre dorme, ma viene interrotto dai mugolii della madre che verosimilmente sta facendo un sogno eccitante.

[Immagine: Fernando Eimbcke, Club Sándwich].

 

1 thought on “Viva la mamma

  1. Non ho ancora visto il film, ma ho letto con piacere questa recensione/narrazione che riesce a cogliere così bene la relazione madre/figlio adolescente e i momenti di svolta in direzione della separatezza e della separazione tra i due con l’mmediatezza di una scena cinematografica (vedasi ad esempio l’ultima scena narrata).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *