cropped-scott-matthew.jpgdi Pierluigi Lucadei

[Questa lunga chiacchierata è l’insieme di due interviste concesse dall’artista australiano a Pierluigi Lucadei e pubblicate sul quotidiano online www.ilmascalzone.it]

Tra i più personali e intensi artisti della canzone d’autore dell’ultimo lustro, Scott Matthew quest’anno ha deciso di misurarsi con un repertorio non suo. Così, due anni dopo l’affascinante “Gallantry’s Favourite Son”, il barbuto australiano – ma newyorkese d’adozione – è tornato con “Unlearned”, raccolta di quattordici cover che spaziano dai Bee Gees (“To Love Somebody”) a John Denver (“Annie’s Song”), da Whitney Houston (“I Wanna Dance With Somebody”) ai Joy Division (“Love Will Tear Us Apart”).

Come mai un disco di sole cover?
Fare un disco di cover è stato un mio sogno per anni. Ad ogni concerto ho sempre suonato alcune cover e ho sempre desiderato raccoglierle in un disco prima o poi.
Perché proprio ora?
Aspettavo il momento giusto. E dopo tre album originali ho pensato di aver dimostrato abbastanza da poterlo fare.
Che significato ha l’”unlearned” del titolo?
La mia speranza è che queste canzoni possano generare in chi ascolta una risposta emotiva senza il preconcetto legato al brano originale. Per questo mi piacerebbe aiutare a disimparare, to unlearn, la conoscenza della canzone com’era in origine. Vorrei offrire una nuova prospettiva su una canzone, in qualche caso cambiandola completamente, in altri semplicemente omaggiandola, e permettere così alla canzone di essere una fresca scoperta.
Hai un legame con le canzone scelte per l’album?
Sì, e non solo perché ognuna di esse ha un particolare significato per me. Ogni canzone rappresenta ciò che intendo per “buona” canzone. Le ho prese da tutti i periodi della mia vita, scegliendo quelle che in un modo o nell’altro mi avevano influenzato. Ho sentito il desiderio di mostrare alle persone cosa queste canzoni significassero per me e credo di averlo fatto attraverso la mia interpretazione. Le ho fatte “mie” e penso di aver permesso a chi ascolta di avere un rapporto diverso con le canzoni, un tipo di rapporto che senza le mie cover non avrebbero avuto.
C’è un motivo particolare dietro la scelta di “I Wanna Dance With Somebody, per esempio, e dietro la scelta di trasformarla in una piano ballad?

Ho voluto metterla nel disco per allargare il concetto di “unlearned”. Le persone non hanno mai prestato attenzione alle parole di “I Wanna Dance With Somebody” e quindi non si sono mai rese conto di quanto fossero belle e malinconiche. Certo, la versione originale non aiutava la malinconia a venire fuori ma, sotto sotto, era una bella ballata. Il mio desiderio era di aiutare a scoprire la bellezza in qualcosa in cui potresti non averla riconosciuta.
In “Help Me Make It Through The Night duetti addirittura con tuo padre…
E’ la cosa più personale in cui mi sia mai spinto. Così personale che preferisco non entrare troppo nei dettagli. Ti dico però che siamo orgogliosi l’uno dell’altro ed è stato un privilegio poter cantare e suonare con lui. Mio padre aveva una band prima che io nascessi ma poi abbandonò la musica per la famiglia. La musica è stata comunque una presenza importante nella mia infanzia. Mio padre cantava e suonava la chitarra a casa. E’ stato lui ad insegnarmi i primi accordi sulla chitarra. Tutto questo rende la nostra canzone insieme il momento clou del disco. Adesso lui si sente la rockstar che ha sempre voluto essere, è diventato una celebrità nei boschi (ride, ndr).
Hai suonato con tuo padre anche dal vivo?
Sì. Durante l’ultimo tour, lui e mia madre si sono uniti a noi per le ultime cinque date. All’inizio ho fatto salire mio padre sul palco solo per suonare la chitarra, ma nell’ultimo concerto era ormai abbastanza a suo agio anche per cantare. Non c’è stato un solo occhio asciutto in tutta la sala, nemmeno i miei. Non mi era mai capitato di piangere veramente sul palco prima di quella sera.
A mio parere le cover più riuscite sono “Smile” e “Love Will Tear Us Apart”. A parte il duetto con tuo padre, sei d’accordo con me o hai altre cover che ritieni più riuscite delle altre?
Beh, “Smile” è anche una delle mie preferite. Non soltanto si tratta di una canzone perfetta, c’è anche la fortuna di averla potuta cantare con Neil Hannon. Poi mi piace molto com’è venuta “I Don’t Want To Talk About It”. E’ difficile scegliere la preferita. Anche perché sono orgoglioso di ciascuna canzone.
Come hai coinvolto Neil Hannon?
E’ stato un dono divino poter aver Neil Hannon sull’album. L’ho incontrato in Portogallo grazie alla nostra collaborazione con Rodrigo Leão. Entrambi abbiamo scritto delle canzoni con Rodrigo ed entrambi le abbiamo suonate dal vivo in Portogallo. Ho sempre ammirato il suo songwriting e la sua voce, e dopo averlo conosciuto ammiro Neil anche come persona.
Hai messo dell’ironia nel disco?
Assolutamente no. Non mescolo ironia e musica, non so nemmeno come si faccia. Alcune persone mi hanno chiesto se la cover di Whitney Houston fosse ironica ma per me non lo è in alcun modo.
Di sicuro l’effetto che più frequentemente le tue canzoni hanno su chi ascolta è quello di lasciarlo di pietra: ricordo di aver avuto una sensazione di autentica pietrificazione la prima volta che ho ascoltato “White Horse”. E’ un tipo di impatto emotivo che persegui deliberatamente?
Sì, direi che cerco fortemente queste sensazioni di cui parli. Mi piace l’intensità, voglio l’intensità e la perseguo. Onestamente, mi piace il tipo di reazione che descrivi.
Cerchi lo stesso tipo di intensità anche da ascoltatore?
Sì, mi piace ascoltare anche cose leggere, ma il più delle volte cerco cose che abbiano quel tipo di intensità.
Suoni da tempo l’ukulele che, ultimamente, è diventato uno strumento di gran moda. Lo suoni solo per via del tuo problema al dito [il dito medio della mano sinistra di Scott ha una limitata funzionalità in seguito ad un’aggressione subita a New York; ndr] o ci sono altri motivi?
Il problema al dito è il motivo per cui mi sono avvicinato all’ukulele che, avendo quattro corde, è molto più agevole da suonare rispetto alla chitarra. Poi però mi sono appassionato, oggi mi piace molto l’ukulele, mi piace molto il suo suono, mi ricorda vagamente il suono di un’arpa. E poi è uno strumento così piccolo, lo puoi portare dove vuoi…
Da fan di Nick Cave mi sarei aspettato una cover dei Bad Seeds o dei Birthday Party, soprattutto dopo che qualche tempo fa mi avevi detto di essere anche tu un suo fan. Non suoni mai sue canzoni?
Adoro Nick Cave. Devo assolutamente prendere in considerazione di fare una sua cover. Meglio ancora sarebbe cantare la canzone con lui. Sarebbe davvero un sogno. Dopo potrei anche morire, travolto dalla gioia. E’ un uomo davvero incredibile.
Sei spesso paragonato ad Antony. Credi ci siano delle somiglianze tra voi? Vi siete mai incontrati? E ti piacerebbe collaborare con lui?
Antony è meraviglioso. E’ una grande ispirazione sentir cantare uno come lui. Somiglianze tra noi non ne vedo tantissime anche se capisco che alcuni possano fare un paragone del genere. Ecco, direi che non sono molto d’accordo con il paragone ma che Antony è uno a cui non mi dispiace essere paragonato. Mi è capitato di incontrarlo nel luglio 2009 in Svizzera, suonavamo entrambi al Montreux Jazz Festival. Non so se mi piacerebbe collaborare con lui. Da un lato sarebbe molto stimolante, dall’altro lato, però, negli ultimi anni tutti hanno collaborato con Antony e non mi va di mettermi in coda con la manina alzata e dire “hey, ci sono anch’io”.
Che ricordi hai del film “Shortbus”[film-scandalo del 2006 in cui Scott suonava alcuni brani, ndr]?
Oh, amo “Shortbus”. E’ un film molto forte ma girarlo è stato davvero molto molto divertente. Il primo ricordo che ho è la sensazione di gioia che c’era durante la lavorazione. Si era creata una piccola comunità tra tutti, attori, tecnici, regista, musicisti, era bellissimo. Ricordo che il regista John Cameron era stato molto bravo a mettermi a mio agio e, per la prima volta, mi sono sentito in un certo senso professionale in quello che facevo, cioè suonare e cantare le mie canzoni. “Shortbus” mi ha dato molto visibilità e mi ha anche permesso di trovare una casa discografica.
La vita a New York può davvero essere come quella raccontata da “Shortbus”?
Oh, no no [ride, ndr]. Nel film c’è molta fantasia.

Ti senti ancora australiano? O negli anni hai iniziato a sentirti un po’ americano?
Mi sento australiano. Ti dico la verità: non mi sono mai sentito americano, nonostante io me ne sia andato dall’Australia ormai sedici anni fa. Non mi sono mai sentito americano e, sinceramente, è qualcosa che non ho mai cercato. Qualche volta, forse, mi sono sentito newyorkese, ma essere newyorkese non è lo stesso che essere americano, New York è un posto a parte.
Hai pronti brani inediti?
Sì, ho scritto alcuni brani che faranno parte di un album di inediti. Ho in mente di scriverne ancora e, a dire la verità, mi eccita anche l’idea di fare altre cover.

[Immagine: Scott Matthew].

 

1 thought on “L’arte di disimparare: intervista a Scott Matthew

  1. Meravigliosa versione. Ho visto due concerti di Scott Matthew a Roma. Uno perfino sul balcone di casa di Sylvie Lewis…. Un grande.

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