cropped-chi-sono-i-forconi-orig-3_main1.jpgdi Rino Genovese

In Italia, per come si sono messe le cose, sembra oggi possibile una rivolta poujadista. Ciò deriva dal clima politico attuale, che vede – a torto o a ragione – il partito di centrosinistra come responsabile della (in)azione di governo agli occhi di tutti, compresi quelli di uno come me che sarebbe per un deciso mutamento di rotta… Ma anzitutto, chi era Pierre Poujade? E che cosa il movimento che da lui prende nome?

Anni cinquanta del Novecento, quarta repubblica francese, prima che de Gaulle, ritornato al potere nelle irte difficoltà della guerra d’Algeria, fondi la quinta, quella che dura tuttora, con un misto di spirito bonapartista e liberaldemocratico. Poujade è un commerciante, un cartolaio, che si mette a capo di un movimento contro il fisco, di dura critica del sistema parlamentare, contro il trattato che istituisce la Comunità economica europea (1957), e che, grazie anche al coinvolgimento dei piccoli agricoltori al solito decisivi in Francia, riesce ad avere una cinquantina di deputati (il padre di Marine Le Pen, Jean-Marie, comincerà la sua carriera proprio come rappresentante poujadista). La ribellione però non avrà vita lunga: sarà assorbita dalla forte iniziativa di de Gaulle, capace di concentrare in sé tutte le spinte contrarie al sistema politico, pur concedendo l’indipendenza all’Algeria e attirandosi così le ire degli ultranazionalisti (tra cui i Poujade e i Le Pen, appunto).

Ora, perché dico che in Italia siamo dinanzi a qualcosa di simile, guerra d’Algeria a parte? Perché a) la politica sembra arrivata al capolinea dopo l’impasse prodotta dalla lunga egemonia leghista-berlusconiana, soprattutto per via di un sistema elettorale tra i più sconclusionati (oltre che anticostituzionale) che si potessero escogitare; b) dopo anni di dipietrismo-grillismo, attacchi ai privilegi della casta e via dicendo, la sfiducia nei confronti della democrazia parlamentare, facilmente confusa con la corruzione tout court, è cresciuta oltremisura; c) l’imposizione fiscale è aumentata negli ultimi anni colpendo soprattutto i più deboli, che non ce la fanno e si sentono strangolati; d) la moneta unica europea, pur non essendo la vera responsabile dei mali che affliggono l’economia italiana, è avvertita da molti come una gabbia costruita dalle élite europee, che impedendo la svalutazione impedisce la ripresa lasciando sprofondare il paese nell’impoverimento.

Su ciascuno di questi punti problematici si dovrebbero e potrebbero proporre risposte di sinistra, o di centrosinistra, che sblocchino la situazione. Ma 1) il Pd si è avvitato (in realtà lo è sempre stato) in una lotta degli “ego” (che solo ora si direbbe apparentemente chiusa, con la vittoria dell’ “egoissimo” Renzi, fino alle prossime primarie) e non è sfuggito al generale immobilismo politico; 2) anche a causa del presidente della repubblica, e della sua funzione di supplenza nei confronti di un quadro parlamentare quanto mai complicato, la stabilità di governo è stata messa avanti a tutto, come se fosse un fine e non un mezzo. La conseguenza è stata, fino a poco tempo fa con la pelosa complicità della destra berlusconiana, una sostanziale (in)azione di governo mediante la quale, in continuità con l’esperienza di Monti, a decidere la politica italiana sono stati i vincoli europei. Vedremo cosa accadrà ora con Renzi, che ha interesse a smuovere le acque per non affondare nella palude.

In questa situazione non è un caso – si direbbe – che sia montata la protesta. Anzi c’è da chiedersi: come mai ora e non prima? Probabilmente perché, trovandosi davanti un governo che ormai si presenta sempre più come un governo del Pd, che ha votato una legge di stabilità da cui la destra berlusconiana si è defilata, tutti gli umori e rancori diffusi nel paese tra categorie che ricordano molto da vicino, mutatis mutandis, quelle del vecchio poujadismo, hanno fatto massa critica e sono venuti allo scoperto.

Sul movimento del 9 dicembre mi scrive Adriano Boano, un amico che lavora a Torino in una radio antagonista, radio Blackout: «Siamo in quella situazione, così a lungo immaginata, di una forte componente della società normale che non ce la fa più e ha còlto l’occasione per farsi sentire». Ma, in un messaggio successivo, a rendere più complesso il quadro: «I fasci che cercavano di dirigere e pompierare venivano immediatamente sfanculati, ed è il motivo per cui si è sgonfiata la protesta alla fine del terzo giorno, quando sono arrivati quelli che volevano fare i capetti e si sono resi conto che attorno a loro si riunivano poche decine di persone, mentre il gruppone dei manifestanti era in un altro angolo di piazza Castello: i fasci non erano stati in grado di metterci su il cappello e noi non siamo riusciti a intercettare la piazza in modo da farla proseguire, perché intenti a chiederci se fossero fasci o meno». Il fatto che nemmeno l’antagonismo tradizionale riesca a definire la piazza e s’interroghi – fascisti o no? –, indica che quel pezzo di società non ha ancora un volto riconoscibile.

Non è questione di strumentalizzazioni. I movimenti sociali non esistono allo stato puro, non sono mai del tutto prepolitici: sono fatti dagli orientamenti delle persone che vi prendono parte. I famosi scontri con la polizia di Valle Giulia a Roma, nel 1968, videro in azione anche gruppi fascisti; quindici giorni dopo il movimento studentesco li aveva già espulsi. Questo per dire che i movimenti di protesta hanno il modo, se vogliono, di non lasciarsi strumentalizzare e di esprimere una propria posizione politica. Ciò che l’osservatore sopra citato ha notato in piazza Castello a Torino, la separazione tra il grosso dei manifestanti e i fascisti, è già l’inizio di una linea di demarcazione. Ma non si può dire come gli eventi evolveranno o come stiano evolvendo già in queste ore.

Ciò che è certo, tuttavia, è che fino a oggi la sinistra di governo non ha mostrato alcuno spirito veramente riformista: ha preferito nascondersi dietro i vincoli europei anziché provarsi a metterli in questione anche a livello europeo. La sinistra antagonista, invece, si è chiusa da tempo dentro sacche di protesta sociale senza alcuna capacità d’incidere all’esterno, in maniera più ampia, su un’opinione pubblica frastornata o, più in particolare, sul sistema politico. In una situazione del genere la possibilità di una rivolta poujadista, in teoria, ci sarebbe tutta. Ma l’attitudine all’impegno scettico impone di aspettare, osservare gli sviluppi (se ve ne saranno, se il movimento non si arresterà a breve), prima di emettere giudizi definitivi.

[Immagine: Forconi (gm)].

 

5 thoughts on “Una rivolta poujadista? Sul movimento dei forconi

  1. Sullo stesso argomento, un’analisi diversa di Mimmo Porcaro:

    “Sinistra, svegliati!

    Il movimento dei forconi è ambiguo, rozzo, largamente influenzato dalla destra estrema. Certo. Ma se sono vere le cose che da tempo diciamo sugli effetti della crisi, sulle trasformazioni (e disgregazioni) del mondo del lavoro, sulla chiusura del sistema politico, sulla natura liberista del PD e sulla subalternità dei sindacati maggioritari, se sono vere tutte queste cose, è allora inevitabile che ogni radicale protesta popolare assuma forme ambivalenti e diventi oggetto di una contesa tra destra e sinistra riguardo agli obiettivi ed ai modi dell’azione. Ed è inevitabile quindi assistere ad un crescere di proteste senza vero e proprio conflitto, di conflitti senza un vero e proprio movimento, di movimenti decisamente segnati dal populismo, ossia dall’illusione del “tutti a casa”, dall’incapacità di individuare gli avversari, dalla tendenza a prendersela con altri poveracci, dalla fascinazione per un capo ed uno stato autoritari. Sarà certamente questione di gradi, di analisi fattuali, di valutazioni fatte caso per caso, e magari quello del “9 dicembre” risulterà essere un caso particolarmente ambiguo. Ma nessun movimento potrà più essere giudicato “prima”, senza parteciparvi o senza aver tentato di farlo, senza attraversarlo e senza averne separato il buono ed il cattivo: senza aver proposto dall’interno un’altra definizione dei fini e dei mezzi. D’ora in poi snobbare o contrastare una mobilitazione perché è in odore di populismo significherà snobbare o contrastare qualunque mobilitazione. Tranne quelle sindacali, che però (e non è un caso) latitano, o quelle studentesche, che però (e non è un caso) alla lunga sono inefficaci.

    Se la sinistra vuol tornare ad essere sinistra e a contare qualcosa deve quindi allontanarsi dall’atteggiamento che oggi sembra prevalere al suo interno. Se vuole essere una soluzione per il Paese deve prima riconoscere di essere, essa stessa, una parte del problema. Perché la sua componente maggioritaria è da tempo passata al nemico ed è corresponsabile della distruzione neoliberista della democrazia e dello stato sociale (altro che “pericolo di destra”… la destra più pericolosa c’è già ed è già al potere, si chiama “larghe intese”, si chiama “Grosse Koalition”, si chiama PD e sedicente “socialismo europeo”…). Perché l’alternativa della democrazia partecipata proposta da ciò che resta del movimento altermondialista è debolissima rispetto all’esigenza ormai acuta di trasformare i rapporti di proprietà, e soprattutto è incomprensibile per quella larga parte del popolo che non ha il tempo e le risorse per partecipare ad alcunché. E infine perché la stessa sinistra radicale, forse spaventata dalle conseguenze delle proprie migliori analisi, non riesce ad emanciparsi dalla trappola dell’europeismo (e dell’euro), non riesce a proporre fin da oggi soluzioni neosocialiste in grado di traghettare il Paese fuori dalla subalternità al capitalismo atlantico, non riesce a costruire un discorso “nazionaldemocratico” capace anche di prevenire il diffondersi del nazionalismo di destra, non riesce a svincolarsi dall’idea che l’unica vera lotta popolare sia quella della CGIL, o di movimenti da sempre legati alla sinistra (come il benemerito movimento No Tav).

    Bisogna smetterla con esitazioni ed illusioni. Bisogna svegliarsi. E cominciare magari a porre una buona volta il problema dei problemi: che è quello di rompere l’alleanza tra le frazioni sindacalizzate (e qualificate) del lavoro ed capitalismo europeista, e l’alleanza tra le frazioni più deboli del lavoro ed il capitalismo protezionista, per costruire una vera unità del lavoro subalterno (dipendente o no). Come si può fare? Si può fare concentrando gli sforzi sulla rottura dell’oligopolio dei sindacati maggioritari, senza quindi accodarsi sempre alla Fiom e senza sperare sempre nel rinsavimento della CGIL. Si può fare costruendo comitati popolari contro la crisi (e quel “partito sociale” di cui spesso ci limitiamo a parlare) capaci di muoversi nel magma dei conflitti attuali. Si può fare elaborando idee forti, certo (nuovo socialismo, nazionalismo costituzionale e democratico…), ma anche idee apparentemente più prosaiche. Comprendendo, ad esempio, che la questione fiscale ha cambiato forma, perché se il piccolo evasore degli anni passati difendeva la propria ricchezza sottraendola allo stato sociale, quello di oggi – vista la durezza della crisi e visto il crescente dirottamento del denaro pubblico verso il pagamento del debito – si difende dalla miseria sottraendo denaro alla speculazione. Non dobbiamo certo fare l’elogio dell’evasione, ma riconoscere che chiedere oggi la normalizzazione fiscale è condannare la gente alla fame. Riconoscere che la durezza delle sanzioni sui “piccoli” è effetto della scelta di non chiedere denaro ai “grandi”. E riconoscere che se i lavoratori sindacalizzati proponessero, invece della generica lotta all’evasione, una riduzione del carico e delle multe per i “piccoli” ed un deciso aumento della tassazione delle rendite e delle plusvalenze, riuscirebbero finalmente ad attrarre a sé sia le “partite IVA per forza”, ossia gli strati dequalificati del lavoro, sia i lavoratori autonomi di seconda generazione e di alta qualificazione. E soprattutto incrinerebbero quella loro nefasta alleanza col grande capitale che, riflessa nelle incapacità e nelle colpe della sinistra attuale è, ad oggi, il principale ostacolo ad una soluzione democratica della crisi italiana.”

    http://goofynomics.blogspot.it/2013/12/sinistra-svegliati.html

  2. E’ difficile capire a cosa questo movimento dei forconi miri, tranne il senso di una generica protesta,per dire anch’io ho ricevuto dopo cinque anni l’intimazione a pagare delle multe fatte dagli ausiliari allo scadere prossimo del grattino…e non ho reddito, quindi contro Equitalia è una protesta facile (anche perché io credo di averle pagate, quelle multe, ma dopo cinque anni non ho conservato le ricevute); ma mi stupisce che i poliziotti abbiano solidarizzato con questi menrre gli studenti li menano come e più di prima; che questi forconi, tra cui il leader Ferro (che è stato candidato con Forza Italia), abbiano scatenato la protesta (e che protesta…in stile cileno e con la sostanziale acquiescenza delle forze dell’ordine) non appena Berlusconi ha detto di voler provocare una rivoluzione se lui fosse stato espulso (come di fatto dovrebbe essere) dalla vita politica, dunque che siano più di destra che di sinistra mi pare indubbio ma del resto con una sinistra impegnata a smantellare l’organigramma costituzionale (per dire, via il Senato come se fosse una cosa inutile il doppio passaggio delle proposte di legge), è difficile capire cosa opponiamo a questi violenti (chiudono i negozi, bloccano i treni, minacciano di bruciare i libri, per me sacrilegio massimo!!!), nell’imbarazzato silenzio poi di sindacati (l’annaspante giudizio della Camusso) e di Sel (dato che ormai Vendola è troppo rovinato da quella maledetta telefonata con Archinà). E dunque?

  3. Quello che dice Rodotà è esattamente ciò che penso da alcuni anni. Esattamente da quando Napolitano ha cominciato a fare le sue dichiarazioni e le sue scelte al di fuori e al di là della Costituzione. Ma non esiste più una sinistra da tempo, se non si parla più di giustizia sociale, di redistribuzione del reddito, di incrementare le istituzioni pubbliche, la sanità la ricerca, la scuola, le pensioni di cives. Non c’è discorso che affronti la redistribuzione del reddito. Il neoliberismo ha chiuso tutte le porte, Impedito di vivere ,o solo di sopravvivere alla maggioranza del popolo. Sta facendo impallidire le istituzioni democratiche parlando di democrazia. E’ un liberalismo alla Blair, un po’ rosèe, e neanche tanto, ma di socialdemocrazia non esiste neanche un’ombra. Allora se tutti sono confusi e c’è molta jacquerie in giro e nessuna egemonia capace di mettere ordine nelle idee, non si possono accusare dei cittadini stanchi, impauriti, privi di speranza di essere di destra. cI SONO ANCHE STUDENTI, CENTRI SOCIALI, OPERAI,PRECARI, ESODATI, tutti fuori la polis. Riprendiamo in mano Gransci. Cerchiamo un’egemonia, studiamo, lottiamo. O preferiamo i talk televisivi? Così si fa confusione e ci si fa indirizzare dal potere già costituito e pronto a distruggere 2/3 della popolazione. Andremo tutti alle mense della caritas se continuiamo così. Altro che lotta di destra o di sinistra! L’Italia è a pezzi, si tenta solo di sopravvivere. Queste feste sono infauste per molti, tanti. Cerchiamo una via almeno ‘socialdemocratica’, se ci teniamo a non morire democristiani o fascisti.

    I forconi e la politica dei diritti
    temi.repubblica.it
    di Stefano Rodotà, da Repubblica, 13 dicembre 2013Sapevamo che la povertà si estendeva, che dilagavano le diseguaglianze, che la percentuale della fiducia dei cittadini nelle istituzioni era precipitata al

  4. Genovese scopre la categoria di poujadismo per definire il movimento dei ‘forconi’. Ma il vero antesignano del poujadismo (= rivolta fiscale e qualunquismo anti-partiti) è stato in Italia il movimento della Lega Nord. Quindi il poujadismo, caro Genovese, esiste ed è attivo in Italia da almeno trent’anni. Che poi il movimento dei ‘forconi’ abbia la fisionomia di una rivolta poujadista è del tutto evidente, poiché esso rispecchia una egemonia sociale della piccola borghesia da tempo esistente in Italia ed esprime perciò tendenze profonde dalla cui aggregazione sta sorgendo uno schieramento che si fonda su quel fenomeno, anch’esso non nuovo, che è la mobilitazione reazionaria delle masse. Dal canto suo, la sinistra liberaldemocratica (ivi compresa quella sua scialba propaggine che è la cosiddetta sinistra radicale) sta assolvendo il mandato conferìtole dal grande capitale industriale e finanziario e conduce (non una politica di destra ma) la politica della destra: dallo smantellamento della legislazione garantista del lavoro ai ‘sacrifici-per-rimanere-in Europa’ attraverso la deflazione selvaggia e la disoccupazione galoppante, dalle privatizzazioni dei servizi sociali (sanità, trasporti, scuola, telecomunicazioni ecc.) all’intervento nelle missioni imperialiste dovunque siano da tutelare gli interessi del capitalismo euro-americano. Una simile sinistra ha lavorato così egregiamente per la destra, che merita solo di riceverne il plauso, i ringraziamenti e, fra non molto, il benservito. Le destre, peraltro, sono destinate a prevalere sulla sinistra liberaldemocratica anche grazie alla loro capacità d’intervento sul piano politico, culturale e sociale. I “denti” delle destre sono: l’organica fusione fra il liberismo nel campo della politica economica e l’autoritarismo nel campo della riforma istituzionale dello Stato; l’elaborazione di parole d’ordine semplici ed efficaci, atte a catturare anche il consenso di vasti strati popolari; l’abilità nel saper afferrare gli ‘anelli deboli’ della catena italiana (fisco e occupazione) e nel concentrare su di essi tutto il potenziale d’urto, nonché, ‘last but not least’, un anticomunismo talmente grezzo e indifferenziato da spingere i suoi corifei ad inglobare nell’oggetto della loro avversione anche l’attuale sinistra. I punti deboli di quest’ultima sono speculari ai punti forti della destra: incapacità di contrapporre alla mobilitazione reazionaria delle masse una mobilitazione di segno opposto; impossibilità, dovuta all’integrazione dei sindacati confederali nel regime oligarchico e neocorporativo, di elaborare un’alternativa economica e sociale di grande respiro; incapacità di proporre un’organica alternativa politico-istituzionale di carattere democratico-progressivo, atta a contrastare il modello statunitense di una repubblica oligarchica ed autoritaria, con l’astensionismo e la spoliticizzazione come base di massa; rinuncia, infine, a proporre un’alternativa culturale imperniata sulle grandi idee-forza del socialismo (ripresa della lotta di classe organizzata e ricostruzione della solidarietà proletaria, uso sociale della scienza, lotta contro l’oscurantismo clericale, difesa intransigente della scuola statale e impegno nella formazione laica e progressista delle nuove generazioni). In definitiva, occorre capire, tornando a riflettere sulla lezione di Gramsci (come ha giustamente sottolineato Gloria Gaetano), che, essendo sociali le ragioni del successo della destra, saranno sociali (o non saranno) le prospettive di riscossa della sinistra. Occorre capire, caro Genovese, che a idee (nonché a forze) duramente di destra non si può rispondere con idee (nonché forze) vagamente di sinistra, ma solo con idee (nonché forze) duramente di sinistra.

  5. E parliamo anche dell’articolo di disconoscimento che Scalfari ha dedicato alla Spinelli. Il liberalismo distrugge anche la libera opinione, Edistrugge lo stato sociale, le risorse dei cittadini meno abbienti ,precari disoccupati. Ma veramente abbiamo creduto che Scalfari e Napolitano fossero di sinistra?

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