cropped-ClfKkZd1.jpgdi Joseph Halevi

[Joseph Halevi ha insegnato Politica economica all’Università di Sydney. Collabora col “Manifesto”. Fra i suoi libri più recenti segnaliamo Modern Political Economics. Making Sense of the post-2008 World (Routledge 2011)]

Dieci anni fa fondai all’Università di Sydney un corso di livello master per studiare l’economia cinese. Sono convinto che questo corso sia ormai arrivato alla fine: i problemi che la Cina genera per se stessa, e per il pianeta, non sono di natura economica, ma piuttosto di natura biofisica. Servono dunque a poco gli economisti: è un problema che ormai riguarda più scienziati o, al limite, filosofi capaci di pensare il presente; sempre che ce ne siano ancora. Ho cominciato ad accorgermi alcuni anni fa di questo salto di livello, grazie ad alcuni studenti di agronomia e biofisica che frequentavano il mio corso. Con il loro aiuto ho approfondito quello che stava succedendo in Cina a livello naturale. I dati parlano in modo chiaro: il limite fisico di sostenibilità è stato superato e non riusciranno a ripristinarlo. Basti solo come esempio il Fiume Giallo (4200 km di lunghezza). Il fiume è già oggi attraversato in continuazione da navi enormi provenienti da rotte oceaniche, ma ora, periodicamente, si prosciuga quasi del tutto. Per ovviare a questa crisi idrica le autorità cinesi vogliono scavare un canale che trasferisca acqua dal Fiume rosso. Ma l’acqua è un bene dato e non è riproducibile. Inoltre, le fonti tibetane di questi fiumi si stanno esaurendo. Con l’esplosione di questa crisi idrologica l’intera economia cinese ha un orizzonte scurissimo perché la maggioranza della popolazione vive in questo delta mobile, compreso tra le foci dei due fiumi. Stanno ormai prelevando l’acqua dalle falde sotterranee. Tuttavia, la formazione granitica del suolo è tale da impedire l’assorbimento dell’acqua piovana e quindi la ricostituzione, sebbene in forma limitata, delle falde acquifere. In questo modo il territorio si inaridisce e l’agricoltura non può più sussistere. Anni fa Edoarda Masi, in un seminario all’Università di Bergamo, disse che in Cina il nuovo governo stava distruggendo l’intera popolazione. Aveva ragione. Personalmente però sarei portato a retrodatare il processo al Mao del grande balzo e della rivoluzione culturale. Si può vedere a proposito il lavoro fondamentale di Frank Dikötter e di altri autori più recenti. Il lavoro di Dikötter, che ottenne il permesso di fare ricerca direttamente negli archivi, anche locali, del Partito Comunista Cinese, ha avuto un impatto così dirompente da indurre il PCC a limitare nuovamente l’accesso alle fonti di archivio. Miei fidatissimi ex studenti di Sydney, che ora si stanno addottorando sempre sulla Cina ad Oxford, mi dicono che i servizi strategici USA sono perfettamente al corrente della situazione. Tutti gli scenari che queste agenzie ipotizzano sulla Cina (con modelli di simulazione) portano a risultati drammaticamente negativi. E non solo per la Cina, ma anche per gli USA. Questo è il vero sostrato materiale del pezzo di Soros pubblicato sul Financial Times. Da questo punto di vista, la recente affermazione della direzione del PCC di voler espandere la domanda interna è irrilevante, perché non cambia le condizioni materiali della produzione e quindi il limite fisico di riproducibilità dell’ecosistema. L’espansione della domanda interna infatti significa produrre in Cina non 19 milioni di autoveicoli, come oggi, bensì almeno 25 milioni all’anno, continuando ovviamente a produrre 700 milioni di cellulari e molto altro, con tutto ciò che questo implica sul piano degli input in acciaio, carbone, produzione chimica, terre rare.

[Immagine: Romain Jacquet-Lagrèze, Hong Kong (gm)].

 

10 thoughts on “Sviluppo o catastrofe ambientale? La Cina al bivio

  1. Grazie per questo articolo. Ho sempre amato la lucidità dei corsivi economici di Halevi per il Manifesto.

  2. Uno scenario tremendo, già. Quello che però vorrei aggiungere è che la catastrofe non riguarda solo la Cina ma tutto il globo, e che pertanto il governo cinese non sta distruggendo solo la “sua” popolazione.

  3. Questo articolo, se ha il pregio di sottolineare, anche se in termini generici, il problema dell’impatto ambientale dell’attività antropica, ha tuttavia il difetto di definrne confini angusti, come insomma se fosse la politica del governo cinese l’unica fonte di pericolo ambientale. Ciò traspare chiaramente ad esempio dalle parole di Chiara che evidentemente crede che altrove nel mondo tutto proceda in modo rispettoso dell’ambiente.
    Ciò è palesemente falso, è l’homo aeconomicus così come determinato dalla rivoluzione tecnologica, che agisce con la logica dell’apprendista stregone, che aspetta di osservare i disastri ambientali prima di preoccuparsene, occupato com’è ad aumentare il PIL globale.
    Per questo, una rivoluzione del modo di pensare che consideri gli equilibri ambientali e il rischio di influenzarli in modo irreversibile, è di estrema urgenza.
    Nel frattempo, la politica si occupa di sistemi elettorali, partorendo dopo ben otto furiosi anni di polemica il semplice aggiornamento del porcellum, il porcellum punto due.

  4. @ Vincenzo Cucinotta

    Mi sfugge la logica del suo ragionamento. Lei critica un articolo che ho come oggetto la politica industriale del governo cinese perché il suo oggetto sono le scelte di politica industriale del governo cinese??? Quello che più mi colpisce di questo commento è lo stile dell’argomentazione: l’indifferenza per i contenuti che vengono riportati nell’articolo (perché generici) è controbilanciata dalla sicurezza che la propria visione (generica) sui problemi ambientali è più profonda e interessante. Ma perché mai nessuno entra nel merito di quanto si scrive? Il signor Cucinotta ha qualche altra informazione specifica su quello che sta succedendo in Cina? Dati circostanziati o processi, intendo non generiche ipotesi sulla rivoluzione del modo di pensare. O viceversa: le informazioni di Halevi sono sballate e ce lo dimostra? Quando leggo frasi come queste dispero sempre più del mio paese senza logica.

  5. @Logica not found
    Magari se lei leggesse con maggiore attenzione, potrebbe ritrovare la logica che tanto cerca, ma ahimè invano.
    Io non ho minimamente contestato i fatti che riporta Halevi, come giustamente lei dice, non è che io abbia fonti alternative, e quindi do per scontato che tutto ciò che egli dice corrisponde alla realtà.
    Ciò che contesto è qualcosa di differente, e cioè il non iscrivere queste azioni all’interno di un mondo che purtroppo usa sistematicamente queste pratiche.
    Insomma, è come se un tizio accendesse una sigaretta in un locale che è già pieno di fumo. Se pure è corretto dire che quel tizio inquina l’aria nella stanza, ammette che tutti troveremmo stravagante l’osservazione, se non premettesse la raccomandazione a tutti di smettere di fumare ed aerare il locale.
    La mia preoccupazione è che la mancanza dell’osservazione sistematica, sostituita con occasionali denunce, oscuri la logica complessiva antiecologica del mondo in cui viviamo. Poichè l’inquinamento è sistematico, altrettanto sistematico dev’essere l’approccio di chi lo combatte.
    Spero tanto che ora la logica perduta l’abbia infine ritrovata e possa ritrovare la serenità.

  6. Al Signor Cucinotta. Leggo solo ora.
    Veramente il mio intervento è la conclusione cui sono giunto dopo oltre 10 anni di studi sulla Cina e di decine e decine di rapporti ufficiali e di ong al cui filtraggio hanno contribuito in maniera determinante le relazioni effettuate dagli studenti del mio corso Masters sulla Cina. Non sono un ambientalista. Piuttosto mi sono posto il problema dal lato della riproducibilità o meno del capitale. E la Cina è molto più vicina al capolinea che altre zone ma non può cambiare modello in maniera sostanziale e quindi penso che l’impatto sarà hard landing for all of us sul piano fisico ma prima sul piano finanziario.
    Con rispetto, joseph halevi

  7. @Halevi
    Grazie della cortese risposta.
    Lei ha scritto:
    “i problemi che la Cina genera per se stessa, e per il pianeta, non sono di natura economica, ma piuttosto di natura biofisica”.
    Ebbene, io sostengo che non è solo la Cina a generare problemi di natura biofisica, tutto qui.
    Il problema è globale, l’esigenza vitale del capitalismo di crescere anche solo per sopravvivere è già oggi al capolinea, è già giunto ai limiti biofisici, e non solo in Cina.
    Se ciò che io affermo è vero, allora porre questo problema che io considero globale in un contesto strettamente nazionale mi pare un grave errore.

    Cosa mi sono perso, cosa c’è di sbagliato nel mio intervento (addirittura di illogico per uno dei commentatori)?

  8. Caro Signor Cucinotta
    La questione della Cina non può essere annegata come mi sembra lei faccia nella globalità del fenomeno dato che in Cina ha assunto dimensioni parossistiche per deliberate scelte di politica economica da parte del governo della RPC cui si sono cumulate le ultra estremistiche, nel senso sviluppistico, politiche delle provincie. Dal 1990, se non da prima, il PCC, cioè l’ufficio politico e la commissione militare, sapeva che la Cina non aveva più un carbon budget, perchè dunque hanno continuato a spingere gli investimenti, che costituiscono l’insieme della produzione di beni di capitale e di immobili, sino a raggiungere il 50% del pil. Cosa assolutamente inaudita e che cozza anche nell’immediato con la configurazione morfologica del paese?
    Un cordiale saluto, joseph halevi

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