di Angelo Ferracuti

Il treno è in orario. Neanche un minuto di ritardo. Strano. Tanto Helena è ancora in viaggio.  Se è partita sta sopra quel regionale che dovrebbe arrivare qui tra mezz’ora.
Non la vedo da mesi. L’ultima volta aveva i capelli rossi mesciati. Chissà come s’è conciata adesso, quella matta. Alta, molto magra, pallida da morire, la camminata da indossatrice. Certe volte chiudo gli occhi e non ricordo più neanche bene i lineamenti del viso. Strano, no? Ho una maledetta nostalgia di questa donna e non riesco a mettere a fuoco neanche la faccia. Ma si può? I suoi occhi sì, però, quelli li vedo anche adesso. Azzurri. Ti ci potevi perdere dentro per quanto erano luminosi. Non lo dico per scherzo. L’odore, per esempio, com’era? Boh. Aveva sempre un profumo alle violette? Forse. Forse violette. Le ho inviato dei messaggi al cellulare cinque giorni fa. In un primo tempo nessuna risposta però. Mi mandavano in bestia i suoi silenzi! Niente, tu stavi lì come uno scemo ad aspettare uno squillo, due parole in croce. Invece un cazzo! Poi ho riprovato, per sicurezza. Dico: perché non rispondi brutta lurida? Ma si fa così? Questa è crudeltà mentale. Non mi vuoi più vedere? Non mi vuoi più vedere, va bene. Ti ho scocciato, non mi vuoi più vedere ho capito. D’accordo, d’accordo … chi ti dice niente? Le cose finiscono, si sa. C’è un cazzo da fare. Dimmelo, allora! Perché non me lo dici ? Devi dirmelo in faccia, hai capito? Dimmi: guarda tu sei una persona inaffidabile, un bastardo, un bugiardo, un maniaco, il più lurido individuo che abbia mai incontrato. Dicevi che mi avresti sposato, vieni con me ma non sei disposto a lasciare tua moglie e poi non hai più un soldo. Sei rovinato, ti sei succhiato tutto brutto imbecille … ecco cosa le ho scritto, li ho registrati tutti: “Ti aspetto venerdì prossimo alla stazione di Falconara. Arrivo 17,33.” Poi ieri s’è fatta viva con un messaggio che non sono riuscito tanto a capire. Eccolo qua: “Come sempre deciderò all’ultimo momento. Voglio ma non voglio. Un bacio.” Ci ho ripensato mille volte. Bella bastarda mi dicevo. Che voleva dire? Boh. Forse ha paura di vedermi, vuole cancellarmi. Vuole cancellarmi. Hai capito cosa vuole fare la zoccola? Cancellarmi. Forse è confusa. Forse c’è di mezzo un’altra persona. O forse è in carcere, perché no? S’è ficcata in qualche casino. Forse ci sta ancora pensando. Ho controllato l’orario, lei avrà preso un treno da Roma, quello delle nove e ventuno. Dovrebbe arrivare alle 17,59. Tra venti minuti.
Ci siamo incontrati tante volte qui. La aspettavo sul marciapiede del terzo binario Helena. Là sul terzo binario. E quando scendeva sorrideva sempre. Sorrideva sempre. Sicuro. Era allegra, voglio dire, e bella. Mai una volta che si presentasse con la faccia triste o che fosse arrabbiata. Arrivava con questo passo slanciato, ancheggiava un sacco, e io non potevo neanche abbracciarla perché la stazione è un posto pericoloso. Ti freghi con le tue mani, basta niente. Ne conosco di cretini che hanno fatto gli spavaldi e sono stati beccati. Bravi! Sottobraccio alla fidanzata. Sono mesi ormai che è sparita. Forse un anno, diciamo dieci mesi. Poi solo brevi e sporadici messaggi. Eccoli qua, tutti salvati.  Li rileggo spesso, mi commuovo. Penso ai tempi passati.

Poi ci siamo visti una volta in un bar per un caffè. Passavo da Roma. Uno strazio. Poche parole. Era pallida e vestita di nero. Bellissima come può essere bella una di quelle madonnine.  Le scarpe nere a punta, i tacchi alti. La faccia però era sempre bianca, e il rossetto luccicante sulle labbra risaltava moltissimo. Sbagliava sempre i rossetti quella matta. O troppo pallidi, o troppo accesi. Mai una volta che li azzeccasse. Comunque sembrava sofferente. Non riesco a togliermela dalla testa. Il volto spigoloso, il nasino schiacciato. La sogno spesso ultimamente, e la scoperei anche da morta. Anche da morta, cazzo. E’ un’ossessione la mia. Davvero. I miei amici dicono che solo un fesso può innamorarsi di una troia. Innamorato di una troia, ti rendi conto? Dovresti vergognarti! Ma se mi piaceva, cazzo. M’ero affezionato. Ne ho conosciute tante di donne, ma se ho un debole per le rumene che ci posso fare. Poi sai, quando sei ricco loro sono più disposte a volerti bene.

Nel sogno la mattina mi sveglio con lei tra le braccia, e poi durante il giorno mi sembra di vederla per la strada, la sua macchina è parcheggiata dappertutto. Una specie di fantasma. Pensa che cavolo di vita, circondato dai fantasmi, cristo santo. I morti che ti vedono. Ma si può? Tuo padre, tua madre … lo zio Mario, quel matto, che quando ero piccolo aveva costruito una grande scarpa con le ruote per farmi giocare. Una grande scarpa che sembrava un go-kart. Era simpatico lo zio Mario, lui le scarpe le provava per vedere se funzionavano. Lo vedevi girare dentro la fabbrica con ai piedi paia di colori diversi. Era buffo, era simpatico. Diceva: “e zitti, bisogna che ci faccio un giretto”. Lo zio Mario era fatto così. Secondo me da qualche parte ci guardano. Se mio padre mi vedesse qui, adesso, se mi vedesse in queste condizioni, di sicuro il vecchio si farebbe un sacco di risate. Potrei giurarci. Lo sento. “Guarda il coglione, laggiù … guardalo! E’ circondato,” direbbe. “S’è messo in trappola come uno scemo. E sai perché è circondato? Vuoi sapere perché è circondato? Perché è uno stronzo!” Direbbe. “Uno stronzo fatto e finito”. Direbbe: “guarda che disastro di uomo ho messo al mondo. Fortuna che sono crepato prima di assistere a tutte le stupide cazzate che sta facendo”. Le sento le sue parole: “ma si può essere più stronzi?” Lui si fa un sacco di risate se mi vede, davvero. Sicuro, sicuro. E non posso dargli torto. Ma guarda che prima era facile. Tu scendevi di sotto a fare i mocassini, e il giorno dopo facevi sempre gli stessi mocassini. Era facile. Comandavi tu, noi stavamo tutti zitti. Non volava una mosca in tinello, non fiatava nessuno. Eri un tiranno. Che cazzo ridi, vorrei sapere? Vieni adesso a fare quei cazzo di mocassini. Che ridi?

Eccolo qua. Salvato anche questo. Quattro mesi fa le scrivo un messaggio a Helena: “Non pensi che sarebbe bello fare l’amore noi due?” Che c’era di male? Perché non dovevo dirglielo? Lo pensavo sul serio. Mi dicevo: figurati se risponde. Il messaggio era troppo aggressivo, conosco i miei polli. Invece, passano un paio di minuti e arriva la risposta: “Certo!” Magnifico! Dico. Penso: è fatta. Rileggo tutto e c’era scritto proprio così: “Certo!” Allora passo al contrattacco, mi armo di coraggio e mando un altro messaggio di quelli un po’ spericolati : “Ci sarebbe da divertirsi, non credi?” Ero già euforico, non stavo più nella pelle. Continuavo a premere frenetico con le dita quei tasti come un matto. Così, passa una mezz’ora buona e lei non risponde. Conosco i miei polli. E’ fatta così Helena, vuole incatenarti quella bastarda! Ha voglia che la pensi, che la pensi sempre. Vuole che la desideri. Inutile. Le rumene sono più femmine delle altre femmine. Sono imbattibili, vogliono tenere loro in mano la situazione. Con lei è sempre stato tutto un gioco di nervi pazzesco, sembrava imprendibile. Capricciosa, oh quanto era capricciosa! Chiedeva sempre soldi. Regali. Vestiti. Per questo mi piaceva. Anche sessualmente intendo. Più faceva la stronza e più mi piaceva scoparla. Già solo parlarci al telefono, capirai …  andavo in un brodo di giuggiole! Poi, sto guidando, sono pieno di casini, e arriva come una raffica la sua risposta: “Ci sarà tempo per rivederse, parlare, e senza fare troppo male dare sfogo anche a passioni forti.” Ho salvato anche quello! Eccolo, dice proprio così.  Questo quattro mesi fa. Dico: ho capito bene? C’era scritto passioni forti. Non è che avesse per caso scritto tenerezze, oppure dolcezze, che ne so. Passioni forti aveva scritto. Poi più niente… è sparita quella matta! Volatilizzata, dissolta in cometa. Scomparsa del tutto, mai più sentita. Solo quel messaggio cretino: “Voglio ma non voglio”. Tante volte penso che le possa essere successo qualcosa. Non lo so, una malattia. Capita, no, che la gente si ammali. Si muore. Come si muore. Giovani, vecchi, bambini. All’improvviso. Non è che ti avvertono, cazzo! Forse gli è preso l’esaurimento nervoso. Oppure s’è messa a fare il mestiere. Oppure ha trovato un altro fesso come me che la foraggia per bene. Certo avrà sofferto. Non è proprio divertente fare la zoccola. Tutti soffrono. Tutti soffrono parecchio, certo. Anche le zoccole soffrono. Non si vede, nessuno ci vede, ma tutti soffriamo. Guarda quello lì, quello con la faccia da pesce lesso. Toh, guarda quell’altro con i capelli corti e gli occhiali. Non se ne vede uno a posto in giro, cazzo. Sembra di essere al manicomio. Un grande, immenso, gigantesco, colossale manicomio. Una cosa mostruosa. Chissà dove cavolo vanno? Lavorano tutti come dei disperati, corrono tutto il santo giorno, e poi se ne tornano a casa la sera a guardare la televisione. Sognano. Sognano. Sognano. Tutto il giorno fuori casa, e poi, finalmente: Carramba che sorpresa! Piangono tutti come deficienti! Le lacrime ti escono dagli occhi e non te ne accorgi. C’è posta per te amico mio! La lettera te la manda tua moglie di cui pensavi di esserti sbarazzato per sempre dieci anni fa. Che ridere, ragazzi! C’è posta per te, tuo figlio si impasticca e rapina i benzinai. Da morire dal ridere. Davvero.

Forse Helena s’è sposata. Perché no? A Roma. Magari ha infinocchiato qualcuno la puttanella. Finito di spennare il sottoscritto, comunque. Ultimo assegno staccato quello per il volo a Timisoara, l’anno scorso. Una bella sommetta. L’ho firmato senza fare una piega. Signori si nasce!

Chi è che mi vuole, adesso? Il numero è quello di mia moglie.

– Pronto.
– Sei arrivato?
– Sono a Bologna. Tra una ventina di minuti ho la coincidenza. Dimmi.
– Tutto bene?
– Tutto bene, tutto bene. E lì?
– Qui bene.
–  Quando torni?
– Domani pomeriggio, credo. Ma non lo so se ci riesco, perché ho da sbrigare parecchie faccende. Lo sai, no?
– A che ora?
– Non posso dirtelo adesso. Non lo so, davvero. Che è un interrogatorio per caso? Vogliamo rompere i coglioni o che?
– E’ per quegli assegni bancari. Sono preoccupata. Ma dove li troviamo i soldi, me lo dici dove li troviamo? Stavolta saltiamo per aria. Me lo sento.
– Pensi che non lo sappia? Manteniamo la calma per piacere, eh. Serve a qualcosa agitarsi?
– Ho paura Leo. Domani era l’ultimo giorno. Quell’uomo al telefono era furioso. Urlava come un matto. Ha detto che se non paghiamo ti ammazza!… Ti ammazza, Leo!
– Mi ammazza?
– Sì, ha detto che loro non ci mettono niente a farti fuori.
– Pagheremo. Sull’unghia.
– Dovevi sentire. Ha detto che ti ammazza. Ti ammazza, Leo!
– E’ partito il carico per Alessandria?
– Quei venticinque colli?
– Quelli.
– Stamattina.
– Partiti allora
– Partiti, partiti.
– Perfetto.
– Allora quando torni avrai il contante che ci serve?
– Sicuro. Guarda, penso di risolvere tutto tra stasera e domani, non farti prendere dal panico. Tra un’ora ho un appuntamento importante.
– Con chi?
– Un tipo di una finanziaria. Vedrai, sgancerà i soldi che ci servono.
– Uno strozzino?
– Abbiamo bisogno di quei soldi.
– Secondo me ci incasiniamo di più. Guarda ci incasiniamo di più. Non è così che risolviamo i nostri problemi. Va a finire che quelli ti fanno del male, oppure danno fuoco al capannone. Quella è gente senza scrupoli, lo sai.
– Fidati.
– Ho paura.
– Lascia che me ne occupi io.
– Sei sicuro che non ti metti nei guai? Fallo per me, fallo per i ragazzi, per carità non metterti nei casini. Fallo per me, ti prego, cerca quei soldi…
– Devi fidarti. Ci siamo parati il culo altre volte, mi pare, no?
– Va bene, allora. Chiamami più tardi.
– Ti chiamo, tranquilla, ti chiamo quando sono in albergo.
– A dopo, allora.
– A dopo, saluta i ragazzi.
– A dopo.

I ragazzi. Sanguisughe. Chiedono solo soldi. Non ti guardano in faccia, quasi neanche ti salutano, però quando chiedono i soldi sono sempre gentili. Sì, saluta i ragazzi, quelle sanguisughe, e vai a dormire, con quell’ansia che ti si straporta. La vita è il panico per mia moglie. Apri la porta di casa, e fuori c’è la giungla. Belve feroci che vogliono azzannarti.
Io ed Helena siamo stati felici in questo posto. Non da un’altra parte. Qui dove sto adesso siamo stati felici. Proprio qui. Certe volte mi dico: eppure noi non si faceva niente di speciale. Si faceva quello che tutti fanno senza essere felici. Le cose che in genere annoiano mortalmente le persone mentre mangiano, fanno l’amore, parlano, raccontano. Stavamo ore intere a parlare io ed Helena. Questo è un posto ideale per nascondersi. E noi si andava a mangiare Ai gemelli, si beveva una bella bottiglia di Lacrima di Morro d’Alba, poi via, di corsa in camera a chiavare come dei ricci. Oppure si andava a ballare al Sottosopra, seduti al nostro tavolo a sbaciucchiarci in continuazione come due cretini. Una volta abbiamo scopato per due giorni di seguito. La domenica mattina uscito dalla stanza del Touring mi sentivo un uomo irreale. Non ero più io, era un altro al posto mio che camminava zigzagando. Comunque stavo meglio. Sicuro. Stavo meglio, mi sentivo più leggero, non avevo il mal di testa, non bruciava lo stomaco. Digerivo alla grande, tanto per dire. Nessun rompicoglioni in giro: fornitori, commercialisti, creditori. Nessuno che mi chiedeva i soldi o rimandava indietro la merce. Il cellulare era spento, non dovevo occuparmi di niente, praticamente ero un altro che faceva una vita più comoda. Una vita senza rompicoglioni. In ogni modo niente di speciale, direi. Poi non è che tu dici sto a Venezia, sul Canal Grande, o a Roma in un albergo tra Piazza del Popolo e via del Corso dove solo i palazzi o le strade fanno allegria, e ti senti in un posto importante. Figurati, noi si stava a Falconara, all’hotel Touring. Falconara è un posto assurdo, con quella raffineria spaventosa, la puzza nauseante di benzine. Hai voglia ad abbellirlo quel postaccio. Ma adesso è solo acqua passata. Storie morte. Comunque non facevamo niente di speciale. Niente di speciale, voglio dire.

Eccolo qua, tra pochi minuti lo annunciano. Helena è su quel treno. Dopo andremo in albergo. Comincerò già a baciarla in ascensore. A toccarla. Furioso, come sempre. Piccola Helena, eccoci qua canaglietta. E vieni qua, dove scappi?… e fatti fare!… dai, non fare la scema! Vieni ti ho detto. Vuoi darmi retta o no, allora? Vieni qui… Se riesco a portarti in quella camera lo so io quello che ti faccio. Già mi vedo lassù pieno di voglie, al 242, 246, poco importa, tanto sono tutte uguali quelle stanze. Come una volta. E lei che si spoglia, la sua pelle bianca, bianchissima, profumata. E io che sto lì in agguato come un tenero aquilotto.
Perché mi piaci così tanto, Helena? Perché?

Ecco, lo speaker sta annunciando il treno in arrivo da Roma, sul terzo binario. Debbo andare. Eccola che arriva. Che effetto mi farà stavolta? Che stupido che sono, mi batte il cuore come uno scemo. Ma si può? Sono emozionato.  Senti come batte. Batte fortissimo. Sembro un cavallo di una gara di trotto che va al galoppo. Che scemo! Invece farò il duro. Farò il cattivo. La porto in albergo e poi domattina la abbandono lì senza neanche pagare la camera. Faccio i miei porci comodi e poi me ne vado. Così ti impari una buona volta Helena a sparire, chi vuoi portare per culo? Mi devi tutto a me, pensa un po’, non eri nessuno quando mi hai incontrato ragazza, te lo ricordo? Nessuno. Non avevi neanche il permesso di soggiorno, stupida. Lo so io quello che mi è costato. Non eri nessuno. Nessuno, hai capito?
Il treno si è fermato. Ecco che stanno scendendo. Debbo guardare in testa e in fondo, contemporaneamente. Mi batte il cuore. Dove si è ficcata? Dov’è la seconda classe? Ma si può sapere? Forse sta ancora prendendo il bagaglio. Vado in testa, sarà in testa.
Eccola, è quella… no, non è lei… ma dove cavolo s’è ficcata? Forse in coda. Se la prende comoda la signorina. Mi fermo, arrivano un signore coi capelli corti a spazzola, una bionda racchia coi tacchi a spillo, studenti assonnati, poi non arriva più nessuno. Inutile, non c’è. Non stava su questo treno. Forse è passata e non me ne sono accorto. Che mi sia sfuggita? Corro verso l’uscita, magari mi sta aspettando nella sala d’attesa.
Non c’è neanche lì, non c’è, inutile. Guardo ovunque. Adesso la chiamo. La chiamo subito. Sicuro. Niente, non risponde. Segreteria telefonica. Dico al volo: “Helena, ma si può sapere dove sei? Senti, sto alla stazione di Falconara, se arrivi col prossimo treno chiamami. Ti aspetto. Chiamami per favore, fatti viva. A dopo, allora. Un bacio.”
Forse l’ha perso, prenderà il prossimo, arriverà tra una mezz’ora. Avrà preso quello dopo, sicuramente. Forse non è mai partita, e io sto qui come uno scemo ad aspettarla. E’ assurdo, mi sento un deficiente. Non è una cosa pazzesca? Assurdo, cazzo. Tutta una mia fantasia. Un bel cretino. Se penso che mio padre mi sta guardando mi viene il nervoso. Ridi, ridi. Ti ricordo sai, sempre lì con le scarpe in mano e il portafogli logoro incollato al culo. Non eri un bell’esempio, credimi con quella panza da maiale! Da ragazzo, dicevo: ecco cosa mi toccherà, vivere come lui, vivere in mezzo ai mocassini. Poi dopo cena tornavi al lavoro. C’era sempre qualcosa da fare. Tornavi di sopra a notte fonda stanco morto che noi già dormivamo, le mani incollate di mastice, le dita nere di tinta. Puzzavi, puzzavi sempre. Avevi sempre addosso l’odore dei pellami. Potevi farti tutte le docce che volevi ma era quello l’odore che sentivo. Ma sei stato anche un buon padre, come no. Sgobbavi come un matto tutto il giorno, lavoravi il doppio dei tuoi operai, ti portavi il lavoro anche a letto, nei sogni, e dormivi pochissimo.

– Pronto.
– Parlo con il signor Properzi?
– Si?
– Sono di Poste italiane, telefono per degli assegni impagati.
– Quali assegni?
– Lei ha emesso degli assegni che non avevano copertura.
– Quanti assegni?
– Sono tre assegni scoperti. Due di cinquemila e l’altro di tre, è scritto qui sul computer.
– Come sul computer?
– Noi riceviamo i nominativi ogni giorno dal Centro assegni di Milano. Allora sono tre assegni le dicevo, due di cinquemila e il terzo di tremila.
– Tredicimila in tutto.
– Tredicimila sì, tredicimila. Vuole che le dica i numeri?
– Guardi, non importa.
– Allora ha capito?
– Sono tanti tredicimila. Quanti giorni ho per coprire?
– Quarantottore.
– Quarantottore?! … Scherziamo? Ma voi siete matti!
– Queste sono le disposizioni.
– Non può tenermeli fermi una settimana? Dico non si può prendere la gente per il collo! Quarantottore! … Mica sono Mandrake! Ecco, lo sapevo che non potevo fidarmi della Posta… siete peggio delle banche!
– Non dipende da me.
– E da chi dipende? Dal padreterno, dipende? Da chi cazzo dipende? Me lo dica lei. Se li tiene in sospeso magari anche tre, quattro giorni, potrei anche farcela… sono strozzato, capisce?
– Che ha detto?… Sento male.
– Sono strozzato. Lo vuole capire o no che non ho liquidi? Se mi chiudete i rubinetti come cazzo faccio, dategli tempo all’uomo, no!
– Ah, strozzato. Avevo capito sono stronzate, scusi. Magari fa in tempo, dipende da come li lavorano su al Centro assegni. Ci possono mettere due giorni come di più. Non dipende da me, capisce? Io ho solo il compito di informarvi, poi dovete provvedere voi a sanare la situazione.
– Non posso parlare con questi tipi del centro assegni, allora?
– Non sono autorizzato a darle i numeri.
– Vorrei solo spiegare le mie ragioni, mica altro. Chi ha in mano la situazione? Ci voglio parlare.
– Faccia il bravo, non insista.
– Allora, puoi tenerli fermi una settimana? Puoi farmi questo piacere? Se mi dai una settimana magari i soldi li trovo. Non è un scherzo tredicimila, capisci? Se mi fai questo piacere, poi ti porto in regalo un bel paio di mocassini.
– Dipendesse da me, e poi lasci stare i mocassini, che c’entrano adesso le scarpe?
– Va bene, ho capito, ma due giorni che sono?
– Le ho già spiegato.
– Due giorni, allora. Non c’è niente da fare.
– Due giorni, arrivederci.
– Due giorni, cazzo.

Due giorni. Perché non li vuoi tra mezz’ora allora, se vuoi te li fabbrico stronzo. Su, faccia il bravo, non insista… dipendesse da me … ma vai al diavolo! Raccomandato schifoso! Io sto nella merda, e lui telefona. Inculati!

I guai sono cominciati l’anno scorso. Prima hanno rimandato indietro due partite di mocassini. Difettavano, questo dicevano. Sono stretti in punta, questa era la scusa. A calzarli non andavano bene, c’erano state delle lamentele. Alcuni clienti avevano fatto storie su al nord. E va bene, capita, cristo santo! Ho ingoiato il rospo. Poi sono diminuite le commesse. Di colpo! I nostri mocassini economici da uomo erano andati sempre bene, mica potevo mettermi a fare da un giorno all’altro i decollété, o le scarpe con i tacchi a spillo. Le scarpe da troia non erano nel catalogo. A casa nostra si facevano solo i mocassini economici, come guanti. Neri e color testa di moro, con la suola in vero cuoio. Quel bestione di mio padre lo diceva sempre con la sua voce che sembrava un megafono mentre stavamo lavorando nel piccolo laboratorio: sono come i preservativi ‘sti mocassini, non si deve sentirli. Pantofole. Il piede e il cazzo debbono essere la stessa cosa per noialtri. Lavoriamo per quel cazzo di piede o no?… Li accarezzava i suoi mocassini, li annusava, ci metteva dentro le mani, gli sembrava un miracolo vederli lì uno per uno in fila sul carrello della manovia. Guarda che belli, diceva, non sono belli per caso? Era tutto facile per lui. Tante paia ne facevi e tante ne vendevi quando la fabbrica era nelle sue mani e tutto andava a gonfie vele. Anzi, certe volte bisognava lavorare pure la notte per far fronte alle commesse, e anche noi ragazzi si stava a casa da scuola per dare una mano. Avevamo dieci operai a quei tempi. Facevano tutti almeno tre ore di straordinario al giorno ed erano contenti di stare a lavorare con noi quei calzolai. Mai mezza lira di meno, mai una lite, lui era come un vecchio padre per loro. Ci parlava, si incazzava, li mandava al diavolo, ma poi alla fine bastava una parola per riconciliarsi. Bastava la parola magica “mocassino”.  Pietro va bene così l’orlatura?  E lui guardava torvo,  poi diceva come se lo avessero convinto all’improvviso: “bravo, ottimo lavoro, era proprio così che lo volevo quel mocassino. Non lo vedi? E’ perfetto. Bravo, bravo”.

Poi abbiamo cominciato a lavorare in conto terzi per quel tappetto incravattato che ci dava le commesse. Era andato bene fino a quel giorno. Ci ribassava sempre, ci ricattava a noi piccoli, ma ci dava anche del becchime, debbo ammettere. E tutto andava ancora ottimamente, allora. Lui ci dava i disegni e noi facevamo i mocassini. Poi un bel giorno non ci contesta una commessa gigantesca? Non va bene, ci manda a dire da uno scagnozzo. Dovete rifare tutte le paia. Ma come rifare tutte le paia? Siamo matti? Non lo vedi che le tomaie sono perfette? Non c’era niente che non andava in quelle scarpe. Fosse stato ancora vivo mio padre glielo avrebbe detto: scherziamo! E’ un gioiellino, non hanno mezza grinza, ditemi cosa non va nelle nostre scarpe. Niente, erano perfette, ci stava semplicemente scaricando il bastardo. Che scemi! Noi continuavamo a discutere sul prodotto, eravamo sicuri di aver fatto bene. Dopo vuol dire che ti metteva alle calcagna i suoi avvocati, e ci pensavano loro a spolparti per bene. Così ci hanno fatti neri in pochi mesi, ho dovuto persino pagare i danni. Loro aumentano i fatturati e io chiudo! Noi eravamo capaci di fare i migliori mocassini del mondo, con la pelle migliore, con le forme più classiche e belle. Sta di fatto che a un certo punto il committente più grande ci ha mollati e anche i negozi si sono tirati indietro. Bisogna stare sul mercato, altro che cazzi. Il mercato è stronzo. Bisogna fare gli stessi mocassini che costano meno dei mocassini di un anno fa, e poi bisogna fare mocassini che costano meno di tre mesi fa, e poi di un mese fa, e poi di una settimana fa, di un giorno fa. Diminuiscono le ore di lavoro, hai praticamente i minuti contati, fai fuori due operai, ne tiri via quattro, poi cinque. Cassa integrazione guadagni, ordinaria, straordinaria, e poi i sindacati che ti stanno addosso come pescecani, le tasse, le tasse regionali, quelle comunali, e alla fine ti arrivano quelli dell’Ispettorato del lavoro e sei bello che fritto. A quel punto precipiti, non c’è un cazzo che tenga. E per ultimi sono arrivati i cinesi, e quella è stata davvero l’estrema unzione. Se i poveri aumentano anche i ricchi aumentano, la forbice s’allarga e ti taglia completamente fuori. E’ matematico. E allora non c’è più niente da fare per te che sei un pesce piccolo. Non puoi delocalizzare, così resti prigioniero in fabbrichetta nella speranza che ti diano le briciole i vecchi fornitori, e i grossisti, e i negozianti di fiducia. Tiri a campare. Continui a fare quello che sai fare. Ma serve a un cazzo. Perché poi tutti ti voltano le spalle. Costi troppo. Il prodotto non va. Non servi più, e allora ti scaricano.

Hanno annunciato un treno in transito. Sono un sacco strani i treni in transito. Arrivano col vento, all’improvviso. Mettono in disordine i capelli, ti soffiano in faccia. Hanno qualcosa di prepotente ma anche di allegro, però. Passano e travolgerebbero tutto. Tutto, travolgerebbero tutto. Qualche mese fa s’è buttato un ragazzo, un bibliotecario, poveraccio. L’ho letto sul “Corriere Adriatico”. Pare fosse un tipo taciturno. Un tipo giovane. Taciturno. Gli articoli dei giornali locali sono sempre gli stessi. Uno che si è suicidato prima era sicuramente un asociale. Non è vero. Ci sono persone piene di allegria che pensano di farsi fuori. Ma che cazzo ne sanno quegli stupidi? I giornalisti non sanno mai un cazzo, s’inventano tutto. Comunque coi treni non si scherza, cazzo. Coi treni si va sul sicuro. Se vuoi farti fuori non c’è niente di meglio per sfracellarti. Veloce ed efficace. Quand’ero bambino certe volte andavo ad aspettarli alla stazione. Mi emozionavano quando li annunciavano. Tutti grigi, con quei musi da pescecani. Quelli erano i miei preferiti. Massicci, potenti. Stavo lì davanti a pochi centimetri dalla striscia gialla sull’attenti come un soldatino, tutto serio e con i pugni chiusi, contavo i secondi e sentivo già il fischio in lontananza che mi dava i brividi. E poi arrivavano quei siluri volanti, e quando arrivavano per un po’ non vedevi più niente, sembrava che ti portassero via con loro. Poi quando li vedevo scomparire mi restava addosso un senso di tristezza. Lo spettacolo era finito. Il marciapiede restava deserto, le persone scappavano da tutte le parti. Allora mia madre mi prendeva per mano, la stretta era fortissima, e mi trascinava via. E’ questione di secondi. Pochi secondi. Eccolo, arriva. Eccolo!
Io sto qui come uno scemo a guardare i treni in transito, e gli operai stanno lavorando nel laboratorio. Tanto i due marocchini non li pago, se li sognano i soldi, quelli. Facessero pure vertenza, tanto come calzolai non valgono un cazzo, fanno una stronzata dietro l’altra e gli devi stare sempre dietro. Fai questo, fai quello… e che madonna!  L’ultimo anno si sono infortunati quattro volte. Si tagliano, cascano, non stanno sul pezzo, non capiscono quello che gli dici. E poi che ne sanno i marocchini di scarpe? Un cazzo, appunto. Gli altri due sono tre mesi che non prendono paga, poveracci. Stanno con me da dieci anni, li conosco come le mie tasche. Conosco le mogli, i loro figli giocano coi miei, vanno insieme all’oratorio. Che se ne occupassero i preti di questi poveri cristi, no? A che servono i preti sennò? Loro non lo sanno ma il problema è che non riesco più a tenere a freno le banche, e adesso ci si mettono anche quelli della posta. Tu vai da loro e sono peggio degli altri. Se faccio un calcolo tra i contributi Inps, gli stipendi, quell’IVA del cazzo, e l’Irpef, l’Irap, alla fine mi si portano via tutto. Sto sempre dietro ai pagamenti io. Non arrivo proprio, porca puttana.

Adesso di chi è? Il numero è sconosciuto, non rispondo. Rispondo.

– Allora ci sei? Non sei crepato d’infarto. E’ tutto il giorno che ti cerco, razza d’imbecille.
– Che vuoi?
– Il tempo è scaduto pezzo di merda. Lo sai, non è vero?
– Dammi ancora qualche giorno, li sto cercando.
– Domani.
– Domani non posso. Se li vuoi devi darmi altro tempo.
– Tu forse non ti rendi conto guagliò. Che eri scemo me ne ero accorto, ma adesso è troppo. Li voglio tutti domattina. Tutti, capito? Veniamo noi, non preoccuparti. Veniamo a prenderti.
– Te li ho sempre dati. Lasciami qualche altro giorno.
– Mi ero sbagliato, non sei solo scemo, sei anche pazzo. Tu non ti rendi conto con chi hai a che fare pezzo di merda. Ti stermino, coglione! Hai capito? Ti strozzo con le mie mani! Fai che domani non ci dai quei soldi e vedi quello che ti succede, quanto è vero iddio.
– Sono in giro per una fiera, torno a Montegranaro tra quattro giorni. Dammi ancora una settimana. La prossima avrai tutti i tuoi soldi. Lunedì, martedì al massimo. Sono stato sempre puntuale, te li ho sempre dati, non puoi fare così adesso.
– Domani. Ti conviene, imbecille. Ma chi vuoi portare per il culo? Mi vuoi fare incazzare? Guarda che ti sbudello pezzo di merda, ti faccio a pezzi, hai capito?
– Ci siamo sempre messi d’accordo.
– Voglio quei soldi. Li voglio per domani.
– Domani?
– Sì, ci vediamo domani. A casa tua. Puoi stare sicuro.
– Allora domani, non mi dai almeno un altro giorno, vero? Allora non insisto.
– A casa tua, domani pomeriggio. E vedi di non fare scherzi.
– Va bene.

Domani. Vedrai dove sono domani. Come cazzo si fa? Devo avvertire a casa porca miseria. Non fatevi trovare. Andate a farvi un giro dove volete, per carità. Nascondetevi. Perché cazzo i cinesi si sono messi a fare le scarpe? Non potevano mettersi a fare i frigoriferi quei lerci? Hanno le facce brutte da persone infide. Musi gialli del cazzo. Voglio dire, io non ce l’ho con i cinesi per davvero… fanno anche pena con quelle facce infelici da cani bastonati, voglio dire, ma cazzo di un dio, cristo della madonna… mettetevi a costruire i televisori, no! Non vi piacciono i televisori brutte facce di merda? Le scarpe si mettono a fare. Scarpe. Negli scantinati. Notte e giorno. Si nascondono gli schifosi. Dove cazzo lavorano non si sa. Gli chiedi le solette per domattina e loro te le fanno. Plonte! Lavorano sempre. Non mangiano. Non dormono. Plonte! Lavorano sempre. Sono pazzi! E adesso fanno persino il prodotto finito. Loro lavorano sempre. Plonte! Non sai dove, non li vedi ‘sti lerci, perché lavorano sottoterra come le talpe. E allora s’annullano, sfruttano anche le ore notturne. Li chiudono persino a chiave. Tanto loro non pisciano, non cagano, non respirano, non fanno l’amore, non pensano, non mangiano. Lavorano sempre, cazzo. Lavorano, lavorano. Però questa cosa che si sono messi a fare le scarpe mi manda in bestia. Dico: perché proprio le scarpe? Non lo dico per scherzo. Aho! Ma non potevate fare le lavatrici? Perché non vi mettete a costruire lavatrici o scope elettriche? Perché proprio le scarpe, cazzo? E i vibratori, non ci avete pensato? Il mondo è pieno di gente coi culi e le fiche sfondati. Non ci avete pensato? Allora volete rompere i coglioni! Volete la guerra, allora! Poi mica si integrano. Sì, mandano i figli a scuola quei musi gialli, ma in giro mica li vedi. Vai al ristorante cinese, bravo! Non si sa che cazzo ti danno da mangiare? Cosa succede dietro, nelle cucine? Come fanno a prepararti quaranta cose in tre minuti? Ditemi voi come fanno?

Hanno annunciato un treno regionale proveniente da Roma, è in arrivo sul terzo binario. Stavolta  ci sarà, ne sono sicuro. Adesso scende dal treno. Già me la vedo di fronte Helena. Eccola Helena. Arriva. Tremo. Arriva, cazzo, sono certo che c’è, non può tradirmi. Certo che c’è. Vestita di rosso, scommetto. Un tailleur. Che belli quei giorni quando lei arrivava. Era come se all’improvviso la vita diventasse improvvisamente meravigliosa. Stavamo qui, a Falconara, un posto ideale per nascondersi. E chi ti vede a Falconara? Non lo dico per scherzo. Qui ti mimetizzi che è una meraviglia.
Sta frenando, il treno è già qui, in stazione… Cazzo che momento. Mi sudano le mani. Le gambe tremano. Ma si può essere più scemi? Mi vergogno di me stesso. Però non è bello? E se non c’è? Se non c’è che faccio? Ah, non voglio pensarci sennò divento matto. Se non c’è è un disastro. Dove vado? Che faccio? Non so se posso sopportare anche questo. Va tutto in malora, una merda ovunque, non c’è uno spiraglio, non si vede uno spiraglio da nessuna parte. Anche questo sarebbe troppo. Troppo. Sarebbe davvero troppo. Eccola, invece, adesso scende. Me lo ricordo come fosse ieri. Ogni volta che la vedevo diventavo improvvisamente allegro, diventavo più tranquillo. Più buono. Sì, cazzo, diventavo anche più buono. Se un uomo è un po’ felice, poi certo che diventa più buono. E l’infelicità che rende tutti dei brutti bastardi.
Helena ma dove sei amore mio? Perché non scendi? Adesso scende. Adesso. Ti prego Helena, scendi. E prendi quei bagagli, su. Ma che cazzo, perché non scendi?
Non c’è. Ma prenderà il prossimo. Avrà avuto un problema. Sono sicuro che avrà avuto un problema Helena. Prenderà il prossimo. Sicuro. Il prossimo c’è tra due ore, prenderà quello allora. Vedrai se non prenderà quello. Sì, sì, ha avuto solo un intoppo. Comunque adesso la chiamo. Segreteria telefonica. Sei una zoccola, solo una zoccola! Ti odio! Vuoi rispondere? Perché non rispondi, cristo!…

Dodicimila domani… dove li prendo, cazzo? Dodicimila! Sono tanti. Vendo il fuoristrada domattina. E’ in buono stato il fuoristrada. Se domattina vendo il fuoristrada risolvo. Ecco, vendo il fuoristrada. Il fuoristrada fanno venticinquemila. Se non me ne danno venticinquemila almeno ne strapperò ventimila. E’ gommato bene, ha pochi chilometri. Sicuro. Non ha una bozza, un’ammaccatura una. Ventimila dovrebbero darmeli. Ventimila è un prezzo giusto. Diciamo diciottomila subito, sull’unghia. Potrei anche cedere per diciottomila, nelle mie condizioni. Dodocimila li do ai napoletani, ne restano ottomila. Con ottomila tengo buona la banca, anche se ne vogliono trentamila tampono. Forse tampono se mi danno ancora un po’ d’ossigeno. Cazzo, vi ho dato ottomila euro, sono quindici milioni, e che madonna! Restano scoperti i dodicimila delle poste, e i quarantamila dell’altra banca, con quelli vado in procedura Cai, non posso lavorare più. Divento protestato. Mio padre era ossessionato dal libretto giallo dei protesti. Leggeva a voce alta quei nomi certe volte. Capriotti: protestato per diecimilioni! Rideva quel deficiente. Costantini, due assegni da ventimilioni. E’ sul lastrico! E’ sempre stato un megalomane. Diceva. Sembra cazzo. Diceva. Comunque c’era poco da ridere se i poveracci dovevano saltare all’improvviso per aria. Non riuscirò mai a tappare quei buchi. Dimenticavo i cinquantamila del mutuo. Dimenticavo i prelievi. Quanto ho prelevato? Settemila? Forse settemila… Dimenticavo i quindicimila della contabilità. Forse erano ventimila, non mi ricordo, ventitremila. Non ho in mano la situazione. Vediamo cosa mi rientra: i veneti  mi debbono diecimila per l’ultima commessa di scarpe, rientrano sul conto della banca. Tampono. Due assegni postdatati li ho dati ai napoletani, cazzo. Li avranno riscossi. Li avranno riscossi figurati. I conti non tornano, ma dove cazzo li prendo, vorrei sapere? Dove li prendo? Dove? M’ipotecano la casa. Sono due piani, sotto c’è il laboratorio. Ma se m’ipotecano la casa non posso più lavorare. Come cazzo faccio? Però almeno non salto per aria, non fallisco. Mi portano via la casa. Va bene me la portano via. Andiamo a stare in affitto.

Non ci torno a casa. No, non posso tornare a casa. Dove dormo stanotte? Faccio tutto da solo, in stazione. Aspetto il treno buono. Un treno vale un altro l’importante è trovare il coraggio. Magari cammino, mi farà bene. Prendo aria. Sì, cammino. Cammino. Una volta salivo in macchina, andavo in autostrada a sfogarmi. Una volta funzionava. Lo facevo quando ero nervoso, quando c’era qualche intoppo. Spingevo forte sul pedale. Correvo. Scappavo via come un siluro nella notte. Che tempi! Correvo forte allora. E poi uscivo a un casello qualsiasi. Uscivo, cercavo un ristorante. Parcheggiavo. Entravo. Mi mettevo seduto, ordinavo del pesce. Sono ancora ricco sfondato, ho due carte di credito che vi credete pezzi di merda! Ordino quello che mi pare e quando mi pare. Una volta non avevo problemi di danaro. Ordino. Mi sfogo. Consumo. Ordino una buona bottiglia di vino. Bevo fino a stordirmi. Bevo forte poi magari trovo anche il coraggio.

Gli daranno fuoco. E’ già successo. Con le taniche. Diranno pure che sono stato io per riscuotere il premio dell’assicurazione. Pensa un po’ che cazzo di figura. A fuoco. Tutto a fuoco. Una colonna altissima, altissima, che arriverà fino in cielo e brucerà tutto. Comincio a camminare, mi allontano. Vado laggiù, laggiù dove si vede il porto di Ancona. Di notte è più facile. Al buio si cancella tutto. Quando il capannone incendierà almeno sarai contento? Mi hai detto sempre che ero un buono a nulla. Non sapevo fare niente. Mi stavi addosso, sempre addosso. Mi dicevi: vedi Leo, io ti attacco perché puoi difenderti, perché sei forte. Dovresti ringraziarmi. Per questo ti metto alle strette, lo faccio per il tuo bene, lo capisci non è vero? Era questa la tua strategia, ma ti rendi conto? Ho mai per caso messo alle corde tuo fratello? Dicevi. No, Leo, tuo fratello non poteva resistermi. Che diventi pure uno stupido professore di lettere. Questa era la tua dannazione. Ti mandava in bestia vederlo studiare. Li avevi visti affondare i tuoi amici. Tu volevi un vero calzolaio, cazzo. Uno capace di fare di più di quello che avevi fatto tu, cazzo. Uno con le palle che avrebbe fatto faville e mocassini più belli dei tuoi. E’ andata male, mi dispiace. Che cavolo ridi? Te la godi, eh! Goditi lo spettacolo, adesso. Almeno in questo ti piacerò. Sei stato un pessimo padre, non mi hai insegnato niente. Niente mi hai insegnato, niente. Anch’io sono stato un pessimo padre. I miei figli ricorderanno uno che non ce l’ha fatta, un fallito. Sanguisughe schifose, piccoli mostri che volevano tutto. E io gli ho dato tutto, tutto. Che stupido! C’è una catena di disastri, si vede. Te la riderai sopra le nuvole, ti vedo, sai. Almeno sarai contento adesso di vedermi in queste condizioni. Una bella soddisfazione. Adesso aspetto il primo treno in transito. Il primo che viene. Spero arrivi presto.

36 thoughts on “I minuti contati

  1. Dei brani narrativi trovati in questo sito (non mi pare di averli letti tutti, però), è il primo che mi coinvolga. Perfetto il montaggio del racconto tra i momenti della crisi manifatturiera, in cui è compreso il rovello familiare tipico della piccola impresa italiana, e quelli del ricordo e dell’attesa della ragazza. Tra l’altro, l’idea della rumena, o in genere della ragazza dell’Est, come “troia” assetata di sesso e denaro sembra molto diffusa in un ceto medio imprenditoriale alla deriva. Sono le diverse crisi che s’incrociano: quella del fallimento economico, e maschile, e di una povertà storica, o meglio della storica fame di consumi, di un mondo uscito dall’ex socialismo reale.

  2. @Francesca Diano
    Ma perché mai “italiota? Le assicuro che ci sono milioni di maschi tedeschi, francesi o inglesi che si riconoscerebbero perfettamente nel protagonista di questa novella, così come ci sono milioni di italiani che non hanno nulla a che fare con il calzolaio qui descritto. Mi scusi se mi permetto di, ma mi può spiegare perché tutto quello che appare scorretto, malvagio, mal fatto, squallido o quant’altro è considerato come un sinonimo di italiano? L’ho notato anche in altri suoi post in questo blog. Non riesco a capire per esempio perché mai un episodio certo increscioso ma a me pare molto comune (personalmente ne ho visti di continuo in molti altri paesi) di incomprensione e di dispetti reciproci tra un poeta e dei politici di destra debba essere considerato come espressione “dell’italietta di sempre”. Non c’è nulla di italiano nel vizio; è un fenomeno molto banale, universalmente distribuito, proprio come il buon senso. E ostentare un disprezzo un po’ provinciale per vizi così comuni non dimostra una grande superiorità morale rispetto a questi fantomatici “italioti”. Anche perché il tipo di habitus che lei intende combattere a volte è molto più perverso di quanto immagina: da un certo punto di vista è molto più italiota (o fa’ molto più “italietta”) parlare di “mio padre” dando per scontato che tutti sappiano che lei è la figlia e non un’omonima di un grande filologo italiano. A me sembra che moralmente questo snobismo così facile rispetto al paese sia perfettamente sovrapponibile al nichilismo di chi invita a chiamare il prossimo partito di maggioranza “forza gnocca”; ed è, soprattutto nella situazione attuale, pericoloso, poco lungimirante ed estremamente pusillanime.

  3. L’ultimo commento, di cui lamenterei soltanto la forma dell’anonimato, mi spinge a intervenire ancora. Anzitutto mi sembra evidente che, come quasi sempre accade, l’autore del racconto sta prestando alcune delle sue esperienze all’io narrante. Dunque non me la sentirei di dire che questo è il ritratto di un “maschio italiota”, perché potrebbe essere piuttosto, almeno in una certa misura, l’autoritratto di un maschio che, per il suo carattere riflessivo, italiota non è già più. In secondo luogo, non mi parrebbe centrata la sensazione che qui si stia parlando di qualcosa che assomigli al bunga-bunga. Si tratta, invece, di una complessa ossessione erotica, se così vogliamo chiamarla, che fa i conti con il fallimento dell’attesa dell’oggetto del desiderio, mentre un altro fallimento si sta consumando, quello industriale. È dalla combinazione dei due registri che deflagra il racconto. Che poi tutto questo abbia a che fare proprio con l’Italia, con il fragile tessuto capitalistico del paese, incapace d’innovazione e buono a fare soldi con prodotti di bassa tecnologia, più artigianali che industriali, quindi esposti alla concorrenza da parte per esempio dei cinesi, beh, questo è vero: ma in effetti il maschio italiota non c’entra, semmai è il declino di un’identità maschile in generale che s’intravede sotto l’irruzione dell’ “altro”, dello straniero, immigrata rumena o super-lavoratore cinese che sia.

  4. Inizialmente scettico data una sfilata di stereotipi, ho poi capito di essere caduto in trappola, non ho potuto fare a meno di proseguire. Il racconto è bello, teso e crudele, con una soggettiva credibile, lo svolgimento prevedibile ma non per questo meno perturbante.

  5. @ rino genovese.
    Il mio era un commento di apprezzamento del racconto, che restituisce in tutta la sua nuda disperazione uno squallore e un vuoto morale soffocanti.
    I tòpoi che fanno di questo povero infelice un “italiota”, tòpoi che sono invece proprio tipici della nostra cultura polverizzata, ci sono tutti. L’ossessione per una donna che, essendo prostituta e rumena (binomio che per una certa nostra tipologia maschile significa “inferiore”) non lo fa sentire minacciato e dunque può a suo agio perderci la testa, nonostante la descriva non certo bella né amorevole. Sa bene che non lo vuole, dunque non minaccia seriamente il suo matrimonio. E’ l’archetipo, impoverito, della donna-vampiro, di cui è piena la letteratura. Ma, nel racconto, funge chiaramente da fuga dalla realtà.
    E tanto più un uomo immaturo come questo si trova di fronte a una realtà, da lui creata, sempre meno affrontabile, tanto più violenti devono essere gli stimoli per sfuggirne. Ergo, l’ossessione per questa tipologia di donna.
    Mi pare ne abbiamo tutti sotto gli occhi un esempio ben più eclatante.
    Il facile e veloce arricchimento non fondato su solide basi, una gestione “allegra” (a dir poco) della ditta. La facilità con cui spende e spande, gli status symbol, come il fuoristrada, da ostentare ma che alla fine non può permettersi. (Quest’ultimo aspetto, dell’ostentare brand e oggetti di lusso sia pure di imitazione poi è tipicamente italiano e chi ha vissuto all’estero sa che altrove è assente o quasi).
    La mancanza di ogni senso di responsabilità nei confronti della famiglia, dei suoi dipendenti e di se stesso e, ripeto, il vuoto morale che lo distingue, tutto questo contribuisce a formare un ritratto perfetto della parte peggiore del nostro paese.
    Non mi pare di aver detto che così sono tutti. Ci mancherebbe. Ma incarna molto bene una certa tipologia deteriore.
    L’unica sfortuna di questo poveretto è di non essere un politico o un faccendiere. In quel caso non avrebbe avuto problemi. Ma questa è l’unica differenza con una classe dominante afflitta dai suoi stessi problemi e, che mi dispiace dire, alligna solo in Italia, in queste dimensioni, tra i paesi del decadente Occidente.

  6. @Francesca Diano
    «Chi ha vissuto all’estero sa che altrove è assente o quasi». Vivo “all’estero” da più di quindici anni. E posso assicurarle che la totalità dei luoghi comuni maldestramente assemblati in questo sgangherato esercizio letterario sono ampiamente presenti in qualsiasi periferia delle grandi capitali europee: c’è il declassamento della straniera a prostituta (che sia rumena, turca o magrebina), c’è l’ostentazione un po’ volgare del brand o dell’oggetto falsamente lussuoso (Veblen l’aveva diagnosticato più di un secolo fa’), c’è la mancanza di responsabilità nei confronti della famiglia o dei dipendenti. Non capisco da dove venga questo disperato bisogno di aggrapparsi all’illusione, calda e consolatoria, di trovarsi dinanzi a un male “tutto nostro”, “tipicamente italiano”.

    Il vero “vuoto morale”, a me sembra, sta proprio in chi pretende, con compiaciuta ostinazione, di poter riconoscere il proprio paese (cioè se stesso) solo nel “Male”. Così come la vera, malata ossessione sta solo in chi pretende di riconoscere in ogni “maschio italiota” l’«esempio ben più eclatante sotto gli occhi di tutti»: se racconta il mondo con le parole, le categorie, lo sguardo di quell’esempio ha già perso, perché di fatto si è fatta parlare da chi voleva combattere. Non si salverà nemmeno se a quelle parole aggiunge un giudizio sprezzante nutrito solo dal risentimento: resterà una persona moralmente sconfitta, perché non ha avuto la forza di parlare pensare senza sniffare la droga allucinogena comunemente smerciata da giornali e tv come pillole di sociologia urbana.

    E la prego, non si appelli alle colpe del “decadente Occidente”. L’Occidente non esiste più, da tempo, e comunque c’era nulla. La vera decadenza sta in chi scambia la stanchezza di vivere, la pigrizia o il desiderio di chiudere occhi e orecchi con la lucidità. E di chi insegna a chiamare questa cultura del lamento sfiatato e rauco “cultura di sinistra”.

    In ogni caso, per vedere e raccontare la realtà ci vuole la vera letteratura, quella con la L maiuscola, non una accozzaglia di immagini più rozze di quelle delle canzonette di Povia.

  7. Vi garantisco che il racconto è assolutamente frutto d’invenzione. Non c’è nulla di autobiografico. Ma essendo maschio conosco i maschi, che mediamente sono così. A me interessava soprattutto, attraverso questo personaggio, una tipologia di imprenditore molto diffusa nel Fermano, raccontare la crisi che stiamo vivendo, anche se è un testo del 2005.

  8. @ Angelo Ferracuti
    Grazie della precisazione Angelo. Il racconto non lascia dubbi sul fatto di non avere nulla di autobiografico. Lo si legge nel distacco con cui riesce a ricreare la crescente perdita di lucidità dell’uomo e il suo caos interno, la separazione dalla realtà, le basi fragili su cui ha fondato la sua vita.
    Mi è piaciuto moltissimo questo ritratto di una certa tipologia maschile. “Ma essendo maschio, conosco i maschi, che mediamente sono così”. Appunto. CVD.
    Comunque la sua è una scrittura forte. La lettura scatena reazioni di rabbia, di rifiuto persino e in ultimo di compassione.
    Grazie, è un bellissimo racconto e, per quanto mi riguarda, paradigmatico.

  9. Un’opinione di lettrice, che non difende una poetica, ma semplicemente il valore conoscitivo (dunque morale e politico) della letteratura. Quella buona. Che a differenza di questo prevedibile racconto, il cui protagonista è privo di vita come una statistica sociologica, dovrebbe farci identificare almeno un istante con la gente mediocre e meschina, illuminare dall’interno il suo mondo, spiegarci le sue ragioni, i suoi desideri repressi e deviati, anche perché possano un giorno essere redenti. Flaubert ci insegna che si può ottenere questo effetto senza rinunciare a lucidità e spietatezza. Queste pagine invece, forse involontariamente, hanno un tono satirico, grondano disprezzo, suscitando in chi le legge un compiaciuto senso di superiorità morale (come confermano gli apprezzamenti di Genovese e Diano), con il sollievo di aver finalmente identificato la causa del male in una precisa figura sociale, che non ci riguarda. Ma la verità è che c’è un calzolaio marchigiano in ognuna delle nostre famiglie (spesso lo zio più simpatico), e forse anche dentro di noi. Bisogna farlo parlare in tutt’altro modo.

  10. L’importante è suscitare qualche riflessione. Però l’anonimato è sempre una forma di viagliaccheria.

  11. @ Ferracuti
    Scusi, ma tutto suscita «qualche riflessione»: anche la lettura del «Giornale». Se la cava un po’ a buon mercato. Lei poteva rispondere alla signorina Else che proprio cedere la parola a un personaggio simile potrebbe essere un modo per costringere il lettore a mettersi nei suoi panni – ammesso che la sua intenzione fosse questa. Oppure difendere il suo diritto a una letteratura di denuncia e di disgusto. Però l’accusa di vigliaccheria, senza appello, è una caduta si stile. E guardi che neppure a me piace tanto l’anonimato in rete – ma se la mette così, mi fa venire un sacco di dubbi in più oltre a quelli che già ho di mio.

  12. Sulla maschera in rete

    Capisco il disagio dell’autore che si sente esposto a una critica di cui non può rintracciare la provenienza: è una posizione di vulnerabilità, ma chi accetta di “pubblicare” la propria opera si espone sempre intenzionalmente a questo gioco. Che non comporta solo i rischi morali che sono stati giustamente ricordati (vigliaccheria, rinuncia alla responsabilità personale), ma anche conseguenze interessanti sul piano epistemologico, perché – almeno in teoria – dovrebbe favorire l’oggettività dell’attività critica. (Le giurie dei premi artistici e i comitati di referaggio scientifico, non a caso, applicano il principio del segreto). Credo che sia una delle potenzialità più interessanti della discussione in rete, che bisognerebbe studiare con attenzione e imparare a sfruttare.
    La maschera deresponsabilizza, certo, e crea disordine. Ma ha anche indubbi vantaggi: nascondendo i soggetti, sposta l’attenzione sugli oggetti, sulle idee (buone o cattive) e sulle opere (buone o cattive). Ad esempio, favorisce la sincerità e la schiettezza che nelle discussioni intellettuali tra persone che si conoscono sono confuse da inevitabili complicazioni affettive; e impedisce le repliche ad personam e i relativi psicodrammi. Si giudica e si viene giudicati solo per i propri argomenti, o, come in questo caso, per il proprio racconto che è piaciuto ad alcuni e meno ad altri in virtù delle sue qualità oggettive. Impossibile ricorrere a strategie retoriche trasversali: lo dici perché sei una donna, perché sei gay, perché sei precario, perché sei di un’altra generazione, perché non mi vuoi bene, perché abbiamo litigato… Davanti a un interlocutore mascherato, le tecniche ermeneutiche della scuola del sospetto sono impotenti; si parla meno degli uomini e un po’ più delle cose.
    Il coraggio delle proprie opinioni è una grande virtù; ma la scienza e la filosofia moderne, vi ricordo, sono nate anche all’insegna di un vile «larvatus prodeo».
    Mi piacerebbe molto continuare questa discussione.

  13. @ Else
    In linea di principio, Else, lei ha perfettamente ragione. Anzitutto, porre la questione in termini moralistici (come ricordava da queste parti Anonimo) è vieto e limitante. Però ci sono dei rischi morali: la spersonalizzazione, alla fine, non è una gran bella cosa – e mica perché uno è affezionato a un’idea garibaldina di identità.
    Quindi, che l’anonimato e l’eteronimia siano delle risorse retoriche è fuori discussione. Il problema è se lo siano anche in rete. Le mie obiezioni sono queste:
    a) «La maschera […] nascondendo i soggetti, sposta l’attenzione sugli oggetti, sulle idee (buone o cattive) e sulle opere (buone o cattive)». Nella mia esperienza, è vero il contrario. Tutte le volte che sono stato tentato di postare qualcosa sotto falso nome, è stato per un eccesso atrabiliare. È stato dover firmarmi con il mio nome che mi ha imposto di moderarmi e di guardare più alla cosa che a me stesso. Diciamo meglio: assumendo la maschera pubblica che si riconduce al mio nome (e che è nel mio interesse non sputtanare) mi sono sentito in obbligo di trascendermi.
    b) La maschera «favorisce la sincerità e la schiettezza che nelle discussioni intellettuali tra persone che si conoscono sono confuse da inevitabili complicazioni affettive; e impedisce le repliche ad personam e i relativi psicodrammi». In primo luogo, lei stessa può notare quanti psicodrammi provochino gli anonimi: né più né meno di chi si dichiara coi dati dell’anagrafe. In secondo luogo, le «complicazioni affettive» sono solo un limite, o anche un di più? Se leggo le dichiarazioni di X in quello che della storia di X mi è noto, lo limito o gli do profondità? (Perdoni il gadamerismo in pillole). Sono solo pregiudizi o elementi utili di (pre)comprensione? Guardi, se uno che non si firma mi offende, e non faccio scoppiare lo psicodramma o è per mia personale scelta, o per un motivo ben peggiore: tu non ti firmi? tzè! e io non ti degno di risposta – non ti riconosco. Mi sembra una cosa piuttosto triste.
    c) «Si giudica e si viene giudicati solo per i propri argomenti». Mah, sarebbe bello. In realtà, anche il più anonimo dei commenti ha un tono affettivo, retorico, emotivo che conta e che non si può trascurare (guardi per esempio come se l’è presa Ferracuti al suo commento. O sarà perché di lei conosciamo vita, morte e miracoli, visto che ce li ha raccontati Schnitzler?)
    d) «Impossibile ricorrere a strategie retoriche trasversali: lo dici perché sei una donna, perché sei gay, perché sei precario, perché sei di un’altra generazione, perché non mi vuoi bene, perché abbiamo litigato…». Se nota, gli eteronimi giocano invece sempre su elementi di quel genere. Se rispondo a una persona che si firma Precaria Guerrilla, come ho fatto, il suo nick attiva molte più connessioni di un semplice Paola Bianchi. In alcuni casi (non parlo di Precaria, dal cui blog potrei pure ricavare un ritrattino ideale), l’eteronimia è un ritratto in posa – più in posa di quanto sia io che mi firmo con il cumulo sillabico del mio nome e cognome. Persino nel suo caso, signorina Else, scatteranno dalle connessioni, legittime o meno: altre ne sarebbero scattate se si fosse fatta chiamara Priscillalareginadeldeserto o Ape Maya. Aggiungo: persino un Anonimo non è così anonimo, visto che, mentre mi scrive, rivela una personalità intellettuale riconoscibile (e infatti, istintivamente, ho teso a simpatizzare con una persona, oltre che a discutere con delle tesi).
    e) Ma siamo sicuri che uno, firmandosi con nome e cognome, non sia comunque un eteronimo di se stesso? Un’amica, leggendomi quassù, mi ha detto: sembrava di sentirti parlare. Vero. Il fatto è che spesso parlo in falsetto, mi atteggio, recito (in Aboliamo i blog letterari, p. es., ho messo la maschera della satira; quando scrivo cerco di inventarmi uno stile ironico tra il letterario e il parlato; gigioneggio – e rivendico il diritto di farlo; accentuo auto-parodicamente alcuni tratti del mio carattere, mentre altri cerco di cancellarli; gioco di volta in volta le carte che la mia storia – e non solo la mia vera storia personale – mi ha messo in mano). Insomma: la pluralità di maschere retoriche agisce comunque, anche sotto il proprio nome. È semmai la tensione tra le singole maschere e la costanza del mio nome, o forse meglio la necessità di pensare le varie maschere sopra la stessa faccia, a produrre qualcosa di più
    d) Ma allora, non è più produttiva, epistemologicamente e stilisticamente, la firma reale? Pensi all’autofiction: lì funziona tutto proprio perché lei avverte uno scarto tra quello che dico, e quello che si suppone io sia. E guardi, io qui (e non solo qui) faccio letteralmente autofiction: a volte riferisco a me aneddoti capitati ad altri, o inventati di sana pianta – e non per il gusto di ciurlare nel manico, ma per bisogno di cercare una qualche parziale forma di verità che non sia incollata all’avvilenza del qui ed ora.
    e) Detto questo, ci sarà sempre quello che ti dice: «Eh, ma tu dici questo perché sei tale» (in genere, ridicolizzandoti e facendoti passare per bischero). Temo che neppure l’anonimato scongiuri questo che è un dato forse ineliminabile della comunicazione. L’onestà, e credo lei sia d’accordo, non è questione di nomi.
    Con umiltà
    Scardanelli

  14. Torno volentieri sull’argomento, se non altro per non esser tacciato di codardia.
    Intanto una premessa: questo è un testo del 2005 nato come monologo teatrale ed è l’unico di finzione scritto negli ultimi dieci anni. Mi era stato commissionato con una ambientazione precisa, tra l’altro, e cioè la stazione ferroviaria di Falconara Marittima. Dico questo perché dal 2002 ho pensato che uno scrittore con vocazione realista come me in un mondo segnato dall’iperfinzione nella Società dello Spettacolo (scriveva Rushdie “i politici, i media inventano menzogne, è dovere dello scrittore dire la verità”), dovesse praticare un tipo di scrittura “dal vero”, ibridata tra saggio, narrazione e giornalismo, quella scrittura che accetta la sfida della complessità, ed esce dal recinto delle forme canoniche. E in più è collettiva, e non il passatempo piccolo borghese di molti che pensano alla letteratura come trampolino di lancio per fare altro. Quindi questo testo è davvero minoritario nella mia produzione, anche se conserva alcuni aspetti di contiguità. Non cercavo certo di raccontare il rapporto tra i sessi o il maschilismo italico, e neanche troppo la volgarità degli imprenditori nostrani, che certo però non brillano per passione civile o charme, diciamo. Il tentativo era quello di creare un personaggio capace più di altri di incarnare un momento di crisi e di smarrimento, ma anche di vivere oltre se stesso. Quindi l’aspetto sociologico, che ritengo importante – ma non fondamentale – nelle opere di letteratura (tutti i classici tra ottocento e novecento sono stracolmi di immaginazione sociologica) mi interessava. Non credo neanche di essere uno arrivato alla scrittura perché particolarmente colto, o perché ho frequentato delle scuole chissà quanto formative. Sono arrivato alla letteratura partendo proprio dalla vita, soprattutto dalla politica. Quindi cercavo un personaggio capace di vivere dentro un conflitto e un fallimento, cifra di questi ultimi anni di vita italiana, senza soluzioni o catarsi. Un personaggio anche sgradevole, per certi versi, bugiardo, per altri codardo, in definitiva inetto, però drammaticamente solo. Un personaggio che meriterebbe da parte del lettore un po’ di pietà, ma la rabbia nei confronti di un sistema che lo strangola.
    Come il mio conterraneo Paolo Volponi, negli ultimi anni per me sempre più importante come punto di riferimento, non sono uno scrittore che scrive per “accomodare, per raccontare, per simulare”, ma bensì per “incontrare, dibattere, contrastare” certi problemi che mi creano angoscia, spavento, rabbia.
    Questo racconto andava in quella direzione, almeno nelle intenzioni. Se poi sia riuscito o meno nell’operazione è un’altra faccenda. Comunque grazie per i vostri punti di vista, compresi quelli anonimi, che costringono alla riflessione più quando sono critici e negativi, che quando invece sono più magnanimi e complimentosi.

  15. @ Ferracuti
    L’idea del suo racconto mi sembra molto interessante, il soggetto umano e sociale
    ben identificato, e credo davvero che la sua idea di partenza fosse
    assai vicina a quello che mi sarebbe piaciuto leggere. Proprio per
    questo sono stata un po’ delusa dal risultato. Personalmente, credo
    che al racconto manchino: 1) una maggiore comprensione interna della
    visione del mondo del protagonista (ho l’impressione che lei
    non sappia bene che strada imboccare, diviso tra la tentazione di
    assumerne simpateticamente il punto di vista, e il bisogno di prendere
    le distanze aggiungendo invisibili didascalie che non lascino dubbi
    sul suo giudizio – il che tecnicamente non può funzionare, anche per
    la scelta del monologo interiore. Lei dice di aver mirato alla pietas,
    ma io non sento il personaggio sufficientemente vivo e individuato,
    c’è sempre, in quello che dice e che racconta, qualcosa di scontato,
    prevedibile, banale. Forse la sua antipatia per il tipo umano agisce come
    resistenza involontaria? 2) una maggiore spiegazione
    circostanziale, di cui lei riconosce l’importanza citando i
    suoi modelli ottocenteschi. Emma Bovary, considerata esternamente,
    come caso di cronaca, è una squallida adultera di provincia.
    Moralmente, non è migliore del suo protagonista: frivola, ipocrita,
    crudele con il marito e con la figlia. Eppure Flaubert riesce a
    raccontarci le circostanze della sua vita in modo tale che, pur
    continuando a biasimare la donna e a condannarne le meschinità, noi
    capiamo che la “colpa” delle sue mancanze risiede anche nella
    struttura oggettiva del mondo in cui lei si è trovata a vivere (la
    povertà intellettuale della piccola borghesia, la vita di provincia,
    l’essere donna, la frustrazione delle aspirazioni legittime a una vita
    migliore). E finiamo per mettere in discussione tutto questo mondo, e
    non solo Emma, che in fondo ne è la prima vittima. Nella serie Mad
    Men, tutti i protagonisti sono esempi diversificati di banalità del
    male: egoisti, cinici, vili, seduttori e traditori. Eppure, la
    grandezza degli autori è quella di raccontarci le loro storie in modo
    tale che, quando assistiamo con disagio alle scene in cui Betty
    maltratta la figlia o Peggy sgomita per fare carriera, sono la società
    degli anni Sessanta, il modello di vita americano, il significato e il
    valore del lavoro, i rapporti universali e storici tra uomini e donne
    a essere messi in questione. Contrariamente a quelle che forse erano
    le sue intenzioni, leggendo i pensieri del suo calzolaio questi
    universali in me non si sono dischiusi.
    A ogni modo, se l’idea del racconto non mi avesse colpita, non avrei
    passato tutto questo tempo a pensarci sopra!
    Un saluto cordiale,
    SE

  16. @Else e Donnarumma.
    La morale nell’arte non esiste. Ce lo hanno insegnato Wilde e Baudelaire. Né ha senso giudicare le intenzioni, ma l’effetto.
    Qui l’effetto c’è – se lo si vuole vedere – (alcuni lo vedono altri no, va benissimo) e, come ho già detto, passa attraverso una gamma di sfumature che, alla fine, non possono non concludersi con un sentimento di compassione, di pena per quest’uomo. Perché la realtà rappresentata è appunto talmente spietata e l’immagine interiore dell’uomo denudata senza orpelli o sbavature. In un modo che più obiettivo di così non si potrebbe. Poi, uno vede quello che vuole vedere. Ed è giusto così.

    Mi pare di capire che quanto ho scritto più sopra sia stato erroneamente inteso come un giudizio morale:
    “suscitando in chi le legge un compiaciuto senso di superiorità morale (come confermano gli apprezzamenti di Genovese e Diano), con il sollievo di aver finalmente identificato la causa del male in una precisa figura sociale, che non ci riguarda.”
    Cioè, o sei d’accordo con me, o ciao….
    Evidentemente non è stato letto con attenzione, perché alcun giudizio morale vi era espresso. E’ talmente evidente. Tanto meno poi con senso superiorità, che invece mi pare abbondi in chi critica non tanto il racconto in sé, ma chi, non concordando col proprio giudizio personale, viene giudicato. Il che mi pare un po’ limitante. Non la pensi come me, dunque non capisci, sei un moralista, sei nell’errore ecc. Che brutta abitudine.
    Pensavo questo fosse uno spazio per discutere di letteratura e dintorni, non per attacchi personali. Contrari, tra l’altro, alla netiquette.
    Per non parlare dell’altro giudizio, piuttosto puerile, in cui si accusa chi, appunto, non la vede come te, di una tale faciloneria da sentirsi sollevato “per aver finalmente identificato la causa del male in una precisa figura sociale, che non ci riguarda.” Via, ma per favore! Siamo seri!
    Se la Signorina Else riconosce in questo racconto “un tono satirico” – che aggiunge può essere involontario, – mentre la satira non può essere per definizione “involontaria”, dato che richiede una precisa intenzione distruttiva e di demolizione, altrimenti satira non è – (forse intendeva dire ridicolo o grottesco?) e il fatto che “grondi di disprezzo”, queste sono sue sensazioni, rispettabilissime, ma non sono necessariamente LA VERITA’. Potrebbe perfino non essere così. Il condizionale è d’uopo.

    E poi, avrebbero senso dei commenti sul racconto, dato che di questo si tratta. Meno senso ha tranciare giudizi – tra l’altro del tutto errati – su altri commentatori o giungere a conclusioni affrettate su quanto pensano o sulla loro personalità. Come se ci si ritenesse i depositari di una verità assoluta o ci si sentisse al di sopra del giudizio altrui. Che è proprio quanto viene criticato senza fondamento, negli altri.
    Che malinconia…

  17. @ Francesca Diano. “La mancanza di ogni senso di responsabilità nei confronti della famiglia, dei suoi dipendenti e di se stesso e, ripeto, il vuoto morale che lo distingue, tutto questo contribuisce a formare un ritratto perfetto della parte peggiore del nostro paese”. Scusi, ma se questo non è un giudizio morale, cos’è? L’unico attacco personale in questa pagina mi sembra essere il suo alla Signorina Else. Noto con piacere che chi si firma con nome e cognome può agire alla stregua dei commentatori anonimi.

  18. propongo di fondare un sottogruppo di Commentatori Anonimi, come gli alcolisti

  19. @Donnarumma. La sua argomentazione è solida e convincente, ma mi sembra che non tenga conto di un fatto: la spersonalizzazione dei blog letterari è innanzitutto il frutto di chi firma con nome e cognome consensuali litanie contro il «potere» o accademiche discettazioni critiche, sotto l’egida dell’auctoritas di turno (al momento, per quanto riguarda il primo caso, è Zizek che va per la maggiore). Certo, è cosa buona e giusta avere il coraggio delle proprie opinioni, ma non sarebbe male se le opinioni avessero innanzitutto il coraggio di se stesse. Non mi sentirei di escludere che la pratica dell’anonimato o dell’eteronimia possa contribuirvi.

  20. @ Diano
    Non ho espresso nessun giudizio sul racconto di Ferracuti, né lo farò ora. Però le osservazioni di Else non mi sembrano per nulla un attacco personale. Guardi, detesto pure io i moraloni, però dire che la morale in arte non esiste mi pare andare un po’ troppo di corsa. Per altro, che so?, Dante o Tolstoj insegnano l’esatto opposto. E se togliamo alla letteratura ogni tensione con la morale, che ce ne facciamo? Lei non crede che, al contrario, la forza di Baudelaire e (per quel che c’è) di Wilde stia proprio in una lotta contro il moralismo, ma in nome di un’altra morale? Insomma: ha ragione; proprio perché non esiste la Verità (e chi è così tonto, quassù, da crederci?) forse è più prudente evitare assiomi come quello con cui lei inizia. Per altro, la sua lettura di Ferracuti era molto interessante – ma non direi proprio che dal racconto non emerga alcun giudizio sul personaggio (anche senza che sia pronunciato esplicitamente – cosa impossibile, data la struttura). Non si metta quindi nella parte della vittima, non personalizzi, e per carità!, allegramente! Ci restituisca la serenità dei suoi post precedenti. Grazie.

    @Anonimo [ma è sempre quell’Anonimo, o un altro?]
    Sì: lo credo anche io. Forse, più che di spersonalizzazione, parlerei di inflazione dei nomi/identità (proprio in conseguenza del loro abuso e della loro sovraesposizione – in cui, se va avanti così, incorrerò pure io). Mi sa che devo cercarmi un nick: si figuri se, soprattutto a questo punto, escludo che anonimia ed anonimato possano contribuire alla discussione. Urka-Lurker le piace?

    @ Anonimo Veneziano
    Certo che c’è del genio, in rete.

  21. E’ bello il racconto di Angelo Ferracuti, e non insegue, giustamente, gli universali – il monumentum. Si tratta di un uomo letteralmente triturato, polverizzato. Però resta molto lucido a tratti. Con la pazienza di chi ha scritto quel libro bellissimo che è “Le risorse umane”, Ferracuti lo segue nel suo calvario, e non aggiunge né marmo né bronzo.

    Un caro saluto.

    Torno nel 1909.

  22. @Donnarumma : [ma è sempre quell’Anonimo, o un altro?]

    Ma che domande! Il mio nome è Legione. E il Soggetto è finito.

  23. @ Donnarumma
    Guardi gentile Donnarumma che una vittima non mi ci sento proprio. Per così poco? Suvvia, non stiamo parlando della Santa Inquisizione! E’ solo un blog! E poi sarebbe dare troppo importanza a qualche riga scritta da non si sa chi. Ma via!

    Tuttavia, poiché adoro la chiarezza, (per quanto sia possibile raggiungerla) e per me le parole hanno un peso e un valore, tenevo a precisare che la conclusione a cui era giunta la Signorina Elsa a proposito del mio di moralismo era non solo errata, ma ridicola. Ma del resto, data la sua inesperienza di adolescente, come meravigliarsi?

    Si figuri se una può decidere chi sei e cosa pensi dopo qualche riga, se nemmeno noi stessi sappiamo chi siamo.

    Invece mi pare molto interessante il discorso sul problema se l’arte debba o meno essere morale, avere cioè il fine di impartire un insegnamento. Insomma, avere un fine. I romanzieri inglesi del ‘700 (Fielding, Defoe) , e persino De Sade e il nostro Manzoni lo credevano.
    Wilde e Baudelarie intendevano chiaramente questo problema come assenza di un fine nell’arte. Se non quello della bellezza. Il fine dell’arte è l’arte stessa. Che poi è la poetica di Poe, poetica da cui Baudelaire rimane fulminato e di cui si appropria.
    Dubito che a questi grandi interessasse altro che non fosse la ricerca incessante della bellezza. Che si può trovare anche nel “brutto” o nel “ripugnante”. Non a caso citavo l’archetipo della donna-vampiro.
    Ora l’ho rassicurata sulla mia difficilmente scalfibile serenità?
    S’abbia cura.

  24. La Serenissima @Francesca Diano preferisce rispondere a chiunque, si chiami Donnarumma, Ferracuti, Anonimo, Anonimo Veneziano e ovviamente la prestigiosa Signorina Else, – se si fossero presentati avrebbe persino degnato di una parola il gruppo degli Pseudonimi, Eteronomi e Transnomici Uniti: tutti meritano uno sguardo, una carezza digitale, un piccolo gesto di attenzione stizzita, tutti tranne il Figlio di Nessuno. Prova ulteriore, se ne ce fosse bisogno, del suo irreprimibile, sublime snobismo. «Per me le parole hanno un peso e un valore» ammette, e noli dare margaritas porcis: perché sprecarle per confutare chi non è capace di dimostrare nobili natali? Meglio, con inarrivabile sprezzatura, operare un transfert, rispondere parlando solo a chi nobile nacque.

    Prima di sparire nel baratro del silenzio mi permetto un’ultima nota. Mi sembra che sia lo stesso autore ad ammettere di scrivere «partendo […] dalla vita, soprattutto dalla politica», che è uno dei nomi della tanto odiata «morale». Ed è lo stesso autore a scrivere che il fine del suo racconto è suscitare «la rabbia nei confronti di un sistema che lo strangola», che le sue intenzioni erano quelle di «incontrare, dibattere, contrastare certi problemi che mi creano angoscia, spavento, rabbia». In una parola si trattava di fare «critica» attraverso la letteratura, e la critica è sempre stata -da Adorno in poi- una forma di moralismo risentito (sono sempre, come recita il sottotitolo di Minima Moralia “riflessioni di una vita offesa”). Non so se la letteratura debba (e possa) davvero occuparsi di critica. Preferirei pensare che dell’ossessione per la critica dovrebbe liberarsi persino la filosofia.

    In ogni caso, si può essere liberi di leggere un libro o un racconto come si vuole, ma non si può certo rimproverare gli altri di leggerli correttamente. Nessuno le sta chiedendo di smettere di opinare, come lei dice, che «la morale nell’arte non esiste». Ma non si lamenti se qualcuno le fa notare che ha sbagliato palcoscenico.

  25. Regole del gioco nel dibattito in rete

    @ Donnarumma

    Quello che le proponevo era un’esercizio di pensiero, non un giudizio definitivo sulla bontà o nocività della maschera. Personalmente non ho risolto la questione: le confesso anzi che sono spesso tentata di gettare la mia. Lei ha ragione sui fatti, ma solo a posteriori. Io continuo a pensare che il meccanismo della discussione anonima o pseudonima – ma potremmo chiamarla blind, come le recensioni scientifiche – possa riservare grandi sorprese. Ma solo a condizione di applicarlo con rigore, coerenza e un po’ di gusto della sperimentazione (proporrei ad esempio di creare una zona cieca del blog, e di tentare una discussione in cui siano pseudonimi TUTTI, compreso l’autore del post. La questione del copyright potrebbe essere regolata dai custodi del sito, vincolandola agli pseudonimi). Permetterebbe infatti di aggirare il fattore “umano troppo umano” e di ridurre il peso di autorità, prestigio, interessi personali, identità, nell’esercizio del giudizio critico. Si scrive quello che si pensa, e ci si butta nella mischia per il solo piacere di far trionfare l’argomento migliore, senza preoccuparsi della propria vanità personale, di interessi e passioni da difendere, di fedeltà agli amici, ai valori del gruppo, alla propria carriera o personalità pubblica. Non le sembra una bella liberazione la prospettiva di poter finalmente dire tutto quello che vuole, e di cambiare liberamente idea, senza preoccuparsi di ferire l’amor proprio altrui, di restare coerente con se stesso, o di subire atroci vendette?
    Certo, lei mi obietterà che in questo torneo con le armature qualcuno continuerà a spiare dietro gli elmi. Pazienza, farebbe parte del gioco; e se le regole fossero applicate bene, l’esercizio sarebbe deludente (un conto è sospettare dell’identità di qualcuno, un conto è esserne certi). Non sarà mai possibile azzerare completamente i fattori soggettivi, concordo con lei; ma lei concorderà con me che, tra tutte le procedure di dibattito pubblico che abbiamo conosciuto finora, quelle offerte dalla rete sono tra le più favorevoli all’emersione dell’oggettività: nemmeno l’Habermas più utopista avrebbe osato immaginarle, e un sociologo sospettoso come Bourdieu riconosce che esistono specifiche “regole del gioco”, come quelle scientifiche, che favoriscono la formazione di campi di oggettività. Perché non provare a definirle e sfruttarle al meglio? Perché, invece di trasferire nel nuovo medium le stesse regole di etica del discorso che applichiamo nei dibattiti giornalistici, accademici, tra conoscenti, non proviamo a immaginarne di nuove? Sempre che il nostro obiettivo sia quello di far trionfare non il proprio ego, ma l’argomento migliore o il giudizio di gusto più valido (perché de gustibus est disputandum, altrimenti la critica non avrebbe ragione di esistere).

    P.S.
    Uomini e idee sono strettamente legati, il pensiero è radicato nell’esperienza e nella vita di una persona, etc., tutto questo è indiscutibile. Ma a noi, in un dibattito, interessano più i pensieri o le persone? Con chi interviene in un blog non dobbiamo uscire a cena: stiamo solo dibattendo un problema. Lasciamo per un momento da parte la morale (che, ancora una volta, pone al centro i soggetti), concentriamoci sulle idee, sui contenuti, sugli oggetti. Uno scienziato o un filosofo, quando confutano una teoria sbagliata, si preoccupano più dell’idea in se stessa che della sua provenienza soggettiva.

    P.P. S. L’ermeneutica di Gadamer è forse utile per interpretare autori di valore acquisito e incontestabile, il cui orizzonte storico è ormai lontano dal nostro, ma è una bella perdita di tempo se applicata al commento di un blog! E, sinceramente, non sono sicura che faccia sempre gli interessi della verità (a meno di non voler essere relativisti radicali e di voler negare che esistano idee migliori delle altre). Mi dica sinceramente: lei vuole davvero fondere i suoi orizzonti con Gilda Policastro?

  26. Il gioco non funziona quando un anonimo però richiama un nome e cognome, vedo la Gilda Policastro (persona che stimo molto, pur essendo spesso in disaccordo con lei), e che pur essendo citata “in negativo” non può partecipare al dibattito. E poi avverto nelle comunicazioni della Signorina Else un po’ di saccenteria narcisistica e autocompiacimento che pure non mi piace, che ha sapore di talco ottocentesco stucchevolissimo. Un lettore ha tutto il diritto di esprimere un giudizio, anche caustico, ma forse dovrebbe avere più rispetto per chi è autore e manifesta, formalmente (scrivendo e pensando), e umanamente (esponendosi in modo corporale e testimoniale). Così come non mi piace (vedi Donnarumma) chi sospende in maniera un po’ aristocratica e supponente il “severo giudizio”. Debbo dire che campo uguale senza i giudizi e gli esercizi critici del Donnarumma (cognome che pare ispirato dal grande Ottieri), il quale li sospende con soavità angelicata, lui Grandissimo e Magnifico, il severo od onnipotente Giudizio Critico Universale. La verità è che la scrittura non nasce da queste elucubrazioni, non nasce dalla saccenteria, e men che meno dalle università, infestate di filologi inetti. Può dispiacere a lor signori, ma la scrittura, la letteratura, nasce dalla catastrofe, dal delirio, anche dalla pazzia e dalla disarmonia, ed eistono tre tipi di soggetti: quelli che la esercitano per necessità, quelli che sono incapaci di farla e vivono di fristrazioni, e in più coloro che ne fanno una critica a volte lontanissima dalla verità ma che in virtù di questo, con le loro melasse insopportabili, fanno breccia come accademici o giormalisti culturali. Chi scrive in proprio, e rischia sempre il fallimento, se ne infischia altamente di tutte queste stronzate e, soprattutto, ha altro da fare. Scrive, vive, scopa, s’ammaestra. Non certo fa esercizi di stile. Belli formalmente, ma in utili.

  27. @ Ferracuti
    Infatti il mio è un nick, come ho già detto. Non mi metto su questo terreno di moralismo greve e di contumelie esagitate: non la conosco, non so se lei conosca me. Certo lei non è il massimo dell’eleganza, della cortesia o del rispetto umano. Non do giudizi sul suo racconto perché faccio fatica a giudicare uno scrittore da un racconto, a volte persino da un solo libro (e di suo non ho letto nient’altro che I minuti contati). Per lo stesso motivo non ho scritto nulla su Tranströmer, o su Arminio (di cui, pure, conosco un paio di libri). Inoltre, le discussioni su testi via web mi mettono a disagio, né credo che il giudizio debba essere la mia occupazione prioritaria. Sarò anzi pur libero, ogni tanto e su un sacco di cose, di non avere nessun parere. Che lei si disinteressi di me, creda, è un sollievo. Lei mi pare piuttosto pericoloso.
    Trovo comunque un po’ bizzarro che lei se la pigli con tutto questo astio con me, perché NON ho scritto nulla sul suo racconto. È per rispetto di LPLC e di chi ha la ventura di leggerci che continuo a star zitto.
    Anche per questo le risparmio altri commenti su questa sua imbarazzante sfuriata, alla quale avrei certo il diritto di replicare. Ignoro se tutto quello che lei scrive nasca dal delirio e dalla catastrofe; ma magari sarebbe utile a lei e carino per noi se lei si staccasse dalle gonnelle di mamma Pazzia.

  28. @Angelo Ferracuti

    Una precisazione: ho citato una commentatrice con nome e cognome solo come esempio di interlocutore fortemente criticato da Donnarumma nelle discussioni di questo blog. Ovvero: quando discute con Policastro, Donnarumma è convinto di avere ragione; non sta facendo un’operazione di ermeneutica, ma cerca di imporre la sua idea di letteratura o di critica perché crede che sia più vera di quella di Policastro. Nessuna allusione personale.

    Quanto al resto, mi dispiace molto che lei si senta offeso: ho espresso solo il mio parere di lettrice su questo singolo racconto, di cui, per altro, come le ho detto, mi piace la poetica. Ma la letteratura deve rispettare la verità della vita. Per coincidenza – ora glielo devo dire – ho conosciuto davvero un imprenditore marchigiano che fa (bellissime) scarpe, e non parlava né ragionava così.

    Il talco è un vezzo delle signorine attempate.

    sempre cordialmente,
    SE

  29. @ Else
    (Venga fuori di qui! Ha visto che brutta gente? Posso invitarla da me? Parleremo con calma. Ho anche una bellissima collezione di farfalle da mostrarle).

  30. …ma insomma a me NESSUNO mi considera! Nessuno mi invita a vedere la collezione di farfalle, e nessuno se la prende con me.

  31. …appendo le mie scarpette da bloggaro al chiodo
    …getto la mia blog-tonaca alle ortiche.
    Vendo tutti i miei fantastici pseudonimi
    Nessuno (Ex Figlio di Nessuno)

  32. Ciao Angelo,
    con il tuo scrivere mi rapisci. Come sempre.
    A quando rivederci a Collina Ros(s)a, con gli amici, grigliata, vino….chitarra ??
    Un abbraccio forte e un saluto da “una grande risorsa umana della vita”

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