cropped-Alex-MacLean-Shipping-Containers-Portsmouth-Virginia-USA-2011.jpg[Presentiamo ai lettori di “Le parole e le cose” tre brani pubblicati nel numero XLVIII-XLIX di “Semicerchio. Rivista di poesia comparata”, uscito poche settimane fa e dedicato alla Poesia del lavoro: l’indice completo qui. Come si spiega nella premessa, la redazione della rivista sentiva da tempo l’esigenza di richiamare il tema all’attenzione di chi si occupa di letteratura, «tanto più in un momento nel quale il lavoro è diventato un’urgenza drammatica della nostra società, che percepisce e rappresenta come uno sconvolgimento la riconfigurazione in atto di tutto l’universo lavorativo (…). Siamo consapevoli che scrivere di lavoro e raccoglierne testimonianze poetiche può essere interpretato come esercizio di studio su quello che per molti è tragedia quotidiana, ma (…) ci è sembrato che un’indagine a così ampio raggio potesse contribuire, per poco che sia, alla crescita di una coscienza culturale e di una sensibilità anche storica sul tema.» Il numero include una raccolta di testi e di studi nei quali il tema del lavoro materiale si intreccia con le forme della poesia, lungo un arco cronologico, geografico e culturale esteso dal Medio Evo alla contemporaneità, dall’Europa alla Cina, dall’Africa alle Americhe. Il primo brano dell’anticipazione qui offerta, di Fabio Zinelli, introduce al tema attraverso il contesto della letteratura italiana contemporanea, presentando un’antologia di poeti da cui è tratto il secondo brano, di Franco Buffoni. Il terzo brano, di Michela Landi, inquadra il canto di lavoro in una cornice teorica che ne illustra la complessità e l’importanza. (ns)]

1. «How beautiful it is… (?)». Epifanie del lavoro nella poesia italiana di oggi

di Fabio Zinelli

Questo sterrare è un lavoro che potrei fare sempre. Per questo lavoro è necessario resistenza e costanza alla fatica, è necessario lavorare sempre all’aperto e tanto l’odore della terra scavata e quanto i colori della terra nuova mi portano una grande tranquillità.

Luigi Di Ruscio, Palmiro.[1]

Cominciamo con questo passo di Luigi Di Ruscio (1930-2011), un po’ come omaggio al protagonista di una vita irripetibile che vede il bracciante di Fermo, passato operaio metallurgico in Norvegia, diventare a Oslo anche scrittore e soprattutto poeta. Da un lato c’è l’opera di Di Ruscio che, come scrive Massimo Raffaeli, mette in scena il conflitto, tipico della Modernità, tra Storia e Natura, in cui, «all’origine della scrittura sta la sensazione di una rovinosa caduta nel mondo»[2]. La sconfitta del poeta, la cui condizione è quella di «un individuo escluso e assoggettato», è dunque pur sempre riscattabile come figura di un mito novecentesco di lungo corso (la Caduta). Quando però per l’uscita dal Moderno più di un mito è rimasto parcheggiato sull’autostrada del Novecento, il poeta ci ha perso forse più di tutti. Anche all’interno del proprio campo di azione: da aristocratico delle lettere ne è diventato (in termini editoriali) il proletario. Perché tocca l’insieme dei punti di vista formulati nelle pagine che seguono riguardo il tema sociale per eccellenza, quello del lavoro, è essenziale tenere presente qual è oggi la posizione sociale della poesia. I poeti hanno da sempre, e oggi in particolare, un rapporto diretto con la natura precaria dell’oggetto lavoro. Non tutti i ventotto poeti che si leggono nelle pagine seguenti hanno una collocazione ‘sicura’ nel campo delle professioni culturali/intellettuali. Alcuni lavorano poi al di fuori queste e talvolta non hanno una qualsiasi situazione di stabilità.

D’altra parte, se abbiamo citato il passo di Di Ruscio è perché illustra una situazione chiave che abbiamo voluto mettere in evidenza nella preparazione di questo numero della rivista. Con una sintassi non levigata, cocciutamente primitivo-francescana (per la funzione strutturante di è necessario, la prima volta con accordo ‘sbagliato’ rispetto al sostantivo feminile che segue, per la coordinazione ‘iperscolastica’ tantoquanto)[3] il passo può servire come perorazione in favore dell’aderenza di una frase scritta alla bellezza liberatoria di un gesto reale. Il gesto dello sterratore sorpassa quella che è (aristotelicamente) la sua causa finale, cioè lo scopo e il fine pratico in vista del quale si svolge un’azione produttiva. Il fine dello sterrare di Di Ruscio è la felicità propria di chi tale gesto compie nel momento di compierlo. E dato che Di Ruscio è ‘anche’ uno scrittore, il fine ultimo di tale gesto è ‘anche’ la scrittura. Con la perfezione di un classico ha scritto, aristocraticamente, la stessa cosa W. H. Auden nelle sue Horae Canonicae (1949-55): «You need not see what someone is doing / to know if it is his vocation, // you have only to watch his eyes: / a cook mixing a sauce, a surgeon // making a primary incision, / a clerk completing a bill of lading, // wear the same rapt expression, / forgetting themselves in a function. // How beautiful it is, / that eye-on-the-object look» (Sext). How beautiful it is … Auden celebra un elogio dell’attenzione. L’occhio che aderisce all’oggetto trasformato dal proprio lavoro parla di una serietà che è data come un valore immutabile ma che si trova a brillare nel buio di un mondo in cui non esistono più le ‘ore canoniche’ che misuravano il tempo cristiano nell’operosità delle città medievali prima che – lo ha ricordato Jacques Le Goff – l’invenzione dell’orologio contribuisse alla nascita del tempo del capitalismo e al sistema di cronometraggio della fabbrica fordista. Il comunista Di Ruscio e il ‘conservatore’ Auden descrivono gesti che prevedono la possibilità di una realizzazione del sé. Sono gesti ‘etici’, corrispondenti cioè a un valore ben radicato in un sistema di valori storicamente dato (e parliamo qui di valori di lunghissima durata). Anche le poesie che seguono tentano di comporre una riflessione etica. Anzi, la loro forza, leggendole come un insieme, è di non sottrarsi alla considerazione dei limiti e delle possibilità di realizzazione del bene individuale e del bene comune. Ma, in parte perché la situazione delle professioni è assai degradata coinvolgendo e a volte avvicinando chi svolge i mestieri più ‘umili’ (più esattamente: quelli per cui il diritto di compensazione dovrebbe essere più alto) e chi si trova nel precariato anche dopo una lunga formazione all’esercizio di una professione ‘intellettuale’, in parte perché tra le funzioni storiche della poesia c’è quella di testimoniare del bisogno e della sete di giustizia, succede che in alcuni testi è chiara la tensione ad uscire dall’atmosfera argomentativa dell’etica per richiamarsi, senza mediazioni, ai fondamenti stessi della vita morale, alle condizioni non negoziabili del bene, alle uscite verticali della lotta e dell’utopia.

Invitando un certo numero di poeti di generazioni diverse e di ispirazione anche lontana a confrontarsi con la riflessione proposta in questo numero di Semicerchio, la regola numero uno era di non servirsi di metafore prese al mondo del lavoro per parlare frontalmente della propria scrittura, ma di parlare invece del lavoro di per se stesso. Insomma, si trattava di occuparsi dello sterrare di Di Ruscio e non del digging di Seamus Heaney con la pur memorabile descrizione dello scrivere come uno scavare con la penna (ad imitazione del gesto del padre curvo a scavare in giardino con la zappa e sancendo così una sorta di patto tra i mestieri e le generazioni). Naturalmente, siccome perfino lo sterrare di Di Ruscio è, davanti ai nostri occhi, prima di tutto un gesto scritto, è normale che passino per le fessure dei testi molti riferimenti alla scrittura. La penna è stata veramente un attrezzo da lavoro, e tanto di più lo è il computer oggi, attrezzo e insieme ‘luogo’ di lavoro.

(…)

Se c’è invece una cosa che emerge con una certa coerenza dai testi proposti è che ‘lavoro’ e poesia (al di là del fatto che poesia è ‘fabbricare’ con le parole) sono due mondi avvicinabili attraverso la condivisione di un numero importante di lemmi comuni. In entrambi contano infatti campi di azione e di riflessione quali lo studio e la gestione delle emozioni, la conoscenza del corpo umano (nella sua forma di corpo-energia lavoro e dunque anche di corpo che conosce, che soffre), e ancora, il rapporto tra gli altri e il soggetto, la dialettica tra dono e cooperazione. Sia in ‘lavoro’ che in ‘poesia’ è poi centrale il ruolo del linguaggio. Ciò avviene naturalmente, per la complessità delle reti di codici che questo è chiamato a reggere. Ma soprattutto avviene per la capacità che ha la lingua di creare potere, per il suo essere in bilico tra la sua infinita capacità generatrice e la tentazione o il sogno dell’esercizio di un potere assoluto[4]. La poesia stessa, del resto, ha servito e può sempre passare a servire il potere. Qui, nei testi che proponiamo, poesia sta invece per una soglia di compensazione, aiuta a vedere chiaro in una zona conflittuale della realtà. Promette di dare le parole per pensarla quando anche noi rischiamo, nonostante tanta immersione nel reale, di trovarci come gli studenti di cui parla Pusterla che «non hanno detto le cose che volevano dire».

POETI INCLUSI NELL’ANTOLOGIA

Mariano Baino, Elisa Biagini, Vito M. Bonito, Alessandro Broggi, Alessandra Carnaroli, Alessandro De Francesco, Franco Buffoni, Luciano Cecchinel, Fabio Franzin, Gabriele Frasca, Giovanna Frene, Nicola Gardini, Marco Giovenale, Franca Grisoni, Andrea Inglese, Jolanda Insana, Giancarlo Majorino, Franca Mancinelli, Giulio Marzaioli, Giovanni Nadiani, Laura Pugno, Fabio Pusterla, Massimo Sannelli, Flavio Santi, Luigi Socci, Italo Testa, Gian Mario Villalta, Lello Voce, Edoardo Zuccato.

2. Epifanie del lavoro nel Lazio

di Franco Buffoni

Nel 1993 – quando ancora vigeva il vecchio ordinamento accademico – mi ritrovai inaspettatamente vincitore di un concorso a cattedre di prima fascia. L’università alla quale venni destinato d’ufficio fu quella di Cassino. Per alcuni anni – fino al 1999, quando finalmente si liberò la mia casa a Roma – mantenni la residenza a Gallarate in provincia di Varese. L’alberghetto dove scendevo a Cassino era piccolo, a buon mercato, vicino alla stazione. A un paio di chilometri sorgeva la palestra trasformata in aula per le lezioni (oltre 300 studenti) non dotata di microfono. Per sopravvivere – dopo inutili richieste all’”economato” – acquistai un impianto con cassa altoparlante e con quello potei svolgere bene il mio lavoro: gli studenti erano gentili, rispettosi, desiderosi di apprendere. L’unico problema era che non potevo lasciare il marchingegno in palestra dopo le lezioni e l’albergo era troppo lontano.

Accanto alla palestra, si affacciava – sulla provinciale ad ampio scorrimento – un ristorante-pizzeria dal nome esotico. Cominciai a frequentarlo e feci amicizia col proprietario – Marco – il quale, oltre ad ospitare il mio impianto microfonico, cominciò a raccontarmi la sua vita. Aveva cominciato a lavorare a 15 anni come cameriere e adesso a 27, neopadre di due gemelli, si era finalmente deciso a dare gli esami di maturità come privatista all’istituto tecnico alberghiero. Ma aveva così poco tempo per studiare e soprattutto non conosceva nessuno in grado di aiutarlo, di spiegargli le cose, coi verbi francesi, le frasi idiomatiche inglesi, e diritto e storia…

Marco mi piaceva. Molto. E adoravo vederlo lavorare. Da come preparava l’impasto per le pizze – valutando il diverso tasso di umidità, di giorno in giorno – a come rapidamente riusciva a sistemare interi torpedoni di turisti reduci dalla visita all’abazia. Era indebitato fino al collo, perché il locale lo stava rilevando dal vecchio proprietario, al quale era tenuto a corrispondere una cospicua cifra mensile. Dunque doveva risparmiare sul personale, teneva solo un cuoco e un cameriere, al resto pensava lui, sempre lui, con incredibili balzi e scivolate da un capo all’altro del locale. E con un’energia inesauribile. Era nei suoi “generous days” Marco, allora – per dirla con Stephen Spender.

Nei ritagli di tempo studiava e io lo aiutavo a studiare su un tavolo della pizzeria, in qualche momento più quieto del pomeriggio, prima che cominciasse la bagarre serale e notturna.

I nostri orari coincidevano poco. Marco al mattino era a casa a dormire, quando io con le sue chiavi entravo a prendere il microfono. I due corsi che tenevo contemporaneamente in modo intensivo – fino a sei ore al giorno di lezioni frontali, alle quali si aggiungevano i seminari e le ripetizioni a lui – mi stremavano; alle 8 di sera io volevo cenare e poi non ne potevo più di riguadagnare il mio alberghetto per andare a dormire. Proprio quando per Marco inziava l’attività più intensa che si protraeva fino alle 3, le 4 del mattino. E senza il giorno di riposo: non poteva permetterselo.

Feci di tutto perché Marco si affezionasse a me. La sua preparazione migliorava, mi era grato; nei momenti in cui si concentrava per ricordare qualche nozione particolarmente complessa mi stringeva la mano. Un giorno intrecciò le sue dita alle mie. Ma c’era sempre qualcuno che andava o veniva tra i tavoli della pizzeria.

Convenimmo che se volevamo restare qualche momento da soli, ma proprio da soli, non poteva essere che alla chiusura del locale, quando Marco tirava giù la saracinesca. Ma le quattro del mattino per me erano un orario proibitivo. A meno che non avessi anticipato… il risveglio. I nostri orari di lavoro potevano lambirsi solo all’incontrario.

Con la freddezza dell’innamorato che vuole perseguire l’obiettivo, anticipai alle 18.30 l’orario della cena, preparata per me da Marco in pizzeria. Alle 20 era già in albergo a dormire. Alle 3 e 1/2 la sveglia, la passeggiata nella notte, il cappuccino preparato da lui – che tranquillo si beveva un Montenegro. E finalmente eravamo soli con la claire abbassata. Ero poi già lì per le mie lezioni del mattino – anticipate dalle nove alle otto – e avevo anche il tempo di prepararle con calma nelle albe della pizzeria, dopo che Marco se n’era tornato in famiglia.

Pendolare settimanalmente con la Lombardia era per me molto scomodo, così da marzo a giugno, durante il periodo semestrale di insegnamento intensivo, restai talvolta in loco anche durante i fine settimana. Quando il lavoro per Marco aumentava. Ma io facevo escursioni. Molte di ambito archeologico. Prendevo alle 5.45 il primo treno per Napoli, passavo la giornata a Cuma, a Pompei.

Più vicina a Cassino, mi appassionai alla storia di Fregellæ. Distrutta nel 125 a.C. dal pretore romano Lucio Opimio, in seguito al tradimento dei propri concittadini da parte di Quinto Numitorio Pullo (esecrato persino da Cicerone), di Fregellæ restavano e restano solo le rovine nei pressi della moderna Ceprano. Rovine sulle quali era stato consumato il rito della devotio, la consacrazione – con tremende formule di esecrazione – del suolo della città distrutta alle divinità degli Inferi: una sorte che nel II sec. a. C., come ricorda Macrobio, Fregellæ condivise con Cartagine e Corinto. Mi incuriosiva in particolare il fatto che la forsennata ribellione dei fregellani fosse scaturita dalla mancata concessione da parte di Roma del diritto di cittadinanza.

La mia seconda epifania lavorativa in terra ciociara avvenne un sabato pomeriggio, dopo aver visitato gli scavi di Fregellæ. Quella mattina avevo visto al lavoro una dozzina di operai: sbancavano un terreno già esaminato in precedenza dagli archeologi, compiendo un lavoro di mera manovalanza. Su di loro, comunque, vigilava costantemente un giovane ricercatore, che di quegli scavatori mi spiegò la provenienza. Erano magrebini che avevano appena terminato la stagione per la raccolta dei pomodori a Villa Literno. Attraverso la mediazione di un conoscente del “professore” erano stati arruolati per quel lavoro urgente a giornata; poi sarebbero spariti: la loro presenza, mi fece capire con un sorrisetto complice il giovane studioso, la dovevo considerare fantasmatica, erano proprio solo di passaggio.

Al ritorno, salii sul treno per Cassino alla stazione di Isoletta, dopo aver riattraversato un ampio tratto di campagna. Lungo i binari della ferrovia vidi i magrebini svanire all’orizzonte. Erano la traduzione in realtà di una splendida poesia di Wilde sui mietitori abbronzati che si stagliano nella luce del tramonto (Les Silhouettes). Cominciai a riflettere sulla presenza proprio a Fregellæ di quei lavoratori immigrati clandestini: sarà stato per il ritmo lento del treno, l’associazione di idee in quel momento fuoruscì in versi:

A Fregellæ come Cartagine distrutta
Furtivi orsetti bruni oggi scavate
Per pochi resti di colonne
E frammenti di vetro.
Nulla di intatto perverrà a chi vi manda,
Un patto scellerato col traditore Quinto
Condannò a devozione la città.
Come Cartagine,
Donde venite voi
Scavatori clandestini
Qui ad alternare Literno pomodori.
E non fu per diritto negato di cittadinanza
Che i fregellani insorsero
E Roma vendicò l’insulto?
Il permesso di soggiorno domandate
E scavate, scavate…

Infine potei entrare nella mia casa al centro di Roma. Marco intanto si era diplomato, aveva pagato i suoi debiti, assunto diversi camerieri (per lo più extracomunitari), cresciuto bene i suoi figli. E ogni tanto si godeva persino il giorno di chiusura con la famiglia sulle spiagge di Serapo e di santo Janni o sui campi da sci del Parco d’Abruzzo. Io mi fermavo molto più raramente a dormire a Cassino, potendo pendolare su Roma. Qualche volta passando ancora a cena da lui, ma senza fermarmi oltre la chiusura. Erano finiti i suoi giorni copiosi, i giorni della forza abbondante. E forse anche i miei.

A Roma mi parve subito di vivere in una costante epifania erotico-lavorativa, caratterizzata dal graduale ma irreversibile spostamento della mia attenzione dall’Italia (e dall’”italianità” archetipica) verso l’altra sponda del Mediterraneo. In pratica mi accorsi di vivere costantemente in bilico tra due opposti termini di riferimento socio-geografico:

a) l’idealizzazione del Mediterraneo antico

b) la moderna alienità del migrante.

L’idealizzazione del Mediterraneo antico mi induceva a riconoscere – in molti visi e atteggiamenti – usi e costumi naturalmente “intatti”; e a tratti persino a sperare che la terribile, ineludibile sentenza demografica (per ogni bambino che nasce su questa sponda del Mediterraneo, ne nascono sedici sull’altra) sarebbe stata in grado di fare prevalere di nuovo anche da noi l’archetipo del sesso innocente, contro la nostra – ormai acquisita e consapevole, ghettizzante, mercificata e dunque assassina – esibizione del corpo.

Gli a lungo protrattisi lavori di sistemazione dell’Ara Pacis, che per anni potei contemplare dalle finestre di casa, per esempio, non mi ispirarono alcuna riflessione sul tema del lavoro, ma i lavori in sé – avendo messo a soqquadro l’intera zona compresa tra l’ultima parte di via di Ripetta e Piazza Augusto Imperatore – riuscirono a produrre – schermate da quegli edifici fascisti – imprevedibili “infiltrazioni” vitali e dunque epifaniche, permettendomi di realizzare una quasi perfetta coincidenza tra isobare del lavoro e isobare dell’eros:

Da troppo tempo chiusa per lavori
E’ un parcheggio abusivo
Piazza Augusto imperatore
Attorno al mausoleo.
Tre gli egiziani che reggono il business
Più un aiuto, un giovane nipote
Nabil Alì, di turno a mezzanotte.
Perché gli raccontassi le parole italiane
Sorrideva, era una festa solo se passavo
Di birra o di gelato, di accendino. Mi aspettava
Ripassando il condizionale
Scritto in matita su un taccuino.
Una sera le macchine dei vigili
Ruppero l’incanto, gli zii arrestati
E per lui girare al largo.
Ma forse sarei passato
E allora un grido flebile
Ruppe il silenzio dei vigili presenti
“Sono qui… sono qui”, proveniente dal basso,
Due carboni accesi nel buio i suoi occhi
Dal cuore di Augusto.

D’altro canto, quelle situazioni di semi-clandestinità lavorativa, foriere di palese solidarietà tra i soggetti interessati, e anche di grande serietà espletativa, al punto da potere costituire “testa di ponte” per la chiamata di altri parenti – di altre “bocche da sfamare” – le avevo già conosciute nella mia adolescenza lombarda. Provenivano solo da altre terre di emigrazione i soggetti agenti, e io – a quell’epoca – ero troppo immaturo e assorbito da me stesso per poterle pienamente comprendere. Ma ora ero in grado di ricordare e di ricostruire…

Lo sanno loro
Come si fa a sbarcare il lunario
A fine millennio,
Lo sanno bene da come si accoccolano
Ai piedi del portale pronti coi piccioni.
Per il turista singolo hanno invece
Itinerari di seduzioni variabili
A seconda delle ore,
E a mano a mano che gli anni passano
Si specializzano in mestierolini
Sempre più in disparte ma essenziali
Come ripulire pedali dare pasta
Agli animali richiamare distrarre.
Sono un’organizzazione avviata a trapassare confini
(Saltrio – Svizzera – ottobre – anni quaranta
Sentieri di spalloni per ebrei)
Una preziosa macchina da vita.

Quanto alla moderna alienità del migrante, al mio ormai acquisito convincimento che tutto congiuri affinché “loro” desiderino ciò che “noi” abbiamo e dunque diventino “come noi”, mi limito a descrivere un sintomo: il bere.

Si sa che tradizionalmente, per un “cristiano”, ubriacarsi dopo il lavoro era considerato peccato (pur se veniale), mentre oggi – al più – la riprovazione sociale insiste sul dato igienico-sanitario, fino a imporre maggiore severità nei confronti – per esempio – del consumo di bevande alcoliche durante le pause di lavoro. In un immigrato di cultura islamica, cedere al bere dovrebbe causare in primis un profondo senso di vergogna. Riflettevo su questo una mattina della scorsa estate a Campo de’ Fiori, assistendo agli atti preparatori al “lavoro” da parte di un figlio di immigrati, un “seconda generazione” giunto in ritardo al suo posto. Mi sorpresi a domandarmi in che cosa il suo comportamento differisse da quello di un coetaneo italiano, còlto nella medesima situazione.

Ormai osservo e basta, riuscendo talvolta a carpire ai nuovi venuti in via degli Astalli ancora un attimo, un gesto fugace di coincidenza tra eros e lavoro…

Gli occhi solo scuri e spaventati
I capelli tranciata una criniera,
Usciva dalla sede della Caritas
In una mattina di gelo.
Gli omeri leggermente sporgenti
Da un cappotto con la martingala
Corpo estraneo, scafandro, in libertà
Solo mani sporgenti screpolate
Da sguattero timido.

Ma senza più alcuna illusione “whitmaniana”: “Guardate! Nelle mie poesie continuamente sbarcano nuovi immigrati / Oh, camerado, avvicinati! Tu e io solamente e noi due soli! / Oh mano nella mano è un piacere che fa rinascere! / Ecco un altro che mi desidera e mi ama!”.

3. Macchine e affetti: sul canto di lavoro

di Michela Landi

A un’identità sonora individuale, condensatrice di energie acustiche e di movimento, si affiancherebbe, secondo gli psicologi della musica, un’identità sonora universale, di carattere binario, riconoscibile nel ritmo biologico: alternanza di sistole e diastole, di inspirazione ed espirazione. Tale identità, di tipo gestaltico (ovvero capace di tradurre universali biologici in universali psichici) si riconosce nella voce della madre che accompagna con il ritmo della ninna-nanna il movimento oscillatorio del neonato. Studi psicoanalitici mostrano come l’attività in eco con cui la madre si rivolge al bambino istituisca una «sincronia interazionale» che attiva i cosiddetti «affetti di vitalità». L’affettività primaria costituisce il presupposto per l’organizzazione delle sequenze comportamentali dell’uomo adulto secondo lo schema tripartito: segmentazione-ripetizione-variazione. L’individuazione di unità pulsive e la loro ripetizione variata produce infatti, nel ricettore sano, adattamento e arricchimento: progressione, intreccio, avanzamento, crescita.

Nella sequenza: segmentazione-ripetizione-variazione si riconosce tanto il principio formale del canto quanto quello del lavoro. Se esistono, secondo alcune teorie neuroscientifiche, due tipi di memoria: una processuale (che si lega, riattivando schemi appresi, alla modalità di esecuzione dell’azione, e che ci consente di reiterare attività motorie a mezzo di uno schema interiorizzato senza l’intervento di una rappresentazione simbolica o linguistica), e una semantica (che rielabora in forme linguistiche, secondo lo stesso schema, aspetti emotivi relativi all’occasione dell’esecuzione), il canto di lavoro è l’esempio più rappresentativo dell’interazione tra memoria semantica e memoria processuale: esso costituisce, rispetto all’esperienza prima, un’esperienza di secondo grado attraverso cui vengono ridestinati ad un’azione efficace gli affetti di vitalità. Si ovvia, così, a quel «vuoto di destinazione» di cui parla Freud in Inibizione, sintomo e angoscia.

Il canto di lavoro, caratteristico delle società cosiddette organiche, conosce, con l’avvento della divisione del lavoro (che presuppone una formalizzazione dell’azione in termini di efficacia, ovvero una identificazione tra forma e funzione), una progressiva marginalizzazione, sino a ridursi a evento estemporaneo di rimemorazione, se non addirittura ad evento folklorico. Le energie pulsionali del corpo scendono, nella società industriale, a compromesso con le leggi processuali – puramente formali – della produzione, sino a espellere dal luogo della produzione stessa il canto e i suoi affetti di vitalità. L’azione ritmica, divenuta traumatica in quanto associata al rumore e alla ripetitività della macchina, somiglia a quella coazione a ripetere attraverso cui una società, soggetto collettivo, sperimenta il vuoto di destinazione di cui si è detto. A tale vuoto, tuttavia, essa pone rimedio attraverso una valorizzazione e poi un’introiezione dell’operare formale e dei suoi strumenti in un mero atto volontaristico e autoaffettivo: la trasformazione dell’oggetto esterno è sublimata nella pura coscienza del lavoro-per-sé. Attestando il compimento del processo di razionalizzazione dell’atto produttivo già individuato da Weber, Valéry ripropone, in chiave autoreferenziale, il compromesso tra amore e lavoro già formulato da Agostino:

Je t’aime, mon Travail, quand tu es véritablement le mien. Toi seul, en somme, es vraiment moi. […] Je me possède si tu me possèdes, je suis le maître si je suis ton esclave et ton instrument[5].

Il processo di acquisizione dell’autonomia del soggetto nell’arte come nella vita sembra essersi compiuto con l’identificazione tra il lavoro e la vita stessa: abolito il canto come sua istanza prestestuale e consolatoria, il lavoro in quanto puro venire a coscienza delle cose, è, in sé, dolore e rimedio. Coronamento di un’emancipazione conquistata a prezzo dell’autoaffettività è il proclama di Bataille, che farà proprio il luciferino: «non serviam». Abbandonata la fiducia nel progresso e la speranza messianica della redenzione, la vita trova compimento nel farsi, essa stessa, forma attraverso l’identità etica tra esistenza e lavoro. Come scrisse Lukács in L’anima e le forme, la forma «è un superamento del sentimentalismo, in essa non c’è più anelito né solitudine: diventare forma è la grande aspirazione di tutte le cose»[6].


[1] Luigi Di Ruscio, Palmiro, ediesse, Roma, 2011 [Ancona, 1986], p. 179.

[2] Ibid., p. 9.

[3] Andrea Cortellessa parla di una «madornale instabilità morfologica e sintattica» nell’Introduzione a Luigi Di Ruscio, Cristi polverizzati, Firenze, 2009, p. vii.

[4] Si veda su questo : P. Bourdieu, Ce que parler veut dire: l’économie des échanges linguistiques, Paris, 1982, e D. Linhart, Domination, in Dictionnaire du travail, sous la direction de A. Bevort, A. Jobert, M. Lallement, A. Mias, Paris, 2012, pp. 196-202, in part. pp. 196-198.


[5] Id., Travail, Mélange, ivi, p. 1731. Questo testo fu pubblicato per la prima volta, nel 1939, per i tipi dell’Automobile-Club de France.

[6] «Nei tipi puri lavoro e vita coincidono o, più precisamente, nella loro vita vale – è da tener in conto – soltanto ciò che può aver riferimento con il lavoro. La vita è nulla, l’opera è tutto, la vita è casualità, l’opera è necessità». G. Lukács, L’anima e le forme, Milano, Sugar, 1976, pp. 42 e 157-158.

[Immagine: Alex MacLean, Shipping Containers (gm)].

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.