cropped-San-Domenico.jpgdi Marilena Renda

[Questa è la quinta puntata della rubrica dedicata alle piazze a cura di Adelelmo Ruggieri. In precedenza erano usciti i testi di Enrico CapodaglioFranca MancinelliLinnio Accorroni ed Eliana Petrizzi].

Quando ci si dirige verso un luogo i nostri passi non misurano solo la distanza dall’oggetto – la persona, il cibo, il sentimento – verso cui siamo diretti, ma prima ancora misurano e assorbono la vita che vortica nelle immediate vicinanze, nelle traverse e stradine contingenti, prima ancora di arrivare al luogo che ci interessa. Non che i motivi di attrazione del luogo non contino – ogni piazza, ogni strada ha il suo punto d’approdo – ma di quante piazze e strade alla prima occhiata vediamo solo l’aria che rotea e circonda le persone e le case, come se non sostasse in nessun luogo preciso?

Per anni è stato così che ho guardato piazza San Domenico a Palermo. Il turista che arriva se la ritrova improvvisamente a destra, in mezzo al caos di via Roma, mentre cammina dalla stazione verso il centro della città. È un’apparizione inaspettata e incongrua; non che le manchino i motivi di bellezza – anche senza sapere che la chiesa custodisce degli affreschi del Gagini, già solo la facciata suggerisce che siamo in un posto in cui la luce batte felicemente e sempre –, e tuttavia l’occhio, nonostante questo accenno di comprensione, non si ferma, non la contempla che per qualche secondo. Colpa forse del rumore di fondo – le strade a volte fanno troppo chiasso, figurarsi a Palermo – ma complessivamente la piazza fa l’effetto di quelle persone dalla conversazione così poco avvincente che mentre ci parli ti guardi attorno pensando che forse nei dintorni ci sono persone più interessanti – e forse è un errore, ma inevitabile, perché l’occhio segue la mente, e la mente si fa distrarre volentieri.

Da qualche anno in piazza San Domenico hanno aperto un negozio multipiano; un colosso dalle luci fortissime che adesso illumina a giorno via Roma. Dieci anni fa, dopo l’orario di chiusura dei negozi, le prostitute prendevano per strada il posto dei clienti dei negozi; oggi si fanno vedere di meno. Immagino che le luci del colosso multipiano le spingano altrove, forse nelle vie laterali in cerca dell’oscurità perduta. Da quando è possibile salire in cima all’edificio, però, il visitatore ha la possibilità di guardare la città in tutte le sue dimensioni a partire da un luogo assolutamente centrale della città: davanti c’è la piazza, a destra le strade, più avanti il mercato, anche se poco visibile, in alto le montagne, e più lontano ancora, ma non tanto da non sentirne la presenza, il mare. Anche qui lo sguardo si muove in molte direzioni, ma in questo caso è diverso, stavolta può fermarsi a capire, o almeno possiede tutti gli elementi utili per la comprensione, basta che non si spaventi della densità dell’aria e della sua pesantezza sibilante.

Anche qualche amministratore locale deve averla finalmente vista, questa piazza, nel senso di usare lo sguardo per farci qualcosa di politico, perché l’ultima volta che sono stata a Palermo, l’estate scorsa, piazza San Domenico era stata chiusa al traffico e sottratta al suo triste destino di  disordinato parcheggio abusivo per diventare un’isola pedonale disseminata di panche e cuscini bianchi. La mafia ha avuto da ridire; c’è stata una contromanifestazione di cittadini che hanno difeso la decisione del Comune; quando sono arrivata dei grillini stavano arringando la folla. Li ho ascoltati per qualche minuto, ma non capivo i riferimenti, non ero sicura di conoscere le persone di cui parlavano, però ero abbastanza certa che lì ci fosse un aggancio, una piazzola di sosta sia per lo sguardo che per il corpo, e mi sono seduta sulle panche ad aspettare che il pomeriggio finisse.

[Immagine: Piazza San Domenico, Palermo (mg)].

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