cropped-Utoya.jpgdi Antonella Anedda

[Questa è la settima puntata della rubrica dedicata alle piazze a cura di Adelelmo Ruggieri. In precedenza erano usciti i testi di Enrico CapodaglioFranca MancinelliLinnio AccorroniEliana PetrizziMarilena Renda e Enrico De Vivo].

Il nome della Maddalena viene da santa Maria Maddalena. La leggenda racconta che dopo la morte di Cristo la santa fu scacciata dalla Palestina e nella fuga verso Marsiglia si fermò sull’isola. Si narra anche che il suo culto, poco diffuso in Italia ma molto radicato nella Francia del sud, spiega la presenza dei primi abitanti corsi venuti nell’isola sulle tracce della santa. Al tramonto di ogni 22 luglio la sua statua dai lunghi capelli castani viene portata dalla chiesa a lei dedicata, nel centro del paese, fino al porto e da lì alla costa sarda. È una statua di legno che risale al Settecento, come la chiesa. Ha un bel viso rotondo dipinto di bianco, un vestito verde e un drappo rosso. In una mano ha un libro, nell’altra un teschio. La processione passa sotto la nostra casa due volte, sia dal lato del corso, in via Garibaldi, sia da quello di viale Amendola. Tutti tacciono, le persone stanno ferme sulle porte dei negozi. Uomini e donne, alcuni in costume gallurese, sfilano dietro la statua della Maddalena pregando ad alta voce. Sfilano il sindaco e il vescovo di Ajaccio, quando c’erano gli americani sfilava anche il comandante della base. Ogni anno ci affacciamo e guardiamo la processione finché non imbarcano la statua e poi la riportano indietro, prima su una barca illuminata, poi a braccia di nuovo fino alla chiesa. Le sue reliquie, invece, stanno in una teca tra le mani del vescovo di Ajaccio e lì ritornano a cerimonia finita.

La festa è semplice, quasi dimessa, a parte i fuochi di artificio. Non ha nulla in comune con le pagane, sontuose feste della Sardegna centrale, non ci sono colori, soprattutto non ci sono le cavalcate sfrenate e quasi cosacche che caratterizzano S’Ardia, la festa di Sedilo. Non c’è neppure la ieraticità inquietante della Sartiglia di Oristano, sulla costa occidentale che guarda direttamente alla Spagna. Alla Maddalena invece la statua viene portata per il paese come una persona di famiglia, come si porterebbe una sorella un po’ malata a prendere una boccata d’aria al mare. Quest’anno la festa è stata circondata da un’atmosfera sinistra. Il vento che in questi giorni tradizionalmente si placa ha invece continuato a ululare per i vicoli e su un mare color metallo. Per la prima volta ho notato che dietro la processione gli uomini vestiti di nero avevano dei fucili, per la prima volta la santa invece che sul traghetto è stata issata su una torpediniera grigia dallo scafo sottile, che solcava la notte senza stelle.

 Mentre osservavo la scena dal balcone pensavo che solo poche ore prima tra i fiordi norvegesi, dove tanto spesso ho sognato di andare, un uomo, più malato di altri – come aveva previsto Svevo nell’ultima pagina della Coscienza di Zeno –, aveva compiuto un attentato a Oslo e poi sterminato quasi cento persone, tra cui molti ragazzi e ragazze. Erano tutti riuniti nell’isola di Utøya – così simile, nel suono, all’isola di Utopia –, che con tutte le isole del mondo condivide la tragedia dell’esposizione e quella di non avere riparo e nessuna via di fuga, se non quella dell’acqua e dell’aria. L’uomo, dopo aver confezionato da solo un ordigno per l’attentato e dopo averlo fatto esplodere in città, si era diretto nell’isola e aveva ucciso con un mitra, stanando le sue vittime tra i cespugli. I pochi superstiti si erano buttati nell’acqua ghiacciata e avevano aspettato. Ha compiuto la strage per protestare contro la politica di emigrazione del governo norvegese, per lui troppo aperta. Un esponente del governo italiano, alleato della Lega, ha detto di comprendere le sue ragioni. Tutto impazziva. L’indomani, tra i canti che continuavano in piazza, nel vento reso meno minaccioso dal sole, i giornali srotolavano i loro cartigli con le foto dell’assassino, dei feriti e dei morti. A poca distanza, esposti in una bancarella, c’erano gli oggetti delle vacanze: anatroccoli di gomma, braccioli gonfiabili, ombrelloni, sedie, materassini.

[Il brano è tratto da Isolatria. Viaggio nell’arcipelago della Maddalena, Laterza 2013].

[Immagine: L’isola di Utoya (mg)].

 

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