cropped-mario-balotelli.jpegdi Giacomo Giubilini

È stato Malcom X  (L’ultima battaglia, Discorsi inediti, Manifestolibri), che piaccia o meno, a tematizzare per primo le due tipologie di nero secondo i bianchi: il primo è riportabile alla figura della Zio Tom, un nero di casa, urbano, sedato e a cuccia, tipico nero igienico dello schiavismo, che vive accanto al padrone. Per lui la sofferenza del padrone è la sua e se la casa del padrone prende fuoco lui è il primo che si tuffa tra le fiamme per spegnere l’incendio. Dall’altra parte c’è invece il nero della campagna, lo schiavo ” e quando la casa del padrone prendeva fuoco i negri della campagna pregavano perché la brezza diventasse un vento impetuoso”.

Il razzismo del popolo italiano  non è sindacabile, è assoluto, storico, radicato e indelebile e non trova una mitigazione formale in un apparato di leggi moderne. Ma ciò che lo rende davvero farsesco, dal punto di vista culturale,  è la sua versione più inconsapevole e sofisticata,  ovvero quella liberal, “colta”, inclusiva a chiacchiere. Un popolo che rinnega sempre se stesso in un’ansia patologica di assolversi lo faceva almeno per una saggezza da portinaio, sentirsi brava gente, quando non assecondava la sua natura triviale con leggi razziali e tiranni da tragedia in farsa. L’italiano istruito  e liberal invece vuole partecipare ad un impeto di distensione buonista  in cui i diversi sono presenti ma come leve su cui attivare piagnistei , litanie mediatiche, carriere politiche. L’italiano brava gente si è trasformato nell’italiano bravo esegeta del possibile.  Sempre goloso di novità , nuove frontiere, grandi speranze, compiaciuto abitatore di un’abulia che lo faccia sentire però centrale nelle teoria. A livello politico , cioè i diritti e i doveri, tutto ciò non ha portato a nulla. Balotelli infatti, ed è questa l’unica verità che conta davvero,  è diventato italiano solo a diciotto anni pur essendo nato qui.

I mille sofisticati distinguo servono solo , quando va bene, alla coltivazione della stasi di un  fantasma, la nostra patetica sinistra,  che ha logorato la sua ombra. Lo straniero, se arriva, è recluso in un purgatorio di sbarre detentive ma “inclusive “:  centri di prima accoglienza li chiamano i liberal, che li hanno anche creati. L’italiano medio, omofobico e cattolico ma se minimamente istruito quasi sempre anche di sinistra,  si racconta sempre più come “pieno di amici gay”. E tutto si regge fino a quando lo straniero e il  gay e gli altri esclusi, come ad esempio le coppie di fatto, non insistano troppo a voler essere riconosciute esattamente per quello che sono e  cioè il fatto che loro siamo noi.

Le prassi di inclusione sono accettate solo se mediatiche, solo se farsesche e carnevalesche, conturbanti nemmeno più per il provinciale che fa il militare a Bracciano ma innocue ed estemporanee per la Roma porto delle nebbie. Così ecco un gay pride con esposizione annuale del bestiario ridicolo e fanfarone, ecco il Mucca Assassina rifugio danzante  per sonnambuli etero ed ecco una petulante  Vladimir,  prima deputato e poi commentatore del Grande Fratello. Tutto per non fare nulla. Un popolo del genere come include il nero centravanti?  Come può renderlo diversamente bianco?

Balotelli, che è sempre incazzato, fa saltare tutti i piani igienisti e pedagogici di questa ipocrisia collettiva: non è lo Zio Tom, non vuole esserlo, non ha accettato la parte in commedia. E’ rimasto addirittura se stesso. Nel momento della tragedia allora, l’eliminazione,  quel popolo che dice di averlo sempre amato perché è un popolo ”da sempre amico dei negri”, lo usa come capro espiatorio.  I senatori, tra cui uno che a diciassette anni era un nazista e uno che fino a due anni fa era un alcolizzato, dettano la legge dell’assurdo: non vogliamo figurine panini, vogliamo uomini veri, cioè non ci vogliamo. Svuotato della sua fecondità imposta dai media, essere il nero vendibile perché redimibile, il nero educato, il nero che usa le posate, il nero Zio Tom adatto al patetico paternalismo di un mister da “codice etico”, Balotelli è rimasto invece quello che è: un ottimo calciatore, un carattere sulla difensiva e non un campione assoluto.  Non  funziona in questa elegia auspicata la parte conclusiva del lavacro collettivo e cioè il finale auspicato: il campione ritrovato, l’eroe italiano anche se nero, il futuro sposo sul carro del trionfo familista e di sinistra. Peppone, Don Camillo e Rocky  virati ad Obama. Nella sua ultima provocazione, la cresta bionda, Balotelli invece ricorda esattamente la tragedia di  Manfredi in Pane e cioccolata: biondo per non sentirsi straniero, biondo per tifare una nazionale non sua, biondo per essere amato.

[Immagine: Mario Balotelli e Leonardo Bonucci durante Italia-Irlanda, 18 giugno 2012].

25 thoughts on “La lezione di Mario

  1. Premetto che non capisco niente di calcio, nè ho seguito le vicende mediatiche del post-eliminazione dai mondiali perciò quello quello che scriverò potrebbe forse risultare “leggermente” fuori tema. Io non condivido tutto di quest’articolo anzi, aggiungerei che oltre ad essere un popolo presumibilmente razzista, siamo anche un popolo sicuramente polemico. Ogni cosa diventa tema di dibattito sui Massimi Sistemi. Ogni evento viene traslato sulla trascendenza. Sempre a trovare le curve infinite di ragionamento intorno ai fatti. I fatti sono fatti anche in sè stessi; in questo caso il fatto è che la nazionale di calcio, Balotelli compreso, neri e bianchi tutti, hanno giocato male e senza spirito di squadra e che se c’è una polemica utile da coltivare è quella sullo sproporzionato rapporto livello dell’atleta/stipendio dello stesso. Trovo inutile e infantile l’assunzione a ruolo di vittima di Mario Balotelli: ha giocato male e deve aspettarsi che la massa (quindi cumulo di sciocchi opinionisti senza fondo ai quali non dare nemmeno troppa importanza) lo critichi. Certo non è bello IN NESSUN CASO dovergli dare il premio di capro-espiatorio dei fallimeti calcistici dell’Italia. Io sto con Mario e gli voglio dire che le cadute sono fatte per rialzarsi. Forza Balo, credici di più!!!!

  2. Letto il titolo, ho pensato che a darci lezioni fosse Mario Monti, e invece era Mario Balotelli. Guarda un po’…

  3. Non ho capito chi era il nazista e chi l’alcolizzato, fra Buffon e De Rossi.
    Comunque, quello che irrita in Balotelli è il suo essere così italiano più medio del medio: tamarro, mammone, ignorante e sempre pronto a far valere la sua individualità arrogante. Lo sottolineava benissimo un articolo su Minima&Moralia di qualche tempo fa. Per il razzista da stadio e da piazzetta, specchiarsi in Balotelli vorrebbe dire annullare la sua supposta diversità, squalificarne il razzismo, e annullando le ragioni del proprio odio annullare se stesso

  4. “Il razzismo del popolo italiano non è sindacabile, è assoluto, storico, radicato e indelebile”

    Questa partenza è inaccettabile. Dal punto di vista di ciò che sappiamo nessun tratto umano è assoluto e indelebile. Inoltre se fosse storico non sarebbe assoluto. Infine contraddice anche un discorso anti-razzista finendo per attribuire ( essenzializzare ) una caratteristica a un popolo.

  5. Mah.
    L’allenatore sostiene di aver costruito la nazionale di calcio intorno ad un giocatore solo, campione. La nazionale di calcio ottiene un risultato sconfortante. Il giocatore attorno a cui l’allenatore sosteneva di avere costruito la squadra, ha fatto due tiri in porta in tre partite. In molti vanno a prendersela col giocatore attorno cui l’allenatore dice di aver costruito la nazionale di calcio. E questi si difende, da bravo attaccante, in attacco accusando i suoi detrattori di razzismo e di fatto con uno spostamento dal piano tecnico al piano etico.
    Ci si può divertire in ricami e orli sartoriali. Ma così stan le cose.
    Adesso, trasformare tutto questo in una lezione forse non è utile. Per quanto di lezioni abbiamo sempre bisogno. Come abbiamo bisogno soprattutto nelle nostre analisi di lucidità, o si rischia di buttar tutto in macedonia.

  6. Questo è l’articolo di cui parlavo, di Francesco Pacifico:

    http://www.minimaetmoralia.it/wp/mario-balotelli-una-visita-guidata/

    Trascrivo il passo a cui pensavo, dentro un articolo lungo che parla di parecchi temi:

    Autorazzismo: finalmente gli italiani hanno cominciato a odiare se stessi

    Gli italiani che fischiano MB credono di essere dei normali razzisti (non-ci-sò-no-né-gri-ta-lià-ni), ma stanno solo finalmente trovando pane per i loro denti: in MB odiano un italiano vero, uno che come noi ha messo il concetto di società alle spalle e non mette la freccia e fa solo di testa sua perché in realtà non si fida di nessuno e ha un altissimo concetto del proprio stile e vuole uscire da ogni situazione immacolato e vincente come James Bond.

    Percepiscono, secondo me, la natura antisociale dei comportamenti di MB, e reagiscono in modo molto intenso perché anche loro sono così.

    MB dice di amare l’Italia, e anche i tifosi razzisti la amano. Ma secondo me l’uno e gli altri odiano a morte gli italiani, perché gli italiani sono insopportabili. Gli juventini e i romanisti che hanno fischiato MB per i suoi comportamenti hanno fischiato per una volta, finalmente, se stessi e ciò che stanno diventando. La nuova epica italiana dell’individuo, dell’ineffabile movimento del singolo controvento, contro il vento della società, l’epica italiana con scooterone e bandana e occhiali da sole e X-Factor e io sono fatto così non mi scassate il cazzo, sarà buona davanti allo specchio, sarà utile a irrigare con un po’ di autostima i nervi tesi dei cittadini di un paese con poco futuro, ma è veramente stressante.

  7. Poi, la questione del razzismo e del concetto di nero in questo caso non c’entra proprio niente. Balotelli ha sempre ricevute critiche per i suoi comportamenti, che sono i comportamenti che nel mondo del calcio, per ovvi motivi estremamente conformista, non vengono accettati. Ma sono le stesse critiche ricevute da Cassano, che nero non è. Oltre a ciò c’è il fatto che Balotelli non è un giocatore all’altezza del suo talento, discorso che vale per molti, e che ha atteggiamenti difficilmente sopportabili e funzionali a un gioco di squadra.

  8. Mancava solo questa apologia di Balotelli per conferire alla batracomiomachia sulla sconfitta della Nazionale nei campionati del mondo un carattere ancor più grottesco. In effetti, è difficile dare torto a Winston Churchill quando ebbe ad affermare, con non velato disprezzo, che gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero delle guerre e perdono le guerre come se fossero delle partite di calcio. Nella fattispecie, a quanto pare, la “balotellite” non risparmia nessuno e i più esposti, con esiti inconsapevolmente umoristici, sono i liberali antirazzisti, razza eletta di “coscienze emancipate” e “anime belle”, “cuori di un mondo senza cuore”. In realtà, il problema non è Mario Balotelli, perché personaggi come lui sono il frutto del cancro che attanaglia il calcio italiano da decenni. Ma provate a chiedervi quali motivazioni abbia per impegnarsi a fondo in una competizione mondiale, che non presenta, almeno direttamente, particolari vantaggi economici, un ventenne che gira in Ferrari, guadagna milioni di euro all’anno e passa le sue giornate con il cellulare in mano? Facciamo allora un’ipotesi controfattuale per nulla alternativa e affatto endosistemica, ma sicuramente significativa per valutare come gira questo “mondo nel mondo” che è il calcio, ottimo amico del capitalismo. Si corrisponda al povero Mario Balotelli, “che è sempre incazzato” (così avrà un buon motivo per esserlo), uno stipendio di 1200 euro al mese, riconoscendogli un congruo premio di produzione per le partite in cui segna. È evidente che, se le società di calcio seguissero questo semplice principio che sta alla base di ogni azienda di successo, risparmierebbero una notevole quantità di risorse finanziarie e otterrebbero risultati molto più soddisfacenti. Sentire invece un giocatore di 23 anni, che guadagna 200 mila euro al mese, esclamare: “Fa troppo caldo”, per 90 minuti di partita, che cos’è se non un insulto a tutti coloro che lavorano in fonderia per 10 ore al giorno e che guadagnano la stessa cifra con 10 anni di lavoro. Il meccanismo perverso e patologico (meccanismo che prima o poi si incepperà), costruito da questa società marcia e corrotta, fa sì che lo stesso lavoratore di fonderia contribuisca a finanziare il giocatore miliardario con le ‘pay-tv’ e con il biglietto dello stadio. Se si considera poi che le diverse società calcistiche e le stesse istituzioni ai diversi livelli (Fifa, Coni, Figc) sono immerse nell’affarismo fino al collo e che, dietro le quinte di uno spettacolo così bello, che entusiasma centinaia di milioni di persone, òpera, come un tumore che genera continue metastasi, un capitalismo di stampo gangsteristico, non è per nulla esagerato concludere da ciò che la passione per il calcio coincide oggettivamente, per centinaia di milioni di persone del tutto inconsapevoli del rapporto tra forma e sostanza, con la necrofilia.

  9. Mi pare di capire che all’interno di questa riflessione il “nero”, il “gay” sono solo categorie di esempio su come, invece, il nostro paese si confronta con la diversità, anzi si scontra, facendosi quasi sempre molto male. Complimenti all’autore. Mi aspettavo invece da questo blog lettori più accorti, quantomeno sensibili. E sicuramente “pieni di amici gay”.

  10. Gli Italiani saranno anche razzisti e non so quanto discriminatori, ma sorge spontanea la domanda: “cosa c’entra Balotelli in tutto ciò”? Con tutta evidenza niente, e questa mania di sottolineare che questo mancato campione ha la pelle nera mi pare in sè un’operazione non dico razzista, ma discriminatoria sì, si parla di Balotelli e non, che so io, di De Rossi, perchè de Rossi non ha la pelle nera. Sta qui la discriminazione, nel rischio, parlando male di Balotelli, di passare per razzista. Secondo me, basta ignorare questi rischi, non ti curar di lor, ma guarda e passa.

  11. Cari Orbilius e Winston Churchill,

    non tutti gli italiani fanno confusione fra il campionato di calcio e la guerra, nè prendono lezioni dai Balotelli bianchi, neri, gialli, verdi o arcobaleno.

    A riprova, riporto una letterina di sessant’anni fa.

    21 agosto 1944

    “Mamma carissima,

    quando riceverai questa mia lettera saranno successi dei fatti gravissimi che ti addoloreranno molto e di cui sarò il diretto responsabile.
    Non pensare che io abbia commesso quello che ho commesso in un momento di pazzia, senza pensare al dolore che ti procuro.
    Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci é stata presentata come un ordine del re, che ci chiedeva di fare l’enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace.
    Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato.
    Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso.
    Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d’uscita, uno scopo nella mia vita.
    Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro.
    Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell’immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato.
    Tu credi in Dio, ma se c ‘è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell’ora.
    Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno.
    Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato.
    In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete.

    Carlo”

    “Carlo” è il capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato. Salto le medaglie, sono tante. Sei giorni dopo aver scritto questa lettera si tirò un colpo in testa.

    Singolare, a mio avviso, l’attualità di un paragrafo di questa lettera, che per il resto sembra risalire a un’epoca atlantidea (“tristissima posizione morale”, “baluardo della Monarchia”, “i miei sentimenti che sono sempre stati puri”, “rivolta contro la bassezza dell’ora”e altre consimili esagerazioni dinosauriche).

    Il paragrafo di scottante attualità mi pare questo:

    “Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato”.

  12. Caro Buffagni, sono assolutamente d’accordo con quanto Lei afferma e comprova, e faccio ammenda se, scordando a causa della ‘vis polemica’ il fondamentale ammonimento oraziano secondo cui “est modus in rebus: sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum”, ho esorbitato dai confini della verità storica e umana, che Lei ha giustamente ristabilito. Mi consentirà tuttavia di richiamare alla mente, a parti invertite e per le evidenti analogie, il caso di quei difensori di un comune medievale i quali, nell’assedio che sostennero contro Federico Barbarossa, furono obbligati a difendersi rivolgendo i loro colpi contro i loro stessi concittadini, coi corpi dei quali l’imperatore aveva fatto tappezzare le pareti delle sue macchine da guerra. Comportamento, quello dei difensori del comune, che si potrebbe definire eroico, se non si tenesse conto del fatto che tali difensori avevano consegnato loro stessi i propri concittadini all’imperatore…

    Per quanto concerne Winston Churchill, che, grazie alla macchina del tempo di cui dispongo, ho opportunamente consultato in merito al chiastico ed icastico aforisma da lui proferito nel 1947, egli mi ha fatto sapere di essere pronto a ritirare quello che ha detto quando sarà pronto a fare la stessa cosa quel generale francese che ci conosceva bene e non ci stimava: l’Italia talvolta non è un paese povero, è un povero paese. Aggiungo io: a parte alcune splendide minoranze, fra le quali rientra anche l’autore della lettera che Lei, caro Buffagni, ha qui riprodotto.

  13. Condivido in buona parte quanto detto in quest’articolo, mentre non posso dire lo stesso della maggior parte dei commenti (il che spiace, poiché mi ero finora illusa di trovare qui meno esternazioni di pancia che altrove).
    In ogni caso la questione è questa: in discussione non c’è il carattere (fors’anche il caratteraccio di Balotelli), ma l’uso di un tipo di linguaggio che si sta pericolosamente cominciando a far passare per neutro, quando non lo è. Affatto.
    Il giorno prima della partita con l’Uruguay Prandelli ha parlato di una squadra (quella avversaria) avvantaggiata dal fatto che avesse maggior senso della “patria”. Poi abbiamo sentito parlare (da parte di Buffon e De Rossi) di: “uomini veri”, “veterani” e “senatori”. Il linguaggio è chiaramente fascista. Come al solito lo si può ritrovare in bocca a due eccellenti esemplari di troglodita, ma il problema resta la loro “pop-egemonia”.
    Le accuse sono state rivolte peraltro in modo generico a tutti quanti i giovani della squadra (ma a quanto pare si rivolgevano non specificamente a loro, quanto ad una sorta di categoria trasversale di parvenus). E se questa non è solo un’altra triste vecchia storia di nonnismo, allora è niente meno che una vigliacca faccenda (prego, farsi avanti i sedicenti “uomini veri”).
    Il linguaggio non è neutro, c’è poco da obiettare. Il loro linguaggio, nello specifico, è razzista. Dovremmo solo dolerci di ciò che con queste poche parole quei due signori hanno contribuito ad alimentare.
    E lo ripeto: non c’è antipatia, sbaglio, infantilismo di sorta a cui possano ammettersi parole come quelle di questa brutta nazionale, brutta in senso letterale e metaforico. Brutta perchè senza gioia. Brutta perchè incapace anche a perdere.
    Se il calcio sia solo un bel gioco e nient’altro o, al contrario, perfino una metafora di vita, io non saprei… Questa volta però sembrava proprio fosse un nervo scoperto.

    Una goduria la citazione di Pane e cioccolata! Bravò!

  14. @ Harriet

    Se non condividi alcuni commenti puoi anche dirlo senza presumere che questi siano di pancia per il solo fatto che non ti ci ritrovi.

    Per il resto, la questione non è quella che dici tu. Si può anche fare un discorso sul linguaggio, ma non è di questo che parla l’articolo. L’articolo vuole prendere il caso Balotelli per parlare di razzismo, di razzismo mascherato e di come il diverso viene accettato solo se inserito in certi schemi concettuali. Tutte cose vere, se non fosse che con il caso Balotelli non c’entrano nulla. Le cose dette da De Rossi e Buffon risentono del loro mondo culturale che ruota attorno al fascismo e al sessismo, e probabilmente anche al razzismo, ma in questo caso le avrebbero dette per qualsiasi calciatore, come sempre si fa quando i calciatori si comportano da immaturi. Poi uno può anche fare un discorso su che tipo di valori siano ritenuti importanti nel mondo del calcio, ma in questo caso, ancora, non c’entrano niente con il razzismo e con il diverso. Se un calciatore si comporta da coglione in campo non ci sono modi carini per dirlo. Se sei intriso di cultura fascistoide-machista-sessista parlerai di “uomini veri” e sennò parlerai di “immaturità calcistica”. Non si capisce poi il riferimento all’alcolismo.

  15. Condivido il commento qui sopra (e, riguardo alla pancia, l’argomento dell’alcolismo mi sembra proprio un… rotolino…!) di DFW vs RB (un bel nome, fra l’altro, per una finale da Mondiale di letteratura, con un risultato a mio modo di vedere di 0 – 2 per la formazione cilena.)
    Saluti

  16. rileggendo i commenti successivi, confermo quanto scritto ieri e cioè che siamo un popolo di polemici… sempre a schierarsi a favore o contro i gay, a favore o contro i neri, a favore o contro i fascisti. Il caso “Italia Nazionale di Calcio” riguarda lo spirito sportivo, il senso di squadra e la sportività in sè…invece c.v.d. si finisce per portare la questione sui massimi sistemi, forse giusto per mostrare la propria ricchezza di vocabolario. (Ah! Non amici gay, nè buoni amici in generale, ma se li avessi non incollerei manifesti sulla loro identità sessuale)

  17. a Orbilius

    Caro Orbilius,
    grazie della replica e delle informazioni dall’aldilà. Una domanda: all’altro mondo, W. Churchill e il gen. de Gaulle hanno smesso di litigare?
    Quanto all’Italia “pauvre pays”, certo, come dissentire? Però, veda (e se lo ritiene opportuno riferisca al generale, insieme ai sensi della mia ammirazione): in tutti i paesi, anche quelli più fortunati o “ricchi” del nostro, ad essere eroiche sono sempre piccole minoranze, perchè essere eroici non è facile. In Italia, ad essere “povero”, per le note ragioni storiche, è lo Stato, non la nazione o il popolo, che non sono nè migliori nè peggiori delle altre nazioni o degli altri popoli, nonostante l’opera di assidua demoralizzazione a cui si dedicano da molti anni le nostre classi dominanti, che non perdono occasione per attribuire agli italiani tutti i vizi e i difetti più infamanti e squallidi. Se ce ne chiedessimo il perchè, saremmo già sulla buona strada per diventare meno “poveri”.

    a Harriet

    Cara Harriet,
    i discorsi che lei depreca non sono discorsi “fascisti”, sono discorsi da spogliatoio (filtrati e depurati, negli spogliatoi circola indisturbato un lessico ben più greve).
    Le segnalo altresì che la “patria” – la parola e la cosa – con il fascismo non c’entra proprio niente. Le pare che si debba essere per forza cosmopoliti e/o apatridi per non essere fascisti? A me non risulta.

  18. Vorrei intervenire sull’articolo – che ho trovato sanamente controcorrente rispetto al pantano di accuse a senso unico seguite alla sconfitta con l’Uruguay – e sulla discussione in corso.
    Da molto tempo, ormai, quando si comincia a parlare di calcio si finisce sempre col parlare di qualcos’altro: psicologia, sociologia, etica, economia etc. Forse a volte in modo eccessivo e un po’ ridicolo, ma tant’è: il calcio è diventato una specie di fenomeno sociale totale, come dicevano gli antropologi; è rito, commercio, evento politico, tutto mischiato insieme in un gran calderone spettacolare.
    La vicenda di Balotelli, però, sfiora veramente il parossismo. Prima interi stadi (non importa la città italiana) lo fischiano, lanciano banane, sputano cori e veleni razzisti; e vabbè, sono minoranze rumorose. Poi il miracolo! Bei gol e qualche prodezza (poche, perché non parliamo certo di Messi, e nemmeno di Neymar, questo è chiaro) lo innalzano a “salvatore della Patria”; le sue intemperanze fuori dal campo vengono ammorbidite (balotellate, no?) e tutti si scoprono contro il razzismo e per lo sfrontato ragazzone nero; basta che ci faccia vincere qualcosa. Infine arriva un Mondiale disastroso, senza gioco né mordente, con un allenatore poco capace e un squadra “vecchia”. Siamo eliminati subito, come la Spagna invencible e l’Inghilterra, da piccole squadre americane veloci, tecniche e soprattutto affamate di vittoria. Invece di riflettere, al più, sugli ammacchi del nostro Vecchio Continente, tutti se la prendono col ragazzone immaturo. Ecco di nuovo gli insulti, le liquidazioni in blocco, le ingiurie.
    Ha ragione Harriet: il lessico usato da molti, a cominciare dai suoi compagni di squadra, se non proprio fascista, qualcosa deve pur dirci. Che vuol dire senatori, uomini veri, rispetto per la Patria? Sembra il lessico di un gruppo di parà, o di carabinieri ben ideologizzati, punto. Guardate che “patria” è una parola seria qui da noi, che si porta dietro un brutto vento nero – e lo sanno bene tutti quelli che oggi la usano sapientemente in politica. E dove si indirizza tutto, guarda caso? Sul ragazzo nero, l’unico della squadra – quando la Francia, l’Inghilterra e l’Olanda, per fare un esempio, c’hanno più di mezza squadra bella nera.
    Insomma, Balotelli non è uno zio Tom. Vero. E tantissimi di quelli che vengono qui da noi, o degli italiani di seconda generazione come lui, non lo sono e non vogliono diventarlo. Perché la categoria dello zio Tom non aiuta solo le molli esaltazioni “di sinistra” per il diverso (a patto che sia “poco” diverso!); gli zio Tom erano facili da sfruttare perché assumevano il punto di vista del loro padrone, anche se schiavi. Quegli altri, che pregavano perché la brezza diventasse vento, erano duri e ostili. Che faremo? Useremo la frusta anche noi? In questo caso, spero proprio che Balotelli – e tutti gli altri – continuino a mandare a quel paese i senatori da quattro soldi e i “patriottardi” nostrani.

  19. Dario scrive:

    “E dove si indirizza tutto, guarda caso? Sul ragazzo nero, l’unico della squadra”.

    Ecco, non è vero che il giocatore Mario Balottelli sia diventato capro espiatorio per via che è un “ragazzo nero, l’unico della squadra”.
    Il giocatore Mario Balotelli è diventato capro espiatorio perché, sciaguratamente, nel momento di ideazione della squadra, è stato presentato come “il giocatore attorno al quale sarà costruita la Nazionale” (Cesare Prandelli, vedi fonte), ruolo che gli è stato confermato, di partita in partita, sia nelle dichiarazioni, sia quanto alle scelte tecnico-calcistiche.

    Se non si tiene conto di questo in un discorso simile s’aggiunge alla confusione nuova confusione (e si butta tutto in macedonia, dicevo. Ma a quanto pare piace.)

  20. Di primo acchito: non sono d’accordo su niente o è un articolo da bar ? Scagionare l’articolista, uno che torto che ha ragione che ha torto che ha ragione che non si sa che cosa voglia scrivere e allora ce l’ha col niente e del niente scrive. No, non mi piace quello che scrivi, hai torto, e anche marcio, scrivi per sentito dire, pensieri altrui che metti assieme anche male. Riprova, cerca di mostrarti meno intelligente e di esserlo di più. Impara, leggi, studia, pensa, e poi ricomincia a scrivere. Ecco forse quel razzista di cui scrivi sei tu. E allora, a quel punto, forse, lo capisco. Smettila di voler fare “la bella figura’. Ci hai provato, sono contento e non è vero che sono contento. Riprova, quando diventi più bravo. Ciao.

  21. Il dibattito sulle figura di un giocatore, sui linguaggi e sulle implicazioni simboliche, così come sulle sue ‘performance’ e su quelle della Nazionale (entrambe deludenti), non può portare ad oscurare o a porre in secondo piano la catena di affarismo, corruzione, illegalità, violenze, abusi, frodi e soprusi, che la magistratura ha portato alla luce, rivelando in modo inequivocabile che il calcio è, oltre che un apparato ideologico di Stato teso a diffondere i ‘valori’ della competizione selvaggia, della flessibilità, della precarietà, della venalità mercenaria, del nazionalismo e del razzismo, un’industria che appartiene organicamente al sistema capitalistico di produzione, di scambio e di consumo.

    L’organizzazione capitalistica del calcio ha ormai ucciso il calcio come sport fondato sul piacere e sulla socializzazione, nonché sui valori della competizione congiunti con quelli del rispetto e dell’amicizia. Essa si fonda invece sui due meccanismi più odiosi del sistema capitalistico: da una parte, un apparato gangsteristico che ricerca il massimo profitto; dall’altra, un’ideologia fondata sui princìpi del superuomo, della forza, della violenza e, nel contempo, su uno spirito nazionalista e aggressivo che non teme di rivendi-care esplicitamente concezioni razziste e legami con l’estrema destra nazifascista.
    L’imputridimento del mondo calcistico italiano mostra infatti fino a che punto sia arrivato il processo di decomposizione dell’intera società capitalistica nel nostro paese. Un grande campione e un profondo
    conoscitore di questo mondo, Gigi Riva, proponendo di fermare per un anno il campionato di calcio ha posto a nudo l’‘impasse’ determinata da un siffatto imputridimento. Per queste ragioni, governo, forze dell’ordine e magistratura potranno soltanto curare i sintomi (ammesso e non concesso che non li aggravino), ma non potranno minimamente incidere sulla causa della malattia che ha colpito questo gioco, il cui volto, illuminato un tempo dalla tersa e pura bellezza della gioventù, somiglia sempre di più ad un mostruoso ceffo diabolico, sfregiato da una ributtante bruttezza e da un orrendo disfacimento: quel ceffo che, come accade nell’omonimo romanzo di Oscar Wilde, costituendo lo stadio finale di una metamorfosi ad un tempo etica ed estetica, deforma il ritratto giovanile di Dorian Gray e lo rende tanto irriconoscibile quanto irrecuperabile.

  22. Trovo incredibile che su un sito di questo livello si pubblichi questo chiacchiericcio scomposto ed esacerbato che tutto confonde e nulla ottiene. Come diceva Virgilio Ab uno | disce omnis ma in questo caso sarebbe anche vero il detto di Seneca Aliena vitia in oculis habemus, a tergo nostra sunt.
    E di altri assai ancora. Parecchi.
    Insomma è ora di smetterla di mettere tutto sullo stesso piano che in quanto tale è una vergogna che rischia di accentuare quella deriva morale che caratterizza un paese già così ferito e umiliato ogni giorno da un culturame senza rispetto alcuno delle altrui opinioni che rendono vana ogni forma possibile di democratico scambio e vero dibattito culturale. Ormai un sogno e un’aspirazione vana nell’Italia di oggi dove albergano sia albergatori sia chiacchieroni, grafomani di ogni risma come l’autore del pezzo e immorali qualunquisti che fingendosi profondi non lo sono affatto e per nulla. Vale sempre ciò che messaggiava Seneca in proposito : Alium silere quod voles, primus sile. Ciò che vuoi che un altro taccia, tacilo tu per primo.

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