di Daniele Balicco

 

[Questo saggio è uscito su «Allegoria»].

 

I don’t think you can have understanding, any more then you can have understanding between people, in abstract sense. [1]
E.W.Said

Quel che la natura vorrebbe invano, lo compiono le opere d’arte: esse aprono gli occhi.[2]
Th.W. Adorno

 

I.

 

In una delle sue ultime interviste rilasciate in vita[3], la sola per un giornale israeliano, l’Ha’aretz Magazine, Edward Said descrive il conflitto fra Israele e Palestina come una maestosa sinfonia. Costruito su uno svolgimento complicatissimo di stratificazioni storiche, di non risarcibili sofferenze individuali, di tragici errori politici, di responsabilità nazionali e internazionali, quel conflitto potrebbe essere sciolto solo da una mente grandiosa come quella di Johan Sebastian Bach. Ci vorrebbe una politica portata a quell’altezza di narrazione e di comprensione del reale; una diplomazia educata all’arte del contrappunto e per questo capace di organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di riconoscimento. Proprio come nelle Variazioni Goldberg: senza annullare le differenze, senza farle reciprocamente deflagrare.

 

Dicevo l’altra sera a Daniel Baremboim: Pensa a questa catena di eventi: l’antisemitismo, il bisogno degli ebrei di trovare una patria, l’idea originaria di Herzl, decisamente colonialista, e poi la sua trasformazione nelle idee socialiste del moshav e del kibbutz, la situazione drammatica sotto Hitler e persone come Yizhak Shamir che erano realmente interessate a cooperare con lui, poi il genocidio degli ebrei in Europa e le azioni contro i palestinesi nella Palestina del 1948”. Quando pensi a tutto questo, quando pensi a ebrei e palestinesi non separatamente ma come parti di una stessa sinfonia, c’è qualcosa di incredibilmente maestoso. Una storia molto ricca, anche molto tragica e per molti versi disperata, una storia di estremi – di opposti in senso hegeliano – che ancora deve ottenere il giusto riconoscimento. Quello che hai davanti, quindi, è una sorta di grandezza sublime: una sequenza di tragedie, perdite, sacrifici, dolori che richiederebbero la mente di un Bach per riuscire a ricomporla.[4]

 

Non è strano, né tantomeno casuale, che Said pensi la politica attraverso la musica. Perché nella sua riflessione teorica il legame che stringe queste due esperienze umane, apparentemente lontanissime, è per contro nitido ed essenziale. Daniel Baremboim, introducendo Musica ai limiti[5] – volume che raccoglie la maggior parte degli scritti di critica musicale di Said – si sofferma proprio sul significato che l’esperienza della musica ha avuto nella riflessione politica dell’amico insieme a cui fondò, nel 1999, la West Eastern Divano Orchestra: «il suo ideale sociale e politico di inclusione, di accoglienza, deriva dal suo modo di intendere la musica. Se si sottolinea una singola voce, escludendo tutte le altre, si viola il principio fondamentale del contrappunto; allo stesso modo, pensava Said, è impossibile risolvere un conflitto politico, o di qualsiasi altro genere, senza coinvolgere tutte le parti in causa nel processo che porterà alla soluzione»[6].

 

Lo stesso discorso vale per la letteratura. Prendiamo Sulle cause perse che è un saggio di critica letteraria, pubblicato alla fine degli anni ’90 e poi incluso nella raccolta di scritti intitolata Nel segno dell’esilio[7]. Said analizza quattro romanzi: l’Educazione sentimentale dell’amato Flaubert, il Don Chisciotte di Cervantes, Jude l’oscuro di Thomas Hardy e I viaggi di Gulliver di Swift. L’elemento che accomuna questi testi, decisamente eterogenei per forma, stile, scrittura ed epoca storica, è quello di essere narrazioni senza redenzione, scritture che mostrano, senza possibilità di riscatto alcuna, lo scontro catastrofico fra gli ideali, le passioni, i desideri, le lotte dei personaggi rappresentati e il mondo che li sovrasta. E tuttavia il saggio non si limita ad un’analisi comparata del tema. Il movimento ondivago della scrittura (nel testo si alternano ricordi autobiografici ad analisi testuali, riflessioni filosofiche ad una ricostruzione storico/politica del conflitto palestinese/israeliano) ricolloca i romanzi considerati in un rapporto di prossimità nuovo. Quasi fossero queste narrazioni, per Said, pretesto per un esercizio di autocura della propria intelligenza morale ferita. Per comprendere il senso di questo procedere critico – che insegna un modo possibile di pensare la politica attraverso la letteratura e viceversa – è necessario però uscire dal mondo dei testi narrativi e ricostruire la realtà storica all’interno della quale questa lettura si origina.

 

II.

 

Sulle cause perse viene pubblicato la prima volta nel 1997. Come si capirà fra breve, il tema esplicito dell’interrogazione critica dei romanzi discussi è in realtà la crisi drammatica della questione palestinese. Siamo quattro anni dopo gli Accordi di Oslo e il processo di pace sta di nuovo implodendo. Dal 1996, in Palestina, gli scritti di Said – che ha apertamente contrastato la strategia politica di Arafat – sono messi al bando. Come se non bastasse, continua a non dargli tregua la leucemia diagnosticatagli nel 1991, a causa della quale ha scelto di rassegnare le dimissioni dal Consiglio Nazionale Palestinese (PNC). Non è dunque un caso se proprio in questi ultimi anni ragionerà a lungo su un tema apparentemente eccentrico: lo stile tardo[8]. La suggestione gli deriva dalla lettura dei frammenti del saggio di Adorno sull’ultimo Beethoven, ma le ragioni che lo spingono ad indagare il rapporto che trasforma, in molti grandi autori, il senso enigmatico della propria fine personale in un’energia estetica innovativa, quasi spericolata, testimonianza di un’ultima sfida lanciata contro l’onnipresente umiliazione di ciò che vive, sono soprattutto personali. Nella sua esperienza biografica si stanno drammaticamente sovrapponendo l’avanzare di una malattia mortale e una catastrofe politica senza riscatto. Lo stile tardo però gli insegna proprio che la vita, imprigionata in uno scacco, recalcitra di fronte alla rassegnazione e alla ragionevolezza della resa. Si può sempre trasformare un accerchiamento senza facili vie di fuga in una visionaria proposta di trasformazione radicale del presente. Credo che non sia del tutto azzardato leggere la traiettoria politica dell’ultimo Said pensandola precisamente attraverso questa categoria estetica. Contro la catastrofe degli Accordi di Oslo, Said alza al massimo la posta in gioco, immaginando un processo di pace alternativo che abbia come meta nientemeno che la costituzione di uno Stato unico bi-nazionale[9]. Nello stesso tempo, si incarica di radicare quest’immagine visionaria in una strategia realistica che partendo dalla delegittimazione morale del sionismo e da una radicale autocritica della capacità di autogoverno palestinese arrivi fino ad un’ipotesi di riconciliazione reale con la società civile israeliana. L’ultima mossa riguarda, infine, la possibilità di fortificare, perfino nel presente più disperato, il desiderio di questo futuro possibile. Nel 1999 insieme a Daniel Baremboim, Said fonderà la West Eastern Divano orchestra, sapendo benissimo che se quest’orchestra composta da giovani musicisti israeliani e arabi riuscirà ad avere successo, ogni suo singolo concerto diventerà, di per sé, un atto simbolico inequivocabile, testimoniando, nello stesso tempo, l’abominio di un conflitto che contro ogni ragionevolezza persiste e la possibilità di essere altrimenti.

 

Iniziamo dunque a mettere a fuoco con quali argomenti Said contrasti la strategia di Arafat e come si profili, negli ultimi anni, la sua proposta per un processo di pace alternativo. Il punto di svolta, il momento storico che rende possibile ai suoi occhi la perdita reale della Palestina – e la sua trasformazione in una causa persa – sono ovviamente gli Accordi di Oslo del 1993. Come si è visto, Said ha iniziato una battaglia durissima, per lo più solitaria, contro le scelte politiche disastrose della dirigenza Arafat. Nella maggior parte degli articoli politici pubblicati sul quotidiano egiziano Al-Ahram o sul pan-arabista Al-Hayat, non sono infrequenti, contro Arafat, accuse di questa durezza:

 

 La popolazione palestinese – all’incirca sette milioni di persone – è alla mercé di un incompetente che serve da strumento all’occupazione e alle espropriazioni israeliane, e che per il suo popolo non riesce a fare altro se non opprimerlo e ingannarlo.[10]

 

Secondo Said, a causa dell’incompetenza, della corruzione e della tattica suicida adottata dalla dirigenza dell’OLP, la lotta per l’autodeterminazione del popolo palestinese rischia un’involuzione tragica. Accettare gli Accordi di Oslo significa infatti accettare una sconfitta politica e morale. Politica, perché ad un popolo disperso, a causa di un’occupazione militare che permane da oltre mezzo secolo, non viene concesso quasi nulla: non una reale sovranità territoriale, non un soluzione al problema del ritorno dei profughi, non una garanzia sullo smantellamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Ma gli Accordi vanno radicalmente rifiutati soprattutto perché non riconoscono responsabilità morale alcuna al sionismo come politica di deliberata spoliazione e annientamento di un intero popolo. Con questa mossa suicida, preceduta da un altrettanto infelice appoggio alle politiche espansionistiche di Saddam Hussein, Arafat è riuscito ad annientare di colpo un patrimonio morale e simbolico enorme, accumulato in più di trent’anni di lotte.

 

Nel quarto capitolo del saggio intitolato Sulla questione palestinese[11] – che andrebbe probabilmente letto come il suo vero capolavoro saggistico – Said ricostruisce l’itinerario che ha portato l’OLP a consolidare, dagli anni Settanta, un’idea innovativa di Sé come soggetto politico, ereditando, contemporaneamente, la migliore lezione del panarabismo nasseriano, la capacità tattica delle lotte di liberazione anticoloniale e le più avanzate rivendicazioni sociali dei movimenti anti-sistemici occidentali.[12] La confluenza di queste tre grandi esperienze novecentesche ha progressivamente trasformato il significato particolare della lotta antisionista palestinese in un simbolo universale di emancipazione: nella politica internazionale – con la sola e non trascurabile eccezione degli Stati Uniti – l’autodeterminazione della Palestina ha iniziato ad essere percepita come una causa giusta.

 

Secondo Said, l’OLP avrebbe dovuto usare con intelligenza questo consolidato patrimonio morale. Soprattutto a fronte di un’inferiorità militare schiacciante, in un quadro geopolitico sempre più complicato e sfavorevole. Con l’avanzare degli anni Ottanta, dopo la guerra nel Libano meridionale, la crisi dell’Urss e il simmetrico imporsi degli Stati Uniti come unica superpotenza, era necessario cambiare strategia. Bisognava ereditare la potenza simbolica dell’Intifada del 1987[13], come nuda resistenza contro un’oppressione ingiustificabile, spostando sempre più la lotta dal piano direttamente militare a quello simbolico dell’egemonia. Attraverso la lezione di Gramsci, e dopo aver incontrato Nelson Mandela e Walter Sisulu in Sudafrica nel 1991[14], Said capisce che l’unico modo per costringere Israele ad iniziare un reale processo di pace passa dalla capacità palestinese di delegittimare moralmente il sionismo:

 

 La più grande vittoria del sionismo – una vittoria che regge da oltre un secolo – è l’aver persuaso gli ebrei e gli altri che il “ritorno” a una terra disabitata rappresenta la giusta, anzi la sola soluzione ai dolori del genocidio e dell’antisemitismo. Dopo aver passato anni a vivere, studiare e militare nella lotta per i diritti palestinesi, sono più convinto che mai che abbiamo del tutto trascurato lo sforzo – l’umano sforzo – necessario a dimostrare al mondo l’immoralità di ciò che ci è stato fatto: credo che sia questo il compito che oggi, come popolo, abbiamo di fronte. (…) Se non mobilitiamo le nostre voci in modo da smascherare con sistematicità il progetto sionista per ciò che è ed è stato, non potremo mai aspettarci che nella nostra condizione di popolo inferiore e dominato cambi qualcosa.(…) La nostra lotta contro il sionismo va vinta innanzitutto a livello morale, per essere poi combattuta nei negoziati da una posizione di forza morale, dato che sul piano militare ed economico noi saremo sempre più deboli di Israele e dei suoi sostenitori[15]

 

 A partire da questo suo primo viaggio in Sudafrica, Said, che è stato per anni molto vicino ad Arafat, suo traduttore personale dei discorsi politici all’ONU, nonché estensore della Dichiarazione di Indipendenza del 1988, inizia a criticarne frontalmente le scelte e a profilare una tattica politica alternativa[16]. Invece di iniziare trattative sottobanco con americani ed israeliani, la dirigenza dell’OLP avrebbe potuto seguire la lezione di Mandela per cui l’unica possibilità di sconfiggere una superiorità militare soverchiante passa dalla delegittimazione morale, su scala internazionale, del suo potere. Said discute a lungo con Walter Sisulu, per anni presidente dell’ANC (African National Congress), condannato all’ergastolo insieme a Mandela nel processo di Rivonia e liberato nel 1989, dopo venticinque anni di carcere. Lo invita a Londra, lo fa intervenire ad un congresso organizzato per i membri del Consiglio Nazionale e alcuni ministri del governo Arafat. Inizia a delinearsi una fronda, ci sarà una prima uscita pubblica, anche se poco efficace, alla conferenza di Madrid del 1991. Ma la strada che porta agli Accordi di Oslo è ormai tracciata, anche se all’insaputa del Consiglio Nazionale. Nel settembre 1993, il presidente degli Stati Uniti Bill Clinton convoca Said alla Casa Bianca, perché designato a sua insaputa da Arafat a presiedere la cerimonia degli Accordi. Declinerà con durezza l’invito, rispondendo che preferisce non partecipare alla celebrazione di un funerale. Nella generale glorificazione mediatica degli Accordi di Oslo, la voce di Said sarà una delle pochissime voci stonate. Forse perché è stato uno dei pochi commentatori politici ad aver studiato integralmente le carte del trattato. Riletti oggi, i suoi scritti preconizzano lucidamente gli effetti disastrosi generati dalle contraddizioni di quell’accordo[17].

 

In un articolo intitolato Strategia di speranza, pubblicato il 25 settembre 1997 sul quotidiano Al-Hayat – lo stesso anno dunque del saggio da cui siamo partiti, Sulle cause perse, e che andrebbe probabilmente letto come suo possibile controcanto – Said ripropone con forza la propria “strategia sudafricana” contro gli ormai evidenti effetti catastrofi delle ultime mosse politiche di Arafat:

 

Noi dobbiamo non soltanto contestare ciò che ora ci viene fatto, ma anche portare la nostra presenza morale direttamente dentro la coscienza israeliana e occidentale, e persino araba. Questo confronto non può, tuttavia, essere intrapreso da singoli che agiscono isolatamente: deve consistere in un lavoro di organizzazione e quindi di realizzazione di tale piano da parte della comunità mondiale dei palestinesi. Yasser Arafat e la sua coterie questo non lo hanno mai capito (…). Ciò di cui sto parlando è una nuova iniziativa di pace che dovrà disegnarsi lungo un ampio arco di tempo per portare parità tra noi e gli israeliani, che per ora ci sopraffanno tanto da rendere la dimensione morale il nostro unico terreno di lotta[18].

 

Said ovviamente non crede che la lotta per la delegittimazione morale del sionismo sia l’unica azione possibile contro la furia annessionista israeliana; crede però che questa sia l’azione determinante, soprattutto se direzionata contro il mondo pubblico dei media statunitensi. È un punto centrale del suo ragionamento: il governo di Ariel Sharon può rappresentare pubblicamente la propria politica di devastazione come strategia di autodifesa solo perché gode, negli Stati Uniti, di un incondizionato sostegno, militare ed economico. Per questa ragione, è fondamentale rompere l’accecamento che imprigiona la discussione pubblica americana su Israele[19]. Se si vuole realmente proteggere la resistenza palestinese e attivare un progetto di pace alternativo va colpita l’immaginazione della società civile statunitense, imponendo con forza, in un sistema mediatico che la esclude, una rappresentazione della resistenza palestinese come lotta di liberazione contro un’oppressione militare ingiustificabile.

 

La questione è semplice: l’Intifada palestinese sarà priva di protezione e inefficace finché non apparirà in Occidente come una lotta di liberazione. Gli Stati Uniti, con i loro cinque miliardi di dollari l’anno, sono il principale sostenitore di Israele, e se c’è una cosa che gli israeliani hanno compreso da tempo è il valore diretto della propaganda, che evidentemente permette loro di fare di tutto mantenendo un’immagine di serena giustizia e di sicurezza del proprio diritto. Come popolo, noi palestinesi dobbiamo seguire le orme del movimento sudafricano contro l’apartheid, che delegittimò il regime acquisendo per sé considerazione in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. Perché l’autodeterminazione palestinese possa progredire, è necessario che il principio stesso del colonialismo israeliano venga screditato allo stesso modo.[20]

 

Se il piano della rappresentazione della resistenza palestinese all’interno dei media americani non deve essere in alcun modo sottovalutato (visto che «il divario fra la realtà vissuta dagli americani e quella percepita dal resto del mondo è talmente abissale che non si sa come descriverlo»[21]), Said sa benissimo però che vanno comunque battute tutte le strade che possono aprire, dentro la società palestinese ed israeliana, come nel contesto internazionale, un processo di pace alternativo. Ed è proprio la capacità di decentrare il proprio punto vista, provando ad elaborare strategie diversificate e alleanze possibili, a seconda dei vari attori e contesti del conflitto, a rendere particolarmente affascinante la lettura dell’insieme dei suoi interventi politici sul Dopo Oslo[22].

 

Si è detto, all’inizio di questo scritto, che negli ultimi anni prima di morire, Said è riuscito a trasformare una condizione di scacco senza apparente via d’uscita in una risorsa vitale, imprimendo alla propria immaginazione politica visionarietà e realismo[23]. Ma è la forza di quest’ultimo, in particolare, potenziato da una continua meditazione sulla lezione di Gramsci[24], a sorprendere soprattutto un lettore abituato a seguire Said nelle sue riflessioni estetiche o storico letterarie. Prendiamo, come esempio, gli attacchi diretti contro l’incompetenza e la corruzione del governo Arafat e, più in generale, contro l’insieme della classe dirigente araba in Medioriente. La sua critica è sferzante, diretta, ironica, amara. Ma soprattutto è accompagnata da un’instancabile volontà di immaginare soluzioni alternative a problemi circostanziati. Come nel caso della costruzione dei nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Per fermare questa criminale strategia di soffocamento urbanistico, Said ha una proposta semplice: costituire subito una cassa di mutuo soccorso per impedire che muratori palestinesi siano costretti a lavorare proprio per i sionisti più fanatici:

 

 Uno dei nostri compiti prioritari è impedire ai palestinesi più bisognosi di farsi impiegare nella costruzione degli insediamenti. Tre settimane fa quando ho chiesto a un camionista palestinese perché lavorasse per un appaltatore israeliano, mi sono sentito rispondere: “Devo pur portare qualcosa da mettere in tavola. Mi trovi un altro lavoro, e io mollo tuto subito”. Con la cooperazione dell’Autorità, bisogna che dedichiamo immediatamente tutta la nostra attenzione a questo problema, a cui si deve rispondere creando un fondo di disoccupazione per impedire, o quantomeno scoraggiare, che la nostra gente accetti queste proposte di lavoro. Non vedo perché il Consiglio legislativo non possa sfidare Arafat su questo punto, inserendolo nel contesto dell’eterno dibattito sulla corruzione dell’Autorità. Il fatto è, ad esempio, che qualcosa come quaranta o cinquantamila uomini sono impiegati nei servizi di sicurezza, per lo più con funzioni di informatori e guardie soprannumerarie. Perché non rivedere questa spesa in modo da dirottare il denaro dalla sicurezza alla conservazione della terra? Inoltre quattro milioni di palestinesi vivono all’estero, e molti di loro sono decisamente benestanti e in grado di versare una somma mensile a questo fondo di disoccupazione (o occupazione alternativa). Si tratta di un bisogno urgente che, assuefatti come siamo a discutere e a teorizzare a vuoto di “strategia”, finisce per essere del tutto trascurato.[25]

 

È anche interessante vedere come di fronte all’ondata di attentati suicida contro la società civile israeliana, iniziati nel 2000, il suo pensiero non li riconosca solo come reazione psicotica ad una soffocante, quanta programmata, impotenza politica[26]; ma li legga soprattutto come sintomo più generale di uno stato catastrofico dell’educazione scolastica in Palestina:

 

 Il vero colpevole è un sistema di istruzione primario degradato, che mette insieme alla bell’e meglio il Corano, la ripetizione a memoria di brani di libri di testo risalenti a cinquant’anni fa, classi di gran lunga troppo numerose con insegnanti tristemente impreparati e un’incapacità quasi totale di pensare in maniera critica. Insieme agli eserciti smisurati, dotati di armamenti inutilizzabili senza alcun successo alle spalle, questo apparato scolastico antiquato ha prodotto quei bizzarri difetti di logica e di ragionamento morale e quella scarsa considerazione della vita umana che oggi producono soprassalti di entusiasmo religioso della peggior specie o un’adorazione servile del potere.[27]

 

Spostando lo sguardo su Israele, i suoi scritti politici, come ci si può aspettare, non smettono mai di denunciare l’abominio delle politiche devastatrici di Ariel Sharon e dell’allucinazione ingannevole che imprigiona la vita in Israele[28]. Nello stesso tempo, però, Said cerca instancabilmente sponde interne alla società civile anti-sionista. Seguirà con grande interesse la battaglia dei riservisti che rifiutano di prestare servizio militare, in Cisgiordania e a Gaza, sostenendo che «finché non ci riconosceremo nella resistenza israeliana e non cercheremo di operare di concerto, rimarremo bloccati al punto di partenza»[29]. Allo stesso modo, riconoscerà nella nuova storiografia israeliana di Znev Sthernell, Avi Shlaim, Tom Segev e Ilan Pappé, un passo simbolico decisivo verso una prima possibile riconciliazione fra società civile israeliana e palestinese. Le fonti sioniste, direttamente interrogate da questa nuova generazione di storici – grazie all’apertura, a partire dal 1980, degli archivi israeliani e britannici sul decennio del dopo Mandato – sono infatti inequivocabili. Il governo israeliano, scatenando la guerra del 1948, ha consapevolmente causato quello che gli arabi chiamano «nakbah», la catastrofe, vale a dire la distruzione sistematica di villaggi e città palestinesi, attraverso massacri e stupri, organizzando direttamente ed indirettamente l’espulsione di massa di oltre 780.000 persone[30]. Se questa verità storica, che sta alla base dell’edificazione dello Stato d’Israele, inizia ad essere discussa pubblicamente e riconosciuta all’interno della società civile israeliana, si può fare un ulteriore passo avanti e pensare insieme «nakbah» e Olocausto[31]:

 

Tra ciò che è accaduto agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e la catastrofe del popolo palestinese va stabilito un nesso, ma tale nesso non può essere creato solo a parole, o come argomento per demolire o sminuire il vero contenuto dell’Olocausto quanto del 1948. Essi non sono identici tra loro; né l’uno né l’altro giustificano la violenza presente; e nessuno dei due va, infine, minimizzato. C’è abbastanza sofferenza e ingiustizia per tutti. Se però non facciamo il collegamento che permette di vedere che la tragedia degli ebrei ha portato alla catastrofe palestinese per – diciamo – «necessità» (piuttosto che semplice volontà), sarà impossibile che riusciamo a coesistere come comunità sofferenti isolate e incomunicabilmente separate. Se il piano di Oslo è fallito è perché si fondava sulla separazione, su una spartizione chirurgica di popoli in entità astratte, ma diseguali, invece di afferrare che l’unico modo di ergersi oltre la continua alternanza di violenza e disumanizzazione sta nel riconoscere l’universalità e l’integrità dell’esperienza altrui e nel cominciare a progettare una vita insieme[32].

 

Come si vede Said sta iniziando a fondare le condizioni di pensabilità di un discorso pubblico nuovo, dove la delegittimazione morale del sionismo e il riconoscimento da parte araba dell’Olocausto, costituiscono la premessa ineludibile di una futura forma di convivenza fra due parti rese “artificialmente” ostili e non- comunicanti. Ed è proprio sulla scommessa di uno stato unico bi-nazionale come meta ultima di questo processo di riconciliazione, perché forma più adeguata della sua possibile trasformazione in un’istituzione statuale, che realismo e visionarietà dell’ultimo Said si saldano in un equilibrio pressoché perfetto. Anzitutto realismo, perché i ripetuti viaggi in Palestina di questi anni[33] lo persuadono dell’impossibilità oggettiva di creare uno stato autonomo. Per una ragione essenzialmente geografica: l’annessionismo sionista, con la sua aggressione continua dello spazio palestinese attraverso la fondazione di colonie[34], ha creato una realtà geografica talmente frantumata da essere di fatto inseparabile[35]. Il problema allora è ribaltare questa strategia di soffocamento in una condivisione eticamente consapevole di uno spazio politico comune. Per far questo è necessario caricare di visionarietà il pensiero e immaginare un’ipotesi di convivenza innovativa e desiderabile.

 

Anzitutto, Said ricorda che la storia millenaria della Palestina è una storia composita e meticcia, fatta di sovrapposizioni continue di culture, etnie, religioni e popoli. È un posto dunque storicamente inadatto a pensare l’identità politica attraverso categorie come purezza etnica o omogeneità religiosa, che comunque sia restano problematiche per il deposito di violenza e sofferenza che hanno ovunque sedimentato. Nello stesso tempo, quest’ipotesi di convivenza è già stata immaginata, a cavallo fra le due guerre, da un piccolo ma importante gruppo di pensatori ebraici, fra cui Albert Einsten, Hannah Arendt[36], Martin Buber e Judah Leon Magnes. L’idea di uno stato bi-nazionale è quindi visionaria e logica nello stesso tempo: la geografia contemporanea della Palestina non permette l’esistenza di sovranità separate, se non a prezzo di una politica di esclusione capace solo di generare guerra permanente; nello stesso tempo, questa soluzione può essere pensata attraverso una genealogia storica di lungo periodo o semplicemente riportando all’altezza del presente una riflessione politica ebraica degli anni Quaranta.

 

L’essenza di tale visione [lo stato unico bi-nazionale] è la coesistenza e la condivisione secondo metodi che richiedono una volontà innovativa, audace e teorica di andare oltre l’arido stallo dell’asserzione, dell’esclusivismo e del rifiuto. Una volta che si sia riconosciuto che l’altro è un nostro pari, credo che procedere sia non solo possibile, ma attraente. […] Il passo iniziale consiste nello sviluppare qualcosa che oggi è completamente mancante tanto nella realtà israeliana quanto in quella palestinese: l’idea e la pratica della cittadinanza, non di una comunità etnica o razziale, come strumento principale per la coesistenza. In uno stato moderno, tutti coloro che ne fanno parte sono cittadini in virtù della loro presenza e del fatto che condividono diritti e responsabilità. La cittadinanza riconosce dunque all’ebreo israeliano e all’arabo palestinese il diritto agli stessi privilegi e alle stesse risorse. Una costituzione e una carta dei diritti diventano quindi necessarie per superare il conflitto e non ripartire ogni volta da zero, perché ogni gruppo avrebbe un identico diritto all’autodeterminazione; vale a dire il diritto di partecipare della vita comune a modo proprio (da ebreo o da palestinese), forse in cantoni federati, con Gerusalemme come capitale condivisa, uguale accesso alla terra, e inalienabili diritti laici e giuridici. Nessuna delle due parti dovrebbe essere tenuta in ostaggio dagli estremisti religiosi. […] L’alternativa è sgradevolmente semplice: o la guerra continua (insieme al costo oneroso dell’attuale processo di pace) oppure, malgrado i numerosi ostacoli, una via d’uscita, basata sulla pace e sull’uguaglianza (come in Sud Africa dopo l’apartheid), va attivamente ricercata. Una volta che riconosciamo che palestinesi e israeliani sono lì per rimanerci, l’unica conclusione decente è che bisogna arrivare a una coesistenza pacifica e a un’autentica riconciliazione. Autodeterminazione reale.[37].

 

III.

 

Said sottolineava molto poco i libri su cui studiava. Nella sua biblioteca personale, conservata all’ultimo piano della Butler Library, alla Columbia University di New York, la maggior parte dei volumi porta poche annotazioni e pochi appunti, scritti a margine per lo più a matita. Sfogliando, per curiosità, la sua copia personale dell’Inconscio politico di Fredric Jameson, non mi ha però stupito vedere sottolineato con forza questo passaggio:

 

Possiamo affermare che […] l’ideologia non è qualcosa che informi o investa la produzione simbolica; è piuttosto l’atto estetico a essere in sé ideologico, e la produzione di una forma estetica o narrativa dev’essere vista come un atto in sé ideologico, la cui funzione è di inventare «soluzioni» immaginarie o formali a contraddizioni sociali insolubili.[38]

 

Inventare soluzioni immaginarie a contraddizioni sociali insolubili. Questa è l’idea centrale del modo con cui Said ha pensato il legame fra estetica (soprattutto letteratura e musica) e politica per tutta la vita. Due regni autonomi, due forme diverse dell’esperienza umana, certo non sovrapponibili, se non a prezzo di semplificazioni gratuite o abbagli[39]; ma che possono comunque lavorare insieme, meglio se in frizione, uno contro l’altro: «penso che a volte sia utile pensare all’estetico come a un atto d’accusa nei confronti del politico, una forma di opposizione nei confronti della disumanità, dell’ingiustizia»[40].

 

Se vale questo punto di vista, non è strano che una passione per una forma musicale come il contrappunto – che è una tecnica che pretende, nell’organizzazione dell’aspetto armonico, la compresenza di linee melodiche indipendenti – si trasformi in un modo possibile di pensare il presente. Il movimento estetico che nei secoli ha lentamente perfezionato l’originale polifonia gregoriana in un’architettura incredibilmente sofisticata e razionale, al cui culmine stanno le sonate per clavicembalo di Domenico Scarlatti e l’intera opera di John Sebastian Bach, ha in realtà espresso, benché protetta nel mondo dell’esperienza musicale, una possibilità reale dell’esistere: la convivenza armonica dell’eterogeneo[41]. Ed è precisamente a questo che punta la lotta per uno Stato bi-nazionale. Musica e politica, dunque; senza alcuna sovrapposizione immediata. La scommessa di Said semmai sta tutta nella convinzione umanistica che il potere simbolico dell’arte possa forzare l’orizzonte bloccato del presente, aprendolo verso la possibilità di essere altrimenti. Visto il successo e l’impatto simbolico della West Eastern Divano Orchestra, e la rinnovata popolarità dell’ipotesi bi-nazionale[42], non è detto che questo modo di pensare insieme politica ed estetica sia solo l’ultima illusione romantica di un umanista fuori tempo massimo.

 

 

Note

 

Nel corso del saggio i testi di E.W.Said verranno citati facendo riferimento alle sigle riportate qui di seguito: [O] Orientalism, Pantheon Book, New York 1978 (tr.it Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente [1991], Feltrinelli, Milano 1999); [QP] The Question of Palestine [1979], Vintage Book, New York 1992 (tr.it. La questione palestinese. La tragedia di essere vittime delle vittime, Gamberetti, Roma 1995); [PD] The Politics of Dispossession, Vintage Book, New York 1994; [EP] The End of the Peace Process. Oslo and After, Pantheon Book, New York 2000 (tr.it. Fine del processo di pace, Feltrinelli, Milano 2002); [FO] From Oslo to Iraq and the the Road Map, Vintage, New York 2004 (tr.it La pace possibile, Il Saggiatore, Milano 2005); [M] My Right of Return in Power, Politics, and Culture. Interviews with Edward Said, (Edited by) G.Viswanathan, Vintage Book, New York 2002 (tr.it Il mio diritto al ritorno, Nottetempo, Roma 2007); [R] Reflections on Exile and Other Essays, Harvard University Press, Cambridge MA 2000 (tr.it Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi, Feltrinelli, Milano 2008); [ML] Music at the Limits, Bloomsbury, London 2008 (tr.it Musica ai limiti, Feltrinelli, Milano 2010); [ME] Musical Elaboration, Columbia University Press, New York 1991; [OL] On the Late Style. Music and Literature against the Grain, Pantheon Book, New York 2006 (tr.it. Sullo stile tardo, Il Saggiatore, Milano 2009); [TP] Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele, Feltrinelli, Milano 1998 (è una raccolta di scritti esistente nella solo versione italiana); [PP] Parallels and Paradoxes. Explorations in Music and Society, Pantheon Book, New York 2002 (tr.it Paralleli e paradossi. Pensieri sulla musica, la politica e la società, Il Saggiatore, Milano 2004); [PPC] Power, Politics, and Culture. Interviews with Edward W. Said, (Edited by) G.Viswanathan, Vintage Book, New York 2001.

[1] PPC, p.267

[2] Th.W.Adorno, Ästetische Theorie, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main 1970 (tr.it. Teoria estetica, Einaudi, Torino 2009, p.89).

[3] M

[4] Ibidem, pp.16-17.

[5] ML; di Said critico musicale si veda anche il volume: ME.

[6] ML, p.10.

[7] R, pp. 527-553.

[8] OL; sul rapporto fra lavoro teorico sullo stile tardo e pensiero politico delle scritture giornalistiche, si veda: S.Gourgouris, The Late Style of Edward Said in Edward Said and Critical Decolonization, (Edited by) F.J. Ghazoul, The American University in Cairo Press, Cairo – New York 2007, pp. 37-45.

[9] “He spent the last few years of his life trying to develop an entirely new strategy of peace, a new approach based on equality, reconciliation, and justice” in A.Shlaim, Edward Said and the Palestine Question in Edward Said. A legacy of Emancipation and Representation, (Edited by) A.Iskandar – H.Rustom, University of California Press, Berkley 2010, p. 287.

[10] EP, p.80.

[11] QP

[12] “Nonostante la dispersione e l’esilio, il movimento di resistenza palestinese (che più tardi venne conosciuto come OLP) formulò un’idea ed una visione del Medioriente decisamente di rottura con quelle del passato: l’idea di uno stato laico e democratico in Palestina per gli arabi e per gli ebrei. Anche se ormai è quasi diventata un’abitudine irridere questa proposta, in realtà non è possibile minimizzarne seriamente l’importanza. Non solo quest’idea riconosceva quel che generazioni di arabi e di palestinesi avevano sempre rifiutato – la presenza di una comunità ebraica in Palestina che aveva ottenuto un suo stato per mezzo della conquista – ma andava molto oltre la semplice, passiva, accettazione degli ebrei. Essa ebbe infatti il merito di porre quello che è ancora, secondo me, l’unico possibile futuro per un Medioriente multi-etnico: il modello di uno stato basato su diritti umani laici, non sulle tendenze esclusiviste di religioni e/o minoranze e neppure, come nel caso nel nazionalismo siriano, su un’idealizzata unità geopolitica. In una regione in cui la politica era stata determinata dal colonialismo o dalla religione, sarebbero state così gettate delle nuove basi sulle quali organizzare la vita sociale al di fuori di conflitti confessionali e civili” in QP, p.207.

[13] “Il fatto che dopo vent’anni di duri e faticosi sforzi si sia sviluppato nei Territori Occupati un così vasto movimento nazionalista di tipo insurrezionale contro l’ingiustizia riempie giustamente d’orgoglio ogni palestinese. L’Intifada ha fornito un modello per la vita politica e sociale del nostro popolo che durerà nel tempo e che si caratterizza per essere relativamente non violento, creativo, coraggioso e sorprendentemente intelligente” in QP, p.242

[14] “It seems to me that the lessons of Mandela and others like him for the Arab world is not only something to admire and respect. It is something to emulate, to implement and, yes, to be rigid about” in PD, p.371.

[15] EP, pp.93-94.

[16]“Some South African observers have noted that Said began his first public criticism of the failings of the PLO leadership after visit to South Africa and his meeting with President Nelson Mandela in May 1991” in R.I.Khalidi, Edward W. Said and the American public sphere: speaking truth to power in Edward Said and the Work of the Critic: speaking truth to power, (Edited by) P.A.Bové, Duke University Press, Durham and London 2000, p.150

[17] Difficile non concordare con il giudizio dello storico israeliano Avi Shlaim sulla lungimiranza impressionante delle critiche di Said agli Accordi di Oslo: “Said’s critique of the Oslo Accord may have seemed unduly harsh and pessimistic at that time, but it was fully borne out by subsequent events. Indeed, the critique was almost prophetic. The accuracy of Said’s predictions is surprising: he even surprised himself” in A.Shlaim, Edward Said and the Palestine Question cit., p. 286.

[18] EP, p.94.

[19] “Said’s impact is all the more significant because both this public political discourse and the media that feeds on it and nourishes it were, and in large part still are, fundamentally sympathetic to the Israelis, and by extension are hostile to the Palestinians. Indeed, in assessing American attitudes since the Arab-Israeli war of 1967, it is immediately apparent that Said’s voice on television, on radio, and in articles in a ranges of magazines and periodicals has provided the main – and sometimes only – antidote to the consensus of idiocy that generally prevails whenever Palestine is discussed in the mainstream media” in R.I.Khalidi, Edward W. Said and the American Public Sphere cit., pp.152-153. Sullo stesso tema, si veda anche: Id, Edward Said and Palestine: Balancing the Academic and the Political, the Public and the Private in Waiting for the Barbarians. A Tribute to Edward Said, (Edited by) G.Sokmen – B.Ertur, Verso Book, London New York 2008, pp.44-52.

[20] FO, p.86.

[21] Ibidem, p. 177.

[22] In particolare: PD, EP e FO.

[23]“In addition to embracing his role as narrator and critic, Said possessed a unique ability not only to identify, broadly speaking, what needed to be done to achieve peace and justice, but perhaps, more importantly, to articulate it – and to do so long before such ideas became the accepted norm in political, diplomatic, and media circles” in A.Imseis, Speaking Truth to Power. On Edward Said and the Palestinian Freedom Struggle in Edward Said. A legacy of Emancipation and Representation cit., pp. 268. Di questo saggio si veda, in particolare, il capitolo: Said As Visionary, pp. 269-273.

[24] “Come Antonio Gramsci ebbe modo di dire molto tempo fa, quando si tratta con realtà non militari (le realtà militari non sono alla nostra portata, nonostante la rovinosa abitudine araba di investire al di sopra dei propri mezzi in inutile hardware bellico) la sola politica per combattere il fallimento è sviluppare una contro-egemonia che contrasti i poteri egemonici dominanti. Per noi significa rafforzare istituzioni civili come le università, i mezzi di informazione, gli apparati scientifici e legali, la democrazia partecipativa, l’alfabetizzazione – tutto questo. Se non troviamo la forza di sollevarci e di combattere in questo modo il pauperismo, la dipendenza e l’acquiescenza che ci vengono imposti dall’esterno, per noi non ci può essere speranza di evolvere verso quel tipo di società che oggi un’intera nuova generazione di arabi desidera arditamente” in EP, p.170.

[25] EP, p. 131

[26] “Gli attentati suicidi sono esecrabili, ma sono anche il risultato diretto di anni di soprusi, impotenza e disperazione. La presunta propensione alla violenza degli arabi o dei mussulmani non c’entra nulla. Sharon vuole il terrorismo, non la pace” in FO, p. 224.

[27] FO, p. 154

[28] “Leggendo le notizie dalla Palestina e vedendo alla televisione le spaventose immagini di morte e distruzione sono rimasto sconcertato e scioccato da ciò che dai dettagli ho dedotto a proposito della politica del governo israeliano e specialmente di quello che ha in testa Ariel Sharon. Quando poi dopo il recente bombardamento di Gaza compiuto da uno dei suoi F-16, con nove bambini massacrati, si è riferito che Sharon si era congratulato con il pilota e si era vantato del grande successo riportato dagli israeliani, mi sono potuto formare un’idea molto più chiara di ciò di cui è capace una mente patologicamente alienata: non solo, quindi, di quello che può pianificare e ordinare, ma, peggio, di come riesce a persuadere altre menti a pensare nel suo stesso modo allucinato e criminale. Penetrare nella mente ufficiale israeliana è un’esperienza che vale la pena fare, per quanto sinistra” in FO, p.223.

[29] FO, p. 106

[30] “ Il movimento sionista non condusse una guerra che “tragicamente, ma inevitabilmente” portò all’espulsione di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato” in I.Pappé, The Etnic Cleansing of Palestine, Oneworld, Oxford 2006 (tr.it La pulizia etnica in Palestina, Fazi, Roma 2007, p.9)

[31] Quest’idea politica è stata fatta propria da un gruppo di attivisti israeliani di Tel Aviv, la NGO, Zochort (zochort.org). L’idea è precisamente quella di Said: lavorare sul ricordo pubblico della «nakbah» araba per attivare un processo reale di riconciliazione all’interno della società civile israeliana e palestinese.

[32] EP, pp.101-102.

[33] TP

[34] cfr: E.Weizman, Hollow Land: Israel’s Architecture of Occupation, Verso Book, Lond New York 2007 (tr.it Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele, Bruno Mondadori, Milano 2009).

[35] In un saggio molto affascinante, dove una riflessione sulla tradizione filosofica ebraica si trasforma in una critica senz’appello al sionismo, Judit Butler commenta con queste parole il bi-nazionalismo imposto dall’accerchiamento coloniale sionista: “Il bi-nazionalismo potrebbe essere una cosa impossibile, ma tale mero fatto non costituisce ragione sufficiente per opporvisi. Il bi-nazionalismo non è solo un ideale “a venire” – qualcosa che potremmo sperare arrivi in un futuro alquanto ideale, ma una faccenda squallida che sta diventando realtà attraverso una specifica forma storica di colonizzazione e attraverso la prossimità e le esclusioni che essa riproduce con le quotidiane pratiche militari e di controllo dell’occupazione. Anche se né gli “ebrei” né i “palestinesi” sono popolazioni monolitiche, nondimeno oggi in Palestina/Israele essi sono legati gli uni agli altri in modo inestricabile da un sistema israeliano di violenza militare e giuridica che ha prodotto un movimento di resistenza dalle forme sia violente che non violente” in J.Butler, Parting Ways. Jewishness and the Critique of Zionism, Columbia University Press, New York 2012 (tr.it Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo, Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, p.42)

[36] Su una possibile lettura “contrappuntistica” della critica al sionismo di Hanna Arendt e di Edward Said si veda questo bel libro di Eugenia Parise: E.Parise, Dalla diaspora, voci in contrappunto. Hannah Arendt ed Edward W. Said nel conflitto sionista-palestinese, Ombre Corte, Verona 2010.

[37] EP, pp.154-155.

[38] F.Jameson, The Political Unconscious. Narrative as a Socially Symbolic Act, Cornell University Press, Ithaca NY 1981 (tr. it L’inconscio politico. Il testo narrativo come atto socialmente simbolico, Garzanti, Milano 1990, p. 86).

[39] “Most people make the jump from a literary or intellectual argument to a political statement that cannot really be made. I mean, how do you modulate from literary interpretation to international politics? That is very difficult to do” in PPC, p.181

[40] PP, pp.144-145.

[41] Cfr: R.de Groot, Edward Said and Poliphony in Edward Said. A Legacy of Emancipation and Representaion cit., pp.204-228.

[42] “Today with the disintegration of the Gaza Strip and the total destruction of the West Bank infrastructure, the relevance of this vision is accepted by more Palestinians then ever before” in I.Pappé, The Saidian Fusion of Horizons in Waiting for the Barbarians cit., p.88

[Immagine:Arrampicata sulla barriera di separazione israeliana (mg)].

 

 

15 thoughts on “Nessun futuro senza uno stato bi-nazionale. Edward Said sul conflitto fra Israele e Palestina

  1. Caro Daniele Balicco,

    i nuovi bombardamenti su Gaza (dopo quelli del 2009) ci hanno ricordato ancora una volta che il conflitto tra Stato di Israele e palestinesi è irrisolto e forse irrisolvibile.
    È una piaga che né i potenti governanti israeliani né i leader riconosciuti dei palestinesi (prima dell’OLP di Arafat poi di Hamas) né l’ONU né le potenze predominanti a livello mondiale (USA in primis) sanno o possono sanare.
    Di fronte a questo stato di cose – una situazione politicamente caotica a livello mondiale e spesso catastrofica e tragica dal punto di vista sociale in certe aree “calde” o “a rischio” (Medio Oriente, Siria, Ucraina, ecc.) – e alle improvvise recrudescenze di conflitti “striscianti”, le sparute minoranze che ancora tentano di pensare politicamente i complessi processi tecno-scientifici senza separarli dalle distruzioni che comportano o dalle permanenze di mentalità e forme di vita “arretrate” o “arcaiche” o “premoderne”) oscillano (dico io) pericolosamente tra catastrofismo e utopismo.

    L’opzione utopica che qui tu rilanci riproponendo il tuo bel saggio sull’«ultimo Said» (Allegoria, 67, gennaio/giugno 2013) è presente anche nella discussione che stiamo svolgendo sul sito di Poliscritture.
    Ho già detto in quella sede che non mi sento più di condividerla, che la ritengo debole politicamente e vorrei, riferendomi ora al tuo scritto, riproporre anche qui su LPLC alcune mie riserve e obiezioni, sperando che i dibattiti possano intrecciarsi e le posizioni arricchirsi e chiarirsi.
    Eccole allora:

    1.
    Non esiste oggi «una mente grandiosa come quella di Johan Sebastian Bach» capace di portare la politica alla narrazione e comprensione del reale che Said auspicava. Non c’è nessuna « diplomazia educata all’arte del contrappunto e per questo capace di organizzare un groviglio di conflitti senza apparente soluzione in un processo molto più ampio e dinamico, di differenziazione e di riconoscimento». L’ONU è inerte, sfigurato, affannato, servile. L’Europa manca. La politica è ridotta a marketing. Da dove ricominciare?
    Con tutta l’ammirazione e il rispetto per Bach mi chiedo: proprio da lui?

    2.
    In questi giorni i tonfi delle bombe su Gaza, se accostati alla musica della « West Eastern Divano orchestra» voluta da E. Said e D. Barenboim, svelano tutta la fragilità dell’idea di prefigurare nella collaborazione musicale tra giovani musicisti israeliani e arabi quella tra i due popoli. Per battere il nemico Lu Hsun diceva che è meglio usare i cannoni. Noi non ne abbiamo neppure uno, ma – e non lo dico solo con amaro sarcasmo – possiamo sostituire quella funzione con gli strumenti musicali?

    3.
    Tutta la polemica di Said contro Arafat, la sua politica e gli «Accordi di Oslo» non solo non ebbe incidenza allora, ma oggi, dopo la morte (“naturale”?) di Arafat, l’indebolimento dell’OLP, l’egemonia (discutibile quanto si vuole ma reale) di Hamas appare datata, rivolta a interlocutori che non ci sono più o hanno perso anche quel residuo potere che Said contestava.

    4.
    La mossa di Said «contro la catastrofe degli Accordi di Oslo», quel suo alzare al massimo «la posta in gioco», la sua «visionaria proposta di trasformazione radicale del presente», proprio mentre il presente andava trasformandosi in direzione opposta a quella sperata e in modi che ci risultano indecifrabili, a me pare si debba leggere come una disperata testimonianza di fronte all’«avanzare di una malattia mortale» (la sua) e a «una catastrofe politica senza riscatto».
    È una proiezione utopica nel futuro. Non mi sento di definirla «una strategia realistica». Mi permetto di dire che non è neppure più l’«utopia concreta» alla Bloch, proprio per il venir meno di interlocutori o portatori reali di quella «posta in gioco». Somiglia piuttosto a quel «proteggete le nostre verità» dell’ultimo Fortini, che anch’esso fu pronunciato ormai in assenza di interlocutori e in condizioni mutate e non più comprensibili con gli strumenti da lui usati.
    Certo si può voler «fortificare, perfino nel presente più disperato, il desiderio di questo futuro possibile», ma un desiderio resta un desiderio; e lo rimarrà fin quando non si presentino condizioni materiali appena favorevoli per progettarne una qualche realizzazione.

    5.
    Il mio timore è questo: che la proiezione utopica nel futuro, non avendo gambe reali, impedisca di interrogarsi a fondo e di capire «l’abominio di un conflitto che contro ogni ragionevolezza persiste». E perciò uno dei commenti fatti nella discussione su POLISCRITTURE ho scritto : «Facciamo solo per un attimo un’altra ipotesi: che nulla più nella realtà spinge i processi sociali e politici in direzione umanistica o progressista; e che, invece, tutto congiura a rafforzare proprio i potenti, quelli che già stavano in posizione di maggior vantaggio rispetto a noi, quelli ben forniti di « malafede, retorica, razionalizzazione di una visione folle dei rapporti fra i popoli», ma anche di conoscenze scientifiche, di poteri decisionali, di consenso.
    Non è un’ipotesi incoraggiante, ma potrebbe mostrarci cose che mai vedremmo partendo da una politica come dover essere».

    6.
    In Said mi pare debole anche la proposta di spostare « la lotta dal piano direttamente militare a quello simbolico dell’egemonia» o di « rendere la dimensione morale il nostro unico terreno di lotta». Molto spesso, quando ci si appella a Gramsci ( ma in parte credo che la cosa valga anche per Mandela…), si dimentica che egli mai separava la questione dell’egemonia dalla questione della forza (o del «piano militare») e dalle altre questioni. Non riduceva, cioè, la lotta politica, che è qualcosa di complessivo e implica tutti i livelli (economico, politico, culturale), esclusivamente alla delegittimazione morale del nemico. (O dell’avversario, laddove il nemico si disponesse ad essere tale, riconoscendo almeno in parte chi lo contrasta).
    Del resto, «passare per la delegittimazione morale, su scala internazionale, del suo potere», adottare la “strategia sudafricana” non significa affatto – sarebbe una illusione – pensare di trovare su quel terreno un nemico più impacciato o sguarnito. Lo strapotere economico, politico, militare dello Stato di Israele (o del sionismo) è presente anche sul piano “morale”: il sistema mediatico, a cui Said si riferiva, è presidiato, infatti, con la stessa protervia “totalitaria” ed è terreno di conflitto altrettanto aspro; e i palestinesi – sia chiaro – sono svantaggiati anche su questo piano.
    Temo che gli intellettuali – e Said lo era ad altissimo livello – si illudano a volte di potere influire di più sul piano morale in quanto intellettuali. Ma è un abbaglio ideologico. «Il legame fra estetica (soprattutto letteratura e musica) e politica» può essere pieno di equivoci, specie quando si è persa di vista che cosa sia effettivamente diventata la politica in un periodo caotico come quello che viviamo. Anche quando si riconosca, come tu fai, che si tratta di «due regni autonomi, due forme diverse dell’esperienza umana, certo non sovrapponibili, se non a prezzo di semplificazioni gratuite».
    La debolezza della posizione di Said stava proprio nella « convinzione umanistica che il potere simbolico dell’arte possa forzare l’orizzonte bloccato del presente, aprendolo verso la possibilità di essere altrimenti». Questa sua scommessa – mi permetto di dirlo – era generosa ma proprio «romantica».
    Dobbiamo guardare in faccia la nuova realtà che conosciamo poco o troppo approssimativamente.
    Poi si vedrà se spunterà « la possibilità di essere altrimenti».
    Ciao.

  2. @ Ennio Abate

    Caro Ennio,

    grazie per aver voluto condividere le tue riflessioni. Mi preme solo sottolineare due elementi:

    1) Said è stato un militante interno all’OLP fino al 1991. Non è stato un semplice intellettuale che contemplava dalla Columbia i disastri politici della sua Palestina. Nel testo utilizzo due concetti: realismo e visionarietà. Se manca uno dei due, la politica diventa o semplice amministrazione dell’esistenza (più o meno criminale) e minoritarismo di ogni tipo. Ecco Said aveva ORRORE – giustamente per altro – di entrambi. E’ stato per tutta la vita un vero e proprio organizzatore politico (stiamo parlando di uno che è stato considerato per anni l’uomo di Arafat all’ONU, non di un commentatore di Flaubert ai seminari Phd di Columbia) Ti giro una sua ultima intervista alla BBC quando riesplode la seconda intifada. Altro che generoso intellettuale romantico! Era un vero politico, nel senso più alto del termine, con un senso acuto dei rapporti di forza, anche militari: http://www.youtube.com/watch?v=kaZ3sk6coqI

    2) L’idea di Said è semplice e chiara: la battaglia palestinesi si vince SOLO SE si costringono gli Stati Uniti a cambiare posizione su Israele. E l’unica strada è quella sudafricana. Questo non vuol dire, mai, abbandonare altre forme di RESISTENZA politica, compresa quella militare. MA, questo è il punto interessante del suo ragionamento, bisogna avere ben chiari quali sono i rapporti di forza internazionali che schiacciano e deformano la battaglia politica palestinese.

    Dopo di che Said lavora ANCHE sul piano simbolico: la West Eastern Divano Orchestra.

    Per questa ragione non capisco, né condivido la tua critica.

  3. Alle riflessioni di Ennio Abate si potrebbe aggiungere l’opinione di un grande amico di Said e
    persona indubbiamente informata sui fatti, che definisce la One State Solution “a pie in the sky”
    un pio desiderio

  4. @ pietro gori

    Non spetta a me, ovviamente, difendere la posizione di Said. Credo però che il suo ragionamento politico sia molto più realistico della soluzione dei due stati, difesa anche in questo video da Chomsky. Per la semplice ragione che la soluzione dei due stati, per come è stata posta ad Oslo, non prevede: né smantellamento delle colonie interne a West Bank; né questione dei profughi; né questione acqua del Giordana; e lascia aperta la questione Gerusalemme. Per Said continuare su questa strada significa semplicemente procedere verso una guerra permanente. Ed è quello che sta succedendo. L’altra strada, lo stato unico bi-nazionale, non è, per Said, né un’ipotesi facile (a pie in the sky), né tantomeno di immediata realizzazione. E’ però l’unico alternativa possibile alla pura disintegrazione reciproca. O meglio, alla disintegrazione totale dei palestinesi.

  5. @ Daniele Balicco

    Caro Daniele,
    evitiamo un possibile equivoco: ammiro E. Said e le mie obiezioni non mirano a sminuire la sua figura intellettuale e politica.
    Converrai però con me che la sua ipotesi “realistico-visionaria” andrebbe come minimo ricontrollata (mettiamola così) nel nuovo contesto storico della Palestina e del mondo (ruolo di Hamas, politica di Netanyahu, tensioni varie in Siria, Ucraina, ancora in Irak, politica dell’Iran, ecc.) che dai tempi di Arafat è completamente (o molto) cambiato.
    Sì, «l’idea di Said è semplice e chiara», ma dire che «la battaglia dei palestinesi si vince SOLO SE si costringono gli Stati Uniti a cambiare posizione su Israele» è porre una condizione astrattamente logica. Ma come raggiungerla? A me pare che la “strada sudafricana” non sia applicabile in questo momento (ma non lo era forse neppure ai tempi di Arafat), perché «i rapporti di forza internazionali […] schiacciano e deformano la battaglia politica palestinese», appunto.
    Mantengo poi le mie riserve verso la prospettiva utopica, che oggi mi pare deprivata del suo aspetto concreto (realistico) e predicata in modi spesso moralistici e antipolitici; dunque con ben minor spirito critico di Said.
    Ma vediamo se la discussione si avvia e che piega prende…

  6. Per potere avere una prospettiva di costruzione uno stato bi-nazionale, credo che anzitutto non dovrebbe riferirsi alla “nazione”. Alcuni mesi fa, sotto la influenza delle primavere arabe ci furono mobilitazioni di massa nelle cittá israeliane. Ed erano mobilitazioni che vertevano su questioni di reddito, di lotta allo strapotere dei rabbini, era cioé una lotta contro l’apparato di potere. Per “opportunismo di mobilitazione” si potrebbe dire, i manifestanti evitarono di citare la questione palestinese. Era cioé per loro un modo di trovare un primo momento basico di unificazione. Mi sembra che la indicazione che diedero queste mobilitazioni é che il problema non é gli Usa, che sono e saranno con la classe sfruttatrice israeliana, ma il problema é trovare un modo per liberarsi da questa classe che si é stabilizzata al potere. Del resto la popolazione israeliana non é un blocco monolitico. Ci sono varie componenti. Il governo per mezzo della guerra permanente cerca di mantenere la popolazione unita, creando ogni volta un possibile pericolo. In fondo la soluzione non sará mai quella di una convivenza tra la popolazione configurata come etnia, o come nazione, ma tra una popolazione che vorrá cambiare il rapporto con la vita e liberarsi dalla sottomissione sia come popolazione colonizzata sia come popolazione sottomessa al potere capitalista rappresentato dall’apparato statale israeliano.

  7. Entrambe le soluzioni (uno Stato, due Stati) sono incompatibili con la natura di “Stato ebraico” di Israele, e con la dinamica demografica di israeliani ebrei e palestinesi.
    La soluzione “due Stati” importerebbe che Israele riconoscesse, una volta per tutte, i suoi confini: mentre il diritto di ogni ebreo di richiedere e ottenere la cittadinanza israeliana esige che Israele possa estendere le sue frontiere secondo la bisogna.
    La soluzione “uno Stato” importerebbe la rinuncia a una di queste due opzioni: a) suffragio universale per tutti i cittadini israeliani, di qualunque etnia e religione siano b) qualifica di “Stato ebraico”: perchè la maggioranza dei cittadini e dei votanti israeliani sarebbe non ebrea, sia per origine etnica sia per religione.
    Entrambe le soluzioni, dunque, andrebbero di fatto *imposte* alla classe dirigente israeliana, e credo (non ne so abbastanza per esserne certo) anche alla maggioranza di quel popolo.
    L’unica potenza in grado di imporre l’una o l’altra di queste due soluzioni sono certamente gli USA. Esistono già, nella classe dirigente americana, posizioni che definiscono contrario all’interesse nazionale USA l’appoggio a Israele. Sono minoritarie, ma molto vicine ai centri direzionali, quindi assai interessanti. Si veda questo saggio di due politologi di scuola realista, Stephen Walt e John Mearsheimer:

    http://mearsheimer.uchicago.edu/pdfs/IsraelLobby.pdf

  8. Ritengo del tutto accademica e fondamentalmente elusiva una discussione sul conflitto israelo-palestinese che accantoni la necessità di prendere posizione nei confronti della ‘sinistra’ proimperialista e filosionista italiana, che sostiene la politica guerrafondaia di Israele. L’opzione pro-imperialista e filo-sionista caratterizza infatti oggi gran parte della sinistra italiana, non a caso rimasta silente e consenziente rispetto alla guerra neocoloniale di aggressione che ha condotto alla distruzione della Jamahiriya libica di Gheddafi. Osservo soltanto, per misurare l’abisso politico e morale che questa divaricazione della sinistra apre, che dalla posizione di questi caudatari dell’imperialismo e zelatori, per legge di transitività, di quella sua creatura che è lo Stato di Israele, è facile desumere che gli stessi, così come hanno plaudito, a suo tempo, ai bombardamenti ‘umanitari’ sulla Libia e al linciaggio di Gheddafi, magari equiparandolo, per darsi una lustra di sinistrismo, a quello di Mussolini, guardino con favore alla sconfitta e al rovesciamento del regime baathista in Siria (anche se il contesto geopolitico in cui si inserisce la crisi della Siria di Assad è ben diverso da quello in cui si è consumata la tragedia della Libia di Gheddafi) e solidarizzino, apertamente e brutalmente o indirettamente e velatamente, con le rappresaglie di Israele contro la popolazione palestinese di Gaza.

    Mi chiedo allora dove fossero gli esponenti di questa ‘sinistra’ quando, pochi anni fa, la marina militare israeliana massacrò gli attivisti filo-palestinesi della fottiglia pro-Gaza. Il compito prioritario a cui non ci si può sottrarre è quindi quello di denunciare e combattere il sostegno politico e militare del governo italiano alla ‘leadership’ sionista, razzista ed espansionista che è al potere in Israele e che è responsabile di un vero e proprio genocidio, ancorché diluito nel tempo. In questo senso, gli stretti legami di cooperazione politica e militare allacciati con Israele dai governi italiani che si sono succeduti in questi ultimi venticinque anni assumono il significato, tanto oggettivo quanto soggettivo, di un atto gravissimo di complicità dell’Italia con i crimini di guerra accumulati da Israele nello stesso lasso di tempo.

    Concludendo, se è vero che la bestiale politica di repressione e ‘apartheid’, attuata da Israele contro la popolazione palestinese rinchiusa in quell’immenso campo di concentramento che è Gaza, può e deve indignare, ma non può stupire, è anche vero che, come diceva Tucidide, il più grande storico dell’antichità greca, gli uomini, a livello politico, vanno giudicati non per il bene o per il male che fanno, ma per la maniera accorta o malaccorta con cui difendono i propri interessi. Da questo punto di vista, se si analizza a fondo la situazione internazionale e il ruolo che gioca l’Italia in essa, è evidente che gli ultimi governi del nostro Paese hanno seguito, stabilendo legami sempre più stretti ed impegnativi con Israele ed accodandosi a guerre condotte anche per escludere, indebolire ed emarginare l’Italia dai paesi-chiave degli approvvigionamenti energetici, una politica non solo servile, ma anche contraria ai nostri interessi nazionali. La stessa politica a cui le classi dominanti del nostro paese stanno offrendo il loro deplorevole sostegno, ignorando (o facendo finta di ignorare) che Israele è diventato, ormai da tempo, un pericolo per l’umanità e per se stesso e che il governo Renzi opera non per prevenire questo pericolo ma per acuirlo, non per garantire l’indipendenza del nostro Paese ma per asservirlo all’imperialismo egemone, non per favorire la pace ma per scatenare la guerra.

  9. butler e said concordano in ciò: tra le ideologie da abbattere onde creare la possibilità di una convivenza, c’è il sionismo. charlie marx non è dunque morto invano.

  10. SEGNALAZIONE: ANCORA DA CHI STA A GAZA…
    [Il fatto che riesce ad usare ancora la parola ‘cuore’ è giustificato solo a Gaza (E.A.)]

    da Angelo d’Orsi (su FB):

    Angelo d’Orsi
    9 h · Torino ·

    In tanto orrore, conforta il pensiero che esistono esseri umani capaci di altruismo, generosità, abnegazione: esseri umani che rischiano di esser portati via dalla tempesta che si sta abbattendo sulla Palestina, ma che resistono, contro la brutalità e l’inaudita ferocia israeliana, contro le menzogne che ci ottundono la mente, contro il silenzio che ci fa sentire innocenti. Non lo siamo, se non facciamo qualcosa per fermare il massacro. Non perdoneremo mai gli assassini israeliani, ma non potremo perdonare neppure noi stessi se non agiamo. Ora. Subito. Lascio dunque la parola a uno di questi esseri, una persona speciale, che non si può che chiamare con la parola un po’ desueta e molto retorica, di “eroe”: Ma il dottor Mads Gilbert, norvegese, che continua il suo lavoro a Gaza martoriata da bombe, missili e colpi di obice, è un autentico eroe. E il suo nome va ricordato, ora, da vivo, sperando che lo rimanga. Il più a lungo possibile. Ecco cosa scrive da Gaza:
    _________________________________________________________________

    Carissimi amici,

    La scorsa notte è stata terribile. La “grande invasione” di Gaza ha avuto il risultato di veicoli carichi di mutilati, di persone fatte a pezzi, sanguinanti, morenti – di palestinesi feriti, di tutte le età, tutti civili, tutti innocenti.

    Gli eroi nelle ambulanze di tutti gli ospedali di Gaza lavorano a turni di 12-24ore, grigi dalla fatica e dai carichi di lavoro disumani (tutti senza salario all’ospedale Shifa negli ultimi 4 mesi), si prendono cura delle priorità, tentano di capire il caos incomprensibile dei corpi, degli arti, delle persone umane che camminano, che non camminano, che respirano, che non respirano, che sanguinano, che non sanguinano. UMANI!

    Ora, ancora una volta, trattati come animali “dall’esercito più morale del mondo” (sic!).

    Il mio rispetto per i feriti è illimitato, per la loro determinazione contenuta in mezzo al dolore, all’agonia e allo shock; la mia ammirazione per lo staff e per i volontari è illimitata, la mia vicinanza al “sumud” palestinese mi da forza, anche se ogni tanto desidero solo urlare, tenere qualcuno stretto, piangere, sentire l’odore della pelle e dei capelli del bambino caldo, coperto di sangue, proteggere noi stessi in un abbraccio senza fine – ma noi non possiamo permettercelo, né lo possono loro.

    Facce grige e cinereee – Oh NO! Non un altro carico di decine di mutilati e di sanguinanti, noi abbiamo ancora laghi di sangue sul pavimento nel reparto di emergenzaq (ER), pile di bende gocciolanti, che grondano sangue da pulire – oh – gli addetti alle pulizie, ovunque, allontanano velocemente il sangue e i tessuti scartati, capellli, vestiti, cannule – i resti della morte – tutto portato via… per essere preparato di nuovo, per essere tutto ripetuto di nuovo. Più di 100 casi sono arrivati a Shifa nelle ultime 24 ore. Troppi per un grande ospedale ben attrezzato con ogni cosa, ma qui – quasi nulla: elettricità, acqua, dispositivi, medicine, OR-tables, strumenti, monitors – tutti arruginiti come se fossero stati presi da un museo degli ospedali del passato. Ma questi eroi non si lamentano. Tirano avanti in questa situazione, come guerrieri, testa in su, enormemente risoluti.

    E mentre vi scrivo queste parole, da solo, in un letto, sono pieno di lacrime, le lacrime calde ma inutili di dolore e di angoscia, di collera e di paura. Questo non deve accadere!

    E poi, proprio ora, l’orchestra della macchina da guerra israeliana inizia di nuovo la sua orrenda sinfonia, proprio ora: salve di artiglieria dalle navi contro le spiagge, i ruggenti F16, i droni ripugnanti (in arabo ‘Zennanis’, quelli che ronzano), e gli Apaches. Tutto fatto e pagato dagli USA.

    Signor Obama – ha un cuore?

    La invito – passi una sola notte – solo una notte – con noi a Shifa. Travestito come un addettoo alle pulizie.

    Sono convinto, al 100%, che la storia cambierebbe.

    Nessuno con un cuore E con il potere potrebbe mai andare via, passata una notte a Shifa, senza essere deciso a porre fine alla carneficina del popolo palestinese.

    I fiumi di sangue continueranno a scorrere la notte prossima. Ho sentito che hanno accordato i loro strumenti di morte.

    Per favore. Fate quello che potete. Questo, QUESTO non può continuare.

    Mads

    Gaza, Occupied Palestine

    Mads Gilbert MD PhD

    Professor and Clinical Head

    Clinic of Emergency Medicine

    University Hospital of North Norway

    N-9038 Tromsø, Norway

    Mobile: +4790878740
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  11. “Il governo israeliano, *scatenando la guerra del 1948*, ha consapevolmente causato …”.

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