cropped-ul12.jpgdi Remo Ceserani

[Questo articolo è apparso su «Alias»]

Mi chiedo se si stia affacciando la generazione Telemaco anche sulla scena degli studi di teoria letteraria e nella pratica critica. Sembrerebbe di sì. La risposta positiva la suggerisce il caso di un giovane studioso, ventinovenne, che si chiama Stefano Ercolino e viene da San Giovanni Rotondo (Foggia). Specialista straordinariamente agguerrito di storia e teoria del romanzo, egli è stato allievo di Massimo Fusillo nell’Università dell’Aquila e di Franco Moretti in quella di Stanford: due padri-Ulisse, quindi, ma senza che ci fosse alcun bisogno di ribellarsi contro di loro, semmai, con il loro consenso, di superarli in prontezza di riflessi e qualche spavalderia.

Nonostante il cognome, che sembra echeggiare in diminutivo il nome del mitico personaggio dalle tante fatiche, Ercolino si presenta senza diminutivi, avendo costruito il suo profilo di studioso del romanzo a tappe forzate e superando brillantemente molteplici prove: buoni studi classici e moderni, cinque lingue, amplissime letture, carriera veloce, da generazione Telemaco: laurea magistrale nel 2009, dottorato nel 2013, numerose scuole di specializzazione e borse di studio (la Fulbright a Stanford, la Humboldt alla Freie di Berlino); un primo libro ricavato dalla tesi di laurea sul romanzo “massimalista”, uscito in inglese da Bloomsbury nel 2014 con il titolo The Maximalist Novel. From Thomas Pynchon’s Gravity’s Rainbow to Roberto Bolano’s 2666 (187 pagine, $ 110)di prossima uscita in italiano presso Bompiani; un secondo libro, ricavato dalla tesi di dottorato e appena uscito in inglese da Macmillan con il titolo The Novel-Essay, 1884-1947 (194 pagine, Ł 55).

Nella storia di quel grande genere flessibile, adattabile e onnivoro che è il romanzo, Ercolino isola due momenti storici e l’elaborazione di due “forme” o “morfologie”: quella del romanzo massimalista, nell’epoca nostra della modernità liquida (a cui ha dedicato il primo libro) e quella del romanzo/saggio, che sarebbe nato nel momento di crisi del grande romanzo della modernità (realista, naturalista), negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel corso del Novecento.

Cosa intende Ercolino per romanzo massimalista? Egli ha identificato, dopo una lettura in profondità di alcuni testi campione, dieci caratteristiche che considera specifiche del nuovo genere: lunghezza, uso del modo enciclopedico, coralità dissonante, esuberanza diegetica, compiutezza, onniscienza del narratore, immaginazione paranoica, utilizzo di media diversi e diverse forme della rappresentazione, impegno etico, realismo ibrido. Come si vede alcune caratteristiche sono di tipo formale, altre, come l’immaginazione paranoica (suggerita da Hofstadter), di tipo più propriamente tematico. I testi presi in esame, che hanno tutti in comune la presenza delle dieci caratteristiche, sono sette: Gravity’s Rainbow (912 pagine) di Thomas Pynchon, Infinite Jest (1079) di David Foster Wallace, Underworld (827) di Don DeLillo, White Teeth (448) di Zadie Smith, The Corrections (672) di Jonathan Franzen, 2666 (1105) di Roberto Bolaño e 2005 dopo Cristo (401) del collettivo italiano che si è dato il nome di Babette Factory. Come si vede, con l’eccezione del cileno Bolaño e dei quattro italiani che formano il collettivo Babette Factory, si tratta in gran parte di scrittori americani. Ercolino spiega che la sua è una proposta sperimentale e aperta. Ciascuno può aggiungere, con il suo permesso, molti altri casi: io direi, per esempio, Die Letzte Welt del tedesco Ransmeyr Harmonia caelestis dell’ungherese Esterházy o Storia umana e inumana dell’italo-ungherese Giorgio Pressburger. A favore comunque della preferenza riservata alla narrativa americana si può portare la famosa barzelletta sugli elefanti, quella che racconta di scienziati francesi, tedeschi, russi, italiani, tutti impegnati a dare una descrizione definitiva degli elefanti, che hanno prodotto libri come Les éléphants et l’amour, Tiefenpsychologie der Elephanten ecc., surclassati tutti dagli americani che, succubi del loro grandioso sogno imperiale, ne hanno prodotto uno intitolato How to make the elephants bigger and better.

Cosa intende Ercolino per romanzo-saggio? Si tratta, secondo lui, di un genere ben definito, emerso in Francia negli ultimi decenni dell’Ottocento, come reazione ai trionfi del romanzo naturalista di Zola e Maupassant e in concomitanza con la prima grande crisi epistemologica della Modernità e dei suoi apparati simbolici. Rispetto al libro sul romanzo massimalista, qui ci muoviamo, più che sul terreno delle analisi tematiche, su quello delle forme e in particolare della forma che si realizza in romanzi con forte presenza di elementi saggistici e filosofici nella narrazione. Ciò che interessa, per esempio, a Ercolino, non è tanto di stabilire quali sono i temi di Guerra e pace di Tolstoj (la guerra, il contrastato rapporto fra aristocratici e contadini russi, le passioni di Natascia, del principe Andrej, di Pierre Bezukov, i temi del tempo e della coscienza, ecc.), quanto di capire perché a un certo punto della scrittura, il grande narratore russo ha sempre di più abbandonato il filo della narrazione, inserendo in molte pagine, e addirittura in tutte quelle dell’epilogo, le sue riflessioni sulla storia. Il sostegno fondamentale al discorso di Ercolino è fornito da una «teoria dell’emergenza delle forme letterarie», così espressa: «Le forme letterarie emergono. Trattasi di generi, modi, configurazioni della trama o dispositivi formali, essi si sviluppano a partire da forme più semplici. Così avviene per il romanzo-saggio, che è emerso come genere letterario composito da forme di base preesistenti, come il romanzo e il saggio».

Diviso in quattro capitoli, il libro contiene anzitutto una brillante analisi di À rebours di Huysmans e di Inferno di Strindberg, che Ercolino conduce appoggiandosi alle teorie sul saggio di Lukács, Adorno e Max Bense. Nel secondo capitolo egli approfondisce l’analisi del romanzo di Huysmans, secondo lui fondativo del genere, e avvia un confronto con il genere del romanzo di formazione, affrontando la Montagna incantata di Thomas Mann, e stabilendo una netta distinzione fra il romanzo-saggio come lui lo concepisce e il dialogismo di Dostoevskij studiato da Bachtin, che gli pare sostanzialmente estraneo al genere che sta delineando. Il terzo capitolo è dedicato a un’analisi approfondita dell’Uomo senza qualità di Musil, a una discussione del saggismo di Musil come essenzialmente “non-moderno” e a un rapido percorso filosofico-letterario sul saggismo, da Montaigne a Broch. Il quarto capitolo, molto denso e acuto, è incentrato (Ercolino parla di una “gran coda”), sul Dottor Faustus di Mann, affrontato con ampia utilizzazione dell’interpretazione negativa dell’illuminismo offerta a suo tempo da Adorno e Horkheimer.

Il libro di Ercolino è breve, compatto e succoso. Rispetto al libro precedente egli sembra ora privilegiare, ispirandosi alle teorie di Moretti, non più una morfologia dei generi ma una vera e propria biologia dei generi (di qui il concetto di emergenza). Ciò lo porta a irrigidire le sue definizioni e a rendere netti e impenetrabili i limiti e i confini fra un genere e l’altro. Ne fanno lo spese non solo il dialogismo di Dostoevskij, ma anche la tradizione ironico-filosofica (peraltro a lui chiaramente presente e familiare) che ha corroso dall’interno, in parallelo con quella fantastica, la tradizione realistica dell’Ottocento, quella che Giancarlo Mazzacurati chiamava la “linea sterniana”, cioè la linea che, partita dai modelli inglesi del Settecento, ha ispirato autori tedeschi, russi, italiani, spagnoli, sudamericani, con punte alte, che avrebbero potuto forse fare la loro parte nella scena descritta da Ercolino, impersonate da narratori come Huxley, Unamuno o Pirandello (autore quest’ultimo di vere e proprie novelle-saggio come La trappola).

Ma la caratteristica fondamentale dei Telemachi dei nostri giorni è, oltre che la invidiabile brillantezza, una certa impazienza, una disponibilità ad affrontare senza timore le sette fatiche e una gran voglia di bruciare le tappe.

[Immagine: Bernard Deyries, Kazuo Terada, Kyosuke Mikuriya e Tadao Nagahama, Ulysses 31 (Ulisse e Telemaco) (gm)].

30 thoughts on “La generazione Telemaco e la critica letteraria. Su due libri di Stefano Ercolino

  1. Bravo Ercolino, che fa miracoli come il suo celebre concittadino (padre Pio).
    Però, gentile Ceserani, e se lo lasciassimo stare Telemaco, che non c’entra un assoluto tubo? Uno spin doctor di Renzi tira fuori questa furbata e subito allineati e coperti? Anche in queste cose ci vuole misura, su…

  2. L’articolo è interessante perché sempre più fenomeni come Ercolino trovano strada all’estero senza più essere costretti ad umilianti e pluri-decennali vassallaggi in Italia. Comunque, l’impressione alla lettura è di incredulità più che di ammirazione. Produrre senso (e cultura) estero su estero è una gran conquista, ma per chi rimane e vive nel locale, più che avanzamento (rispetto ad un sapere radicato, ad una cultura espressione di una conformazione sociale e antropologica) ci vede estraneità, alterità. La generazione Telemaco è quella dei marziani, non ricattabili né soggiogabili ma neppure più compagni di percorso condiviso e di vita mentale affine.

  3. “Ma la caratteristica fondamentale dei Telemachi dei nostri giorni è, oltre che la invidiabile brillantezza, una certa impazienza, una disponibilità ad affrontare senza timore le sette fatiche e una gran voglia di bruciare le tappe” ( Ceserani)

    Le sette fatiche (d’Ercole)? C’è tra esse anche quella di pensare e dire cosa stanno facendo a Gaza ? Vorrei vederla in azione su quel romanzo la “invidiabile brillantezza”. Se no, questi Telemachi sono polli novelli allevati nella bambagia occidentalista da Ulissi anch’essi con le fette di salame sugli occhi.

  4. Mi pare che l’articolo non parli di una prossima traduzione in italiano della fatica di Ercolino, che rischia così di restare confinata a un ambito strettamente accademico. Spero che la bella presentazione solleciti qualche editore nostrano.

  5. Ma non stupisce nessuno lo statuto dell’articolo di Ceserani? Una lettera pubblica di raccomandazione nella quale un anziano professore esalta un giovane studioso a me suona come la manifestazione del più puro paternalismo. Nonostante l’immaginabile orgoglio, non credo si stia bene nei panni del “giovane” recensito.

  6. @ pg

    Caro pg, condivido il Suo stupore e confesso di aver letto con un crescente disagio l’articolo gratulatorio di Ceserani, caratterizzato da un intento smaccatamente encomiastico reso evidente dalla ridondanza dell’aggettivazione: “invidiabile brillantezza”, “brillante analisi” e “superando brillantemente molteplici prove”. Immagino, come Lei, che queste espressioni elative siano imbarazzanti anche per chi ne è l’oggetto.

  7. Una splendida recensione di un libro che leggerò senz’altro, ma non mi spiego perché tirare in ballo Telemaco con tutto ciò che ne consegue, quando si tratta semplicemente di uno studioso giovane e brillante, come nella saggistica nostrana ce ne sono stati tanti. Un tempo a neppure trent’anni grandissimi uomini della nostra cultura avevano già cattedre universitarie, senza che nessuno andasse a indagare il fenomeno da una prospettiva psicanalitica.

  8. >Un tempo a neppure trent’anni grandissimi uomini della nostra cultura avevano già cattedre universitarie,

    Questo è un messaggio-spia non tanto del destino dei singoli e dello status che ne veniva, ma di come il percorso fosse intrapreso, ponderato e tagliato da pochi e rispecchiasse il mondo di provenienza. Se un giovane uomo di San Giovanni Rotondo, FG, si trova a 29 anni a scrivere libri inserito in una dinamica global-english di altissimo prestigio, non lo chiamerei pollame allevato nella bambagia occidentalista ma rifletterei sul fatto che è saltato tutto, si è polverizzata una intera filiera di trasmissione del sapere e di temi importanti. Io leggo nella recensione di Ceserani un certo stupore, un po’ di compiacimento, un pizzico di umana invidia. Non ci leggo paternalismo perché a livello spicciolo di impact factor mondiale, secondo come funziona questo gioco in quel circuito, Ercolino sta già molto avanti Ceserani. Bisogna capire a chi parla Ercolino e quale impatto avrà su persone reali, visto che nella cittadella umanistica global-english ognuno parla a se stesso e non ha una tradizione alle spalle, non persone vere a cui riferirsi. Forse a 50 o 60 anni il prof. Ercolino di Stanford avrà un ripiego creaturale e produrrà quei 2-3 studi di omaggio a quel che era da ragazzo, quel che nei suoi anni più produttivi mise dietro una esplosione senza alcun senso stretto. Rispettosamente, non le chiamo supercazzole perché comunque producono un reddito ed alimentano un giro di risorse, fondi, stanziamenti, impegno, passione, visibilità nel settore ai massimi livelli. Beato chi ci crede, direi piuttosto. Saluti.

  9. Confesso che i commenti di pg e di Barone non mi sono del tutto chiari. Quello di Ceserani è un argomentato articolo su uno studioso e sul suo lavoro. Naturalmente ognuno è libero di giudicarlo come vuole, di non condividerlo, di ritenerlo troppo elogiativo (magari non senza aver dato un’occhiata ai libri di cui parla, di cui, Michela ha ragione, è auspicabile una traduzione italiana). Ma mi stupisce che lo si possa definire lettera pubblica di raccomandazione; così come, quando abbiamo pubblicato qualche stroncatura, mi ha sbalordito vederle ricondotte a loschi e torbidi rancori personali. Esiste ancora, grazie al cielo, una critica senza secondi fini; sorprende che glieli si vogliano attribuire ad ogni costo. Come diceva Simone de Beauvoir, è strano notare quanti intellettuali si rifiutano di credere alle passioni intellettuali.

  10. Mah. Pg e Barone mi paiono del tutto fuori strada. L’articolo di ceserani e’ molto meno elogiativo di come non appaia a prima vista. In certi punti sembra quasi sarcastico.

  11. Nell’articolo invece si parla di una prossima traduzione di uno dei due libri per Bompiani. Ma almeno li leggete i post che commentate? Quanto alle livorose esternazioni di Barone, vanno ricondotte, come al solito, alla voce di un autentico uomo del sottosuolo.

  12. @ Il fu GiusCo

    Ho scritto: ” Se no, questi Telemachi sono polli novelli allevati nella bambagia occidentalista da Ulissi anch’essi con le fette di salame sugli occhi”.
    Non ho scritto: Stefano Ercolino è un pollo novello etc…

  13. @ Bertoni

    Apprezzo e rispetto le passioni intellettuali quando le trovo autentiche e motivate. La recensione di Ceserani non mi sembra che rientri in questa categoria.

    @ Carlo

    La ringrazio perché il Suo punto di vista controbilancia opportunamente una lettura unilaterale. D’altronde, è noto che quando nel formulare un giudizio si estende il grado superlativo oltre il limite di tollerabilità, esso si converte dialetticamente nel proprio opposto.

    @ Franci

    Mi ricordo che Le avevo offerto, quale bicchiere della staffa, una citazione dai “Four Quartets” di Eliot. Ora Lei mi offre una citazione di Dostoevskij (nella più benevola delle ipotesi ermeneutiche). Solo un consiglio, anzi due: dal punto di vista psicoanalitico, tenga presente ciò che si cela, e insieme si manifesta, nelle avversioni come la Sua; dal punto di vista politico-culturale, mi ringrazi, perché i ‘nemici’ ci rendono migliori.

  14. @ Barone

    Nessuna avversione particolare, né identificazione del nemico, da parte mia. Sola la constatazione di come, da parte sua, come di altri commentatori di questo blog, vi sia una coazione a intervenire su ogni tema, con un’evidente ansia di riconoscimento che, spesso, conduce a vivere il riconoscimento dei meriti altrui con chiaro, seppure torbido, disagio interiore. Leggere i suoi commenti non mi rende né migliore né peggiore, mi pone di fronte agli abissi di un risentimento imbellettato col rossetto del marxismo-leninismo.

  15. @ Franci

    Fresco, fresco…

    FRAMMENTO DA “SULLA DIFFICOLTÀ DI DIRE DI GAZA IN POESIA (2)”:

    […]

    IV

    Non proprio a patti coi lupi, suggerivano altri, i saggi
    ma conviverci è necessario. I lupi non c’entrano nella poesia
    non puoi capirne le mosse in poesia. Per quelle la politica.

    Il duello che ti dura nel petto è d’altra epoca.
    Nominarli i lupi in poesia non serve. E a che pro parlarne
    se tutti stanno diventando lupi e tutti li rispettano?

    Vola alto con noi, impara dai giovani Telemachi [1], vecchio.
    La resistenza la fecero i padri e i poeti vennero solo dopo gli spari.
    Orsù, non gingillarti coi cocci, lustrarli, depositare negli appositi spazi

    il tuo «risentimento imbellettato col rossetto del marxismo-leninismo».
    Basta accendere lumini ai santi padri scoloriti sognando irricomponibili sintesi!

    […]

    [1]Cfr. Remo Ceserani, La generazione Telemaco e la critica letteraria. Su due libri di Stefano Ercolino
    http://www.leparoleelecose.it/?p=15700

  16. > coazione a intervenire su ogni tema, con un’evidente ansia di riconoscimento che, spesso, conduce a vivere il riconoscimento dei meriti altrui con chiaro, seppure torbido, disagio interiore.

    Signorina, si rilassi, ad una certa età del riconoscimento ci si fa ben poco, siamo come a teatro e le vicende umane, tanto quelle generali quanto quelle particolari (di Ercolino in questo caso, sbeffeggiato amabilmente anzitutto da Ceserani) muovono un sorriso, a volte indignazione e spesso incredulità. Robe da vecchi. Saluti.

  17. @ Il FuGiusco

    Saluti

    @ Ennio Abate

    Grazie per la citazione. Leggo sempre nel suo blog:

    “Come avremmo bisogno che le nostre orecchie ascoltassero il boato di una bomba
    i nostri occhi osservassero le macerie degli edifici
    e vedessero i corpi dei morti
    e i corpi dei vivi che hanno ordinato quelle morti
    come noi ordiniamo al salumiere tot grammi di carne sanguinolenta.”

    E mi chiedo: ma perché invece di scrivere questi versi (peraltro, a mio modesto modo di vedere, bruttissimi), non c’è andato per davvero ad ascoltare le bombe, e vedere le macerie e i cadaveri? Fino a ieri i voli di linea per Tel Aviv funzionavano ancora. Che fa, caro Abate? Chiagne e fotte?

  18. @ abate

    Per quanto mi riguarda, ho già avuto l’occasione di andare sia in Israele che nei Territori palestinesi, con tutto il rispetto, non vedo perché dovrei tornarci insieme a lei. Non so cosa le faccia immaginare che il costo del viaggio sia del tutto inaccessibile (forse la sindrome di Ulisse?), da Milano ci sono voli Easyjet abbordabili a un quinto del prezzo del computer con cui scrive le sue accorate poesie sulla Striscia di Gaza. Comunque, come le dicevo, è da oggi impossibile andarci, a meno di non passare da Beirut, cosa che immagino rappresenti però per lei uno sbattimento superiore ad ogni convinzione politica. Buone vacanze, sole e mare.

  19. Posso aggiungermi alla comitiva? Mi sono già procurato il rossetto per imbellettare i miei risentimenti antisionisti. Ma forse, considerando il suo linguaggio e la sua griglia di lettura, la signorina Franci preferisce come destinazione Kiev.

  20. @ barone

    Guardi, casca male, quattro anni fa sono stata anche a Kiev. Per fortuna gli Italiani con diritto di parola sui blog non si riducono a un’accozzaglia di vetero-marxisti con la prostata ingrossata e le chiappe incollate a un metro dal computer. Le posso assicurare che non le nuocerebbe andare a farsi un giro da quelle parti. Mi stia bene.

  21. @ Franci

    Siamo seri. Andando a Gaza, da solo o in sua compagnia, non cambierei di una virgola la situazione. E andarci poi per dimostrare il mio coraggio ad una o uno mascherata/o con un nickname sarebbe da stupidi. L’intento dei miei “versi bruttissimi” era quello di rompere qui, in Italia, la congiura del “Partito del silenzio” di tanti democratici e intellettuali su quel conflitto “passato di moda”.
    Legga quanto ha scritto in merito lo storico Angelo D’Orsi, Con la guerra di Gaza va forte il «rovescismo», Il Manifesto, 23.7.2014:

    “Il silen­zio non viene sol­tanto pra­ti­cato, sia «per­ché dovrei espormi?», sia per­ché la pres­sione della lobby sio­ni­sta è for­tis­sima e induce a tacere se pro­prio non vuoi espri­mere la tua gio­iosa ade­sione alla “neces­sità” degli israe­liani “di difen­dersi”. Il silen­zio, oggi, a quanto pare, è dive­nuto una divisa, una ban­diera, e una ideologia.
    Quei pochi che par­lano, che osano aprire bocca, pre­met­tono il rico­no­sci­mento delle ragioni di Israele e con­dan­nano in primo luogo rapi­mento e ucci­sione dei tre ragazzi ebrei, poi uccisi (si tra­la­scia di dire che si tratta di tre gio­vani coloni, ossia occu­panti, con la vio­lenza dell’esercito, terra pale­sti­nese), e il lan­cio di razzi Kas­sam con­tro le città del Sud di Israele, e cer­cano poi di cavar­sela con un colpo al cer­chio e una alla botte. Ma atten­zione, se il colpo alla botte israe­liana appare troppo sonoro, ecco che si sca­tena l’inferno, non di fuoco come su Gaza, ma di parole.
    Molto pra­ti­cato il genere “com­menti” agli arti­coli on line, per esem­pio: sono tutti uguali, anche se varia­mente dosati nel tasso di vio­lenza ver­bale. Men­tre un gran lavo­rio di infor­ma­zione al con­tra­rio, di diretta pro­ve­nienza da fonti israe­liane, viene dispie­gato dagli innu­me­re­voli pic­coli dispen­sa­tori di verità nostrani.
    Per esem­pio un pur pru­dente arti­colo di Clau­dio Magris sul Cor­riere della Sera (17 luglio) che si per­met­teva di accen­nare alle ragioni dei pale­sti­nesi, ha rice­vuto la sua buona dose di ingiu­rie. Non c’è che dire, il sistema fun­ziona. E fini­sce per indurre al silen­zio, o quanto meno alla pru­denza. Che è l’altro nome del silenzio.
    Ma non è que­sto silen­zio, il silen­zio del ricatto, che mi pre­oc­cupa di più. È, invece, il silen­zio della scelta. Il silen­zio teo­riz­zato come terza via, tra coloro che incon­di­zio­na­ta­mente sono con Israele, e gli altri, quelli che sosten­gono la causa pale­sti­nese. Il silen­zio come rispetto del dolore, o come via della ragio­ne­vo­lezza: con­tro gli oppo­sti estre­mi­smi. Esem­plare in tal senso Roberto Saviano, che, quasi com­met­tendo auto­gol, cita Euro­mai­dan per denun­ciare il tar­divo schie­rarsi anche ita­liano dalla parte giu­sta, che per lui, ovvia­mente, è quella dei gol­pi­sti nazi­sti di Kiev. E ora, a suo dire, occorre schie­rarsi non con gli uni né con gli altri, ma «dalla parte della pace»: i “ter­ro­ri­sti” di Hamas sono indi­cati come il primo nemico della pace, ovviamente.
    È la linea (solita) di Adriano Sofri (la Repub­blica, 17 luglio), altro guer­riero demo­cra­tico, che ripar­ti­sce torti e ragioni, equi­pa­rando i razzi di Hamas alle bombe israe­liane, e invoca impli­ci­ta­mente silen­zio, discre­zione, rispetto: mette sullo stesso piano tutti. Tutte le vit­time inno­centi. Ma si può con­fon­dere la pietà umana, dove­rosa, col giu­di­zio poli­tico? Si può tra­sfor­mare l’opinione in saggezza?
    Sul mede­simo gior­nale, Michele Serra sostiene che occorre tacere, che si devono abbas­sare la voce e gli occhi, davanti alla “tra­ge­dia” della guerra, lo stesso ter­mine usato da Magris. Ma quale tra­ge­dia? Qui abbiamo la poli­tica, e la poli­tica ha degli attori, dei respon­sa­bili: come in pas­sato la divi­sione tra vit­time e car­ne­fici è netta ed evi­dente (so che qual­che anima bella mi accu­serà di sem­pli­fi­care: la cosa è più com­plessa, non si può divi­dere così net­ta­mente, cia­scuna delle due parti ha un pezzo di respon­sa­bi­lità e via di seguito). Serra scrive: «Evi­den­te­mente il ‘ciclo dell’indignazione’ è un mec­ca­ni­smo logoro».
    «Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro»Primo Levi
    Dal ceto intel­let­tuale mi aspetto assai più che l’indignazione, mi aspetto una rivolta morale: tutti, se non in per­fetta mala­fede, oggi sanno quanta verità ci sono nelle parole di Primo Levi: «Quello che non potrò mai per­do­nare ai nazi­sti è di averci fatto diven­tare come loro».

    Non perda dunque tempo in divagazioni sul risentimento più o meno nicciano, sulle prostate ingrossate e il vetero-marxismo. A lei ha dato fastidio il mio punto di vista antisionista sul conflitto israelo-palestinese. Dica allora cosa pensa lei di quello che sta succedendo a Gaza o a Kiev, visto che c’è stata e questo la renderebbe più informata di me o di tanti altri. Contribuisca alla nostra sprovincializzazione.

  22. Certo è curiosa questa gente che riempie pagine di giornale per dire che bisogna stare zitti.

  23. A me il suo punto di vista anti-sionista non dà fastidio, perché sionista non sono. Mi dà fastidio la sua retorica ottusa, che si ostina a parlare di silenzio a proposito del conflitto più esposto all’opinione pubblica mondiale. Vuole che le ricordi i tanti conflitti attualmente in corso a proposito dei quali il silenzio è per davvero indecente? Non si nasconda dietro il mio anonimato, e soprattutto non sia troppo modesto, caro Abate, vada ai confini della Striscia di Gaza, ascolti il boato delle bombe, si riempia gli occhi con la vista dei cadaveri e delle macerie, e poi torni a raccontarci le sue esperienze. Per quanto mi riguarda, su Israele so di non poter dire altro che critiche banalità, ma, a differenza di lei, con un minimo di conoscenza diretta delle difficoltà a cui anche la popolazione israeliana è soggetta. Per quanto riguarda l’Ucraina, il punto di vista suo o di Angelo d’Orsi è sinonimo d’ignoranza assoluta, francamente, non merita nemmeno di essere discusso. Del resto, come sanno tutti i lettori di questo blog, a gente come lei o Eros Barone, la discussione non interessa. Siete semplicemente agiti dalla nostalgia per il testosterone che si sprigionava nelle maleodoranti assemblee universitarie della vostra gioventù. Buona estate.

  24. Scusatemi se mi sento costretta a tornare su cose che credevo già chiarite.
    Dichiarare la materia di un post irrilevante rispetto a certe emergenze dell’attualità è sicuramente legittimo (beninteso, seguendo questo discorso, il giornalismo culturale non avrebbe più ragion d’essere, i blog letterari – totalmente o parzialmente – dovrebbero chiudere subito ecc.; ma ognuno la pensa come vuole). Però, questo non autorizza a spostare la discussione legata al post su argomenti (e risentimenti) che con il post non hanno rigorosamente niente a che vedere. Siamo sempre lì: si tratta di una totale mancanza di considerazione non solo per gli autori e i responsabili dei post ma anche, e soprattutto, per i lettori.

  25. @ clotilde bertoni

    Capisco le sue ragioni, e in parte le condivido (solo in parte: per me la letteratura è altrettanto importante delle emergenze dell’attualità, e il modo più intelligente di interrogarsi sul conflitto israelo-palestinese resta la rilettura de I sette contro Tebe). Però: se ci sono commentatori che delegittimano l’autore del post in questione, nonché quello del libro di cui il post tratta, su pretesto che non si interessano a sufficienza del conflitto israelo-palestinese, mi sembra del tutto legittimo chiedere a tali ineffabili commentatori perché loro stessi non si preoccupano di quel conflitto in modo un po’ più serio, meno parolaio

  26. Comunque accolgo il suo invito, per me la discussione è chiusa. Spero che Stefano Ercolino abbia colto l’involontario omaggio che i commenti a questo post rappresentano rispetto a quanto ha fatto sino ad ora, e gli auguro la migliore fortuna per gli anni a venire.

  27. @ Clotilde Bertoni

    Se non sbaglio, è la seconda volta che contribuisco a distrarre l’attenzione da un post da lei pubblicato.
    Me ne scuso e taccio.

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