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di Earl Lovelace (trad. di Silvia Nicolini)

[Da oggi fino a domenica, a Bellinzona, si svolge Babel (qui il programma), Festival di letteratura e traduzione diretto da Vanni Bianconi. Quest’anno il festival è dedicato alle lingue delle Antille e ospiterà scrittori e scrittrici provenienti da Trinidad, Cuba, Giamaica, Martinique, Haiti, Repubblica Dominicana, Bahamas. Gli autori caraibici dialogheranno con traduttori e traduttrici italiani e svizzeri. Pubblichiamo in esclusiva un racconto di uno dei protagonisti del Festival, lo scrittore di Trinidad e Tobago Earl Lovelace].

Il calzolaio Arnold se ne stava sulla soglia della sua piccola bottega da calzolaio con le mani sui fianchi, impettito in quella caparbietà padronale mai sconfitta, come ad annunciare, non senza una certa soddisfazione, che se in vita sua non aveva trionfato, nemmeno il mondo lo aveva sconfitto. Sarebbe difficile, però, immaginare come sconfiggerlo, perché emanava un’irascibilità così salda, tenace e ostinata, sprigionava una tale disponibilità al conflitto, che se i Guai dovessero scegliere qualcuno con cui scontrarsi, quel qualcuno non sarebbe certo il calzolaio Arnold. Per lui il mondo era la sua bottega da calzolaio. Lì lui era il padrone, e chi entrava doveva arrendersi non solo alla sua opinione su scarpe, pelle e apprendisti calzolai, ma anche al suo punto di vista su politica, donne, religione, oggetti volanti, o la miriade di argomenti su cui decideva di dissertare, così che negli anni si era conquistato una posizione per cui nessuno degli abitanti del villaggio si prendeva il disturbo di contraddirlo, e a chi osava conservare un punto di vista contrario a quello che affermava lui faceva notare prontamente: «Questo posto è mio. Qui faccio come mi pare a me. Dico quello che voglio. Se non vi piace, quella è la porta».

Sua moglie aveva seguito quel consiglio molti anni prima e se n’era andata non solo da casa, ma anche dal villaggio, portando con sé i tre figli e lasciandolo con le sue opinioni, una crescente propensione all’alcol e il tedio di doversi preparare da mangiare. Si sarebbe volentieri tirato in casa una delle ragazze del villaggio, ma era troppo orgoglioso persino per ammettere di averne bisogno e quando le ragazze passavano davanti al suo negozio, lui le guardava ben attento a nascondere dietro a un cipiglio di insoddisfazione una bella occhiata di apprezzamento, se non lasciva; ma se capitava che una di loro facesse una capatina alla bottega, ringhiava: «Che vuoi?». Così tra lui e le ragazze del villaggio c’era questo rapporto provocatorio e scherzoso di antagonismo e desiderio; dal canto loro, quando transitavano davanti alla sua bottega le ragazze camminavano con un portamento più distinto ed elegante, facevano ondeggiare i fianchi e fingevano di non vederlo, e lui, insoddisfatto, si accigliava.

Il suo rapporto con i giovani del villaggio non era migliore. Secondo lui nessuno voleva lavorare e lui non intendeva lasciargli usare la sua bottega per battere la fiacca. Negli anni aveva assunto numerosi apprendisti, li teneva per un paio di mesi e a volte per un giorno soltanto, poi se ne sbarazzava; fu così che non ebbe qualcosa di simile a un aiutante in pianta stabile finché non arrivò Norbert.

Norbert, comunque, non era un ragazzino. Era uno scansafatiche, un bevitore di rum e proprio il tipo di persona che Arnold non avrebbe tollerato per più di cinque minuti, o così ci si aspettava. Norbert punzecchiava le ragazze, era pappa e ciccia con chi batteva la fiacca, giocava d’azzardo, beveva troppo, e ogni volta che era giù di corda, prendeva e se ne andava e non si faceva vedere per un mese. Arnold lo riaccoglieva sempre. Certo, ci litigava, si lamentava, ma gli abitanti del villaggio che lo stavano ad ascoltare erano fermi nelle loro risposte: «Caro mio, a te ’sta cosa qua ti piace proprio. Ti piace che Norbert va e viene come gli pare a lui e che fa come vuole. Ti piace eccome».

Più che gli avanzi, Norbert rubava i soldi di Arnold, vendeva un paio di scarpe, perdeva un pezzo di cuoio, faceva pagare la gente e s’intascava i soldi, qualcuno non lo faceva pagare per niente, e combinava ogni mascalzonata immaginabile. Doveva essere stato quello, ossia il fatto che Norbert non avesse mai ragione, a spingere Arnold a mettere in mostra una delle sue rare qualità, la compassione. Era come se Arnold avesse bisogno di Norbert per dichiarare non tanto al mondo, quanto a se stesso, che non era la persona irascibile che tutti credevano fosse. Così quando accoglieva di nuovo l’eterno figliol prodigo, Arnold, indulgente e compassionevole, era pervaso dall’idea della sua bontà e sentiva che nel mondo, a dirla tutta, non c’era nessuno più generoso di lui.

Oggi era uno di quei giorni. Due settimane prima di Natale Norbert era andato a prendere un pezzo di ghiaccio nel negozio di liquori poco lontano. Era tornato il giorno prima. «Sì» pensò Arnold. «Guardami, mica me la prendo». Arnold era felice dell’aiuto perché aveva del lavoro da sbrigare per il quale le persone avevano già pagato un anticipo e che sarebbero venute a ritirare prima di Capodanno. Di quello era grato a Norbert. Norbert era leale, ma doveva mettere la testa a posto sulle cose giuste. Era leale nei confronti di troppe frivolezze. Era leale nei confronti della ragazza che entrava perché voleva un vestito e dell’amico che voleva farsi un goccetto. Un amico passava su un camioncino e diceva: «Norbert, noi ce ne andiamo a San Fernando». Norbert posava le scarpe che stava aggiustando, saliva sul camioncino senza nemmeno prendere con sé un cambio di biancheria e se ne andava. Non era il rum. Era una specie di pazzia, qualcosa dentro di lui che prendeva il sopravvento. Una settimana dopo, magari, tornava sudicio, stremato, magro come se avesse appena fatto l’autostop in giro per il mondo in una cassa di carbone, s’infilava nella bottega, si sedeva e riprendeva a lavorare come se niente fosse. E se ci si metteva, sapeva lavorare. Norbert sapeva lavorare eccome. Qualsiasi bottega di Port of Spain sarebbe stata felice di averlo. Un lavoratore leale. Guarda qua! Questa settimana, quando la maggior parte dei negozianti aveva già chiuso per Natale, Norbert sgobbava per finire le scarpe dei clienti. Gratitudine. Dimostrava gratitudine. La gente non ha più gratitudine, ma Norbert ce l’aveva. Dipende da come si tratta la gente, pensò. Bisogna capirla. Guarda qua come lavora bello tranquillo nella mia bottega, uno degli ultimi giorni dell’anno, mentre in tutta l’isola la gente fa festa.

Era sulla porta e guardava due ragazze per la strada, carine, giovani, avvolte dallo spirito della pioggia e dei venti. Poi i suoi occhi scorsero un carretto trainato da un asino avanzare lungo la strada maestra che portava a Sangre Grande e se ne stette là davanti alla sua bottega con le labbra serrate a guardare il carretto arrivare e passare oltre. Il vecchio Moses, il carbonaio, sedeva appisolato con il mento sul petto e le redini in grembo. Dietro sedeva un ragazzino; indossava un berretto e una camicia stracciata, aveva gli occhi svegli, i piedi penzoloni a lato del carretto e una mano poggiata su un cagnetto bianco e marrone seduto accanto a lui.

Questo posto è un mortorio, pensò vedendo tornare le ragazze; e mentre guardava in alto verso il cielo, vide delle nuvole scure e capì che stava per piovere, poi guardò il carretto. «Moses va nel bush. La pioggia gli bagnerà la coda» disse. E come irritato a quel pensiero, disse: «Vuoi vedere che Moses non ce l’ha una famiglia sua per passare Capodanno?». Il tono andava di pari passo con la rabbia. «Perché la sua famiglia non può accoglierlo e dargli da mangiare e da bere e farlo felice per Capodanno, invece che costringerlo ad andare nel bush a farsi bagnare la coda? È così che viviamo a questo mondo» disse mentre si sedeva sul banco da lavoro e prendeva una scarpa da aggiustare. «È così che viviamo a questo mondo. Come bestie».

«Magari è lui che se ne vuole andare nel bush» disse Norbert. «Magari va a dare un’occhiata alla sua cava di carbone, a controllare che il carbone non brucia e diventa polvere».

«Come delle bestie, cavolo» disse Arnold. «Bestie», quasi non avesse sentito Norbert.

Ma poi, dopo aver cominciato a lavorare, dopo aver preso il ritmo del cucire e tagliare e battere la pelle, e aver cominciato a passare la cera sullo spago con mano delicata ma ferma, si sentì pervadere dalla sensazione del Capodanno imminente e pensò alle ragazze e alla pioggia, e pensò alla sua vita e alla sua solitudine, e al fatto che beveva, e al mondo e alla gente, gente senza famiglia, in mezzo alla strada e negli orfanotrofi, e a quella sulle panchine dei parchi sotto gli alberi. «Il mondo deve stringere i freni» disse. «Il mondo deve stringere i freni… E tu, Norbert, anche tu devi stringere i freni» disse affrontando per la prima volta la questione della partenza di Norbert due settimane prima di Natale e il suo ritorno solo ieri. «Non ce l’ho con te. Lo sai che non ce l’ho con te. Parlo perché so come va la vita. Parlo perché so del tempo. Il tempo è tutto quello che c’abbiamo, ragazzo mio. Il tempo… Un tempo per vivere e un tempo per morire. Mi stai a sentire? Norbert?».

«Che?».
«Dico che c’è un tempo per vivere e un tempo per morire… Ti pare vita questa?».
Norbert rovesciò un poco la testa indietro e per qualche istante sembrò guardare nel vuoto, pensieroso e concentrato.
«Stiamo morendo,» disse «stiamo morendo, non ci sono cazzi». «Cavolo, c’hai proprio ragione. È il rum che ci uccide. Il rum. Mica le bombe o il cancro o qualcosa di ragionevole. Il rum. Ti pare che il rum deve ucciderti?».
Norbert tirò lo spago e sorrise.
«Ma in questo posto il rum ti uccide. Che altro può uccidere un uomo qui? Che altro si può fare se non bere, andare alla malora e morire? È per questo che parlo. La gente non mi capisce quando parlo, ma è per questo che parlo».
Norbert infilò di nuovo lo spago con un sorriso; con una mano teneva la scarpa e con l’altra tirava fuori lo spago. «Stiamo morendo davvero!» disse come se avesse scoperto una qualche verità di cui far tesoro. «Stiamo morendo… non ci sono cazzi».
«È per questo che parlo. Voglio che noi… che ti stringi i freni, che ti metti un po’ d’olio nella lampada, che ti metti un po’ d’acqua nel vino».

Norbert rise. Era allegro al solo pensiero, anche mentre parlava: «Stiamo morendo, non ci sono cazzi, tutti quanti noi, tutti. Ah Ah ah ah». Poi prese il martello e cominciò a battere là dove aveva cucito la pelle: «Ah ah ah ah ah!».

Arnold finì di aggiustare la scarpa e osservò la pila di scarpe nella sua bottega. «Mi sa che un giorno venderò tutte le scarpe che la gente lascia qua. Gli viene la fregola che gliele aggiusti. E tu usi pelle, spago, chiodi, tempo. Usi il tempo e un anno dopo quelle scarpe son ancora qua che ti guardano. Mi sa che a Capodanno venderò tutte ’ste cavolo di scarpe».
«Tutti quanti noi, ciascuno di noi» s’intromise Norbert.
«È per questo che ’sta bottega pare sempre un immondezzaio».
«Andiamo a farci un goccetto di rum, eh?» disse Norbert. E mentre Arnold lo guardava: «Offro io, amico. Su che siamo ancora nell’ anno vecchio».
«Rum?» Arnold fece una pausa. «Ragazzo mio, quanti anni è che c’hai?».
«Ventinove».
«Ventinove! Mi prendi in giro. Vuoi dire che c’ho ventun anni più di te? Allora stiamo proprio morendo. Norbert, stiamo morendo. Ragazzo mio, la vita ti riempie di botte». E buttò per terra la scarpa che stava per aggiustare.
«Abbiamo ancora tre paia di scarpe che verranno a ritirare stasera» disse cauto Norbert. «Le scarpe di Corbie, le scarpe di Synto e i sandali di Willie Paul».
Arnold si chinò per riprendere la scarpa. «La vita non ti tratterà mica con i guanti. Io c’ho ventun anni più di te? Norbert, devi stringere i freni» disse. «Ascolta, bello, mi fai paura. Quando vedo dei tizi giovani come te nelle tue condizioni a me mi fanno paura… Ascolta. Norbert, dimmi qualcosa! Ho mica l’aria di uno che ha preso botte come te? Eh? Dimmi la verità. Ho mica l’aria di uno che ha preso botte come te?».
«Stiamo morendo, non ci sono cazzi, tutti quanti noi, tutti» disse Norbert.
«No, sul serio. Dimmi. Ho mica l’aria di uno che ha preso botte come te?».
«Guarda, c’è qualcuno alla porta» disse Norbert.
«Che vuoi?» sbottò Arnold. Era una delle ragazze del villaggio, una rotondetta con dei capelli impomatati sulla fronte che la facevano sembrare un grasso pony.
«Vedi di non urlarmi in faccia. Son qui per le scarpe di Synto».
«Be’, non mi va che si batte la fiacca sulla porta. Entra, siediti e aspetta che adesso le finisco». La vide guardare fuori e dire qualcosa a qualcuno. «C’è qualcuno con te là fuori?».
«Non c’ha voglia di entrare».
«Digli di entrare. Non voglio che si batte la fiacca sulla porta. Questo è un posto dove si lavora». Disse forte: «Entra. Che fai lì fuori?».
La ragazza che entrò era quella che gli ricordava la pioggia, il muschio e le foglie. Provò a distogliere lo sguardo, ma non ci riuscì. Anche lei lo guardava.
«Ti faccio paura?» disse, e non sapeva che suono avesse la sua voce, anche se in quel momento, pensandoci, voleva che suonasse dura.
«Un po’» disse lei.
«Su, siediti» disse, e a Norbert gli uscirono quasi gli occhi dalle orbite. Che cosa stava succedendo? Arnold che si alza, prende una sedia nell’angolo e la spolvera addirittura. «Siediti. Tra un attimo le scarpe son bell’e pronte».
Lei lo osservava lavorare e l’intera bottega era grande come lo spazio intero, e piena di affanno e di pioggia e di muschio e foglie verdi.
«Sei la figlia di Synto?».
«La nipote» disse lei.

Quando finì di aggiustare le scarpe si guardò intorno alla ricerca di una borsa di carta in cui metterle, perché aveva visto che lei non l’aveva con sé. «Quando vieni a ritirare le scarpe devi portarti dietro qualcosa in cui farle su. Non puoi mica andare in giro con le scarpe in mano».

«Sì» disse lei. «Sì». Pronta, come se volesse compiacerlo.
Trovò un giornale che aveva messo via da leggere per quando ne avesse avuto il tempo e ci avvolse le scarpe, fece un pacchetto, lo legò con lo spago e glielo diede; lei lo prese e gli disse: «Grazie», con quella faccetta buffa e quella voce che gli faceva male dentro, poi se ne andò, lasciando quell’affanno nella bottega, e il profumo del muschio e dell’aloe e delle foglie, ed era come se tutto il suo lavoro fosse finito. E quando riprese a respirare
infilò la mano in tasca e tirò fuori dei soldi e disse a Norbert: «Va’ a prendere un goccetto». E si fecero un goccetto, tutti e due; poi chiese a Norbert: «Dov’è che sei andato a prendere il ghiaccio?». Non ascoltò nemmeno la risposta perché giusto allora capì come Norbert potesse, come un uomo potesse, prendere e andarsene. Aveva appena capito come lui potesse lasciare tutto, prendere e andarsene.
«Te la sei spassata?». Anche se quelle non erano le parole giuste. Spassarsela! La gente non se ne andava per spassarsela! C’era qualcosa di più. C’era qualcosa di più profondo, una vocazione, qualcosa che si risvegliava nel sangue, nella mente. «Hai capito che intendo?».
«Sì» disse Norbert in tono triste, a bassa voce e spaventato per Arnold, ma senza volerlo mostrare.
«Anch’io sto morendo» disse Arnold. Poi si alzò e all’improvviso disse: «Questo posto ha bisogno di quadri. Dobbiamo tenere anche delle borse di carta come in un vero ‘esercizio’». E con lo stesso sorriso disse: «Guardala. Quella ragazza dice che c’ha un po’ paura di me. Sì, mi sa che ha ragione. Un po’. Non è che c’ha paura di me. C’ha un po’ paura di me».

Quando alla sera chiusero la bottega andarono entrambi a Tapana Trace da Britto. Britto li aspettava.
«Ah,» disse «eccoli che arrivano. È da prima di Natale che bevo e non riesco a ubriacarmi. Non c’è più nessuno per berci del rum insieme. Ma ora eccoli qua».
Entrarono e Britto sparecchiò il tavolo e ci mise sopra tre bottiglie di rum, una per ciascuno, una caraffa d’acqua e un bicchiere per ciascuno, e cominciarono a bere.
Mezz’ora dopo arrivò il gruppo che cantava la parang, e intonò una aguinaldo e una joropo, e intanto bevevano, e Norbert cominciò a cantare con loro la bella musica spagnola delle feste che faceva venir voglia di piangere ad Arnold. E poi fece notte e il gruppo che cantava la parang era ancora lì e arrivò la famiglia della moglie di Britto e un paio di amici di Britto e le donne cominciarono a ballare con i bambini piccoli e poi Josephine, una vicina di Britto, afferrò Arnold e lo tirò a sé per ballare e lui provò a ballare un pochino e poi si sedette e tirarono giù la lampada a gas e l’accesero e la moglie di Britto prese la porzione di lappe che aveva cucinato in cortile e mangiarono e bevvero, e con la musica e i bambini e le donne, tutto, tutto quanto era dolcissimo. Era dolcissimo. E Norbert, più ubriaco che sobrio, seduto in un angolo a parlare con la sorella di Clemencia, prese un’altra bottiglia di rum, ne ruppe il sigillo ed era sul punto di portarla alle labbra, quando incrociò lo sguardo di Arnold ed esitò, poi se la portò alle labbra. «Lasciami, sono bell’è che morto» disse. E Arnold si sedette e pensò a questa ragazza, la ragazza che riempiva il mondo di affanno e del profumo di aloe e foglie e muschio, e sentì che se lei gli fosse stata seduta accanto, anche lui sarebbe stato felice di essere bell’e che morto.

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