cropped-Anime-nere.jpgdi Daniela Brogi

Cosa può accadere se gli stereotipi più frequenti sull’Italia del Sud vengono attraversati dalla volontà di comporre una nuova e diversa visione artistica? Una visione intenzionata a rompere il puro esercizio formale della contemplazione da cartolina, per cercare piuttosto di “scrutare”, capire, anziché guardare e basta? Può succedere, per esempio, che l’immagine più nota e esportabile di tutte, quella della solarità mediterranea, sparisca, cessi di essere la dominante del racconto; e che il sole resista soltanto in una sequenza che rievoca una vacanza dalla vita, e resta dunque circostanziata, appartenente a uno scenario perduto: si tratta della sequenza al centro di Anime nere, quella della domenica trascorsa a far festa ad Africo vecchio, l’antico paese abbandonato. Lì, e soltanto lì torna per un momento il sole, mentre per la rimanente durata del racconto accade tutto di sera, di notte, sotto un’opprimente nuvolaglia, in interni cupi, o in una nordica alba livida come quella con cui si apre il film. La luce dell’opera di Munzi – la fotografia è di Vladan Radovic- è sempre plumbea, impastata di chiaroscuri e piena di cenere, come le case scoperchiate del vecchio paese a cui rimanda la storia; come le “anime nere” dei protagonisti, nominati dal medesimo titolo usato da Gioacchino Criaco nel romanzo omonimo a cui il film si ispira, e al quale è il caso di far riferimento per spiegare appunto l’espressione: «le ombre [cioè le persone che latitano nascondendosi nelle porcilaie tra le montagne], erano tali per due ordini di motivi: conti in sospeso con la legge o da regolare con altre persone; e in questo caso, quando il sangue era già scorso, le ombre diventavano anime nere o tingiùti, tinti col carbone, a seconda se si prevedeva che uscissero vincenti o fossero considerate sicure vittime» (p. 19).

Già il libro di Criaco (pubblicato da Rubbettino nel 2008 e appena ristampato) aveva il merito non comune di riuscire a rappresentare la regione d’Italia forse più sconosciuta (quella recentemente raccontata anche da Le quattro volte, di Frammartino, o Il Sud è niente, di Fabio Mollo), spostando le coordinate classiche del reportage dall’alto, e collocando il racconto all’interno di quello stesso mondo, attraverso le vicende di tre giovani. Da questo punto di vista, il libro è molto interessante anche perché potrebbe essere letto attraverso le categorie critiche dei postcolonial studies («Ci hanno cercati, non siamo andati noi a chiamarli. Noi stavamo bene con la nostra fame, le nostre malattie, la nostra arretratezza, non volevamo aiuti. […] Non volevamo la loro integrazione, il loro progresso, la loro lingua, i loro soldi»: pp. 182-183). Eppure il film di Munzi, preparato con la collaborazione di Criaco, non rimane affatto sui livelli medi del cinema ispirato alla letteratura, perché si è appropriato della storia, mutandola e trasformando per esempio la situazione narrativa di partenza in un romanzo famigliare; usando il dialetto come elemento antiimmersivo; ripensando il soggetto attraverso le risorse specifiche del linguaggio cinematografico; non limitandosi, insomma, a dei sopralluoghi sul set funzionali alla resa del colore locale, ma lavorando più che si poteva per reinventare la realtà rappresentata operando dal suo stesso interno. E i risultati di questa fatica si vedono.

Anime nere è la storia di una famiglia criminale calabrese: al centro della vicenda ci sono tre fratelli. Il più giovane, Luigi (Marco Leonardi), è quello che fa il lavoro sporco, operando nel narcotraffico internazionale; il mediano, Rocco (Peppino Mazzotta), ripulisce il denaro attraverso l’habitus di un distinto imprenditore che vive a Milano (in una bella casa, con una moglie elegante); il fratello più anziano, Luciano (Fabrizio Ferracane), invece, è rimasto in Calabria, ostinandosi a rimanere fuori, dedicandosi ai suoi greggi di capre, resistendo a ogni costo al destino di famiglia (il padre è stato ucciso). Questo sistema esplode, sia simbolicamente che letteralmente attraverso una saracinesca che va in pezzi, quando il figlio di Luciano si ribella alla legge del padre, per allinearsi al modello aggressivo dello zio più giovane. Movimenti incerti e lenti, scanditi da giochi di sguardi e lunghi silenzi, si alternano a passaggi veloci e violenti, in cui accade l’irreparabile, e i personaggi, come in una storia tragica, non riescono a uscire dalla regola della ripetizione dei destini: non riescono a impedirsi di essere ereditati dalla loro stessa eredità psichica, storica, culturale.

Costruito col senso perfetto del ritmo e della compattezza delle parti che sono tipici di un racconto noir, Anime nere è una storia di ndràngheta guardata con serietà: per questa ragione è dislocata dagli scenari più convenzionali, tant’è vero che la sequenza d’avvio si svolge ad Amsterdam, per spostarsi poi a Milano, e solo successivamente arrivare tra le pendici dell’Aspromonte. Questo dinamismo narrativo funziona anzitutto per mostrare l’efficienza e il lungo raggio del potere mafioso, la sua natura di efficace e aggiornato modello di economia capitalistica: senza spiegarlo, ma mostrandolo appunto attraverso i passaggi da un luogo all’altro; al tempo stesso, questo continuo spostamento dei luoghi e delle relative abitudini di sguardo serve anche a costruire attriti efficaci tra i possibili immaginari di partenza e di arrivo delle organizzazioni criminali mafiose: da una parte c’è il mondo arcaico legato al paese, alla cultura dell’onore, del rispetto, della vendetta; e dall’altra parte, e insieme, l’immaginario legato al lusso altoborghese, oppure al trash del consumismo televisivo.

Ma l’opera di Munzi vuol capire e far capire non solo il Sud e i suoi fenomeni criminali. Il film distrugge ogni logoro cliché, smentendolo o risemantizzandolo, e costruisce, in parte come in un bel romanzo ottocentesco, una narrazione-mondo: nel senso che si compie un esperimento di comprensione dell’Italia a partire da un’angolatura insolita, straniante, dunque, ma proprio per questo più significativa, tornando a cercare una delle sue zone più paradossali, cioè più famosamente sconosciute (il famoso triangolo della Locride disegnato da Locri, Platì e San Luca). Siamo ad Africo, luogo fuori dalla storia, isolato e dislocato da tutto e persino da se stesso: proprio intorno a questa geografia Corrado Stajano ha scritto una delle sue narrazioni-inchiesta più belle, Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta (Einaudi, 1979): «Gli africoti odiano il mare. Perché il loro è un paese trapiantato, ricostruito dopo una rovinosa alluvione che dal 15 al 20 ottobre 1951 distrusse il vecchio Africo situato un tempo a 670 metri sul pendio di una collina dell’Aspromonte orientale. Lo odiano perché è arduo sostituire la terra con l’acqua ed essere trasformati per legge da montanari, pastori e contadini in marinai e pescatori» (p. 9).

La fiumana del progresso a Africo è stata formata, essenzialmente, da melma, tronchi, carcasse, pietre: da quando la pioggia di giorni e giorni, nella metà dell’ottobre 1951, scavò la montagna e il fango distrusse le case, Africo è un paese sradicato da se stesso. «La miseria di Africo vecchio – scriveva ancora Stajano: p. 61 – si è trapiantata ad Africo nuovo senza rottura di continuità, inasprita anzi dalla caduta di speranza accesa negli abitanti dopo la catastrofe e forse anche da una affievolita volontà di lotta. Gli africoti si sono arrangiati, sono emigrati, hanno vissuto alla giornata, qualcuno è riuscito a vendere, sottocosto, le terre possedute nel vecchio paese e ne ha acquistato di nuove, ma i più hanno perso quel poco che avevano e non sono stati in grado di ritrovare, in un luogo così diverso, né un fazzoletto di terra né la propria identità di pastori. Qualcuno, finito il sussidio, è diventato ladro, bandito o ha ingrossato l’esercito dei diffidati e dei sorvegliati speciali, un centinaio. In quel mondo di povertà e di scontentezza, la ’ndrangheta ha pescato e continua a pescare i suoi manovali». Una volta finito “il lavoro dei sequestri” la droga è diventato l’affare più redditizio. Anche se non fossimo mai stati in Calabria, capiamo che quello spazio è anche un luogo su cui son messi in scena conflitti nazionali: occasioni complessive di racconto attraverso le quali l’Italia incontra se stessa. Come già era accaduto nei due lavori precedenti di Munzi – Saimir (2004) che aveva come protagonista un ragazzo albanese che vive sul litorale di Ostia, e Il resto della notte (2008), dove, a Brescia, una colf rumena è accusata di furto dalla ricca famiglia borghese per cui lavora – anche Anime nere mette assieme culture diverse e lontane per lavorare sui conflitti e sulle diverse idee d’Italia scatenate da questo incontro. Il cinema di Munzi è, per così dire, l’opera di “uno stanatore di immaginari”; e Anime nere è il miglior film di uno degli autori più interessanti del cinema italiano.

[Immagine: Francesco Munzi, Anime nere (2014) (dbr)].

3 thoughts on “L’Italia oscura. Su Anime nere, di Francesco Munzi

  1. GENTILE daniela
    le pongo una domanda ingenua, ma non senza volontà di sana speculazione intellettuale. (le scrivo dalla locride).
    mi sembra acclarato che il messaggio e l’immagine che dal film provengono siano di una terra sofferente, degradata a tutti i livelli, dove a tratti il male prevale sul bene. non senza i germi e la grande volontà di riscatto e cambiamento. ma dove per ora, purtroppo, prevalgono le prime caratteristiche elencate. dunque chiedo: perchè se lo stesso messaggio lo mandano pasolini, staiano, giorgio bocca, gian antonio stella, saviano, si tratta di calunnie, denigrazione, diffamazione, e invece se proviene dal buon leo criaco e dal film omonimo all’opera, diventa una cosa straordinaria e bellissima?
    con stima bruno grenci

  2. Penso anch’io che Francesco Munzi sia un regista davvero bravo e condivido senz’altro l’analisi di Daniela Brogi. Di Munzi ammiro soprattutto la sua attenzione agli ultimi, a chi parte con svantaggio evidente, nella vita. Eppure il film “Anime nere” (che giudico buono, che mi ha coinvolto ed emozionato…) non mi ha convinta fino in fondo. E’ come se ci muovessimo ancora nell’ambito di un verismo di stampo verghiano. O di un naturalismo alla Zola. Non ci trovo, nell’opera, la letteratura, solo la denuncia, la rappresentazione di una condizione esistenziale centrata sulla tribalità e sulle sue regole. Ho apprezzato la compassione dello sguardo del regista, la complessità del contesto sociale che il film restituisce magistralmente. Ma non ho visto l’allegoria, l’invenzione. Il film è il libro di Criaco e a lui ritengo si debba dare il massimo onore, la massima gratitudine. il suo è un libro necessario. Più di tutto mi ha toccato la religiosità, rituale, superstiziosa forse, fondata sulla paura forse, ma pur tuttavia religiosità del fratello Luciano, quello che poi si danna: unica via di fuga, unico accesso al mondo di dentro? Tutti bravi gli attori ma bravissimo Fabrizio Ferracane!

  3. Grazie per la lettura e per i commenti. per quanto riguarda la questione sollevata da Bruno non ho capito molto bene: Pasolini, Saviano, Staiano (a cui tra l’altro si dà ampio spazio e riconoscimento nella recensione) non sono a mio avviso discriminati.
    e per quanto riguarda il passaggio di una lettrice: ha ragione a invocare Verga, o Zola. sono molto d’accordo perché già quegli autori hanno compiuto delle reinvenzioni del reale, dando spazio a soggetti sino ad allora poco rappresentati se non attraverso stereotipi di maniera.

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