cropped-argéman-pusterla.jpgdi Fabio Pusterla

[Il 18 settembre, per Marcos y Marcos, è uscito Argéman, il nuovo libro di poesia di Fabio Pusterla. Ne pubblico un testo].

1

Sorvegli il passaggio.
Passare: che cosa significa? Chi
eventualmente passa di qui, e dirigendosi dove?
Non già i potenti o gli eserciti:
più vaste porte li attendono, trombe d’averno.
Per loro, non qui per passare.
Di qua, dalla piccola porta
non si passa come di solito altrove si passa,
non si attraversa la piccola porta per correre a un luogo
preciso in parata o a conquista.
Né assalto né fuga,
non arma né scorta o progetto.
Segnali nell’erba.

2

E tu dunque
cosa custodisci, e perché? Lo sapevano
i ringhiosi signori che un tempo assegnarono il compito,
dicendo «vai, custodisci, custode fidato, e ricorda,
non lasciare il tuo posto, mai, per nessuna ragione»
e scomparvero?
O un abbaglio era il loro, e pensavano ad altro,
a ben altro: difese, impedimenti, diversioni?
Da allora ti interroghi e chiedi
alle nuvole in transito un senso che sfugge
alla corsa dei venti una voce
forse nota soltanto agli uccelli dell’aria,
alle ali o alla polvere
che vortica piano nel raggio
di controluce
e che svola.

3

Trasformazioni, mutamenti,
cose cangianti, cose mai ferme in sé, frementi
come gli alberi e il fiume.
Quello che scorre, lo scorrere stesso, l’idea fragile
del soffio, respiro che porta che guida chi va.
Vengono spesso qui le tempeste a cui seguono
bonacce persino peggiori, cieli immobili,
attese. Vengono volti e paure,
domande che lacerano.
A che scopo il passaggio e che forza
sospinge chi varca, e perché
proseguire malgrado?
Perché? Quale bene
li chiama?

4

Vengono vite che insistono, mani
miti a proteggere l’esile luce, fiammelle
sempre in pericolo, sempre sul punto di cedere eppure
vive, e lucenti, che vanno, sorrisi.
Si arrestano i tempi ai portoni sontuosi, si spezzano
nastri, bandiere, futuri ipotetici, regni
e rimpianti. Chi passa passa,
procede senza speranze particolari o nostalgie
con gli occhi fermi attenti il viso aperto
annusando l’oltre più oltre inconosciuto
l’arsura e il deserto.

5

L’oltre, il di là,
il non raggiunto, la terra
su cui forse varrà la pena camminare
forse segnare una via.
Il fiato, il passo lieve degli insetti.
La pazienza dell’acqua che va,
che s’insinua nel prato
e lambisce.

6

Piccole porte di rami, di pietre.
Effetti luminosi che schiudono. Betulle
chiare che formano minimi archi
o, su inospiti rocce,
il cerchio verderosa di silene, la perfetta
neve sull’alta forca irraggiungibile
forse, e poi forse no, si avanza ancora,
lungo un grigio tutto da risalire
franto, bituminoso.
Verso valli più morbide, case
solo possibili senza
garanzie.

La tenacia
della capra e del camoscio
cauto che quasi non smuove il terreno.

7

Sorvegli il passaggio. Proteggi
la piccola porta delle parole.
Il passaggio
degli altri, che vanno, la nuda
possibilità di passare. O t’illudi
di farlo. Quanto a te,
il tuo passare sta forse nel non impedire
che questo abbia luogo
che tutto si muti e ogni cosa si perda
e si trovi diversa, che nulla
sia fatto prigione o negato. I signori
volevano altro, lo sai: li hai traditi
una volta per sempre. Li immagini fermi,
statue bianche di sale, glaciali stendardi,
circondati dai molossi silenziosi,
le inutili merci. Distanti,
tanto distanti da qui, dalla piccola porta
che vegli.

[Immagine: Un’immagine di Luca Mengoni (particolare), sulla copertina di Argéman (mg)].

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