cropped-Elio-Germano-ne-Il-giovane-favoloso-3.jpgdi Luca Illetterati

“Un libro, di solito, se è buono lo capisci dall’incipit”, diceva il mio vecchio e saggio libraio. E lui raramente sbagliava, devo dire. Una volta, lo ricordo bene, era il 1990 ed io ero un giovane dottorando piuttosto saccente, per dimostrarmelo mi lesse l’inizio di La Chimera di Sebastiano Vassalli, che era appena arrivato in libreria e che nessuno dei due aveva ancora letto:

Dalle finestre di questa casa si vede il nulla. Soprattutto d’inverno: le montagne scompaiono, il cielo e la pianura diventano un tutto indistinto, l’autostrada non c’è più, non c’è più niente.

“Capisci?”, mi disse, “il libro sarà buono, vedrai. E ricordati di queste righe, perché qui c’è la chiave del romanzo, di tutte le pagine successive.”

Io presi in mano il libro e lo sfogliai. E con l’alterigia di quegli anni dissi:

“Virgilio” (si chiamava così il mio libraio) “l’incipit che hai letto appartiene alla Prefazione. Non è il vero incipit del romanzo!”.

Lui riprese in mano il libro; andò al primo capitolo e con tono un po’ spazientito lesse:

Nella notte tra il 16 e il 17 gennaio 1590, giorno di Sant’Antonio abate, mani ignote deposero sul torno cioè sulla grande ruota in legno che si trovava all’ingresso della Casa di Carità di San Michele fuori le mura, a Novara, un neonato di sesso femminile, scuro d’occhi, di pelle e di capelli: per i gusti dell’epoca quasi un mostro.

Depose il libro sulla pila del suo bancone e si rimise a leggere quel che stava leggendo prima, lasciandomi lì, ebete, a guardarmi intorno.

Mi è venuta in mente questa cosa dell’incipit dopo la visione, alla Mostra del Cinema, del film Il giovane favoloso; pellicola che Mario Martone, dopo aver messo in scena a teatro le Operette morali, ha dedicato alla vita di Giacomo Leopardi, interpretato nell’occasione, con grande forza e passione (un po’ troppa, per i miei gusti) da Elio Germano.

Io non so bene, in realtà, se questa faccenda dell’incipit valga anche per i film. Magari no. In ogni caso, le scene iniziali di solito svelano il linguaggio prescelto, la cifra espressiva del regista, il taglio della storia.

Il giovane favoloso inizia con l’inquadratura di una siepe. Che a uno gli viene da dire: “no, dai, non puoi cominciare un film su Leopardi con la siepe!”. Però magari non c’entra, è solo un caso, ho pensato. Poco dopo, dopo che si è vista quella siepe qualunque, quella della prima scena appunto, si vede un giovane Giacomo che sbircia al di là di un muretto di arbusti, che si alza e si abbassa, come a confrontare la vista chiusa dalle piante con ciò che invece è al di là di esse, l’intreccio dei rami che fanno da schermo schermo – né troppo opaco né troppo trasparente – e le linee morbide della campagna marchigiana che si estende come senza fine al di là di esso. Poco più avanti la scena si ripete, con un Leopardi, ora, forse meno curioso e certamente più sofferente e contorto, il quale, cercando di prendere nel viso pallido e dolorante la luce del sole, con un’aria che sta a metà tra la trance orgasmica e la fatica dell’esistenza, declama il famoso sonetto guardando proprio la siepe, la stessa da cui sbirciava prima, intravedendo oltre, ma non volendo vedere troppo, cercando di porsi in quello spazio liminare tra la chiusura e l’apertura, che consente di pensare l’oltre senza afferrarlo e reificarlo.

E lì declama L’infinito. Giuro! Cioè si vede un Leopardi invasato che poggiato a un albero e di fronte a una siepe declama L’infinito.

Ecco, a me sembra che in queste scene ci sia molto del film di Martone; un film realizzato con indubbia maestria, con un discreto senso narrativo (anche se è difficile valutare la forza di un racconto quando si conosce così bene la storia), mettendo insieme non senza coraggio alcuni pezzi di una vicenda quasi monumentalizzata e riuscendo a restituire allo spettatore un quadro certamente complesso, con un’ottima ambientazione (in particolare le scene del periodo napoletano). Ma è un film, a mio parere, didascalico e a tratti davvero scolastico. Un film che non aggiunge nulla a quanto è noto, che non consente nemmeno di arrabbiarsi o compiacersi per una qualche scelta interpretativa controversa (sempre che non si voglia intendere in questo senso l’ammiccamento nei confronti di una possibile omosessualità leopardiana). Sì, certo c’è una certa enfasi su una sorta di nietzscheanesimo leopardiano, c’è una raffinata ironia mitteleuropea un po’ alla Thomas Bernhard o alla Elias Canetti nei confronti della pretesa felicità delle masse, retoricamente esaltata dai progressisti di allora e speculare, tutto sommato, al gergo consolatorio dei conservatori e dei preti a cui gli uomini nuovi vorrebbero e dovrebbero contrapporsi. Ma sono solo piccoli lampi in qualche modo scontati dentro una storia che sembra mettere in scena la storia che conosciamo, con il linguaggio che ci aspettiamo (preso con attenzione e cura encomiabili perlopiù dalle lettere, dallo Zibaldone o dalle Operette morali), senza un qualche effetto realmente spaesante, che possa rivelare un alcunché di inatteso.

Tanto per dire: Leopardi a un certo punto del film, a Napoli, si arrabbia molto quando, seduto a un caffè, di fronte alle lamentele di un lettore borghesotto per il suo proverbiale pessimismo, ne sente un altro, più accondiscendente, giustificare questa sua visione dell’esistenza e del mondo con la malattia e le sofferenze del suo corpo: non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto, urla qui Leopardi, sudato e curvo, sbattendo il bastone a terra e tornando subito dopo al suo agognato gelato., quasi simbolo dell’unica forma di trasgressione dei sensi a cui egli può accedere. Ora, se questo era uno dei punti sui quali si voleva insistere, se questa frase viene buttata in faccia con tanta forza agli astanti e giocoforza agli spettatori, viene da chiedersi se fosse davvero il caso di calcare la mano, come invece accade dalla prima all’ultima scena del film, quasi ossessivamente, proprio sulla difficoltà fisica, sui dolori, sulla differenza e lo squilibrio tra le storture disarticolate di Giacomo e la baldanza fisica da personaggio dei fotoromanzi più spinti del suo amico Ranieri, che infatti se la spassa alla grande. Se questa è una delle chiavi che si voleva proporre per non trovarsi inguaiati dentro a letture banalotte, era davvero il caso di mettere in scena nella forma più barocca e perlopiù scontata il disagio di quel corpo? Con tanto di inquadratura del sorgere della gobba sulla schiena nuda del povero Germano?

Ecco, a me è sembrato così. Non c’è niente di filologicamente sbagliato o trasandato nel film. E anche se ci fossero errori o forzature filologiche davvero poco importerebbe. C’è piuttosto una sorta di tensione illustrativa, più che narrativa, che ricorda una certa tradizione (penso ai film della Cavani dedicati a Galileo o a Nietzsche) che io pensavo ci si fosse lasciati alle spalle.

Mi son così trovato, non senza vergogna, ma quasi spontaneamente e inconsapevolmente, ad accondiscendere con gli occhi, alla fine del film, all’esclamazione sgraziata e sconveniente di una terribile e antipatica signora seduta al mio fianco, con i vestiti da maschio anni ’70 che sapevano di migliaia di sigarette e caffè delle macchinette:

Piacerà moltissimo alle professoresse democratiche.

76 thoughts on “Leopardi didascalico. Il giovane favoloso di Mario Martone

  1. Che un film appaia didascalico nel senso etimologico del termine, credo sia un pregio. Un film che è capace di insegnare qualcosa costituisce un bene da preservare. In un momento storico come quello attuale in cui le fonti “diseducative” sono davvero tante e i pericoli via web moltiplicano il rischio della deriva culturale, trovo estremamente importante che il cinema si occupi di istruire e trasmettere messaggi capaci di insegnare quello che ormai la scuola farà fatica a trasmettere a causa dell’allarmante riforma in atto.

  2. Non so che film abbia visto l’autore di questo testo, ma volevo solo dire che nella prima scena del film non compare nessuna siepe, ma un vialetto nebbioso nel quale a un certo punto spuntano i tre fratelli Leopardi, bambini, che giocano rincorrendosi. Se si vuol parlare male di qualcosa, liberissimi di farlo. Ma almeno conoscendo le cose di cui si parla.

  3. Condivido l’opinione di Luca Illetterati su un eccesso illustrativo del film.

    P.S. Ma “L’infinito” non è un sonetto!

  4. Ringrazio Illetterati per l’articolo. Sul film di Martone ho pareri diversi, espressi nella seconda parte della rassegna da Venezia 71: http://www.leparoleelecose.it/?p=16025
    Il mio commento tuttavia riguarda il passaggio finale: «- Piacerà moltissimo alle professoresse democratiche», perché trovo fuori luogo – e fuori tempo – l’uso tra il sarcastico e lo svilente della provenienza scolastica e di genere. Per fortuna ci sono state e ci sono le professoresse democratiche, e che apprezzino o meno il film, usare la loro condizione come espressione dimunitiva è offensivo e dunque inaccettabile.

  5. ..premesso, in generale, che un film, come un libro o altro, può incontrare il gusto di chi lo vede e che per gli addetti ai lavori si tratta di costituire una analisi quasi scientifica di adesione o meno a determinati canoni estetici e non solo, quanto scrive Illetterati non ha nulla di nuovo o originale rispetto a quanto avvenuto quasi due mesi fa, a ridosso di Venezia, da parte di certa critica , guarda caso americana (http://variety.com/2014/film/reviews/venice-film-review-leopardi-1201295426/)…Anche Variety si esprime proprio con questo giudizio “didascalico”.

    Penso che, sicuramente, ha fatto male al nostro paese tutta una pseudo cultura di sinistra bene, o radical chic, giudizio con cui Illetterati conclude il suo articolo, che ha portato inevitabilmente ai più recenti fenomeni da baraccone, di Baricco o Fabio Volo, Fabio Fazi e sistemi analoghi etc etc, però concludere in quel modo , come fa Illetterati, anziché sviscerare un problema ben al di là del film in questione, lo riduce a una provocazione in modo tale da nascondere come i gusti di massa siano stati ben coltivati da decenni al fine di addestrare meglio tutte le pecore (per prime quelle di pseudo-sinistra, poiché per quelle di destra basta, sul piano cinematografico, il solito cinepanettone)….Se in questo scenario rientri Martone con il suo giovane favoloso, non sono un’addetta ai lavori per poter sentenziare una tale svolta con le debite motivazioni. Io l’ho visto come un film in linea diretta con l’altro, storico e attuale, “noi credevamo”. Ovviamente non sono film americani, tanto come non lo era Leopardi. Il film americano convince tutti; alternativo o da supercassetta che sia, è universale nel senso di esportabile , come la democrazia, in ogni parte dell’impero o del mondo.Mazzini o Leopardi un bel po’ meno. E’ evidente inolte che dalla pelle di Martone non ci si può aspettare la poetica/pellicola , ad esempio, di un Andrei Tarkovsky verso il suo/nostro Arsenij, così Elio Germano non è sicuramente Gian Maria Volontè, ma questo e altri confronti che potremmo fare, non sarebbero validi. Il valore immenso di questo film è, almeno per me, nell’aver saputo trasferire “il corpo della poesia” in pellicola, il regista infatti aveva questo straordinario rapporto con i luoghi della sua città, Napoli, in cui era passato il giovane favoloso. Ne ha inseguito le tracce fino a farne un film, come con altre tracce di un’altra arte poetica, anni fa con quella del Caravaggio.

    In un film non si può trasferire l’infinita produzione leopardiana; davanti alla ricchezza immensa che ci ha lasciato, anche Martone credo sia il primo fra noi a sentirsi un piccolo puntino di polvere che, però , travolto dalle continue tracce di questo Giacomo nella lava del suo Vesuvio, ha cercato di non farlo dimenticare, soprattutto a coloro che, al contrario di Illetterati o altri addetti ai lavori, si avvicinerà alle sue prime giovani e favolose radici per la prima volta, potendone poi seguire i tronchi, i rami, il vento oltre il cinema, oltre le due ore, direttamente dentro le ginestre.

  6. condivido le impressioni di Illetterati: certo la sfida era alta, ma mi è sembrata un’occasione mancata, specie alla luce delle intenzioni di Martone di restituirci un Leopardi diverso, ma alla fine manca un ritmo e manca un taglio originale anche se scolasticamente è impeccabile.

  7. Lo scivolone sull’Infinito come sonetto dovrebbe bastare a relegare questo articolo nel magma della critica dilettantistica più superficiale.
    Ma ancora di più, forse, l’ingenuo e anacronistico accenno a Bernhard (sperando la grafia “Bernahrd” sia solo un refuso di battitura) e Canetti: al di là dell’evidenza per cui l’ironia mitteleuropea sia stata innanzitutto egregio strumento della scrittura di Musil, forse Illetterati non ha avuto il tempo di riflettere che Leopardi scriveva – sia in poesia che in prosa – disperatamente della “pretesa felicità delle masse” un secolo e mezzo prima dei suoi autori, con un acume e una grazia che costoro, diciamocelo, potevano solo sognare.
    Ben venga il carattere didascalico di certi momenti, allora, se può servire a ricordarci che una lirica di quindici versi non è un sonetto, che le influenze della letteratura e del pensiero non lavorano in un tempo diverso da quello della cronologia dei manuali.
    “Il giovane favoloso” resta un film visivamente straordinario, con dei difetti certo, ma che racconta con sincerità la storia di una sofferenza umana e poetica, senza pretendere di fare un estenuante commento all’opera di un genio, ma con l’obiettivo di mostrare delicatamente il dolore di una persona.

    A volte, in Italia, si ha l’impressione che sia una vergogna, per un intellettuale o uno studioso, non esprimersi su qualsiasi cosa in qualsiasi modo.

  8. Non condivido affatto l’analisi di Illetterati. Io penso invece che Martone abbia voluto fare intenzionalmente un film didascalico, illustrativo, didattico, divulgativo (ahi, non c’è sinonimo che provi a esprimere questo concetto che non sia screditato: vorrà dire qualcosa?). Non a caso il regista è reduce da una messa in scena di alcune Operette morali (che purtroppo non ho visto, ma così mi han detto) che ne offre il testo integrale. (Ri)portare Leopardi fra gli italiani. Roba da professoresse democratiche, quelle che a scuola constatano quanto la letteratura stia diventando marginale.
    Penso anche che l’effetto di didascalismo nasca proprio dalla serietà dell’approccio di Martone: per divulgare avrebbe potuto fare un film biografico in cui il romanzesco e l’ipotetico interpolassero la narrazione della VITa privata e pubblica, invece ci ha dato un film filologicamente rigoroso sull’OPERA di Leopardi, sulle sue parole e poesie. Che sappiamo di Leopardi? Quello che di lui sta scritto. E Martone quello ha usato: versi, brani di Zibaldone e di Operette, l’uso dei quali, tra l’altro, mi pare produca un effetto critico e distanziante dalla resa immediatamente psicologica del personaggio (che pure non manca) da non sottovalutare (“vi sto parlando di ciò che ha scritto e di ciò che quello che ha scritto ci dice, non di lui”).
    Consiglierò il film ai miei studenti con convinzione. Somo abbastanza sicuro che contribuirà a dar loro un’idea abbastanza esatta del poeta.

  9. Secondo me l’errore, se cosi’ si puo’ chiamare, e’ voler ridurre cinematograficamente le biografie di persone che sono vissute in un tempo in cui il cinema non esisteva ancora poiche’ il cinema non puo’ mai utilizzare il processo filologico ma limitarsi ad essere didascalico. Diverso e’ quando un film e’ tratto da un soggetto letterario ma qui entra in gioco il genio interpretativo di chi ri-racconta.

  10. Avete ragione tutti.
    Sul mio illetteratismo, in primis. L’infinito non è un sonetto.
    Sulla frase finale: accondiscendendo, come ho scritto, mi sono vergognato. Ricordandolo volevo mettere alla berlina più me che le professoresse democratiche (dio le benedica).
    Se però non si capisce e suona invece offensivo, mi scuso.

  11. Il giovane Illetterati potrà dedicarsi con passione (ma non troppa) allo studio di Nicolò Tommaseo. E’ il consiglio di una professoressa democratica.

  12. Una recensione povera e irritante, inaccettabile per il commento finale. Non dovrebbe essere pubblicara stante la povera qualita’

  13. Non faccio commenti sulla recensione perché prima va visto il film, che oggi veniva favorevolmente presentato su alcuni quotidiani.
    Solo, di volata: la signora “sospetta fumatrice” In sala, pur essendo donna ha esclamato una battuta profondamente sessista, sulla linea ininterrotta che va da “Lettera a una professoressa” a oggi. Non l’avrei riportata, nemmeno per una chiusa ad effetto.
    Iniziamo a dire professori al plurale, così forse qualche uomo penserà ancora che l’insegnamento scolastico faccia anche per lui. Oppure, meglio: non citiamo i professori continuamente, quando vogliamo portare un esempio di miopia o distorsione culturale.

  14. Come donna insegnante, non mi stupisco della battuta finale di Illetterati e la condivido pienamente. Le prof democratiche – cioè tutte – hanno l’insana tentazione di fare di ogni poeta un progressista. Lo fanno con Montale, con Baudelaire, con Eliot, con chiunque. Figuriamoci con Leopardi, le buone mammine, le paladine del buon cuore tollerante!

  15. Concordo solo in parte. Il film in effetti perde qualcosa sul piano della costruzione intorno alla forza del personaggio. Penso però che l’insistenza sul disagio fisico abbia invece una sua coerenza. Il punto è che non ne deriva quello che tutti vorrebbero dedurne, nel film o fuori dal film. Il mio vecchio insegnante del Liceo insisteva molto sul fatto che quello di Leopardi fosse soprattutto senso di meraviglia, terrore, stupore, per ogni manifestazione possibile della natura, lontano da qualsiasi fragile pessimismo o progressismo ispirato, in cui tutti si sforzavano di inutilmente di inquadrarlo. La fascinazione per il giovanotto a cui si allude nel commento di Illetterati sta insieme secondo me al gelato, ai ragazzi che giocano a palla, al vulcano, alla voce di Fanny, al suo sforzo di sostenere la vista del sole…della sensualità di tutto questo lui capisce perfettamente il senso, più di altri, proprio forse nella misura in cui gli è impedito goderne ‘liberamente’ o ingenuamente.
    Nell’accentuare questo aspetto il film fa una scelta precisa, onesta, coerente con l’interpretazione così ‘fisica’ di Germano nel tentativo di fare del suo corpo sofferente, l’estremo opposto ma simmetrico della vitalità che esalta. Parte entrambi della stessa natura magnifica e indifferente ai piccoli disegni umani, di fronte a cui si canta o si soccombe.

  16. mi sarebbe piaciuto che il regista, tra l’altro sembra proprio secondo le sue intenzioni, riuscisse meglio a mettere in risalto la profonda interiorità, l’essere in anticipo sui suoi tempi, la spiritualità umana non religiosa, la sofferenza intellettuale per la realtà di una vita di brutture, di troppe fragilità e stupidità degli uomini; purtroppo solo accennata con la frase”non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”. Avrei preferito un Leopardi più uguale a sè stesso, più staccato dai luoghi comuni, un Leopardi in cui si mettesse in evidenza la sua grande ironia, nonostante le sue sofferenze fisiche che in una mente come la sua possono permettersi di non avere così peso. Io dico che la sofferenza spirituale (non religiosa)è molto più dolorosa della sofferenza fisica!

  17. Sono in disaccordo con l’autore della critica principalmente per due ragioni: la prima: il film mi è piaciuto, e non c’è altro da aggiungere. La seconda: Illetterati inizia con un “Tanto per dire” la descrizione della scena del bar, come fosse esplicativa dell’incoerenza del regista. E’ ovvio, ripeto, ovvio, che la stizza di Leopardi, per me magistralmente interpretato da Germano, sia provocata dal fatto che il suo interlocutore aveva colpito nel segno, e Leopardi si sia sentito offeso. Quindi non è affatto una forzatura calcare la mano sulle malattie del Leopardi e mettere in scena quel dialogo, è perfettamente coerente col film e con la descrizione del carattere lunatico e quasi bipolare del personaggio. Infine: normalmente non leggo le critiche e, visto che l’autore cita Canetti, ne riporto un passo, che sia di ispirazione un po’ per tutti: “Il piacere di esprimere una sentenza negativa è sempre inconfondibile. È un piacere duro e crudele, che non si lascia sviare da nulla. La sentenza è solo una sentenza quando viene pronunciata con una sorta di temibile sicurezza. […] La malattia del condannare è una delle più diffuse tra gli uomini: in pratica, tutti ne sono colpiti.”

  18. Solo una cosa: tu dici che Leopardi nel film “declama” “L’infinito”, ma non è così: Elio Germano “dice” la poesia, non la declama. La dice per sè stesso, non la declama per un pubblico. E’ una sottigliezza ma la dice lunga su come si possa vedere in modo diverso questo bellissima pellicola.

  19. Temo che il film abbia mancato l’occasione di presentare un Leopardi meno polveroso e stereotipato di quanto erroneamente creduto dal senso comune. Le scene che ci fanno empatizzare col personaggio (ben interpretato da Germano) si contano sulle dita di una mano: le altre sono ammiccamenti a ciò che è noto o mere citazioni, prive di chiave interpretativa. Si tratta, dopotutto, di un film e non della versione cinematografica di un testo scolastico. Per questo, ciò che rimprovererei a Martone è proprio la mancanza di una trama, la totale (e per certi versi persino ammirevole) aderenza filologica agli scritti leopardiani. Se l’aggettivo “didascalico” può creare fraintendimenti, direi piuttosto che il difetto peggiore della pellicola è proprio quella prudenza che il poeta di Recanati rimprovera al padre nella scena cinematograficamente più riuscita del film.

    Ho espresso qui un parere più articolato: http://grulloparlante.wordpress.com/2014/10/19/il-giovane-favoloso/

  20. Illetterati scivola sul ‘sonetto’. Ma se il film non vi è piaciuto una ragione ci sarà, magari riceverete il commento opposto: ‘Sei troppo letterata/o, troppo dentro, troppo coinvolta/o per apprezzare un Film su Leopardi. Mica è un documentario!’. Questo vi diranno se non apprezzate il film ma conoscete l’Opera, o avete tentato di spiegarla a voi stessi e a una classe di ragazzi.
    Ma a parte questo. A Martone piace l’idea del ‘genio ribelle’, perche’ (in questo momento o da sempre?) e’ molto anticonformista ‘il genio ribelle’, molto ‘oltre’ la letteratura. E questo il pubblico lo trova rivoluzionario. Perche’ della letteratura, in fondo, i profani non hanno bisogno, e magari neppure del pensiero. Giusto Martone?
    E’ bello quest’articolo e molto centrato. Con la differenza che io, all’uscita del cinema, mi sono arrabbiata.

  21. Il discriminante in questo tipo di operazioni e’ se riescono a creare esperienza estetica originale o si limitano al già noto. Mi pare di capire che l’aspetto grafico-visivo, la fotografia dei paesaggi in stile naturalistico, sia assai notevole ed anche filologicamente abbastanza rispettosa del contesto. Sarebbe stato geniale fare il film senza l’ingombro fisico di Germano-Leopardi, lasciando l’audio come documentario a far immaginare un Leopardi allo spettatore, ognuno coi propri limiti percettivi e culturali il proprio.

  22. Semplicemente grazie a Mario Martone per il suo bellissimo film e a Elio Germano per la sua straordinaria interpretazione. Da professoressa democratica come spero di essere stata mi ha fatto piacere ieri pomeriggio vedere in sala tanti ragazzi e ragazze. Volti accesi e commenti partecipi (così m’è parso di capire) all’uscita dal cinema. Concordo in pieno con il commentatore che si firma “ro” quando scrive: Il valore immenso di questo film è nell’aver saputo trasferire “il corpo della poesia” in pellicola. Esatto. Il film è un monumento alla Poesia, per questo suonano assolutamente pertinenti i versi che vengono, è vero, non declamati ma detti. E quella Natura con le sembianze e gli occhi celeste ghiaccio della Contessa Signora Madre? Un dettaglio, secondo me, non da poco.

  23. October 21, 2014existenz Leave a comment Edit

    il giovane favoloso

    Il film di Martone ha un pregio assoluto ovvero ha un piglio divulgativo che merita il massimo rispetto in questi tempi oscuri fatti di poca memoria e pessimo intelletto.
    Inoltre la capacità visiva del film è un ottimo tentativo di esaltare la poesia leopardiana nella sua bellezza totalizzante.
    Al di là della ricostruzione filologica, degli aspetti trascurati (impensabile provare a tradurre l’universo leopardiano in 145 minuti) il film è uno spunto di riflessione assoluto sul rapporto tra Leopardi ed il suo mondo. In particolare suscita a mio avviso interesse la possibile relazione tra la visione del mondo di Leopardi e lo stato fisico del suo corpo. Soprattutto a mio avviso della distinzione tra intelletto e malattia ammesso che si possa compiere davvero una distinzione del genere.

  24. Presto detto sia! Il problema è nel background del fruitore, perché un conto è assistere alla visione del film di Martone, Il giovane favoloso, completamente asciutti di poesia, filosofia e biografia leopardiane, un altro è, invece, averne assorbito una gran parte, e continuare a farlo sempre sempre, senza mai stancarsi. Proprio questo retroterra può costituire un limite all’interpretazione del film di Martone, sia che ad esso si accosti un imberbe, ben nutrito dei pregiudizi sul poeta di Recanati, cui anche la vulgata scolastica, nell’estrema difesa comunque di un grande, ha contribuito in tanti anni di divulgazione del mito leopardiano, sia che l’interprete sia uno abbastanza avveduto e ben consapevole di certi snodi leopardiani. Consapevole del fatto che non sia possibile sovrapporre come in un’operazione di decalcomania due statuti rappresentativi differenti, dialoganti per l’oggetto(Leopardi e il suo mondo), eppure cozzanti per linguaggi, scopo e destinatari, ossia film da una parte e biografia, poesia e filosofia leopardiane dall’altra, proverò tuttavia a esprimere un breve giudizio sul film di Martone, o meglio su ciò che il regista fa emergere del poeta Leopardi, del suo tempo e del suo messaggio.

    Il filo conduttore di tutto il film è la contaminazione tra biografia, poesia e filosofia leopardiane, contaminazione che rende squilibrata la struttura e parzialmente semplificante la ricezione per il pubblico imberbe con un ago della bilancia che pende sul lato biografico e poetico a danno di quello filosofico, che fa, invece, tutt’uno con i primi due. Chi, infatti, si accosta a Leopardi non può di solito separare nettamente filosofia da poesia, poesia da biografia, tecnica poetica da reale prova poetica e via di seguito, a meno che non si rinunci a una comprensione esauriente del mondo leopardiano. Chi sa gestire i diversi fili della sceneggiatura riesce in qualche modo a tessere la trama dei significati, chi, come dicevo prima, ha la mente ricolma di luoghi comuni e pregiudizi, dopo la visione del film, non potrà che consolidarli attraverso quella semplificatoria equazione malattia=disagio=pessimismo, che ingombrante peso ha avuto nell’interpretazione della poesia leopardiana e nella sua commercializzazione scolastica. Come già è stato evidenziato da molti, fatta salva la bravura geniale di Elio Germano, l’operazione di Martone non aggiunge e non toglie nulla a ciò che il pubblico sa di Leopardi, anzi attraverso la tecnica della citazione diretta e dell’allusione il pubblico medio e altresì quello berchettianamente parigino trova occasione per misurarsi con la sua memoria, recitando i versi di Leopardi(in sala ed anche ad alta voce!)e annegando nella loro sofficità sonora. Così ci si ritrova un Leopardi che sulla scena recita L’infinito, mentre si aggira ebbro di furor poetico tra le frasche dell’ermo colle e sforza la vista degli occhi e della mente per oltrepassare il limite, o La sera del dì di festa nel chiuso della sua cameretta; oppure ci si rimembra di una certa Silvia, la cui morte è oggetto della narratio di Martone, dopo che questi ne ha mostrato le faticose opre da uno spazio-finestra oggetto della contemplazione leopardiana; oppure ancora una corpulenta gallina ovaiola che razzola in su la via, anche se non dopo una tempesta. Pregnante, ma ridicola per gli effetti speciali hollywoodiani, la scena della Donna-Natura che gigante si presenta all’Islandese, incarnato però sulla scena dal poeta, e che dà prova della potente forza della materia attraverso un processo di auto-annientamento; anche nella parte finale, sotto un reboante sterminator Vesevo, la rappresentazione strizza l’occhio al meglio degli effetti speciali, ma la voce che recita il sublime fiore del deserto redime la scena da ogni giudizio frettoloso di condanna e assolve Martone per il tramite della poesia leopardiana. Assoluzione che non consente, tuttavia, di definire Il giovane favoloso un capolavoro; a livello didattico la visione del film, se preceduta da una o più lezioni propedeutiche, può risultare utile per far cogliere ai ragazzi alcuni snodi fondamentali del mondo leopardiano:

    la figura oppressiva e castrante di Monaldo, letteralmente innamorato di Giacomo;
    la sconfinata erudizione di Leopardi per il tramite della biblioteca che nelle intenzioni di Monaldo avrebbe assicurato al figlio un posto di rilievo nell’ambito dell’intellettualità pontificia, ma che si rivela volano per la fuga e la ricerca della libertà individuale e della gloria;
    il carattere retrivo e polveroso di quella cultura romantico-borghese di primo Ottocento, incapace di comprendere il genio leopardiano e di accettare la filosofia dell’arido vero;
    il tratto fanciullesco della sensibilità leopardiana, che si materializza nell’attenzione certosina alle voci, ai silenzi e alle forme della natura;
    il disagio della condizione fisica e psicologica, che non diventa mai rinuncia alla vita.
    Può, invece, nuocere assai agli studenti l’indugio eccessivo del regista sulla rappresentazione della figura fisica di Leopardi, che raggiunge movenze ai limiti della caricatura soprattutto nella seconda parte del film ; temo che proprio quest’immagine possa restare impressa nell’immaginario dei nostri studenti. Ma noi, tornati in classe, con i ferri del nostro mestiere sapremo come intervenire.

  25. A mio modo di vedere (il film come la recensione), il post di Illetterati bene o male mette in luce quasi tutti i limiti del film. Aggiungo due cose. La prima è che ho trovato senza remissione di peccati Il giovane favoloso un film noiosissimo… Ho faticato non poco a rimanere seduto sul per altro comodo sedile del cinema per tutta la (ingiustificata) lunghezza della pellicola. Questo perché non ho visto mezza invenzione di Martone, mezzo guizzo, sul piano estetico (ma anche contenutistico) il film è di una piattezza veramente da banco di scuola, da circolare ministeriale, che trovava il suo punto più basso nelle sequenze didascalico-aforistiche di alcuni dialoghetti e nei pessimi pessimi momenti di ispirazione e recitazione poetica infrattati un po’ dietro le siepi un po’ sotto al Vesuvio. Ma che è L’attimo fuggente?
    In più tutto il film ruota attorno a questo misero corpo ma chiediamoci come lo fa. Lo fa in maniera del tutto benigna, indolore. Ma benigna e indolore soprattutto nel senso cinematografico del termine. Nella prima parte, per esempio, tutta la sofferenza fisica del giovane Leopardi sullo scrittoio dove l’autore si sgobba, sorvegliato dal padre e dal pretesco precettore, tutta quella sofferenza fisica è del tutto annacquata… ed è un peccato perché la scena di Leopardi che scappa in bagno dalla biblioteca, sta in bagno, torna alla scrivania e scivola, sviene e poi di seguito subito la scena in esterno diurno della sua difficoltà a urinare col padre che lo deve aiutare sono tra le pochissime cose interessanti sul piano registico-narrativo. Eppure è un lampo. Uno dei pochi lampi dove Martone fa veramente Martone.
    Il corpo di Leopardi si curva, sotto i vestiti, per strada, si arrampica su qualche sedia, ma per il resto il travaglio non è raccontato, non c’è il giusto distacco dell’autore verso i suoi personaggi, che è una cosa giusta, in arte… c’è proprio pudore per quel corpo, è un travaglio del tutto velato, ammantato. Così come quando lo si legge sulle antologie. Allora che c’è di diverso dalla circolare ministeriale, mi chiedo? Niente. Quindi Martone non è riuscito a fare decentemente nemmno il film sul corpo di Leopardi, sulle sofferenze e sulle insofferenze della sua carne (che sarebbe stato un film, e una scelta). E quindi rimane nel solco narrativo e purtroppo cinematografico della scuola, e ciò che esce fuori è un ibrido, è un film “di tutto un poco”. Come le antologie. Tanto che alla fine Martone si permette di fare una scena ambientata in un caffè napoletano dove Leopardi assediato da alcuni detrattori urla che la sua arte e le sue idee sono frutto del suo intelletto e non hanno alcuna relazione col suo stato fisico… Ho pensato all’inizio toh che si riprende! vuoi vedere che Leopardi sta urlando anche contro il regista che ha tanto maldestramente e pudicamente insistito sul corpo… ma non era nemmeno così. Martone non ha fatto nemmeno un film filologico o un film documentaristico fatto bene, alla Olmi, e così ha continuato infatti anche dopo quella scena a presentarci Leopardi, il suo smorto corpo alla stessa maniera fino all’ultimo e il banalissimo finale, contemplativo, romanticuccio, della Ginestra recitata dal poeta arrotolato su una sdraio alle pendici del Vesuvio ne è stato il degno coronamento.
    E’ palese insomma che Martone non s’è voluto spostare dalla lezione più semplice e scolastica di Leopardi e non s’è arrischiato mai di fare nulla fuori da quell’insulso raggio d’azione. Un vero peccato.

  26. La tensione illustrativa,non è così negativa E’ un modo di raccontare che, per esempio, io preferisco. Credo che, il raccontare attraverso la tensione illustrativa, sia il metodo migliore per catturare e stimolare l’interesse dei giovani…. Ogni scena del film può essere interpretata secondo una propria visione. La scena di Leopardi che, in un caffè di Napoli, si arrabbia e sbotta dicendo: “Non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto!” mostra la debolezza umana del grande poeta che si lascia sopraffare dall’indignazione così tanto, da avere quasi una crisi di nervi (fiato corto, affannoso e parole, strette tra i denti) e quel gesto di tornare al suo gelato chiedendo ai presenti di lasciarlo solo ( un garbato modo di mandarli a quel paese) è per me, non soltanto il gesto di una abitudine consolatoria “l’unica forma di trasgressione dei sensi a cui egli può accedere” (tra l’altro secondo il medico di un’altra scene del film, trasgressione dei sensi a cui egli non potrebbe accedere) ma è soprattutto un messaggio di questo tipo: “Lasciatemi al mio gelato, che ha molto più valore delle vostre chiacchiere!”
    Quel suo gesto di accarezzare la crema e distogliere lo sguardo dai presenti, io l’ho letto così
    Non credo sia corretto paragonare la baldanza fisica di Ranieri con quella di un personaggio dei fotoromanzi e dire che “infatti se la spassa alla grande”, a me ha dato soltanto l’idea di un fedelissimo amico, più giovane di Leopardi, un bell’uomo che ha soltanto due storie d’amore in sette anni (il periodo della loro amicizia) di cui, una lo vede abbandonato e tradito, e l’altra è sacrificata per accudire il caro amico! Così la “tanta” inquadratura sulla schiena nuda con il “sorgere della gobba” è forse quella che per me, è stata la meno sconvolgente perché, mi è sembrata la più naturale. C’è un ragazzo che nella sua intimità osserva il proprio corpo, come sempre avviene, soprattutto quando si subiscono trasformazioni e a maggior ragione quando si è devastati da malattie ….. Quel momento, appena un attimo, è qualcosa che mi è sembrato importante per la comprensione di ciò che stava avvenendo e di tutti gli stravolgimenti che, inevitabilmente, sarebbero derivati.
    Il calcare la mano, sulla difficoltà e sulla bruttezza fisica del poeta anche a me ha colpito e mi ha fatto stare male, ma poi ho ricordato una signora che conosco curva quanto lui, non vecchia, e quanto il Leopardi non certo, un belvedere. Devo dunque fuggire quando l’incontro? Così forse Martone ha voluto rappresentare il poeta, come qualunque altro passante o amico o famigliare, lo vedeva per strada, nei caffè, nei salotti, nei teatri, in casa; in ogni momento della giornata e della notte. Forse ci avrebbe risparmiato la visione di una realtà così crudele puntando soltanto sui primi piani, sui particolari, evitando la visione d’insieme ma forse sarebbe stata una realtà edulcorata.
    La cosa che accentuava questo senso di disagio, credo che sia stato il continuo muoversi della cinepresa. Ecco, questa scelta stilistica d’immagini mosse, traballanti, non riesco a capirla e mi chiedo quale sia il senso.
    Può darsi che sia davvero un film da professoresse democratiche ma anche in questo non vedo niente di negativo perché, se fosse così, significherebbe che la parola di un grande sarà sempre più divulgata, e allora, ben venga! Confesso poi che, se avessi avuto qualche professoressa democratica in più nella mia vita, io avrei visto il sole ….

  27. U’opera d’arte, e dunque anche un film (specie quando ritenuto “d’autore”), dovrebbe aiutare i fruitori a guardare quello che già si conosce da un altro punto di vista, introducendo quindi una novità. Raccontare Leopardi, ovvero un genio della letteratura mondiale perdendosi quest’occasione, è quasi un delitto.
    Niente aggiunge il film di Martone a quanto già non si conosca. A chi grida al capolavoro, suggerisco di rivedersi
    Amadeus di Milos Forman… Talvolta i paragoni aiutano a ridimensionare i propri giudizi.

  28. un bel dibattito che mi ha fatto capire meglio le mie critiche. damiano è stato molto chiaro. grazie

  29. Mi domando, leggendo queste critiche, cosa pretendevate … forse un film alla Ken Russell?
    Sobrio, dice praticamente tutto, pur non potendo soffermarsi più di tanto (ci sarebbero voluti due o tre film) la prova di Germano è ottima … ma naturalmente non basta. E per rispondere alla signora Donzelli, sì, i profani non hanno bisogno della letteratura. Nessuno ne ha bisogno. Casomai si ha bisogno della vita, che non è la stessa cosa. Ho visto la sala strapiena per vedere un film su Leopardi, non so se mi spiego. La gente ne è attratta e respinta allo stesso tempo, come sempre per i motivi sbagliati (cioè i motivi che ai cosiddetti addetti alla cultura de sinistra ripugnano).
    La noia è solo dentro di voi, mi sa. Sia detto senza offesa, ma come triste constatazione.

  30. Ho visto il film e mi è piaciuto, proprio per il rigore filologico mostrato, tanto poco in voga ai giorni nostri. Perché alla base dell’arte deve esserci lo studio, e si vede che Martone ha studiato Leopardi e su Leopardi prima di girare il film. E trovo che si vede anche che Martone ama Leopardi, tanto da trattarlo con la giusta delicatezza e affetto. Affetto per questo giovane dalla vita obiettivamente sfortunata ma dal genio straordinario. Inoltre mancava in Italia un film su leopardi, cioè su uno dei pochi letterati italiani di statura mondiale, e solo per questo Martone merita di essere elogiato.
    Per questo motivo non capisco come si possa accomunare questo film all’opera della Cavani: se c’è un film privo di rigore filologico e decisamente “avventuroso” nel voler leggere Nietzsche alla luce della cultura della liberazione sessuale anni ’70 è proprio “Al di là del bene e del male”.
    Infine: non colgo lo scandalo per aver mostrato Leopardi così come era, con quel corpo ribelle e deforme. Se il corpo è la condizione necessaria dell’esperienza e dell’incontro col mondo, come ha scritto Merleau-Ponty, e la malattia consente di vedere il mondo da una prospettiva inedita e autentica, come ci insegnano i romanzi di Thomas Mann, allora non si può pensare che l’opera di un autore possa nascere separata dal vissuto dell’autore. Alexander Pope, che molto ebbe in comune con Leopardi, alla fine della sua esistenza scrisse: “La mia vita, questa lunga malattia”. Questo vale anche per Giacomo: la sua vita è stata una lunga malattia, presenza costante e inesorabile. Bene ha fatto il regista a mettere il corpo e la malattia al centro della scena. Voler far emergere il pensiero occultando il corpo, non mi sembra un buon servigio reso al poeta, magari anche una mancanza di coraggio.

  31. Massimo,
    io non ho nulla a che vedere colla cultura di sinistra visto che non ho nulla a che vedere colla cultura (essendo poi uno con valori di sinistra e libertari in corpo, capisce bene che colla cultura di sinistra non ci posso entrare proprio niente). Probabilmente ha ragione lei, la noia che ho provato l’altra sera è solo ed esclusivamente dentro di me e allora mi dico un po’ per uno non fa male a nessuno… conosco talmente poco quella brutta sensazione che ogni tanto è giusto che ne assaggi qualche cucchiaiata pure io, mi aiuterà a crescere: sarà mica per questo che il Ministero della Cultura lo ha riconosciuto come “opera EDUCATIVA” e ne favorirà la proiezione nelle scuole?
    Vede, Francesca E Lamanna, che c’ha ragione lei: la tensione illustrativa ripaga (e viene finanziata) sempre…

  32. Questo film è straordinario, sotto molteplici punti di vista.
    Non solo descrive Napoli in maniera straordinariamente stereotipata, critica il bigottismo in maniera straordinariamente stantia e dispensa scene di nudo maschile straordinariamente posticce, ma riesce a veicolare perfino i più logori cliché dello zeitgeist contemporaneo.
    La figura di Leopardi è caricaturale; esageratamente egocentrica, malaticcia, ambigua e ansiosa di sovvertire l’ordine costituito. Trovo ridicola l’evidenziazione delle sue capacità di calcolo da bambino nelle olimpiadi della matematica ante litteram, francamente assurda la scena in cui finisce quasi a letto con un transgender.
    Soprassiedo sulla recitazione e sul ruolo di Michele Riondino (Antonio Ranieri), che dovrà il suo ingaggio alla mal celata intenzione di catturare il pubblico delle soap-opera.
    Un film lento, la cui agonia trascorre nell’attesa di un’idea originale e alla matta e disperatissima ricerca di un barlume di onestà intellettuale e rispetto per il pensiero di un luminare.
    Restate a casa.

  33. Il giovane favoloso è meno che mai un film didascalico o scolastico. In esso è invece presente una forza ctonia, tellurica, corrusca, che emerge da sotterranei dimenticati che si protendono come ineffabili inferni nel mondo dei viventi, come un terreo e nebuloso sentore di guerra che a tratti si vorrebbe espandere nella quotidianità rarefatta dei viventi. La figura di Leopardi si muove su un nuovo “teatro di guerra” senza fine, quello di un’epoca e di un paese immerso nelle sue vacue aspirazioni di gloria e di pacatezza; su questo teatro emergono, come inquietanti segnali, i vapori sotterranei di una fisicità e di una corporeità dirompenti che, come il magma del Vesuvio nelle sequenze finali, si staglia sull’ordinato orizzonte delle mentalità collettive. E il “giovane favoloso”, perciò, si trova a lottare senza requie in questo scenario guerresco, e tale lotta avviene per prima cosa tramite il corpo. Si tratta infatti di un film molto ‘fisico’, in cui il corpo riveste un ruolo di primo piano, un corpo che è contemporaneamente gabbia e macchina perfetta per far scaturire pensieri che sono potenti come inquietanti escrescenze fisiche. Sembra che Martone abbia dato una importanza fondamentale proprio al corpo e alla fisicità, un po’ come era avvenuto ne L’odore del sangue: tutto, nel film, è fisico e corporeo, magmatico e ctonio, a cominciare dalla rappresentazione fisica del protagonista, che il regista sembra volutamente accentuare e caricare nei toni di un grottesco e progressivo cambiamento del corpo (mano a mano che il film prosegue vediamo un Leopardi sempre più, iperbolicamente, ingobbito). Il corpo, come la terra, come la natura, è una macchina in divenire, in continuo mutamento, proprio come la lava che erompe da sotterranee caverne e si riversa all’esterno in rombi e suoni devastanti. Come il magma dalla terra, da questo corpo, per dirla con Barthes, può erompere un “brusio della lingua” che possieda in sé un “senso liberato da tutte le aggressioni”, un suono-parola che possa scaturire perfetto dalla macchina-corpo che a sua volta si muove verso inenarrabili spasimi. Ed è così che il giovane favoloso recita sommessamente i suoi versi di fronte alla luna o alla stessa incandescenza del magma, o al cielo notturno sul quale, come in una notte stellata di Van Gogh, si stagliano “nodi quasi di stelle” e intrecci avvolgenti di galassie e nebulose; la parola poetica emerge con la potenza di un Verbum che si è fatto incondizionatamente carne, una carne che subisce il martirio di una realtà che, essa stessa fisica, essa stessa corpo, imprigiona nelle sue spire senza offrire alcuna via d’uscita. Quindi, ogni ambientazione del film appare estremamente plastica e materica, dagli sfondi bianchi di muri sui quali si staglia la figura del poeta fino ai paesaggi naturali, cielo e mare, quasi pulsanti di vita propria e agli interni espressionisticamente illuminati da candele che, come carne viva, spandono la loro luminosità quasi plasmando come un corpo l’ambientazione stessa. L’unione ctonia della struttura del corpo con la terra stessa si ha nella sequenza in cui di fronte al protagonista si staglia una gigantesca statua muliebre fatta di materia rocciosa (che, iconograficamente, rappresenta la prosopopea della Natura del dialogo delle Operette morali, anche qui in una realizzazione lontana da ogni tentazione didascalica), un corpo che ha preso forma dalla densità rocciosa e grezza della concrezione terrestre. In questa landa, dove l’essenza plastica e ctonia racchiude e serra come una infernale prigione (scena che può ricordare certi momenti del Faust di Sokurov), la parola, di nuovo, erompe come brusio perfetto di un corpo che, lentamente, si dirige verso il suo disfacimento ma anche verso la sua perfezione, perché ormai annullatosi nella fisicità della parola stessa. Anche i cunicoli napoletani che conducono al bordello, tetri, oscuri, infernali come quelli che portano al bordello del Fellini-Satyricon, avvolti da una perenne notte, sono espressioni corporee, vicoli illuminati da tetri fuochi in fondo ai quali si possono scoprire nuovi corpi, quelli dell’eros, quelli di una carnalità che si espande in nuovi e magici sovvertimenti ctonii. E quelle lande, quei vicoli, quelle pendici vulcaniche scrutate dall’occhio ferito del protagonista sono nuovi “cristalli” sui quali da una parte ci può essere scritto “salvi”, e dall’altra “perduti”, come ebbe a dire Deleuze a proposito del Fellini-Satyricon. Perduti, ma anche salvi, perduti e avvolti, anche noi spettatori, all’interno di una parola che non ha fine, come quella della Ginestra che ascoltiamo nelle sequenze finali. Antididascalicamente, il regista sceglie di non farci vedere il poeta a letto malato che detta a Ranieri i suoi versi, ma li fa scaturire direttamente dalla sua voce che sembra proseguire senza fine; la lavica eruzione della parola poetica, come l’urlo senza fine che chiude, proprio sulle pendici di un vulcano, Teorema di Pasolini, ci trascina via nel suo gorgo, salvi e perduti, dopo averci stretti in una corrusca e potente danza di corpi.

  34. @Omm. Quello non era un transgender, è proprio tecnicamente impossibile, siamo ai primi dell’Ottocento. Direi piuttosto un ermafrodito. Ma in verità non conta molto capire se sia l’uno o l’altro, visto che quella è, evidentemente, una scena che vira al surreale per accennare alla presunta omosessualità del poeta e all’evidente contradditorietà e lacerazione di un uomo che come pochi altri sentiva la forza della Natura (e dopo Freud sappiamo come potremmo diversamente chiamarla) e che però era coartato come pochi altri. Be’, nelle scene del bordello-inferno tutto questo c’è e secondo me reso splendidamente: Napoli sembra tutt’altro che posticcia, è energia scomposta e perturbante.
    Leopardi soffriva di una devastante malattia alle ossa che l’ha reso gobbo, anzi soffriva di tutte le possibili malattie, tanto da diventare un concentrato simbolico della sofferenza (c’è saggetto di Zanzotto in proposito): puoi spiegarmi in che senso rappresentarlo così sarebbe una scema inclinazione allo spirito dei tempi?

    @Dinamo: mi fa piacere che tu sia un libertario. Vorresti, allora, per favore, spiegarmi perché un libertario ironizza con tanta ferocia sulle capacità educative di un film (e pazienza se è piaciuto al Mibac, facciamo anche a meno della sua benedizione, a scuola)?
    Da folle amante di Michelstaedter anch’io non amo la Rettorica, ma non vedo molte soluzioni al mantenimento di un’istituzione come quella scolastica, che evidentemente in quanto istituzione produce pedagogismo, civismo e altri ismi che certo infastidiscono. Ma se hai soluzioni diverse e convincenti rispetto al lavorarci dentro e far quel che si può, ti ascolto volentieri, e mi imbarco con te nella realizzazione di un progetto alternativo.
    (Evidentemente, nel mio far quel che si può, rientra anche aver già visto il film coi miei allievi e averne con loro parlato).

  35. @Daniele Lo Vetere
    Guarda, io lavoro a Napoli e col tempo ho imparato ad apprezzarla: i napoletani sono persone splendidamente socievoli, cortesi e di mentalità aperta – con un po’ di fortuna anche di cultura immensa. L’immagine dicotomica del Leopardi che bistratta, ricambiato, l’élite letteraria, mentre si intrattiene dilettevolmente in cene pizza, vino e mandolino per strada è poco credibile, e sa tanto di minestra riscaldata. Del resto, non risulta surreale solo la metaforica discesa agli inferi del nostro, ma anche l’apparizione di madre natura e l’eruzione del vesuvio; risultano invece ultrareali la severità paterna, la fede materna, la prigionia familiare e la fratellanza con Ranieri.
    Trovo sia un peccato mortale la costante ed eccessiva enfasi sulla fisicità e quella modesta sul pensiero. Oltretutto – o di conseguenza – il film è lento e noiso.
    Dov’è la “scema” sudditanza allo spirito del tempo? Nelle ideuzze tanto in voga che sottendono la vita cinematografica del buon Giacomo, novello apologo dell’anticlericalismo, dei moti rivoluzionari e dei diritti degli omosessuali. Onestà intellettuale zero.
    A tempo perso sono giunto alla conclusione che la scelta del soggetto sia stata meramente ruffiana. Botteghino docet.

    P.S.
    “Transgender” è una parola con un ventaglio di accezioni, credo sia ben chiaro dal contesto cosa intendessi, avendone fatto un uso molto vicino al significato etimologico. Se si vuole indulgere in pedanteria, propriamente ermafrodito è un mito greco, traslato in medicina per indicare una persona che presenta attributi sessuali doppi (caso rarissimo, che non corrisponde al significato più comune di transgender) e semmai dovremmo discorrere di pseudoermafroditismo o tirare in ballo l’orientamento sessuale. Non sono un tecnico e non mi va di spingermi oltre. Inoltre, data l’estrema delicatezza delle definizioni collegate all’argomento, c’è poco da puntualizzare.

  36. Daniele Lo Vetere, non capisco perché ci dovremmo imbarcare io e te… Né mi è chiaro il discorso sul libertario. Se una cosa fa schifo io mi prendo la libertà di dirlo, dichiarando ed argomentando la mia posizione nella maniera più onesta, anche usando l’ironia (e l’autoironia): se l’ironia dà fastidio non ci posso fare niente.
    Per quanto riguarda l’arte educativa, sollevi un bel discorso. Non andiamo a impelagarci nell’infinito derby tra formalisti e contenutisti. A me pare che ci siano artisti che trasmettono, volontariamente o involontariamente, attraverso la loro opera d’arte (loro opera D’ARTE, cioè sto parlando di estetica) un sistema di pensiero, una morale. Ora, per quanto mi riguarda, a me in un artista interessa prima di tutto il fenomeno estetico ma non posso nemmeno dire di essere indifferente alle idee che esprimono, sempre ovviamente che queste idee siano valide, cioè di un’intelligenza strepitosa. Queste idee strepitose possono diventare anche educative per qualcuno, in un dato momento o in più momenti, oppure mai, rimanendo una sensazione di grandezza… Così, per dirne solo aluni, penso alle idee e alla grande morale, alla giustizia, di Sciascia (che se vogliamo a livello formale è uno scrittore marginale ma con un’intelligenza assolutamente strepitosa), oppure penso alle invenzioni di Manganelli o alla descrizione demolitrice/costruttrice e filosofica di Bernhard o appunto all’universo di Leopardi. Queste sono opere da cui possiamo trarre profondità ed esempio per la nostra vita e il modo di lavorare i nostri pensieri.

    Torniamo al film di Martone. Che cosa ha questo film di saliente, di cinematograficamente, di esteticamente importante, ragguardevole? A mio modo di vedere nulla, tanto che non riesce a trasmettere nemmeno i dolori fisici di Leopardi, costretto nel film a scrivere delle lettere ai suoi amici letterati per informarli (e soprattutto informarCI) che sta male. Altrimenti, cioè attraverso l’arte delle immagini e della recitazione, non lo avvertiremmo. Non lo sentiremmo fisicamente come spettatori estetici.
    Cosa ha a livello di pensiero? E’ il Leopardi dei manuali (Martone sceglie per lo più testi d’antologia che diventano centrali nel film… Martone non fa manco lo sforzo di cercare fuori da questo canone ministeriale, e ce ne sarebbe di materiali, ma dà di nuovo assoluta centralità all’antologico, al logoro, al Leopardi lobotomizzato per entrare nella manualistica scolastico-statale. Sono questi testi, i testi canonici, il centro filologico del film… Bella robba, mi viene da dire).
    Quindi nemmeno da quella parte il film è apprezzabile.
    Cosa ne dovrei concludere, caro Lo Vetere? Che siamo di fronte a una lezione tradizionale di Leopardi invece che fatta a scuola, sulla lavagna, fatta al cinema, sullo schermo. Questa è la mia idea del film.
    A che cosa serve questo? Serve a rafforzare solo il pensiero dominante e banalizzante di questo autore di fatto educando alla banalità, alla intelligenza mediana, all’ipocrisia più strumentalizzata, che invece ogni artista che si rispetti deve condannare senza appello.
    Come pensiamo allora che davvero questo film possa appassionare i ragazzi se non ha né a livello stilistico-cinematografico né a livello morale-contenutistico dato una virgola di racconto in più sull’opera e la vita di Giacomo Leopardi? Se non ha aperto una sola finestra nuova, né per mezzo dell’arte cinematografica né per quella filologica, su questo mondo di Leopardi…

  37. @ Daniele Lo Vetere

    ho da poco scoperto Michelstaedter, ho preso La melodia del giovane divino. Potresti indicarmi un qualche scritto su di lui che mi aiuti un po’ a capirlo meglio e semmai qual è il testo di Michelstaedter che ritieni più significativo?

    Anche a me il film è piaciuto molto, e può benissimo piacere ai ragazzi e alle ragazze, soprattutto perché c’è una colonna sonora stupenda e moderna, un po’ la stessa giusta scelta fatta da Sofia Coppola con Marie Antoinette. A proposito dell’omosessualità (o bisessualità, o chissenefregalità), direi che il velato accenno si coglie nel momento in cui si vede Leopardi scrutare il suo amico nudo che esce dalla vasca. Mentre la scena del bordello è solo enigmatica, perché non è Leopardi che sceglie l’ermafrodito, ma viene scelto. Un buon film, un bel film, qualcuno approfondirà, qualcun altro passerà oltre.

    Semmai, un punto di rilievo filosofico c’è, ed è quando Leopardi si incazza che le sue opere siano lette sotto la luce del suo stato fisico. Qui c’è tutta la sua rabbia umanistica, ma un passo che la filosofia sarà costretta a fare è che l’umanesimo è finito, l’autopoiesi intellettuale antropocentrica è stata dissolta come neve al sole, come un dolce gelato.

  38. A me il film è piaciuto , e molto: non mi sono annoiata punto, anzi. Mi è piaciuta la recitazione di Elio Germano e l’ambientazione per così dire ” naturalistica”; quanto al carattere didascalico delle immagini rispetto al testo letterario le ho trovate necessarie e sobrie.
    In questo caso Martone si è messo al servizio delle parole di Leopardi, non ha voluto dare la “sua” immagine di Leopardi, nè la sua interpretazione della sofferenza del corpo di Leopardi ( anche perchè, a rigor di logica, nel film il corpo è solo rappresenato.Forse a teatro è un’azione che si può fare,)
    Qui il rapporto fra immagini e parole mi è parso esteticamente riuscito. C’è poi anche un discorso sull’amore che mi pare importante, da capire.

  39. @ Dinamo, dicendo “libertario” ti citavo, ma non mi sono spiegato, hai ragione. E l’ironia non mi ha dato fastidio, figurarsi. Provo a spiegarmi.
    Sono d’accordo con te nel combattere la banalità e l’ipocrisia; dove non ti seguo più è nella polemica sarcastica contro l'”intelligenza mediana” (che è quell’intelligenza di cui ci si occupa o ci si dovrebbe occupare a scuola). Migliaia di studenti conoscono e possono cominciare ad amare Leopardi grazie a quei manuali, alle lezione medie e alla loro “scolasticità”, su cui eserciti tanto sarcasmo.
    Per come la vedo io, un libertario dovrebbe preoccuparsi non solo delle vette dell’estetica, ma anche nel fondovalle della conoscenza di base. Ovviamente non voglio prescriverti un comportamento, però criticare quello che dici sì, e con altrettanta libertà di te.

    @DFW. Michelstadter è soprattutto la sua tesi di laurea, La Persuasione e la Rettorica, la trovi nella Adelphi, curata da Sergio Campailla, che ne è il più importante studioso, a quanto risulta a me.
    Ti consiglierei soprattutto Un altro mare di Claudio Magris, un breve romanzo che, attraverso le vicende di un amico di Michel., Enrico, affronta il problema dello stretto, fino all’ossessione, rapporto tra vita e pensiero in Michelstadter.

    @ Omm. Il giovane favoloso un film di propaganda sull’ideologia (tanto in voga oggi!) dell’omosessualità?
    WOW!!!

  40. Daniele, io penso che se Il giovane favoloso fosse stato cinematograficamente migliore, questo avrebbe dato più stimolo, più spazio per pensare e scoprire Leopardi. Avrebbe arricchito la figura di Leopardi e avrebbe dato più punti d’attracco per nuovi/vecchi lettori. Questo naturalmente a vantaggio del pubblico tutto, anche ovviamente di quello più giovane. (D’altronde penso che se uno fa le cose al massimo delle sue possibilità, qualcuno ne verrà sempre giovato…).

    Sul sarcasmo sbagli, perché tu dici che lo rivolgo alla scuola, ma se leggi bene ti accorgi che in realtà io lo rivolgo alla sciattezza del film. Se alla scuola possiamo pure perdonare la superficialità di cui giocoforza deve servirsi per scolarizzare Leopardi, per dare come si suol dire una infarinatura di Leopardi; ad un film su Leopardi non possiamo perdonare questa superficialità, vieppiù se la mostra in campo filologico come in quello estetico. Capisci cosa voglio dire? E’ questo il punto di cortocircuito ed è per questo che alludi a una mia contraddizione. Io parlavo del film. Tu della pratica didattica.

  41. @ Daniele Lo Vetere
    Tanto in voga è la gauche caviar – è un gran sordo chi non vuol intendere. Chiudo.

  42. Caro Dinamo, sono ancora una volta perfettamente d’accordo con te! Sia per il disorso su un piano contenutistico, sia per le tue considerazioni su un livello estetico (aspetto che nessuna opera d’arte si può permettere di trascurare). Aggiungo che, tenendo conto dello spessore artistico dentro il quale solitamente Martone si esprime, questa volta ha semplicemente perso un’occasione. Come spettatore, penso che se tutti quelli che si sperticano nelle lodi del film avessero avuto la pazienza di aspettare una stagione della programmazione RAI, si sarebbero ritrovati lo stesso identico prodotto spalmato in due prime serate di Rai Uno (domenica e lunedì sera), magari a firma Cinzia Th Torrini e con il povero Giacomo interpretato da un Beppe Fiorello qualsiasi…

  43. Da insegnante, sia pure maschio, ringrazio tutti coloro che, in questo confronto, hanno saputo evitare la facile trappola dell’ io, che vorrebbe sempre mostrarsi di pensiero fine e scafato, a dispetto di noi mediocri burocrati dispensatori di stereotipi. E grazie, naturalmente, a Martone.

  44. Sono film come questo, insieme con la calorosa accoglienza che li tiene a battesimo, a farmi disperare più acutamente del passato, del presente e del futuro della poesia: e del passato in particolar modo e più infelicemente, perché quasi verrebbe da concludere in queste occasioni che la poesia non è mai esistita. Davvero a quanto pare nel 2014 Giacomo Leopardi non l’ha letto ancora quasi nessuno: nemmeno i registucoli che si industriano a cavar la pagnotta dalle trasposizioni pedestri del suo morto fantasma, nemmeno i loro colendissimi ed entusiasti recensori. Per piacere, non smetterò mai di ripeterlo: se è tutto qui allora chiudiamo le scuole, chiudiamo i cinema, chiudiamo librerie e biblioteche e dipartimenti di letteratura e belle arti; soprattutto chiudiamo le nostre acquiescenti boccacce. Diseduchiamoli finalmente i nostri giovani così fragili, così disorientati, così incapaci e tarati e in definitiva così coglioni! Smettiamo di leggere, smettiamo di scrivere. Smettiamola, una buona volta, di cantarci questa bieca pantomima. Sediamoci in un angolo, impassibili, dietro la nostra beneamata siepe; smazziamoci la nostra infinita pochezza quanto ci pare; e aspettando la prossima glaciazione o la rovina di un qualche asteroide speriamo almeno che di noi non resti nulla di nulla di nulla di nulla, a parte forse un santino della Vergine Maria o una paginetta di Baricco delibata dal destino.
    Del resto lo sapeva anche Leopardi che sarebbe finita così quando scriveva:

    “In vero io mi persuado che l’altezza della stima e della riverenza verso gli scrittori sommi, provenga comunemente, in quelli eziandio che li leggono e trattano, piuttosto da consuetudine ciecamente abbracciata, che da giudizio proprio e dal conoscere in quelli per veruna guisa un merito tale. E mi ricordo del tempo della mia giovinezza; quando io leggendo i poemi di Virgilio con piena libertà di giudizio da una parte, e nessuna cura dell’autorità degli altri, il che non è comune a molti; e dall’altra parte con imperizia consueta a quell’età, ma forse non maggiore di quella che in moltissimi lettori è perpetua; ricusava fra me stesso di concorrere nella sentenza universale; non discoprendo in Virgilio molto maggiori virtù che nei poeti mediocri. Quasi anche mi maraviglio che la fama di Virgilio sia potuta prevalere a quella di Lucano. Vedi che la moltitudine dei lettori, non solo nei secoli di giudizio falso e corrotto, ma in quelli ancora di sane e ben temperate lettere, è molto più dilettata dalle bellezze grosse e patenti, che dalle delicate e riposte; più dall’ardire che dalla verecondia; spesso eziandio dall’apparente più che dal sostanziale; e per l’ordinario più dal mediocre che dall’ottimo.”

  45. Condivido in toto il giudizio sul film, occasione mancata per riscattare Leopardi e il suo enorme contributo al pensiero umano e al dibattito politico di una patria in fieri, al formarsi di una lingua e alla coscienza di un popolo (quello europeo). Martone ha commesso l’ennesima ingiustizia verso questo grande uomo, riducendolo alla solita macchietta scolastica. Peccato, davvero peccato. La poesia (qualcuno, fra i commentatori, parla di poesia) è del tutto assente. Il pensiero filosofico, pur accennato, del tutto sepolto dietro lo stereotipo dello “sfortunato disabile”. Lividoso. Assolutamente sconcertante per un regista napoletano la banalità folcloristica con la quale è stata dipinta Napoli! Film brutto, da dimenticare!!!!! Dopo averlo visto ho avvertito l’esigenza di rileggermi tutto Leopardi, per ripristinarlo nella mia memoria.
    Una curiosità che mi è venuta scorrendo i commenti negativi rispetto all’articolo, che da me è totalmente condiviso: si mostra sarcasmo per l’aver definito “sonetto” l’Infinito, e invece si è entusiasti per una presunta capacità del regista nell’aver saputo esprimere la poesia nel cinema … ma dove? Anche questo è spaesante: sapere esattamente cosa sia un sonetto e accontentarsi che i versi siano letti più o meno bene con 4 immagini di sfondo … Bastava you tube!!!!!

  46. Per me la recensione coglie nel segno e lo dico senza alcuna prevenuta acrimonia contro Martone di cui avevo apprezzato le prime prove negli anni 90 e che mi aveva incantato con il suo Noi credevamo. Il punto e proprio questo qui non si parla di benemerite ooerazioni divulgative ma di cinema e il cinema e dirsi “e già finito” e non chiedersi “qundo finisce”. Il limite del cinema quando affron temi cosi imponenti e il rischio di rimanenrne schiacciati per l’ansia di dire tutto. L’unica strada e quella di guardare le cose di scorcio, come appunto Martone aveva fatto nel film sul Risorgimento, concentrandosi su tre personaggi storicamente secondari, e non riconsegnarci l’obbligatoria penitenza dei luoghi comuni scolastici da Silvia alla siepe ….

  47. Gerace, provi a sedersi lei dietro la siepe e vediamo se serve a qualcosa.
    Io, nel frattempo, ho da lavorare. Sa, chi si sporca le mani è sempre pedestre.
    La lascio alle sue spocchie e ubbie umbilicali.
    Cari saluti

  48. @ Gerace

    guarda che stai citando un passo in cui Leopardi si sbaglia alla grande, se non ricordo male prosegue o viene preceduto dal suo timore che si pubblicavano troppe cose, che in futuro non ci sarebbero state più grandi opere, eccetera. L’unica cosa buona è accettare il fatto che i giudizi sono per forza di cosa infuenzati dagli altri. Leopardi da giovane non accettava il giudizio universale, poi crescendo purtroppo ha cambiato idea, e ha fatto male.

    per non parlare della tua chiosa (sarebbe finita così) che è un classico bias cognitivo, il pensiero finalistico. E visto che ci tieni, occhio allo stile, emani retorica apocalittica da tutti i pixel

  49. @Lo Vetere: non credo affatto che sedersi dietro una siepe serva a qualcosa, né tantomeno la poesia (vivere serve?). Ho scritto precisamente: “se è tutto qui”, se quello che sappiamo trarre da Leopardi è questo soltanto. Io mi guardo bene dal crederlo, ma voi che applaudite che cosa credete? Chi è che sta davvero, già adesso, magari senza accorgersene, magari sentendosi buono, dietro una siepe? Catechizzi, professore, catechizzi! Insegni ai figli del popolo la sua retorica cripto-fascista e renziana, si sporchi le mani di quel che vuole purché puzzi e lasci, di questo sì, la prego, la poesia a chi la sa fare.

    @DFW vs RB: quello che ho riportato è un brano tratto dal Parini, l’operetta morale sulla gloria. Non mi interessa discutere quali riflessioni lo precedano e quali lo seguano – altrimenti avrei citato quelle. Mi interessa sottolineare che Leopardi aveva capito meglio di tutti quanto fosse difficile apprezzare un classico per cognizione critica e non per ombra d’autorità: perché se Martone e compagni l’avessero letto con attenzione, Leopardi, avrebbero fatto un altro film o si sarebbero giudiziosamente astenuti dal farne uno qualsiasi. Lui da parte sua, comunque, lo sapeva già che finisce così a tutti i grandi poeti: o li si dimentica o li si celebra a sproposito. Dov’è il bias?
    Quanto alla presunta retorica apocalittica, mi dispiace che non sia passato quel che era invece sarcasmo. Delle sorti del mondo me ne frega il giusto – proprio perché non lavoro al MINCULPOP. Salvatelo voi coi film istruttivi, se ci riuscite. Dovesse anche scoppiare domani, però, io mi ostinerò a non scambiare fra loro escrementi e poesia. Con tutti i pixel, se non ti spiace.

  50. Vabbé Gerace, chiudiamola in fretta, ché stiamo abusando della pazienza degli altri commentatori.
    Retorica cripto-fascista e renziana è una definizione talmente ridicola e sfasata che non riesco nemmeno ad arrabbiarmi.
    Mi sfugge però – la prego di illuminarmi – quando avrei affermato di voler fare della poesia. Io, modestamente, mi limito a divulgarla (ahi, che ovvove…).
    La lascio, mi inizia il corso di catechismo e miei allievi aspettano di imparare il Credo in un solo Renzi e Cripto e Fascista, ecc…
    Carissimi saluti, si rilassi, e impari da Leopardi, che, in fondo in fondo e a differenza di lei, agli uomini voleva molto bene.

  51. @Lo Vetere: scusi eh, ma tra voler bene e volemosebbene ci passa tutta l’Italietta da Trieste a Marsala. Renziano e criptofascista non è lei, è il linguaggio che la attraversa. Per quel che riguarda la poesia, non c’è modestamente che tenga, mi spiace: o la si legge o la si scrive; divulgarla è impossibile. Del resto non possiamo andar d’accordo perché lei fa l’insegnante e io sono assolutamente contro l’istruzione (obbligatoria, poi, non ne parliamo). Sono incazzato, non stronzo: è vietato? Le auguro un gran bene e chiudiamola qua.

    @DFW vs RB: :-*

  52. SEGNALAZIONE
    Leopardi: la voce, la persona

    Scritto da Romano Luperini 27 Ottobre 2014.

    http://www.laletteraturaenoi.it/index.php/interpretazione-e-noi/301-leopardi-la-voce,-la-persona.html

    Commenti

    * La voce sì, ma… — Ennio Abate 2014-10-31 17:33

    Sul sito di LE PAROLE E LE COSE ancora non si è placata del tutto la polemica fra martoniani e antimartoniani con posizioni che direi di snobismo dall’alto e dal basso (o di massa, come diceva Fortini). A me vecchio ha fatto pensare, per contrasto, a quella tra leopardiani e antileopardiani cui m’introdussero in epoca culturalmente più felice di questa gli scritti di Sebastiano Timpanaro.
    Le annotazioni qui sopra di Luperini mi paiono condivisibili in pieno dalle persone che di letteratura s’intendono e hanno imparato a non fare troppa confusione tra opera e biografia e quindi ad ascoltare la voce di Leopardi (o la sua poesia universale) al di là della persona.
    Eppure mi chiedo: e gli altri, cioè quelli che, per il degradarsi di una trasmissione ben fondata sul libro, sui testi (comunque rimasta circoscritta a minoranze davvero colte), possono accostarsi non alla poesia o al nucleo filosofico delle opere di Leopardi ma soltanto alla persona (all’immagine, alla maschera)? E quindi, oggi, soltanto al film di Martone? (Che funziona all’ingrosso come gli affreschi nelle chiese medievali per i fedeli che non intendevano il latinorum?).
    Non m’interessa capire ora se Martone sia solo un abile divulgatore del lato “non sacro” di Leopardi o addirittura attento alla Sirena del mercato.
    Dò per scontato che la voce leopardiana, su cui insiste Luperini, il cinema rimasto strutturalmente mercantilista (al di là delle attese di Benjamin e di Brecht) non la potrà mai restituire davvero. M’interesserebbe capire però di più se questo film avvicina comunque gli spettatori “massa” (che io non disprezzo) a Leopardi, se riesce almeno a mettergli qualche pulce nell’orecchio o ribadisce piattamente o spudoratamente la distanza incolmabile tra cultura diciamo alta e “autentica” e cultura bassa e “inautentica”.

    P.s.
    Postilla scettica. Non so se, in passato, quella voce di Leopardi la cultura letteraria italiana l’ha davvero restituita più di Martone attraverso la trasmissione scolastica, attraverso il libro. E se una buona parte del pubblico, che si è vantato di averla ascoltata, non abbia fatto solo finta d’intenderla.

    *Un film riuscito — Angela Drago 2014-10-31 13:43

    Certo, rappresentare filmicamente la poesia è una sfida, e comporta di necessità un qualche compromesso (la traduzione in forma di biografia, osserva Romano). Quello di Martone non è però un compromesso al ribasso. Il mercato un po’ c’entra, ovvio. Raramente, però, la logica del mercato tollera lo scrupolo filologico: in questo caso “nessuna” (ma proprio alla lettera) delle battute pronunciate dal protagonista è messa a caso, senza essere tratta da un qualche scritto di Leopardi stesso (Epistolario, soprattutto, ma anche Zibaldone). Ne va dato atto agli sceneggiatori. Si aggiunga che alcuni ambienti, e persino alcuni passaggi dell’opera poetica, sono restituiti con la potenza immaginifica (a volte visionaria) della fotografia. Si aggiunga la bella colonna sonora, e la pronuncia volutamente smorzata, antienfatica (mai dimessa)della recitazione dei versi (forse ad attenuare ai limiti del possibile lo scarto tra voce e persona). Personalmente, qualche perplessità mi è rimasta su singole scelte (avrei fatto a meno della citazione in chiave ultraromantica del Consalvo; la Napoli cupa e ossessionante dei bordelli e delle epidemie è molto più martoniana che leopardiana -penso a “L’amore molesto” dello stesso regista). Però non mi pare che questo invalidi la tenuta complessiva dell’operazione. Che posso dire, a me il film è piaciuto… Anche nel titolo, allusivo (al di là della bella citazione della Ortese) a una giovinezza trepida, vulnerabile, inquieta: che, a ben vedere, non è forse un elemento del tutto estrinseco rispetto a quella voce-poesia-pensiero.

  53. Se conoscessi cosí bene Leopardi, sapresti allora che il gelato gli era stato invece consigliato dai dottori napoletani: quella é una delle poche licenze poetiche del film per farlo sembrare ribelle. Aggiungo che la polemica di Leopardi é sottilissima: qualunque poeta vuole morire, solo dalla morte nasce poesia. Definire un poeta pessimista, dunque, é tautologico. Quella scena non puó essere liquidata cosí: essa é la chiave di volta dell’architettura leopardiana. Comprenderla, vuol dire capire il poeta, e amare un film vero, nel senso migliore del termine.

  54. Non è semplice, immaginiamo, realizzare un film su Leopardi. Il regista si cimenta in un’opera ciclopica. Le riprese dei luoghi sono convincenti e realistiche. L’interpretazione di Elio Germano è davvero spettacolare; tuttavia la deformazione fisica del protagonista appare troppo accentuata e lo spettatore tende a focalizzarsi su quella cifosi e a provare un sentimento di pena, riconducendo il dolore che si sprigiona dalla poesia leopardiana alla sofferenza del corpo più che a quella dell’animo del poeta. La battuta della scena al bar di Napoli, “Non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”, suona pertanto grottesca, dal momento che il film sembra impostato proprio in quella direzione.
    In alcune scene, poi, il regista si è limitato a far corrispondere all’evocazione di un paesaggio l’enunciato di alcuni versi. Martone voleva forse rappresentare la spontaneità del poeta che contemplando il paesaggio ne trae ispirazione e ne fa poesia; tuttavia risulta piuttosto irrealistico che, quando Leopardi si trova sull’ ‘ermo colle’, di punto in bianco, osservando assorto il panorama, reciti “L’infinito” come se fosse il prodotto di un’improvvisa ispirazione. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un attore che declama piuttosto che ad un poeta che compone illuminato dalla natura. Certamente sarebbe stato interessante fare cenno al lavoro di elaborazioni e ripensamenti che accompagnavano la produzione poetica del Nostro. Lo spettatore può poi facilmente notare come Martone ispiri la sua pellicola alla classica antologia scolastica: sono utilizzate unicamente le poesie leopardiane più famose; questa prudenza pare proprio la medesima che Leopardi rimprovera al padre: la storia e la tradizione esistono per essere innovate. Ha ragione quindi Massimo Terzini, qui sopra, quando sostiene che un film dovrebbe aiutarci a guardare quello che già si conosce da un altro punto di vista.
    All’importanza data poi dal regista all’infanzia e alla maturazione del poeta nella sezione recanatese del film corrisponde una conclusione eccessivamente sintetica, perfino sbrigativa: le immagini dell’eruzione del Vesuvio, accompagnate dalla recitazione de “La ginestra” in sottofondo, dovrebbero rendere conto della conclusione di un complesso percorso filosofico, dell’approdo finale del pessimismo leopardiano; allo spettatore resta invece la sensazione di una conclusione affrettata e superficiale. Il giovane favoloso è insomma un film monotono, che ripropone sempre le stesse sfumature del protagonista Leopardi. Il finale ha incoronato la piattezza sostanziale del film, che, come nota Dinamo nel commento qui sopra, alla fine offre “di tutto un poco”; la cura ostinata delle riprese ha preso molto spazio, ma la poesia è rimasta poco viva.

  55. “La felicità o infelicità non si misura dall’esterno, ma dall’interno”: così scrive Leopardi nello “Zibaldone di pensieri”. Il contrario sembra mostrarci il regista Mario Martone nel film “Il giovane favoloso” , che raffigura il poeta da una visuale prevalentemente esterna focalizzandosi in particolare sui difetti fisici, sviluppati poi anche in limiti psicologici, e su una vita spesa nella gabbia didattico-religiosa di Recanati e nella prigionia familiare. Elio Germano ha enfatizzato la sofferenza fisica del poeta in un modo così eccessivo da distrarre il pubblico dal protagonista del film: la poesia. Le opere sembrano lette da un copione e non interpretate, non riuscendo né ad emozionare né a farne trarre il vero significato. La soluzione del regista alla misera interpretazione dell’attore è stata la banale associazione poesia-immagine: per “Alla luna” vi è la scontata inquadratura sulla luna. Questo fa sì che, giustamente, lo spettatore sia più colpito dal cielo stellato di quella piccola cittadina quale Recanati che da “O graziosa luna, io mi rammento/ Che, or volge l’anno sovra questo colle (…)”. Dunque c’è da chiedersi: il film tratta di un Giacomo Leopardi da ricordare per la vita o per le opere? Per slegarsi dall’aggettivo ‘scolastico’ il regista ha cercato di ritrarre la figura e la vita del poeta con venature moderne, quasi rivoluzionarie: dall’utilizzo di una colonna sonora su stile pop al riferimento ad una possibile omosessualità del poeta. Nonostante questo, ‘didascalico’ e ‘scolastico’ sono gli aggettivi che maggiormente ricorrono nelle recensioni riguardanti il film; fallisce così il tentativo del regista di modificare l’etichetta di ‘poeta classico’ da sempre attribuita a Leopardi.

  56. Era nostra opinione che per realizzare un bel film servisse molto di più di una storia da raccontare e un paio d’immagini in successione. Un bravo regista dovrebbe saper sviluppare la storia in modo da ottenere una continua attenzione da parte dello spettatore, trovare bravi attori che comprendano a fondo la psicologia dei personaggi e che si immedesimino completamente in essi. L’ambientazione e la fotografia dovrebbero fondersi con lo sviluppo della storia e trasmettere quello che è il messaggio voluto dal regista.
    Come esposto da Illetterati, la tensione illustrativa nella pellicola di Mario Martone è fin troppo presente e tende a soppiantare la questione narrativa. Inoltre quando l’ambientazione è essenziale ai fini interpretativi, il regista non si sbilancia presentando scenari commoventi, ma opta per paesaggi scontati come la siepe nella proclamazione de “L’Infinito”. Ci domandiamo dunque perché Martone in situazioni decisive dell’ambientazione usi scene molto semplici e addirittura banali, nonostante abbia deciso egli stesso di soffermarsi a lungo e dettagliatamente sulle illustrazioni. La conseguenza di tale scelta determina una scarsa cura nella narrazione della storia che risulta talvolta piatta e estremamente didascalica. Il regista presuppone infatti una conoscenza del poeta Leopardi e delle sue opere da parte dello spettatore e non si sforza minimamente di guidarlo nella narrazione. Martone inoltre non aggiunge niente che non sia già noto ai più e non lo presenta nemmeno sotto una diversa luce.
    Il protagonista alla fine del film risulta non ben caratterizzato e se lo spettatore non conoscesse la biografia del personaggio non riuscirebbe a capire chi realmente è stato Leopardi.
    L’unica trasgressione? Una scena veramente triste di un giovane Leopardi piegato a novanta gradi che cerca di scendere le scale di un ostello e l’incontro molto breve con una prostituta partenopea che per attirarlo gli sussurra nell’orecchio una parola in greco suggeritale dall’avvenente amico Ranieri. Questa scena oltre ad essere poco piacevole e assolutamente non utile alla già scarsa fluidità della narrazione, contribuisce ad aumentare la pateticità del personaggio Leopardi. Martone sembra infatti attribuire al pessimismo leopardiano il naturale sfogo di un individuo deforme, tormentato dalle più svariate malattie e non troppo fortunato con l’altro sesso. Quando finalmente tutto sembra avere un senso e allo spettatore sembra chiaro qual è il filo conduttore della storia … in un caffè napoletano arriva la smentita: “Non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”, si ritrova a urlare il povero Giacomo Leopardi gustandosi un gelato alla crema. A quindici minuti dalla fine del film il povero spettatore ha ancora una vaga speranza che possa succedere qualcosa di inaspettato oppure che la morte di quell’illustrissimo personaggio avvenga il prima possibile per mettere fine a quell’interminabile racconto durato due ore. Ma non succede niente di tutto ciò. Il film termina con un’eruzione del Vesuvio e contemporanea lettura de “La Ginestra”.

  57. La passionalità e l’espressività di Elio Germano sono al centro del film: l’animo desideroso di vita e di amore di Leopardi è rinchiuso in un corpo troppo malato, troppo debole per uno spirito tanto seducente e bisognoso di esternare la propria interiorità e di esprimersi. Illetterati afferma: “Giacomo Leopardi, interpretato nell’occasione con grande forza e passione (un po’ troppa per i miei gusti) da Elio Germano”; il regista in realtà carica appropriatamente la forza e la passione della recitazione, che risulta perfettamente adeguata ad accentuare il contrasto con il fragile e malato corpo del poeta. Emerge così in modo efficace l’animo romantico di Leopardi, oppresso fin dall’infanzia da un rigido ambiente familiare e in seguito da una società liberale esigente che crede nel progresso e nell’ottimismo e dunque in contrasto perenne con lo spirito malinconico ed infelice del poeta. Il peso delle ostilità si manifesta in una gobba che cresce smisuratamente con il passare del tempo; gobba da qualcuno considerata eccessiva ma in realtà efficace a rappresentare il fardello di una vita di perenne malattia e solitudine.
    Ad accompagnare l’ottima recitazione delle poesie, che non vengono “declamate” ma composte in un momento di ispirazione, è sempre presente uno sfondo che parafrasa la poesia stessa. Per questo motivo non condividiamo l’affermazione di Illetterati “c’è piuttosto una sorta di tensione illustrativa, più che narrativa”: la tensione illustrativa è infatti necessaria ad una migliore comprensione della poesia e non sovrasta in nessun caso la narrazione; del resto narrazione e illustrazione sono equamente presenti nel film. Benché il regista abbia cercato di animare in alcune scene l’andamento del film, è inevitabile non attenersi alla biografia del poeta e dunque esso può sembrare nel complesso “didascalico e scolastico”, ma come dice Teresa “che un film appaia didascalico […] credo sia un pregio […] in un momento come quello attuale in cui le fonti diseducative sono davvero tante […] trovo importante che il cinema si occupi di insegnare”.
    Martone è riuscito a trasmettere efficacemente il tormento e l’emotività di una vita costantemente repressa e costretta da un padre estremamente possessivo e il dolore e lo struggimento nel confronto con la libertà del giovane amico Ranieri.
    Leopardi ci viene poi presentato come un uomo moderno, anche se si è formato nella cultura classica, recluso nella stupefacente biblioteca del padre Monaldo. Ma dal tavolo su cui studia Leopardi ha lo sguardo sempre rivolto fuori dalla finestra dove trascorre la vita con la sua luce, i suoi rumori, i carri che passano e le grida dei ragazzi che giocano sulla piazzetta. Martone ci mostra che Leopardi è uno dei poeti che più ha amato l’uomo, che più è vicino alla condizione umana. In una scena Silvia ricorda a Giacomo che le aveva promesso di insegnarle a leggere e a scrivere: una promessa che in realtà il poeta fece a Pisa alla ragazza che puliva l’appartamento dove lui viveva, ma che non accettò questo aiuto pensando che il conte si fosse innamorato di lei. Leopardi aveva una particolare sensibilità per le giovani di umile condizione, come ci ricorda anche la poesia giovanile ispirata ad un fatto di cronaca, che il padre non gli permise mai di pubblicare, in cui veniva denunciata la morte di una giovane donna sedotta e abbandonata (“Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano ed arte di un chirurgo”). Nella seconda parte del film Leopardi ci viene mostrato sempre di più come un uomo estraneo al suo tempo: il regista sottolinea il divario che lo separa dagli intellettuali fiorentini che lodano le meraviglie del progresso.
    L’aspetto didascalico del film è strettamente legato alla fedeltà filologica alla biografia di Leopardi: bisogna considerare, infatti, che la pellicola è destinata anche ad un pubblico incolto, che ha bisogno di una trama lineare e senza aggiunta di effetti spaesanti.

  58. Non è semplice, immaginiamo, realizzare un film su Leopardi. Il regista si cimenta in un’opera ciclopica. Le riprese dei luoghi sono convincenti e realistiche. L’interpretazione di Elio Germano è davvero spettacolare; tuttavia la deformazione fisica del protagonista appare troppo accentuata e lo spettatore tende a focalizzarsi su quella cifosi e a provare un sentimento di pena, riconducendo il dolore che si sprigiona dalla poesia leopardiana alla sofferenza del corpo più che a quella dell’animo del poeta. La battuta della scena al bar di Napoli, “Non attribuite alle mie malattie ciò che è responsabilità del mio intelletto”, suona pertanto grottesca, dal momento che il film sembra impostato proprio in quella direzione.
    In alcune scene, poi, il regista si è limitato a far corrispondere all’evocazione di un paesaggio l’enunciato di alcuni versi. Martone voleva forse rappresentare la spontaneità del poeta che contemplando il paesaggio ne trae ispirazione e ne fa poesia; tuttavia risulta piuttosto irrealistico che, quando Leopardi si trova sull’ermo colle, di punto in bianco, osservando assorto il panorama, reciti L’infinito come se fosse il prodotto di un’improvvisa ispirazione. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad un attore che declama piuttosto che ad un poeta che compone illuminato dalla natura. Certamente non sarebbe stato interessante fare cenno al lavoro di elaborazioni e ripensamenti che accompagnavano la produzione poetica del Nostro. Lo spettatore può poi facilmente notare come Martone ispiri la sua pellicola alla classica antologia scolastica: sono utilizzate unicamente le poesie leopardiane più famose; questa prudenza pare proprio la medesima che Leopardi rimprovera al padre: la storia e la tradizione esistono per essere innovate. Ha ragione quindi Massimo Terzini, qui sopra, quando sostiene che un film dovrebbe aiutarci a guardare quello che già si conosce da un altro punto di vista.
    All’importanza data poi dal regista all’infanzia e alla maturazione del poeta nella sezione recanatese del film corrisponde una conclusione eccessivamente sintetica, perfino sbrigativa: le immagini dell’eruzione del Vesuvio, accompagnate dalla recitazione de La ginestra in sottofondo, dovrebbero rendere conto della conclusione di un complesso percorso filosofico, dell’approdo finale del pessimismo leopardiano; allo spettatore resta invece la sensazione di una conclusione affrettata e superficiale. Il giovane favoloso è insomma un film monotono, che ripropone sempre le stesse sfumature del protagonista Leopardi. Il finale ha incoronato la piattezza sostanziale del film, che, come nota Dinamo nel commento qui sopra, alla fine offre “di tutto un poco”; la cura ostinata delle riprese ha preso molto spazio, ma la poesia è rimasta poco viva.

  59. “Le opere sembrano lette da un copione e non interpretate, non riuscendo né ad emozionare né a farne trarre il vero significato.”

    Cari scontentissimi,
    di fronte a questo passaggio, e vale per voi come per chiunque altro abbia espresso in passato e in futuro esprimerà un giudizio mi pare d’obbligo porre la seguente questione. Voi davvero credete di essere in grado di esprimere un giudizio? Io mi sono emozionato ad esempio, e ciò basta per smentirvi. Va da sé che il fatto che voi non vi siate emozionati è questione irrilevante non solo per la Natura delle operette, ma pure per il vicino di casa di Martone. Poi, siete sicuri di non esservi emozionati per il motivo che citate? Sapete voi forse in che modo agiscono le vostre emozioni? Quanto al vero significato, o si è credenti in qualcosa oppure non esiste un vero significato, altrimenti non avrebbe senso interpretare un testo poetico. Poi, sapete voi forse cosa ha o non ha distratto il pubblico, se si sia o meno distratto eccetera?

    Perdonate l’asprezza, ma non è concepibile nel 2014 leggere ancora opinioni del genere scritte senza autoriflessione. Spero ci riflettiate voi e chi altro legge.

  60. Innanzitutto non riteniamo necessario l’utilizzo di tale arroganza nei confronti di persone che come lei hanno una propria opinione, che va rispettata, qualunque essa sia. Ci perdoni l’asprezza, ma non è concepibile nel 2014 leggere ancora opinioni del genere scritte senza auto-riflessione.
    È lecito pensarla diversamente. Vorremmo, inoltre, sapere quali siano le suddette credenziali necessarie per poter esprimere un giudizio e come lei può essere tanto sicuro di averne quanto che noi invece ne manchiamo. Lei dice che l’interpretazione delle poesie leopardiane non è la ragione per la quale noi non ci siamo emozionate. Mi dispiace deluderla ma essendo proprio un film su un poeta (“il” poeta, Leopardi) a nostro parere sarebbero dovute essere proprio le poesie ad occupare un posto importante nella realizzazione cinematografica, e con esse il loro significato, che per l’appunto, emoziona. Ma non è stato così.

  61. Noterella di uno che non ha visto il film.
    A me pare che la cosa drammaticamente interessante di Leopardi – un poeta e pensatore che non ebbe biografia avventurosa o “poetica” à la Rimbaud – sia la sua vita interiore.
    Non è facile, rappresentare scenicamente la vita interiore: nè quella del postino e dell’ingegnere, nè tanto meno quella del poeta, e poeta eccelso. E’ anzi molto, molto difficile, perchè il dramma è azione.
    E allora perchè fare un ambizioso film di finzione drammatica, e non un più modesto documentario, o ricostruzione storica, su Leopardi, la sua vita, il suo ambiente, le sue opere?
    Forse, un po’ di modestia non guastava.

  62. @ Scontenti, -issimi, -errimi

    Allora, io non so se sono arrogante, in ogni caso stiamo commentando su un blog, per cui l’arroganza è solo un vezzo stilistico. Di certo non penso servano credenziali per esprimere giudizi. Ho però letto nella vostra (ma quanti quante siete, in effetti? Non mi riferisco a possibili scissioni dell’io) critica aggettivi quali misero, banale, eccetera. Ma più che altro ho isolato un passaggio nel quale si dice che la prova dell’attore non riesce ad emozionare poiché legge invece di interpretare. E che la sua prova d’attore ha distratto il pubblico. Ora queste sono asserzioni su cose che voi non potete giudicare perché semplicemente non potete sapere di cosa parlate. Io mi sono emozionato (è possibile trarre il vero significato, qualsiasi cosa voglia dire, ascoltando una poesia al volo e non rileggendola più volte? mi pare assurdo) e ciò smentisce la vostra prima opinione (siete d’accordo?). Siete sicuri-e che i motivi che adducete alla vostra mancata emozione siano quelli che citate, dato che per me non è stato così? Ho chiesto. Questo intendo con il poter esprimere un giudizio e con l’autoriflessione. Il fatto che tendiamo a razionalizzare senza davvero analizzare il nostro criterio un apprezzamento maggiore o minore verso le opere. Poi: non stando voi nella testa del pubblico non potete dire cosa abbia o meno distratto il pubblico. Potete solo dire che a vostro avviso il film è troppo concentrato sulla sofferenza fisica di Leopardi. Il film lo ha fatto Martone, e mi pare bizzarro contestare a un autore di aver parlato di una cosa piuttosto che di un’altra. Saranno pure fatti suoi, o no? Fatelo voi un film diverso. L’intento del mio commento non è discutere di opinioni, che sono irrilevanti, quanto di cosa si può o non si può dire di qualsiasi opera, che è un problema che riscontro leggendo commenti vari, anche di critici di professione.

  63. @ Buffagni

    Nota per nota, aggiungo un altro po’ di dissonanza non preparata. Intanto il documentario non ha nulla di modesto rispetto alla finzione e oggi le cose per fortuna sono cambiate (nel senso della ricezione), ovvero ci sono film documentari che utilizzano a pieno le potenzialità cinematografiche e viceversa (stessa cosa della non fiction novel e altre definizioni a scelta). Proprio ciò che ha fatto Martone, utilizzando brani delle lettere per far parlare i personaggi. “io non ho bisogno di stima eccetera, ma d’amore…” è lettera, documento di vita interiore fatta recitare finzionalmente in altro momento, così da rendere il tutto compatibile. Baci

  64. a DFW vs RB

    Ripeto che non ho visto il film, e dunque mi guardo bene dall’esprimere giudizi. Proponevo, come pensando ad alta voce, una considerazione in merito alla scelta artistica di Martone & C.
    Certo, ci sono l’autofiction e le varie “forme miste”; però, se non vado errato, per quanto vengano spesso usati, per i dialoghi, i testi leopardiani, la convenzione a cui il film obbedisce è quella dell’opera di finzione drammatica, non quella del documentario o “docufiction” : ad esempio, non ci si si rivolge direttamente al pubblico con una voce narrante, non si presentano direttamente, e in quanto tali, inserti documentari, etc.
    Non ritengo il documentario genere ontologicamente meno nobile della finzione: ci sono documentari o “docufiction” di grande qualità; ne ricordo, ad esempio, uno ben riuscito che la la RAI girò negli anni Settanta sulla vita e l’opera di Leonardo da Vinci, dov’era risolto elegantemente un problema espressivo analogo a quello che presenta la narrazione della vita di Leopardi; oppure, lo straordinario film su Hitler di H. J. Syberberg, un’opera difficilmente classificabile di eccezionale valore.
    Questa forma è “più modesta” della finzione drammatica in un senso preciso: che può, e in un certo senso deve, lasciare in bianco ciò che non può essere rappresentato direttamente, vale a dire l’interpretazione della vita interiore, o se si vuole della “verità” del protagonista: il quale, ricordiamolo, è un personaggio storico realmente esistito, e dunque una persona in carne ed ossa, non un personaggio drammatico nato dall’invenzione di un autore.
    Usando la forma “documentario” o “docufiction”, puoi dichiarare: “Questo non lo so; forse è così, forse no; ti presento alcune ipotesi, ma nella vita di quest’uomo – *di quest’uomo*, che è un uomo e non un personaggio drammatico – c’è un margine di incertezza o di inconoscibilità invincibili.”
    Questo genere di modestia è vietato alla finzione drammatica, nella quale il personaggio storico viene necessariamente trasformato in personaggio drammatico, la cui verità coincide *interamente* con quel che di lui viene presentato sulla scena: e resta invece non detta, anzi negata, indipendentemente delle intenzioni dell’autore, la quota di inconoscibilità, questa sì ontologica, intrinseca a ogni vita umana realmente vissuta.
    Grazie dei baci (è per caso russo, lei?) Ricambio con una cordiale stretta di mano.

  65. @ Buffagni

    ho capito il senso. beh, poi forse vedrai il film, in questo caso nel complesso finzionale m’è appunto parsa buona l’inserzione di documenti. Chiaro che c’è un punto di vista, per cui Martone ha scelto certe lettere e non altre, certi episodi di vita e non altri, certe opere e non altre, però ben vengano i punti di vista. I documenti sono disponibili a chi li vuole consultare e farsi una propria idea di Leopardi. Anche perché la vita interiore non è così trasparente neanche a chi la vive, e il passo da me riportato sbatte con la scena in cui Leopardi chiede che si stia al suo intelletto e non al suo corpo, che è una cosa impossibile da sostenere, che più che grottesca, come viene detto sopra, a me è parsa tenera, dolorosa.

    Non sono russo, giusto un po’ whimsical, per citare Nanni Moretti (caro diario)

  66. Articolo didascalico e scolastico, sin dall’incipit. Scritto discretamente. Sarà piaciuto senz’altro ai professori repubblicani.

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