image4.jpgdi Luca Lenzini

[Vent’anni fa moriva Franco Fortini. Questo intervento di Luca Lenzini è in uscita su “Il Ponte”. Lenzini ha curato il volume delle poesie di Fortini, che è uscito qualche settimana fa negli Oscar Mondadori. Domani sera alle 16,30, nella sala storica della Biblioteca comunale di Siena, si terrà una lettura collettiva delle sue poesie, a cura di Incontrotesto, Stefano Dal Bianco e Guido Mazzoni]

1. Nel dicembre 1994, pochi giorni dopo la morte di Franco Fortini, il Premio Pozzale – Luigi Russo per la poesia fu assegnato a Composita solvantur, l’ultima raccolta del poeta, pubblicata quello stesso anno. In occasione della cerimonia, Cesare Garboli lesse e comme pntò a braccio, da par suo, alcune poesie del libro, e tra queste Quella che…, dalla sezione Elegie brevi:

È ritornata questa notte in sogno.

Uno dei miei compivo ultimi anni.
«Sono, – le chiesi, – vicino a morire?»
Sorrise come allora.
«Di te so, – mi rispose, – tutto. Lascia
quel brutto impermeabile scuro.

Ritornerai com’eri».

Nel commentare a braccio i versi conclusivi Garboli ebbe a osservare, en passant: «Fortini portava dei brutti impermeabili scuri. Bisogna sapere questo. Si vestiva come un uomo di oltrecortina, per una sorta di misterioso sadomasochismo». L’osservazione è nello stile di Garboli, che era solito indugiare su aspetti particolari o secondari di un autore, per poi orchestrare con sapienza e penetrazione interventi di più largo respiro, in cui singoli spunti di quest’ordine, in apparenza estemporanei e di superficie, s’intrecciavano in profondità con l’interpretazione di opere e personalità complesse, amate o disamate.

L’annotazione sugli impermeabili si lega direttamente ad un passaggio della poesia, ma non è di solo “servizio”. Anche qui, infatti, il critico rinvia ad un tratto psicologico dello scrittore, coerente con il suo discorso sulle linee distintive dell’opera fortiniana; ovvero, detto in estrema sintesi e senza i dovuti ragguagli, al «misterioso sadomasochismo» dell’intellettuale e poeta. Ma non è tanto su quest’ultimo punto – pure sollecitante e anzi provocatorio, e tutt’altro che marginale nell’intervento in morte – che vale la pena soffermarsi, quanto sull’attribuzione del modo di vestire ad una tipologia, quella di «uomo di oltrecortina», che nel ’94 evocava un mondo già scomparso, con l’effetto di assorbire in qualche modo anche Fortini in quel plumbeo universo di rigidi (e temibili) conformismi, che in vita aveva criticato con coerenza e coraggio. Ma davvero è a quel “modello” che Fortini faceva (consciamente o meno) riferimento, nella sua maniera di vestire? Era forse un nostalgico, tetragono ammiratore (fuori tempo massimo) delle sfilate in Piazza Rossa, o un esule “bulgaro” in Occidente?

Per frivolo o indegno che sia rammentarlo a tal proposito, il ricordo delle speranze suscitate dalla Rivoluzione d’Ottobre, e di quel che ne seguì, non è qualcosa che si può espungere agevolmente dall’esistenza e dalla poesia di Fortini; nondimeno Quella che…, nel suo svolgimento, sembra implicare altro genere di commenti da quelli suggeriti da una prospettiva esclusivamente ideologica o storicistica. Intanto, mi sentirei di dire che i trench blu indossati da Fortini non erano né particolarmente brutti né di provenienza sovietica, come del resto il cappotto dello stesso colore, il loden che si vede in una bella fotografia di Mario Dondero di fine anni ’80, suo indumento elettivo d’inverno.

Fortini Lenzini

«Un bel volto caparbio, occhi chiari e indagatori, sobrie le movenze, cappotto blu e taccuino di appunti sotto mano»: così lo rammentava Rossana Rossanda, a circa un decennio dalla morte. Quanto a Quella che…, il «brutto impermeabile scuro» appartiene al quadro onirico dei versi e in tal quadro – in cui fine prossima e inizio, gioventù e vecchiaia si tendono la mano – vi affiora come effet du réel; un elemento forse luttuoso che occulta e rimuove un passato condiviso, di tutt’altro segno; ed in questo senso, lo spunto di Garboli, che si tiene al piano biografico-letterale, varrà soprattutto come traduzione di un’aura straniante, di una intenzionale alterità dell’uomo Fortini rispetto alle mode correnti a fine Novecento (sempre generalizzando e per approssimazione, “angloamericane”, quali noi, come Garboli – che era sempre, non a caso, elegante –, siamo abituati: macintosh chiari, tweed autunnali o morbidi cammelli).

Ma l’insistenza sullo “scuro” e sul monocorde, che è effettivamente un tratto tipico di Fortini, intonato con la melancholia degli intellettuali, può essere interpretata in modi diversi, non necessariamente alternativi. Per esempio come temperato elemento di anonimato urbano, o come più marcata traccia d’impronta “protestante” – «Lattes pastorizzato»: Franca Magnani nella sua autobiografia rammenta il soprannome affibbiato allo scrittore nel campo d’internamento in Svizzera, nel ’44, per via del soprabito prestatogli da un compagno (da un ambiente di pastori protestanti, a Zurigo, fu accolto in quel periodo Fortini, nato Franco Lattes, e vi conobbe Ruth Leiser, sua futura moglie). Ma anche, quell’insistenza, potrebbe celare un segnale narcisistico (allora, chissà…) come scelta di uno sfondo appropriato per far risaltare il colore degli occhi, azzurro chiaro appunto. E se Quella che… è una donna amata da Fortini in gioventù (ce n’è traccia in Foglio di via e nei Versi primi e distanti), che ritorna in sogno nei suoi «ultimi anni», la richiesta («Lascia…») fa pensare piuttosto ad una “preistoria” dell’autore non inquadrabile, si direbbe, nel personaggio codificato a partire dal dopoguerra (quel personaggio tratteggiato un po’ astiosamente da Pasolini negli anni di «Ragionamenti»), quasi quest’ultimo non fosse altro che un travestimento agli occhi di chi sa tutto. In quel «ritornerai» c’è un appello, certo, che nello stacco finale suona come una promessa; ma quanto c’è poi di adesione da parte di chi ha fatto il sogno e ne trascrive, senza commentare, l’evento? Che cosa nasconde/rimuove l’impermeabile scuro, e cosa nei pressi della fine ritorna? La giovinezza soltanto, o anche altro è implicato in quel “ritorno del rimosso”? Non è banale tentare una risposta, come nulla è banale o semplice in Composita solvantur, anche quando (anzi, specialmente quando) sembra semplice la lettera dei versi.

«Era diventato un signore elegante, sempre più elegante, un gran signore dal volto aguzzo alla Casanova e con la fissazione di Leopardi». Quest’altra annotazione di Garboli si legge nel necrologio di Fortini apparso sulla «Repubblica» pochi giorni prima della cerimonia del Premio Pozzale, all’indomani della morte. È singolare il contrasto tra il «gran signore» e l’«uomo di oltrecortina»: com’è che si passa dall’uno all’altro? E che c’entra, anche, Leopardi, che non era per nulla una «fissazione» dell’ultimo Fortini? Il fatto è, io credo, che nel necrologio scritto a tamburo battente il critico, sopraffatto dalla notizia della morte dell’amico (e dai dichiarati «rimorsi» nei suoi confronti), e dalla certezza della vecchiaia notificata dalla inesorabile scomparsa dei propri maestri, avversari e interlocutori, è forse di sé stesso che inconsciamente stava parlando.

2. Tornando al vestiario, c’è una foto di Giulio Bollati che ritrae Fortini in una riunione einaudiana a Rhêmes, nel ’78, vestito con una delle sue altrettanto tipiche casacche o meglio bluse di taglio “sahariano”, pure blu (ne aveva anche da casa, più chiare): tenuta da far raccapricciare Garboli, c’è da scommetterci, ma nemmeno in questo caso riconducibile all’«oltrecortina» o a scenari bulgari. Bluse come quelle appaiono, invece, indosso ad artisti o anche registi, non importa se francesi o russi, in non poche immagini novecentesche d’archivio; bluse che con le loro molte tasche si prestano non a occasioni mondane o di rappresentanza, bensì di lavoro. Proprio qui affiora la distanza sia dal modello casual sia da quello borghese, si direbbe: il tratto “originale” è calato in una dimensione quasi occulta, mimetizzato, eppure memore di una libertà non disgiunta dall’obbedienza quotidiana al “fare”, al lavoro (artigianale o artistico: si sa che da giovane Fortini era incerto tra pittura e letteratura).

Nel 1978 – a proposito di lavoro – Alfredo Barberis in una intervista chiese a Fortini se era un «lavoratore metodico» come Moravia, oppure «saltuario». Proprio il genere di domanda che, per quanto sottendeva, faceva infuriare Fortini, il quale così rispose, trattenendosi: «Potrei quasi arrabbiarmi perché vorrei che si rendesse conto come la figura dello scrittore alla Moravia è una figura di pochissimi esemplari, perché per sopravvivere, nel nostro paese, occorre fare due, tre, cinque mestieri, si è in uno stato di esaurimento perpetuo. Per anni e anni le ore del mio lavoro sono state strappate, letteralmente strappate, al sonno e all’esaurimento permanente. Ecco quindi uno stato di puro caos, la casualità del lavoro, l’intermittenza, lo spreco, il senso della vita che se ne è andata via senza aver fatto quel che si doveva fare, i libri non letti ma sbirciati…»

Vengono in mente certi versi di Poesia e errore:

Qui libri, scatole, lettere,
e l’apparato scherano dell’avvilita intelligenza;
qui gli angoli acuti del disordine
cartoline che scricchiolano, pastiglie, inviti ai concerti.

Torna alla memoria, anche, un bellissimo passaggio-excursus della Biblioteca immaginaria, in Dieci inverni, che comincia: «Vi sono – come sappiamo – libri importanti, capitali, inesauribili….», e termina: «Così passano gli anni. E i libri dei morti ci guarderanno sempre più irraggiungibili, con la tristezza di chi ha detto: “così, non siete capaci di vegliar meco un’ora sola?”» – ma sto divagando.

A oltre trent’anni di distanza dall’intervista citata, appare completamente mutato il quadro sociologico a cui Fortini poteva, senza troppe spiegazioni, richiamarsi. Per lo scrittore che entri nel giro dei media, i guadagni sono oggi ben superiori a quelli che poteva avere Moravia al suo tempo, e molto più numerosi, in Italia, gli autori che riescono a sopravvivere grazie al proprio mestiere (del che, non fossero per lo più scadenti, ci sarebbe soltanto da rallegrarsi). Nondimeno è altrettanto vero che per più di una generazione, svanito o reso arduo, a dir poco, il raggiungimento del “posto fisso” nella scuola, nell’università o anche nell’industria culturale, i «due, tre, cinque mestieri» sono diventati indispensabili per sopravvivere; mentre la sparizione o compressione del ceto medio, da una parte, il trionfo del consumismo e della “precarietà” dall’altra hanno finito per mettere in crisi e modificare anche le ragioni per cui si leggono i libri, concepiti e fruiti come strumenti d’intrattenimento. Di vegliare con i grandi libri, non se ne parla proprio, altro che «un’ora sola»… La stessa crescente e drammatica divaricazione tra ricchi e poveri, poi, ha riservato a pochi eletti il modello del lettore-autore di tradizione umanistica, quale il Progresso sembrava confermare e promettere ad ampie fasce di popolazione: modello fondato nell’ideale dell’«otium domenicale» che tanto, a sua volta, irritava Fortini (era solito rilevare, in accezione di classe, il dominus dell’etimo).

Una volta, in pieno relax estivo, andai a trovarlo nella casa di Ameglia, provenendo dalla Versilia, e dato che non portavo in fondo un lavoro da tempo intrapreso, mi chiese d’un tratto se mi avesse mai fatto una delle sue famose “scenate”: disse proprio così e i conoscenti di Fortini sanno di cosa parlo. Cambiai velocemente discorso (per pura fortuna, non era mai successo), ma quasi sovrappensiero e come per non calcare il rimprovero, disse: «Non capisco se sei troppo indaffarato o troppo pigro». Non poteva concepire che si potesse essere insieme l’una e l’altra cosa, passando senza costrutto dall’iperattivismo all’ozio (ma sto di nuovo divagando).

L’otium: intervenendo in un convegno del 1987 su “Ermeneutica e testo letterario” e polemizzando con un collega universitario, Fortini ebbe allora a osservare: «… Quest’idea dell’otium domenicale, la mancanza, cioè la caduta, di passione e quindi la ricettività nei confronti del testo è qualcosa che conosco bene, ma che non appartiene all’elemento agonistico o polemico che spesso, male o bene, mi anima di fronte ad un testo letterario. E infatti mi scattava subito nella mente [ascoltando il collega] il ricordo di Brecht quando dice: “vorrei anche essere un saggio. / Nei libri antichi è scritta la saggezza / […] Tutto questo io non posso”, oppure quando scrive “solo l’odio per l’Imbianchino (cioè per Hitler) mi spinge al tavolo di lavoro”». È un’osservazione, questa, che sembra fatta apposta per ribadire alcuni luoghi comuni di cui l’ideologia dei decenni successivi si è servita per seppellire Fortini, insieme a molti altri, nella fossa comune dell’oblio: infatti secondo la vulgata epocale l’odio come movente della scrittura appartiene al tempo nefasto del “risentimento”, all’era dei totalitarismi, del “giacobinismo” intollerante che da Robespierre ai giorni nostri ha ostacolato il pieno dispiegarsi della democrazia liberale e liberista (e si sa che la richiesta di uguaglianza, di pari passo, è stata rubricata sotto l’insegna della “invidia sociale”: quali mai “oppressori” e “oppressi”: si tratta solo di vincitori e vinti, di capaci e incapaci, meritevoli e no…).

«Scrivi mi dico, odia / chi con dolcezza guida al niente / gli uomini e le donne che con te si accompagnano / e credono di non sapere»: così i versi famosi di Traducendo Brecht, in Una volta per sempre. Su una citazione da Brecht si chiude anche l’ampio saggio-conferenza, sempre del 1987, sulla poesia e la funzione estetica intitolato (vedi caso) Opus servile, che molto ha a che fare con il tema qui accennato. Si noti, però, che nell’intervento dell’87 l’«elemento agonistico» rivendicato come impulso alla scrittura riguarda non la poesia, bensì il momento critico-saggistico (vi si potrebbe includere il registro dell’epigramma), mentre della «ricettività nei confronti del testo», con la relativa caduta di «passione», vien detto che è «qualcosa che conosco bene» e nient’altro. Il prosieguo dell’intervento non approfondisce quel versante; e immaginare un Fortini “ozioso”, senza passione, rimane arduo o a dirla tutta, impossibile.

È indubbio che la sua “ermeneutica”, come il suo modo di leggere, furono inquieti e contrastivi, agonistici e polemici; né concilianti né pacifici, come fu lui stesso nella vita di ogni giorno. Nella Premessa a un’altra e ampia intervista dedicata a Leggere e scrivere, un anno prima di morire, annotava: «Ho sempre letto senza porgere l’orecchio alla pagina, come voleva Contini; o, per meglio dire e per manco di saggezza e di agio, ho sempre letto come Baudelaire, in una sua giovanile poesia a Sainte-Beuve, diceva di aver fatto nei pomeriggi di scuola. Ossia spiando “l’écho lointain d’un livre, ou le cri d’une émeute”. Di un libro o di una sommossa». Mancanza di agio e di saggezza («Avessi studiato da giovane / quand’ero pazzo di me. / Non avessi sciupato il tempo / e non so nemmeno perché.», inizia così Et à bonnes moeurs dédié, 1957): l’accenno è in chiave con le affermazioni già viste, e “spiare” è un verbo che dice molto, come il sostantivo “sommossa” lì affiancato al “libro”. Eppure in quel suo tardo testo Fortini parla anche di molto altro, delle letture fatte in giovinezza e di altre, non meno significative, che ci aiutano a capir meglio, per l’accento che vi riecheggia, cosa si agiti nel ben conosciuto qualcosa, e in che sfera si collochi. Ma occorre, per questo, uno sforzo, che si preferisce tuttora non fare quando si tratta di Fortini. Non bastano, infatti, gli stereotipi, ivi compreso quello dell’odio; ma chi lo ha conosciuto, e oggi lo ricorda vivente come fosse ieri, sa che quel «qualcosa» egli sapeva trasmetterlo come nessun altro (e senza contraddizione con il suo agonismo o il suo Brecht):

Rammento certi momenti capitali di lettura. La sera d’estate turchina, con i lumi color pesca e la luce del crepuscolo, il vento discreto dal mare vicino e l’odore di sabbia e vacanza sull’asfalto della passeggiata di Viareggio. Avviato verso la cena della pensioncina familiare, aprivo col taglio della mano, ragazzo, senza curarmi di rovinare le pagine, un’edizione Larousse delle Fleurs e camminavo leggendo e qualcosa di tremendo e di esaltante mi percorreva fino alla radice dei capelli. O quando, in una stanza della Zurigo vecchia, 1944, con la coscienza continua che tutt’intorno a poche decine di chilometri erano le divisioni hitleriane, un’anziana viennese mi aiutava a leggere nel testo della edizione Krone le prime pagine della Deutsche Ideologie. O nei seminari senesi, in certe serate di gran silenzio, la campagna nera oltre le vetrate della facoltà, tra gli studenti, ragionando insieme sui nessi sottili di un’ottava o di un inno, l’improvviso luccichío di fosforo sulla pagina, che annulla secoli e fa sorridere la cerchia degli attenti.

Nota bibliografica

Opere di Franco Fortini citate: Composita solvantur, Torino, Einaudi, 1994; Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, a cura di V. Abati, Torino, Bollati Boringhieri, 2003; Dieci inverni (1947-1957). Contributo a un discorso socialista, Bari, De Donato, 19742; Poesia e errore, Milano, Mondadori, 1969; Una volta per sempre, Milano, Mondadori, 1963; Intervento alla tavola rotonda del Convegno Internazionale “Sull’interpretazione: ermeneutica e testo letterario”, Siena, 22-23 maggio 1987, in «L’Ombra d’Argo», IV, 11-12, novembre-dicembre 1987; Franco Fortini – Paolo Jachia, Leggere e scrivere, Firenze, Marco Nardi, 1993; Opus servile, in Saggi ed epigrammi, a cura e con un saggio introduttivo di Luca Lenzini e uno scritto di Rossana Rossanda, Milano, Mondadori, 2003; L’ospite ingrato primo e secondo, in Saggi ed epigrammi cit.

Altre opere citate: Franca Magnani, Una famiglia italiana, Milano, Feltrinelli, 1990; Piergiorgio Bellocchio, “Disperatamente italiano”, in Pier Paolo Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e S. De Laude, Milano, Mondadori, 1999, p. XXXI; Cesare Garboli, Intervento al “Premio Pozzale – Luigi Russo, 4 dicembre 1994 (trascrizione a cura dell’Assessorato Cultura del Comune di Empoli); Un poeta contro, «La repubblica», 29 novembre 1994; Rossana Rossanda, Uno sperato tutto di ragione, in F. Fortini, Saggi ed epigrammi cit.; Giulio Bollati, Intermittenze del ricordo. Immagini di cultura italiana, a cura di Rosa Tamborrino, Torino, Edizioni Fondazione Torino Musei, 2006.

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17 thoughts on “L’impermeabile scuro. Ricordando Franco Fortini a vent’anni dalla scomparsa

  1. Caro Luca Lenzini,
    in che mondo schifoso e americanizzato tocca ricordare Fortini a vent’anni dalla sua morte!
    Non stupisce il silenzio dei mass media, né dell’accademia a lui ostile ma è mai possibile che quasi tutti quelli ancora in vita che lo ricordarono a dieci anni dalla morte in un convegno a Siena oggi tacciono? E che non ci sia nessun commento sotto il tuo post di nessuno dei redattori anche di LPLC? Mentre tutti questi giovanotti continuano a chiacchierare – qui nella stanza-post accanto – di poesia lirica e di poesia di ricerca come le la poesia fosse nata con loro!
    E ancora: si può ricordarlo in quel modo per me sciocco, narcisistico, infantile, ipocritamente pietistico, con cui l’ha fatto Franco Loi in questo video della Rai (http://www.letteratura.rai.it/articoli/franco-loi-lirascibile-fortini/26280/default.aspx), dove, incontenuto, si abbandona a veri pettegolezzi da bar o da salotto e gli dà addirittura dell’«ideologizzato»?
    Così in basso gli intellettuali di sinistra non sono mai arrivati.
    Grazie del tuo post.

  2. Gentile Ennio Abate,

    nel 2004 facevo ancora il liceo, ma ho ben presente gli atti del convegno di cui parla. Non capisco cosa c’entri.
    Mi pare che Fortini sia stato ricordato su diversi blog letterari, e che questo sia il quarto post a lui dedicato su LPLC.

    Io stessa studio anche Fortini. Non vedo perché questo dovrebbe impedirmi di scrivere l’articolo al quale lei allude in modo ironico. Forse, se lo leggesse, capirebbe ciò che vi sostengo: i problemi sollevati dalla poesia di ricerca, nonché un certo approccio critico nel sostenerla, non sono nati ieri.

    Se poi ai suoi occhi non sono legittimata a parlarne solo per questioni anagrafiche, mi pare un pregiudizio molto sciocco – così tanto, che spero proprio di sbagliarmi.

  3. Gentile Claudia Crocco,

    sì, si sbaglia. Il mio commento denuncia il silenzio (non innocente!) con cui è stato accolto il post di Luca Lenzini su Fortini, la superficialità rituale e generica dei vari ricordi apparsi su questo o su quel blog (Tranne POLISCRITTURE…) quanto l’inopportunità di alcuni di essi (in primis del guru Loi). Che mi dice su questo?

    Solo in secondo luogo la mia critica (in questa occasione di striscio) è rivolta ai “giovanotti del post accanto”. Non, dunque, a lei che non dovrebbe rientrare nella categoria. E non riguarda i temi ( lirica, poesia di ricerca, ecc.) di cui dibattono. Figuriamoci. A me spiace solo vedere che li affrontano tanto accanitamente e seriosament come “gruppo” e come “gruppo generazionale parauniversitario”, prescindendo o poco occupandosi di autori e problemi di un passato anche recente, secondo me colpevolmente rimossi dalla coscienza letteraria pubblica. E lei stessa, mi pare, ha su queste loro tesi su poesia lirica e poesia/prosa, di cui pur si occupa abbondantemente, delle riserve (forse meno “politiche” delle mie), poiché parla di alcuni «equivoci».
    Ultima osservazione. Lei, mi dice, studia Fortini. Ed in effetti nel suo saggio lo cita pure («Di conseguenza, talvolta i testi diventano strumenti che confermano una analisi teorica già esistente. Quanto alla seconda, viene in mente una riflessione di Fortini: «la linea della “modernità” coincideva infatti con mutamenti profondi dell’ordine linguistico. etc..» ).
    Mi permetto però di farle notare che, secondo me, prende troppo sul serio il cut-up riproposto ancora una volta dai “giovanotti” come «sfida estetica e politica», «l’annichilimento dell’io», che servirebbe a «liberarsi dei «pidocchi pronominali»» e altre elucubrazioni su quelle esperienze che Fortini (a ragione o a torto, secondo lei?) giudicava «tragiche coglionerie delle avanguardie». Un caro saluto.

  4. La ‘vignetta’ di Garboli, che tratteggia un impermeabile sobriamente elegante come bulgaro e oltrecortina, è la stessa che ha permesso la rimozione di Fortini. Per gettare un autore nella fossa comune dell’oblio occorre prima farne una caricatura.
    Voglio qui ricordare un aspetto più in ombra dei tanti affannati lavori culturali di Fortini, l’insegnamento nelle scuole, che forse più di altri lo rivela, anche sul versante del “sadomasochismo” di cui parlava Garboli e che Lenzini avverte come questione, o “figura”, non solo psichica .
    Interrotta la consulenza pubblicitaria per Olivetti, Fortini negli anni sessanta inizia a insegnare italiano e storia negli Istituti Tecnici a Lecco, Monza e Milano. Leggendo Lettera a una professoressa di Don Milani, considera gli studenti e gli insegnanti che vi compaiono «figure di tutti noi» . E’ noto quanto la nozione di figura sia capitale nel sistema concettuale fortiniano: ha a che fare infatti con gli studi danteschi di Auerbach e con un principio di continuità fra concezione figurale dell’età gotica e realismo marxiano. E’ una nozione riservata da Fortini a emblemi carichi di concretezza, indici di totalità. Ciò che si svolge sulla scena scolastica rinvia per Fortini dunque in ogni istante alla verità non innocente dei rapporti sociali. La generosa tensione anarco-cristiana con cui il priore di Barbiana vuole estendere la lingua borghese agli «ultimi», depurandola degli arcaismi che la rendono appannaggio dei «ricchi», svela la contraddizione sociale e rinvia alla più radicale esigenza di emancipazione delle «classi mute». Non a caso il movimento studentesco vide in quel libro uno dei propri simboli. Tuttavia, dopo il “miracolo”, Fortini è consapevole anche che l’intera «coscienza culturale» ormai «tende ad essere deliberatamente prodotta». Nell’esperienza di don Milani egli vede dunque il segno di un «ottimismo disperato». A Barbiana si finisce per ipotizzare cioè una verginità e neutralità del linguaggio e «non si vuol vedere che l’ ideologia dominante pervade tutto il linguaggio e non ne esenta il parlar comune».

    Non è un caso del resto che il Fortini poeta prediligesse quella “sublime lingua morta” incomprensibile a Gianni, lo studente contadino di don Milani.

    Il ’68 ebbe, com’è noto, anche i tratti della rivolta antipedagogica e antiautoritaria, con rifiuto delle strutture educative, rigetto delle mediazioni , ripudio della letteratura, culto dell’immediatezza. La cautela e la severità fortiniana rispetto agli studenti, inclini a pensare realizzabile nell’ immediatezza del privato ciò che collettivamente non passava, è attestata da due testimonianze di quegli anni: un’appassionata lettera del 1969 a una studentessa e una dura comunicazione alla propria classe relativa a un caso disciplinare del 1971.
    Nel primo, alla ragazza che in un tema denuncia l’assenza di comprensione e affetto da parte dell’insegnante, Fortini risponde che i sentimenti, nella necessaria «apparente durezza» di una classe scolastica, possono sorgere solo dall’«opera comune», non dall’«anima». Ricordando la scuola di don Milani, si dimostra cautamente fiducioso che «qua e là» possa essere «anticipata e tentata» una situazione di «ininterrotta attività pedagogica» dove «non si chiederà comprensione e affetto a nessun insegnante perché non ci saranno insegnanti, tutti lo saranno». Ma rammenta comunque che:

    le forme esteriori della disciplina (che nessuno più comprende) significano che qualcosa – il sapere, in questo caso, la verità e anche la fraternità – sta al di sopra del rapporto fra insegnante e scolari.

    Dopo due anni, nel 1971, davanti alla classe che contesta l’insegnante per un provvedimento disciplinare, la contrapposizione con gli studenti è invece frontale e non diverge troppo dalle prese di posizione del Pasolini “corsaro”:

    La scuola nella quale vivete (…) produce masse di diciottenni che appena sanno cos’é il mondo nel quale dovranno vivere; e minoranze di ‘politicizzati’ frustrati, rosi dall’impotenza, profondamente infelici, che nemmeno sanno dove applicare il loro odio. (…)
    Ritengo che sarebbe da parte vostra atto di maturità politica riconoscere che nella situazione presente taluni elementi della vecchia legalità scolastica -come fare i compiti, studiare, seguire lezioni e avere un rapporto corretto con gli insegnanti – possono essere non solo utili ma preziosi per mantenere una certa area nella quale possa formarsi il maggior numero possibile di persone capaci di capire il mondo e la società e di intervenirvi.

    Fortini, davanti alla mutazione, si arrocca e ripiega sul lungo periodo: pensa a un insegnante-intellettuale dotato di autorità per formare, pazientemente e controcorrente, altri intellettuali-critici, capaci di capire il mondo e intervenirvi, contro l’oblio e il sonnambulismo controllato, contro il “surrealismo di massa” a cui si condannano le “nuove plebi” nutrite di “spazzatura culturale”.
    Cosa ci dicono oggi queste posture, questi posizionamenti nel campo culturale e politico del secondo Novecento ? Cosa ci rimane di quegli anni e di quei testi? Stanno dietro o davanti a noi? Hanno ancora un loro contenuto di verità? A queste domande e risposte, oggi, la rilettura di Fortini ci chiama.

  5. Ecco, caro Zinato,

    io ritengo gli scritti corsari il punto più basso del Pasolini intellettuale, prova ne è che viene sempre tirato in ballo da una sinistra incapace e ignorante, e ora anche dalla destra decerebrata. Un intellettuale paranoico, anti-moderno, irrazionale, che idealizzò un mondo contadino mai esistito e prefigurò un totalitarismo peggiore dei totalitarismi che pure vide (ma dove?). Uno insomma incapace di capire il mondo, che ha trasmesso la sua incapacità agli intellettuali umanisti di oggi che pensano di poter capire la complessità del mondo, scambiando la loro incapacità (incapacità incolpevole, semplicemente il mondo è più grande di loro) con il rifiuto della figura autorevole dell’intellettuale.

    Chiedo: Fortini era diverso?

  6. @Abate – Una ricca cesura nelle faccende poetiche italiane sta nei nati fra 1970 e 1975. I poeti nati dal 1976 in poi si sono riallineati all’accademismo ed al para-accademismo di quelli nati fino al 1969. Come e perché si sia prodotto questo svaso rispetto al consueto tran-tran di “giovanotti” e “restauratori”, sarà interessante studiarlo.

  7. @ DFW vs RB
    rispondere a un algoritmo un po’ mi ripugna. Mi piacerebbe che nei blog si usassero una volta e per sempre i nomi e cognomi. Ma tant’è…Bisogna stare al gioco.

    Ho accostato di sfuggita e paradossalmente Fortini a Pasolini nella sua risposta ai propri studenti perché come è noto Pasolini aveva elogiato l’obbedienza negli anni della contestazione. I due erano tuttavia estremamente lontani. Non sono del suo stesso parere su Pasolini, ma questo esula il mio discorso.
    Qui devo solo rispondere alla sua domanda: sì, Fortini era profondamente diverso. Sulle pagine di “Officina” nel ’56 Fortini dedica a Pasolini una vera e propria invettiva, personale e politica: «Ma tu chi sei che di pietà impietosa / dài grazia ai versi dove sono ciechi, / fuor di te, tutti? Nei vicoli biechi / e teneri ti sciogli, dell’afosa / notte di Roma, e poi torni e ti rechi / intatto al verso».
    Per un’interpretazione della contesa, va considerato il volume “Attraverso Pasolini”, messo assieme da Fortini alla fine della sua vita. Pur molto lontani, entrambi tuttavia intuiscono la fine della vicenda dell’antifascismo resistente e dei suoi ambigui presupposti nati negli anni Trenta e vaporizzati dal ‘miracolo’ del secondo Novecento. Esattamente per questa ragione, nel cuore della polemica, si avverte una sorta di complementarità. Perfino la più radicale negazione lanciata a Pasolini è coraggiosamente smascherata dallo stesso Fortini come «proiezione di una mia scissione, di una mia irrealtà».

  8. @ Zinato (così tanta poesia e così poca curiosità umana)

    Il mio non è evidentemente un algoritmo, e il motivo per cui non uso il mio nome deriva da una mia difficoltà psicologica, a sua volta derivante da alcune situazioni infelici che mi sono occorse in passato. Quindi non c’è nessun gioco sotto. Semmai il gioco sta nel tipo di nick scelto, e mi pare che sia solamente simpatico, dato il blog in questione. Oltretutto ho commentato diverse volte e credo che le persone alle quali mi sono rivolto non si siano mai sentite davvero offese né trattate con scarso rispetto. La mia mail è comunque disponibile.

    Grazie per la risposta. La mia opinione su Pasolini è irrilevante, serve più che altro a far capire in cosa chiedo sia diverso.

  9. Caro Abate, sono stato alla lettura pubblica senese di poesie di Fortini. La sala, non enorme a dire il vero, era però piena, ciò che (ahimé) non è capitato nella stessa settimana, e per due volte, con Luzi. Tanti giovani intorno a me. Ora, è facile, dirai, Siena era una delle sue città, sarebbe come parlare di Pavese a Torino e di Zanzotto a Pieve di Soligo. Però forse anche gli interventi critici che invochi sarebbero stati una piccola enclave in questo mondo schifoso e americanizzato (non ti cito ironicamente, sarei anche d’accordo). E’ molto poco, lo so, però non è il nulla.

    Grazie a Zinato per il bel ricordo fortiniano, dà molto da pensare. Posso chiederle se ci sono saggi di Fortini dedicati esplicitamente ai temi pedagogici da lei menzionati o se si tratta di riflessioni sparse?

  10. @ Daniele Lo Vetere

    ha ragione. Nella fretta ho dimenticato i riferimenti bibliografici. La discussione di Fortini docente degli istituti tecnici con i suoi studenti, si trova in F. Fortini, Su un caso disciplinare, in ”Azimut”, n. 26, 1986. Gli interventi su Lettera a una professoressa sono usciti in “Quaderni piacentini”, n. 21, 1967. Sul complesso dei rapporto di Fortinico il mondo della scuola, mi permetto di rinviare a un mio saggio uscito in “Allegoria” nn. 21-22, 1996.
    Ricordo infine che Fortini, con Vegezzi, ha curato un manuale per il biennio degli istituti medio superiori, “Gli argomenti umani” (Morano editore) che ho avuto la fortuna di incontrare da studente, negli anni settanta.

    Il suo “E’ molto poco, lo so, però non è il nulla” è un motto che dovremo incollarci alla parete, per non capitolare alla disperazione o all’anestesia.

  11. Zietto Franco, da Otto domande sullo stato guida, Nuovi argomenti, marzo aprile 1957

    “E quella cultura occidentale in crisi sterile, quei paralleli con la decadenza romana… (in risposta alle domande di nuovi argomenti)? La cultura occidentale è la sociologia americana, la storiografia inglese, la fisica atomica, l’urbanistica moderna, è Teilhard de Chardin, è Lukacs, è Brecht; chiamarla sterile e in crisi è un luogo comune decadente-stalinista”…segue distinguo tra stalinismo e comunismo…”e fissare affascinati e repugnanti “l’apparizione di masse gigantesche, incolte, primitive” (ancora citando quei geni di Nuovi argomenti) che non sono mai esistite in quanto tali se non come proiezione della cattiva coscienza del privilegio, e nei termini di una nozione di civiltà che la cultura, occidentale e orientale, ha rifiutato, e da tempo, di credere assoluta.”

  12. F. Fortini, Risposta all’inchiesta di “Nuovi argomenti” su Arte e comunismo, 2, maggio-giugno 1953

    (a proposito della pittura dei premi Stalin, dei colonnati classici, delle statue alte trenta metri, ecc…) “si dovrebbe evitare il pericolo di dimenticare che le forme care all’arte e alla letteratura dei paesi comunisti debbono essere messe in rapporto con quelle che, nel mondo occidentale, adempiono la medesima funzione, cioè le forme pubblicitarie.” (p. 230)

  13. Fortini è una figura centrale del secondo novecento, all’incrocio di varie strade (marxismo messianico ed eterodosso, esistenzialismo – nella doppia versione laica e religiosa-protestante – , antropologia, ecc), ancor più di Pasolini, che gode di un maggiore interesse, specialmente sulla rete. C’è da augurarsi che la recentissima pubblicazione dell’Oscar Mondadori di “Tutte le poesie” curato da Luca Lenzini serva a richiamare l’attenzione di una nuova generazione di lettori sull’opera e sull’attività di questo grande intellettuale che in questi ultimi due decenni, per motivi prettamente ideologici e politici, è stato rimosso e quasi dimenticato. Da questo punto di vista penso che il Centro senese a lui intestato debba fare un ulteriore sforzo per cercare di pubblicare l’epistolario di Fortini e gli articoli, specialmente degli anni cinquanta e sessanta, non inclusi nei libri già editi.

  14. @ Lo Vetere

    Caro Lo Vetere,
    a me fa piacere che a Siena i giovani abbiano potuto ascoltare le poesie di Fortini. Non sono così ipercritico.
    Lavorando su miei vecchi appunti di quando insegnavo ho trovato questa lettera di Fortini insegnante ad una sua studentessa. Sarà pura archelogia di questi tempi. Ma so che lei non corre dietro alle mode. La copio qui sotto. Segue un mio commento del 1993:

    “Cara Ezia, nel suo ultimo tema lei ha scritto: “Mai un professore mi ha chiesto il vero perché di una mia impreparazione, mai si è interessato della mia vita. Nessun insegnante mi ha mai voluto bene… Potrei dirle che un insegnante non è un padre, anche se lo somiglia; non è un innamorato, anche se dovrebbe averne il fervore; e che, soprattutto, non è un direttore di coscienza. In una società schiavistica e aristocratica, il maestro, passeggiando in riva all’Ilisso o in una sala delle Tuileries con quattro o cinque fedeli, avrebbe potuto interessarsi della loro vita e voler loro ‘bene’, come lei chiede. Ma nella società del tardo capitalismo o del passaggio al socialismo…il terreno della comprensione e dell’affetto fra insegnante e scolaro è quello dell’oggettività. Somiglia al rapporto fra chi guidi e chi è guidato, in una squadra di lavoro, in un esercito, in un gruppo politico molto coeso. L’oggetto è la cosa da studiare, il ponte da costruire, la cima da scalare, il rischio da affrontare. Importa che gli allievi intendano, ricordino, connettano; che l’insegnante capisca se hanno inteso, ricordato, connesso. Comprensione e affetto, se nascono, nascono a causa dell’oggetto e in sua occasione. Non in sé. Perfino nell’aspetto fisico dell’amore, l’impegno alla sua esecuzione è maggior garanzia di affetto e comprensione ossia di integrità amorosa di quanto non siano le parole amorose”
    ( da Linea d’ombra, marzo 1983)

    Mio commento del 1993

    Qui il rapporto pedagogico si modella su pratiche collettive di riferimento (lavoro, esercito, partito).
    In primo piano sono le pratiche, l’impegno nell’esecuzione (compresa la fisicità dei corpi). Non l’affettività staccata dai corpi e dalle pratiche: “(i sentimenti)debbono sorgere..dall’oggetto, ossia da quel che si vuol sapere o imparare; non dall'”anima”.
    Ma Fortini sembrava non tener conto di quanto quelle pratiche di riferimento fossero inaccessibili a quella generazione di studenti e sarebbero presto state corrotte. Né di quanto la disgregazione sociale [del resto la risposta è del maggio ’69] avrebbe fatto fuoriuscire e disperdere caoticamente bisogni d’anima e bisogni di corpo (avrebbe staccato corpo e anima…).
    Quella sua ipotesi (non ci saranno insegnanti, tutti lo saranno) non ha retto.
    Ed è davvero diventato difficilissimo mantenere quel minimo di condizioni per cui chi insegna, come chi impara, creda a quel che sta facendo. Altrettanto arduo è diventato accertarsi che il materiale che si elabora sia autentico e non sofisticato; sia cioè verità e cultura vera. La società dello spettacolo (cui la scuola è accodata) ha cancellato la scuola di don Milani che col minimo dei mezzi allora sembrò raggiungere verità e cultura vera.
    Fortini poteva ancora credere che sapere, verità e fraternità potessero stare al di sopra del rapporto fra insegnante e scolari. A noi è rimasto il rapporto, appesantito e oscurato, e la memoria affievolita di quei valori…

  15. Metto a disposizione un aneddoto.
    Conversando con Costanzo Preve, più di una volta mi disse che due italiani della sua generazione, o poco più vecchi di lui, molto avevano capito e molto lo avevano aiutato a capire: Franco Fortini e Augusto del Noce.
    Secondo me aveva ragione; e mi ha sempre fatto piacere pensare quanto entrambi fossero legati a Giacomo Noventa (del Noce ha lungamente studiato il Noventa pensatore, Fortini di Noventa – poeta, saggista e uomo – fu allievo).

  16. @ Buffagni

    Caro Roberto,

    certamente Del Noce, Noventa hanno lasciato il segno su Fortini. Nella mia rilettura di “Disobbedienze I,II” io pure ho sottolineato:

    “[Fortini]Temeva il legame tra il marxismo e il «radicalismo borghese». Diffidava cioè, sulla scorta della Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, dei limiti della «tradizione laica e illuministica» (117, I). E, prendendo sul serio il filosofo cattolico Del Noce (115, I), vedeva nella storia del pensiero e della politica marxista «una contraddizione profondissima e vitale». Dalla quale poteva discendere «lo schiavismo tecnologico-burocratico» o «la rivoluzione anticapitalistica su scala mondiale». (116).”.

    Ma insisto a chiedere (anche se so che non c’è accordo tra noi): possiamo espungere Marx, Lenin, Mao, Adorno dal pensiero di Fortini? Dobbiamo arrenderci alla scomparsa (reale? apparente?) di quella “contraddizione profondissima e vitale”?

    Come mi pare faccia il poeta Bordini in un post accanto a questo scrivendo:

    Nella mia gioventù sono stato
    trotskista per molti anni. (gli anni migliori). Soggiacqui
    al fascino di Trotsky,
    uomo sconfitto.
    Soggiacqui a questa angoscia della sconfitta
    a questo fascino dell’angoscia della sconfitta,
    quest’uomo sconfitto,
    doppiamente sconfitto,
    Io studente soggiacqui.
    Quest’uomo nobile e dolente,
    e insieme forte,
    io che ho avuto un padre
    generale, e fascista, e non molto affascinante,
    Soggiacqui.

    dovrei/dovremmo dire che soggiacqui/soggiacemmo (ah, masochismo della bella poesia dei giorni nostri!) al “fascino” di Marx, Lenin, Mao e del “nobile e dolente” Fortini?
    E no, eh! Che ripensamento della *nostra storia* (parlo per me…) sarebbe questo? Con Fortini resto tra i “perdenti”, ma non perché sia «bello scegliere la parte perdente», ma semplicemente perché abbiamo perso. E mai era possibile, da quella nostra collocazione sociale e politica, *scegliere* la parte vincente a meno di non vendersi. E perciò, da perdenti ma non per questo rassegnati, mai accetterò/accetteremo di riportare quella *nostra storia* nelle cornici dei vincitori.
    Scrive Bordini: «vissi una situazione di millenarismo». Parlerà per lui! Rivendico che quell *nostro* marxismo fu, anche grazie a Fortini, *critico*, insufficiente quanto si vuole alla bisogna, ma non riducibile a un medioevale millenarismo. Un caro saluto.

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