cropped-Racconti-di-cinema.jpgdi Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini

[E’ uscito poche settimane fa presso Einaudi Racconti di cinema, a cura di Emiliano Morreale e Mariapaola Pierini. L’antologia contiene pagine a tema cinematografico scritte da narratori italiani e stranieri: testi brevi o brevissimi, ma non brani di romanzi. Le forme narrative, all’interno di questa scelta, sono in compenso assai varie: dalla novella al racconto in versi, dal pezzo quasi giornalistico al dialogo di impianto teatrale. Come scrivono i curatori nelle pagine che aprono il libro, «se il romanzo tenta di costruire un universo e di trasferirci dentro il lettore, il racconto inquadra e isola un dettaglio, un personaggio, un evento. (…) E alla fine, quel che lascia al lettore è l’apparizione fulminea di un’esistenza, di una situazione o di un’epoca. Il racconto sul cinema, anche quando non lo sa, spesso sfida il cinema stesso nel proprio procedere; ne sente l’eco, ne imita la seduzione». Presentiamo ai lettori una versione rimaneggiata dell’introduzione al volume (gs)]

1. Quando il cinema appare.

L’osservazione è puro senso comune: con il cinema, la letteratura non è stata piú la stessa. Ancor piú ovvia è l’affermazione inversa, che il cinema abbia adattato ed ereditato le forme della narrativa. Eppure, quando il cinema appare, per gli scrittori questo non è solo, o non tanto, un nuovo modo di raccontare delle storie. È una nuova dimensione dell’esperienza. Un luogo in cui il fantastico si fa verosimile, anzi quotidiano.

Il cinema è stato il Novecento, è stato una delle forme piú lampanti della modernità, e gli studiosi ci hanno insegnato a vederlo insieme ai nuovi mezzi di comunicazione (il telegrafo, il telefono, la radio…) come aspetto di una rivoluzione nella vita quotidiana. Tutto questo gli scrittori non potevano ignorarlo. E cosí hanno messo nero su bianco un’esperienza che ha mutato radicalmente il nostro rapporto con le immagini e con le narrazioni, con lo spazio e con il tempo. Che ha mutato la nostra percezione della realtà e di noi stessi: quella conscia e quella inconscia, i sogni e i ricordi.

E allora: che cosa ha insegnato il cinema alla letteratura? Con cosa l’ha sedotta e traviata, cosa le ha fatto minacciosamente balenare davanti agli occhi?

2. Nuovi ritmi, nuovi mondi.

I film hanno sfidato la letteratura su diversi piani. Con una nuova forza dell’oggettività, che sembra polverizzare secoli di minuziosa mimesi della realtà; con i nuovi ritmi del montaggio, simbolo di un mondo veloce e vertiginoso, che richiede nuovi stili. Gli scrittori hanno colto la sfida, e hanno cercato di fare cinema con le parole.

Ma se con il cinema cambia la scrittura, con esso arrivano anche nuovi mondi che chiedono di essere narrati in modo nuovo. (…) La folla degli spettatori, e la folla parallela che bussa alla porta degli studios. L’enorme incremento delle illusioni di massa, imparagonabili a quelle dei lettori e delle lettrici dell’Ottocento. Le Madame Bovary che diventano un esercito, e magari un esercito di aspiranti attrici.

In molti hanno raccontato quello che sta dietro alle storie che scorrono sullo schermo. Perché dietro al sogno c’è una fabbrica che costruisce mondi in serie, come in una catena di montaggio. Una fabbrica che creando distrugge, schiaccia persone e vite. Gli scrittori sembrano essersi fatti carico di togliere il velo al grande sogno che tutti, loro per primi, hanno sognato. E, spesso confessandolo, si sono trovati in un ruolo ambiguo: sedotti come la massa in cui si confondono, con sguardo piú o meno da flâneur, corrotti dal denaro di quella che Erich von Stroheim chiamava «la fabbrica di salsicce»; in fila speranzosi «tra i venditori di bugie», come scriveva invece Bertolt Brecht.

 3. Personaggi e interpreti.

Leggere racconti sul cinema significa ripercorrere oltre un secolo e rivivere, per frammenti, la storia di quell’invenzione che secondo qualcuno era destinata a non avere futuro e che invece è entrata a far parte della vita di milioni di persone. Tra loro, confusi in mezzo alla platea, rinchiusi a scrivere copioni, o finiti per caso nella confusione di un set, gli scrittori hanno subito visto nella nuova invenzione qualcosa con cui confrontarsi, che li riguardava e li chiamava. Subito attratti dagli stessi spazi, dalle stesse figure, dalle stesse metafore.

In questa antologia, che raccoglie testi scritti ai quattro angoli del globo nell’arco di un secolo, in atmosfere assai diverse e seguendo ispirazioni e stili lontanissimi, vedremo ricorrere infatti alcuni personaggi.

Il divo, intanto. Certo, attori o cantanti d’opera celebri ed eccentrici esistevano assai prima del cinema. Ma la loro popolarità appare qualcosa di preistorico, paragonata alla fama che lo schermo comincia a creare fin dai primi anni del Novecento: e i narratori hanno abbracciato appassionatamente le immagini delle star, riuscendo ad alimentarne il mito attraverso un processo opposto, di laicizzazione e smascheramento. Insinuando lo sguardo tra finzione e realtà, tra immagine pubblica e identità privata, giocando con quel piacere voyeuristico su cui si fonda il fenomeno stesso del divismo, gli scrittori si sono addentrati nelle esistenze delle donne e degli uomini che stanno dietro ai personaggi. Ne hanno colto gesti, vezzi e debolezze, hanno visto la caducità e la fragilità nascoste dietro la perfezione.

Poi vedremo chi il cinema lo fa: i registi, gli sceneggiatori, le maestranze, e quel genere di attori assai lontani dai divi che sono le comparse, i figuranti, i «generici», come li si chiamava a Cinecittà. Il cinema appare sulla pagina mentre invade le strade ricreando pezzi di realtà, ma piú spesso rinchiuso nel proprio mondo separato, gli studios. E sono soprattutto gli sceneggiatori, ovviamente, a venir ritratti, a fare da guida al lettore nel mondo sfarzoso e delirante dell’industria cinematografica.

La terza grande figura è lo spettatore. Uno spettatore ovviamente molto diverso non solo dall’odierno osservatore di film su ogni genere di dispositivo, ma anche da chi li continua a guardare sul grande schermo in una sala buia. Come vedremo, il grande luogo che il cinema offre alla sensibilità degli scrittori è proprio questo: la sala.

E vedremo infine in che modo tutti insieme, spettatori, divi, fabbricanti di cinema, si facciano metafore, schemi di pensiero o posture in cui cogliamo le epifanie e le inquietudini di un mondo in continuo mutamento, in cui le identità personali sembrano sempre in crisi e da reinventare.

4. La cineteca di Babele.

La narrativa sognerà e mimerà il procedere del cinema, non solo nelle forme vicarie della sceneggiatura, del soggetto o della novelization, ma anche attraverso quel tema sotterraneo che è il «film immaginario», il racconto di un film, della sua storia e delle sue vicende produttive, che esiste solo nella mente di chi scrive. Si potrebbe ricostruire anzi, attraverso i decenni, una vera e propria cineteca di Babele, di film inesistenti o possibili. Se uno degli aspetti della perversione cinefila è quella di immaginare il cinema mai fatto, gli incontri mai avvenuti tra attori, registi o personaggi amati, gli scrittori hanno inventato una storia del cinema parallela e verosimile, a volte appena travestita, a volte puramente sognata.

L’immaginario cinematografico nei letterati è condiviso e diffuso a livello planetario: Hollywood, per decenni, è stata sinonimo del cinema tutto, sia per chi ci viveva intorno sia per chi poteva vagheggiarne le meraviglie soltanto da lontano. Ma, in fondo, c’è il cinema anche dietro molte narrazioni di mondi arcaici o fuori dalla storia. Perfino la Macondo di Cent’anni di solitudine, questo luogo cosí mitico ed esotico, è stata inventata da un ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, e non esisterebbe senza la maniera di sognare e ricordare tipica del cinema.

La vicenda italiana è simile in questo a quella di tanti altri paesi, ma con qualcosa di peculiarmente suo. Chi ha assistito alla nascita del cinema, lo ha raccontato anche da noi con toni semiseri, o con una meraviglia mista a orrore. Ma ben presto, per le generazioni nate col secolo, il cinema sarà soprattutto quello americano, quello dell’incanto della Hollywood classica, che diventa anche simbolo di libertà, di ricchezza, di modernità negli anni dell’autarchia fascista. L’arrivo del neorealismo turba e irrita alcuni, perché toglie il velo a un mondo che era nella sua essenza artificio, lontananza, sogno. Il nostro cinema, cosí come lo raccontano gli scrittori, si rivela come lo specchio di un’Italia provinciale e un po’ cialtrona, con le sue illusioni paesane, con i suoi grandi divi che sono piccoli uomini, come l’Alberto Sordi ritratto da Soldati in L’imprudenza.

5. Cinema, amore e morte.

 (…) Se un elemento di inquietudine erotica piú o meno esplicita attraversa le raffigurazioni letterarie del cinema, piú profonda ancora è l’immagine della morte. Chi racconta il cinema finisce col mostrare che, nell’esaltazione dell’aver salvato qualcosa allo scorrere inesorabile del tempo, il cinema è «la morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo sul volto degli attori ». Sullo schermo c’è qualcosa che non cessa di morire, un tempo costretto nello scorrere della pellicola, che può assumere addirittura i ritmi di una danza macabra. Se sommiamo, a questo sottofondo necrofilo, l’intangibile presenza dei divi, ci troviamo in piena metafisica laica, tra ombre e spettri, perversioni sessuali e misticismi. Un territorio che ispira molti degli scrittori qui presenti, con esiti che inevitabilmente sfociano in violenza, morte, tragedia o cupio dissolvi. Da subito questo appare davvero il tema da scrutare dietro lo schermo: pensiamo al noto racconto di Rudyard Kipling del 1904 (Mrs Bathurst, in cui la donna appare sullo schermo e si dissolve «sul telo come un’ombra che fosse saltata sulla fiamma di una candela»); a quello di Guillaume Apollinaire (Un bel film, che già nel 1907 immagina uno snuff movie), o al romanzo Si gira di Luigi Pirandello. Gli attori di Pirandello si sentono ombre esiliate sullo schermo, creature private della propria realtà, «gioco d’illusione su uno squallido pezzo di tela». Ma il cinema è anche e soprattutto il tempo che scorre sui visi, sui corpi e su qualsiasi cosa venga impressa sulla pellicola.

6. Requiem.

Il film è un pezzo di vita di ciascun spettatore. E i titoli di coda, le luci che si riaccendono in sala segnano la fine di un frammento di esistenza vissuto guardando uno schermo. Si ritorna alla luce del sole, come portandosi dietro un ricordo. Ogni racconto, a suo modo, è un omaggio venato di rimpianto per qualcosa che è già stato, per un tempo perduto, per un’età dell’oro che non sarà piú. Per un amore della giovinezza.

Il grande schermo è stato cose assai diverse per le varie generazioni. Apparizione sconvolgente e inquietante per i primi spettatori, libertà ed evasione per i giovani italiani cresciuti sotto il fascismo, primo gradino verso l’arte per coloro che accedevano a una cultura finalmente alla portata di molti. Il cinema, hanno ripetuto iperbolicamente i tanti che si sono trovati a scrivere le proprie autobiografie di spettatori, è stato a un certo punto quasi tutto. È stato la vita, l’iniziazione all’amore o alla politica. L’apice di questo rapporto saranno forse gli anni Cinquanta e Sessanta, l’età d’oro della cinefilia, che tanti scrittori non cesseranno di cantare, in racconti di sé piú o meno mascherati. Oggi, se il rapporto con il cinema ha un colore, è invece quello della nostalgia, di qualcosa di grandissimo e di scomparso.

Il cinema-mondo è in via di estinzione, anche se la litania della morte del cinema ha ciclicamente accompagnato la sua storia. Il sonoro, per alcuni, avrebbe ucciso il cinema. Cosí la televisione. Poi il computer e la tecnologia digitale hanno minato la sua stessa essenza, il suo essere «lingua scritta della realtà» su cui si basava la sua potenza allucinatoria – il fatto che a ciò che c’era sullo schermo si dovesse credere, anche solo per assaporarne la magia. Al di là delle visioni apocalittiche, certo è che oggi il cinema è un’esperienza molto diversa da quella che viene raccontata dagli scrittori che abbiamo riunito qui. Le sale cinematografiche chiudono, il pubblico le frequenta di rado. La pellicola è destinata a scomparire. Troppo fragile, vulnerabile, instabile. Le star e i generi non sono piú il cuore dell’industria delle immagini, né il nutrimento quotidiano dell’amore per il cinema.

Indice del volume:

A riveder le stelle

Truman Capote, Una bellissima bambina

Joyce Carol Oates, Dalia Nera & Rosa Bianca

Dino Buzzati, La favola sbagliata

Gabriele Baldini, Le acque rosse del Potomac

Mario Soldati, L’imprudenza

Manuel Puig, Sì, era bella come una dea

Roberto Bolaño, Joanna Silvestri

Joyce Carol Oates, Per Marlon Brando all’inferno

Sperduti nel buio

Jean Giraudoux, Al cinema

Irene Némirovsky, Nonoche al cinema

Carlo Emilio Gadda, Cinema

Piero Santi, Del cinema Astra

Graham Greene, Il film porno

Julio Cortázar, Tanto amore per Glenda

Efraim Medina Reyes, Cinema Albero

I. L. Kennedy, Frank

Don Delillo, La denutrita

Un mestieraccio infame

Guillaume Apollinaire, Un bel film

Katherine Mansfield, Immagini

Guido Gozzano, Il riflesso delle cesoie

Massimo Bontempelli, La mia morte civile

Marcel Aymé, Il diavolo agli studios

Francis Scott Fitzgerald, Pat Hobby e Orson Welles

Ray Bradbury, Il campo

Budd Schulberg, Il volto di Hollywood

Ennio Flaiano, Il mostro quotidiano

Domenico Starnone, Fine

Come in un film

Horacio Quiroga, Il puritano

Vladimir Nabokov, L’assistente del produttore

Richard Matheson, Montaggio

Angelo Fiore, Un giorno del passato

James Ballard, Lo zoom di sessanta minuti

Michele Mari, Non aprire quella porta

[Immagine: J.R. Eyerman, Paramount Theater, 1958 (gs)].

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