cropped-Greece_Elections_652080a-1.jpgdi Rino Genovese 

[Questo intervento è uscito sul sito di «Il Ponte»]

Dunque Syriza ce l’ha fatta: è arrivata a sfiorare la maggioranza assoluta dei seggi e Tsipras sarà il primo leader europeo apertamente contro l’austerità. Una buona notizia da molto tempo a questa parte. Ma, pur nell’aria di festa di queste ore, non possiamo non osservare che il clima nel continente resta molto difficile. Anzitutto – è il caso di sottolinearlo – il voto greco è la spia di una condizione di impoverimento – con il taglio selvaggio dei salari, degli stipendi e delle pensioni – a cui la “troika”, con la sua cura da cavallo, ha ridotto il paese. In altre parole, è più il frutto di una reazione all’insopportabilità di una ricetta di politica economica che una scelta di sinistra. C’è da rallegrarsi che, almeno per il momento, i greci non si siano indirizzati verso l’estrema destra – ma l’analisi razionale del dato oggettivo non può che registrare questo fatto: è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione.

Una conseguenza è allora la seguente: non si potrà dire di avere davvero invertito la tendenza al rigore neoliberista fino a che i paesi europei decisivi, in primis la Germania, saranno governati dalle stesse forze politiche che hanno portato la Grecia a quel punto. Bisogna ribadire che a mettere in ginocchio un paese della zona euro non si doveva proprio arrivare. È vero, il governo (di destra) degli anni passati aveva imbrogliato sui conti, ma questo non poteva e non doveva significare la punizione dei cittadini greci, le misure a dir poco crudeli che hanno minato la credibilità dell’intera costruzione europea. Una seconda conseguenza, quasi un corollario, sta nel prendere atto (da parte mia con disappunto) che il socialismo europeo non è stato in alcun modo all’altezza della situazione. Non soltanto il misero risultato del Pasok sta lì a dimostrarlo, è anche la Francia di Hollande a denunciarlo nella maniera più chiara: la prospettiva di governo di un liberismo ben temperato ha fatto fallimento perché non è né carne né pesce e, alle strette, risulta indistinguibile dal neoliberismo sfrenato della “troika”. Sarebbe l’ora, per il socialismo europeo, di cambiare registro – pena la rovina non solo elettorale ma storica del suo vecchio insediamento novecentesco.

Infine, l’Italia. Qua le condizioni di una ripresa della sinistra, al momento, non s’intravedono neppure. A differenza della Grecia o della Spagna (per fare l’esempio di un altro paese brutalmente colpito dall’austerità), è il tessuto sociale italiano a non mostrare strappi altrettanto rilevanti. Le ragioni non sfuggono: per anni e anni le famiglie – che restano il centro della vita sociale del paese – hanno accumulato e messo da parte risorse, anche grazie alla diffusa evasione fiscale, in attesa dei tempi peggiori. Quando poi questi sono arrivati, quando cioè la disoccupazione giovanile e la precarizzazione del lavoro sono diventate massicce, le famiglie hanno messo mano al portafoglio e hanno aiutato i loro giovani in difficoltà. Risultato: il paese è in calma piatta dal punto di vista del conflitto, delle lotte sociali; soltanto Renzi e il suo governo hanno prodotto, con la loro azione più che altro provocatrice, un sussulto sindacale sacrosanto ma, nella sostanza, rientrato.

L’Italia è il paese in cui si è passati dall’immobilismo agitato del berlusconismo alla sua continuazione, con altri mezzi, nella forma dell‘agitazione conservatrice di Matteo Renzi. I governi che hanno messo in pratica pedissequamente le ricette dell’austerità in maniera autoctona, quelli delle larghe intese, e quello di Renzi delle piccole, che a parole se ne distingue, hanno creato le precondizioni di un’anestetizzazione politica che rende oggi pressoché impossibile presentare come credibile una scelta di sinistra. Le tergiversazioni della minoranza Pd ne sono il segno evidente: i suoi esponenti sanno di essere screditati e di avere sbagliato a indugiare nel recente passato (per esempio tenendo in piedi troppo a lungo il governo Monti): seguitano quindi a indugiare per una sorta di inveterata coazione a ripetere, quasi ormai per fatalismo.

11 thoughts on “Oggi in Grecia, domani in Italia?

  1. A Rino Genovese:

    due domande:

    1) potresti precisare di più perché le politiche della troika sarebbero caratterizzate da “neoliberismo sfrenato”? A me sembra che molti si autodefiniscono di sinistra usino la parola “neoliberismo” come una parola-spauracchio, ovvero una parola simile a “stregoneria”, usata solo dagli oppositori a tale orientamento e che in pratica consiste nel qualsiasi attuazione di una politica economica interna alle istituzioni diversa da una politica di sinistra-sinistra i cui dettagli di realizzazione pratica non vengono mai esplicitati. Io sono comunque più che altro contrario alla troika in quanto fonte unica sovranazionale delle decisioni di quali “cure” attuare di politica economica. Al suo posto occorrerebbe un rafforzamento delle istituzioni comuni a tutti gli stati europei, in direzione degli Stati Uniti d’Europa, dunque con Parlamento europeo e una Commissione che veramente abbiano poteri legislativi ed esecutivi.

    2) Davvero si può ritenere il governo di Renzi in perfetta continuità con le politiche di Monti e di Letta ovvero ha “messo in pratica pedissequamente le ricette dell’austerità in maniera autoctona”? Mi sembra una semplificazione eccessiva, e comunque bisogna sempre tener conto oltre alle intenzioni di una ideale politica di sinistra, anche le limitate possibilità materiali di attuarle in questo momento presenti nel parlamento italiano.

  2. Il neoliberismo, che è un’ideologia economica fattasi cultura in un senso quasi antropologico negli ultimi trent’anni, prevede il taglio della spesa pubblica ovunque possibile, l’affermazione di una mitologia del mercato in tutti i settori della vita sociale, e specialmente nei rapporti tra imprenditori e lavoratori, tendendo alla cancellazione dei diritti sociali faticosamente conquistati nel corso di un paio di secoli. Su queste basi è stato impostato il rapporto con la Grecia. Se non è neoliberismo sfrenato questo… Riguardo al governo Renzi, a parole c’è stato un qualche distacco dai precedenti governi delle larghe intese; nei fatti non si è visto granché, anzi – se si pensa a certe misure – c’è stato un aggravamento della precarizzazione del lavoro.

  3. Syriza. Dice bene Rino Genovese: “è lo strangolamento del paese che lo ha condotto tra le braccia di Syriza, a causa della intollerabilità della situazione”.
    In altre parole un voto di protesta, o meglio, un lamento di dolore che si leva a gran voce da tutto un paese. Che potrebbe anche orientarsi altrimenti in caso di fallimento (ed è facile intuire dove). Di lì, forse, il pragmatismo che caratterizza la scelta dell’alleanza con Anel, formazione politica decisamente aliena a qualsiasi forza di sinistra. Ci si potrebbe chiedere il perché della non alleanza con il KKE,
    più omogeneo da un punto di vista ideologico. Qui salta subito fuori un elemento comune con la storia della sinistra, cosiddetta radicale, italiana: il settarismo. Coazione questa che ha portato progressivamente, almeno dallo scioglimento del PCI in avanti, alla frantumazione, alla polverizzazione e, alla fine, all’irrilevanza. E Syriza nasce da una costola del KKE. Sembrerebbe questa una tendenza ormai connaturata, stolidamente pervasiva, al limite dell’autolesionismo, della sinistra. Tendenza che evidentemente non esiste nel PD, sebbene, pur con tutta la “carità ermeneutica” chiesta in altra occasione da Mauro Piras, fatico sempre di più a considerare di sinistra. D’altronde come si può pensare ad una “uscita a sinistra” di chi ormai si pone costantemente in urto con la segreteria? Per andare dove?
    Questo senza necessariamente giustificare l’atteggiamento ondivago di costoro, ma è un interrogativo niente affatto peregrino.
    La situazione italiana è decisamente diversa da quella greca, anche e soprattutto per le ragioni su esposte da Genovese; qualcuno dice, tra il serio e il faceto, che non stiamo ancora abbastanza male.
    Dopodiché è tutto da vedere se l’orientamento generale non porterebbe verso la varia “offerta” populista o identitaria che anche in Italia abbonda.
    Nel caso poi di una vittoria in Spagna di Podemos trovo difficile – e invece sarebbe auspicabile – che si costituisca un blocco progressista dei paesi del sud Europa con un’Italia che ha scelto una linea di politica economica – seppur camuffata con parole d’ordine come “riforme” e “ammodernamento” – di deciso appoggio al
    capitalismo finanziario.

  4. Tsipras ce l’ha fatta e forse cel farà anche Podemos. Non vogliamo paesi che soffrano, mentre k’1/00 si arricchisce e ruba. Cel’ha fatto andando nei bar ,nei caffè, tra i poveri, negli ambulatori improvvisati, tra tutti gli impoveriti della crisi, lavorando non nei quartiri centrali, ma nelle periferie e parlando con tutti, facendo scambiare farmaci nei piccolissimi ambulatori, andando nelle mense improvvisate da cittadini volontari. Cela faranno in Spagna e in altri paesi del Sud mediterraraneo e del Portogallo che non possono sostenere politiche omicide di austerità. Cioè anche noi.

    Se l’”austerità è una guerra”, dice Tsipras, e il primo fronte è quello dei “paesi dell’Europa del sud”, allora questa guerra va combattuta. Non è detto che il suo esito porterà ad un nuovo patto tra il capitalismo e la democrazia in nome di un riscoperto neokeynesismo. Una soluzione economica tutta ancora da inventare, in realtà. La crisi ha spostato la produttività del capitalismo verso la finanza, lasciando macerie nella realtà. E nessuna risorsa per lo Stato sociale.
    Tra mille difficoltà Syriza potrebbe rappresentare il primo passo verso ipotesi più radicali di governo in Europa. Ma tutto questo è prematuro e forse non ci sarà mai una risposta. In compenso, dopo i primi cinque anni di guerra, Tsipras ha in registrato due punti contro il social-liberismo e il nazionalismo sovranista di sinistra che nel 2004 affossò il referendum sulla Costituzione europea. Non che oggi essa vada difesa, anche perché le critiche al suo impianto neoliberista erano, e sono, ragionevoli.
    È lo scenario ad essere cambiato. Così lo ha descritto Tsipras: con la crisi l’Europa è diventata lo spazio della lotta di classe, sociale ed economica, il campo privilegiato per cambiare gli equilibri a favore di chi lavora, di chi è precario o disoccupato. La guerra che combattiamo non è tra gli Stati o tra i popoli tornando alla svalutazione competitiva delle monete nazionali. È contro i banchieri e il capitale finanziario. Per questo dobbiamo cambiare la costituzione politica e materiale dell’Europa”.
    I soggetti della lotta di classe
    Con quali soggetti condurrà questa lotta di classe per una nuova costituzione europea? Non con i comunisti del KKE che hanno impedito la formazione di un governo di sinistra in Grecia. Per loro quello di Tsipras è un tentativo “neo-capitalista” e “pro-euro”. Sono scenari, e disastri, già visti in Europa.
    Il giornalista del Guardian Paul Mason segnala che la crisi ha generato in Grecia (e non solo in Grecia) nuove classi sociali. Il voto a Syriza è infatti trasversale. Ci sono i poveri e i disoccupati, il ceto medio, e poi una generazione ispirata alla “fiducia in se stessi, alla creatività, alla propensione a trattare la vita come un esperimento”. È la generazione senza futuro. Sulle sue spalle gli oligarchi hanno scaricato il peso dell’austerità che non intendono pagare. Il voto a Syriza è una rappresaglia contro la loro corruzione. L’appello ai ricercatori e alla Grecia della creatività, rivolto da Tsipras nel discorso di domenica 25 gennaio, è rivelatore.
    Questa è anche la base della nuova economia sociale che si è affermata in Grecia. Comprende il mutualismo dei gruppi di acquisto, delle cooperative, dell’economia della condivisione e del cowork (Impact Hub promuove impresa sociale e l’innovazione). È a questo quinto stato che si rivolgono esperienze di autorganizzazione come la rete Solidarity for All. Un modello ricavato dalla Piattaforma degli Ipotecati in Spagna che ha lanciato una campagna anti-sfratti, sgomberi e pignoramenti. Poi ci sono le esperienze di mutualismo sui medicinali, le mense popolari, le fabbriche recuperate, il commercio dei prodotti alimentari in circuiti auto-gestiti. Tutto questo non fa una classe in sè, ma è parte di un esperimento fondato su pratiche emergenti, dal basso verso l’alto.
    Come far durare un movimento?
    Per esistere Syriza dovrà coesistere con questi movimenti, tutelando la loro autonomia fino al punto di scontrarsi. Senza il movimento la sua debolezza politica travolgerà il governo di Tsipras. Pur con una base militante limitata (30 mila iscritti) Syriza vuole unire la resistenza dal basso con le lotte dei lavoratori e dei precari, i movimenti di solidarietà, il mutualismo e l’economia della condivisione creati nell’ultimo terribile quinquennio. Per resistere, queste pratiche vanno strutturate e politicizzate in organismi autonomi sostengono i loro protagonisti.
    Si sta parlando di pratiche istituenti, quelle descritte dal filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. L’autore de L’istituzione immaginaria della società sosteneva che il sociale non significa molte persone. E il politico non è l’istanza verticale che serve a decidere. La ricchezza della “società civile” non viene sintetizzata nella persona unica del sovrano. Syriza, come Podemos in Spagna, non occupano il posto al vertice e non governano lo spontaneismo delle masse. La miseria della sinistra europea sta nell’ostinata riduzione della politica alla psicologia collettiva, mentre il progetto di Syriza, e domani di Podemos, non è il risultato della connessione sentimentale tra un Capo (o un “ceto dirigente”) e le masse.
    Il progetto di Tsipras è invece basato sull’istituzione. Tutto parte dalle pratiche che formano regole le quali costituiscono organi collettivi che modificano comportamenti individuali. Poi c’è la creazione di circuiti e flussi che attraversano forme politiche nelle quale singoli e gruppi riversano la propria volontà di esistere e si riconoscono in base alle azioni e ai rispettivi benefici. Parliamo di istituzioni auto-governate che generano decisioni politiche. Sono ricavate da una ricostruzione microfisica di un tessuto sociale all’interno di uno spazio politico aperto sul futuro non determinato.
    Questo sporgersi sull’ignoto consiste nel tentativo di ripopolare dispositivi che sembravano desueti: innanzitutto il mutualismo, riemerso dopo 70 anni di Stato sociale, 40 di neoliberismo, 5 di austerità. Al governo di Syriza spetta il compito di riconoscerlo.

  5. Tsipras: “Farò come Renzi. Cambierò il volto dell’Europa”… Sic!
    Fonte: TGCOM24, ore 18:10 del 25 gennaio 2015.

    Syriza ha stretto alleanza con un raggruppamento parlamentare fascista e razzista, in chiave populista. Che sia una riedizione del compromesso storico, più allargato e “lungimirante”?

    Le vie della rivoluzione sociale sono infinite… Oh yes!

  6. @Rino Genovese

    Suppongo che il “troppo a lungo” per il governo Monti vada interpretato in termini di settimane, dato che ne bastarono poco più di quattro per approvare la riforma Fornero.

  7. L’euro è stato e continua ad essere lo strumento principale della lotta di classe tra lavoro e capitale in Europa.

    Al di là delle chiacchiere è bene capire che il progetto di Tsipras, dentro la moneta unica, è destinato a fallire

    E ad aprire la strada ai colonnelli…

    Spero di sbagliarmi

  8. Per Michela.
    “Troppo lungo” va interpretato con riferimento a ciò che ne pensa oggi Bersani che ha ammesso di essere rimasto per così dire con il cerino in mano, prolungando oltre ogni raziocinio o calcolo elettorale, la vita del governo Monti, consentendo al berlusconismo di recuperare e al grillismo di svilupparsi. Un errore madornale. A mio modo di vedere, il governo Monti o non doveva proprio nascere o non sarebbe dovuto durare più di qualche mese (ricordiamo che c’era allora il ricatto dello “spread”), così da andare rapidamente alle urne. Bersani e Vendola avrebbero quasi sicuramente vinto.

  9. @ Almerighi e ad altri che vogliono rispondere: partendo dal ritenere che non esiste una sinistra consistente in Italia, mi potresti fare un esempio di un partito di “veramente di sinistra” potente in un paese europeo, a parte quello di Tsipras in Grecia?

  10. Quando una polarità di idee, costumi, comportamenti individuali come quella destra/sinistra s’è esaurita, non ha senso proporsi di individuare la “vera sinistra” (o la “vera destra”) nei rimasugli dei precedenti schieramenti.
    Gli epigoni trattengono solo qualcosa ( e quasi sempre in modi settari, irrigiditi o penosamente nostalgici) del “mondo perduto” da cui provengono.
    Il PD cosa ha a che fare con il PCI o la DC da cui arrivano molti dei suoi dirigenti? E Rifondazione Comunista? E così Forza Italia etc…
    Anche le “buone rovine” (Fortini), che si potrebbero individuare, ripulire e mettere da parte per una nuova costruzione, potranno servire soltanto se si fosse in grado di inventare, a partire da una conoscenza più esatta del nuovo contesto storico in cui ci agitiamo con occhi ancora troppo appannati, un nuovo progetto (nuove idee, nuovi costumi, nuovi comportamenti individuali). Solo dopo, col tempo, si vedrà quanto esso continui o innovi rispetto al precedente e defunto.

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