cropped-cropped-9_TIMBUKTU_de_Abderrahmane_Sissako-_c__2014_Les_Films_du_Worso__Dune_Vision.jpgdi Emiliano Morreale

[Questo articolo è uscito sul Sole 24 ore]

Tra le possibilità del cinema c’è quella di farci vedere, incarnate in corpi e in luoghi, storie che l’informazione ci porta solo come echi lontani. Così, dopo aver visto Timbuktu di Abderrahmane Sissako, sarà difficile dimenticare la guerra civile nel Mali, e l’invasione di quelle zone da parte dei fondamentalisti islamici. E avremo davanti un modello, una narrazione efficace che ci mostra cosa significhi l’arrivo di parole come jihad e sharia in paesi dalla cultura assai diversa. La vicenda di Timbuktu è ambientata nel 2012, all’epoca della guerra civile, quando il nord del Mali (da sempre soggetto a tentazioni autonomiste e separatiste) a seguito di un colpo di stato che aveva rovesciato il governo centrale dichiara la propria indipendenza. Ma i gruppi nazionalisti vengono ben presto sostituiti da quelli islamisti, che impongono la loro legge nelle zone occupate. Alla situazione ha messo fine, l’anno dopo, un intervento delle truppe internazionali, in particolare francesi. Ma questa premessa storica rimane, nel film, uno sfondo lontano. Quel che seguiamo, nella Timbuktu invasa dai jihadisti, è la popolazione che cerca di sopravvivere con piccoli, quotidiani gesti di dignità e di ribellione. vediamo i matrimoni forzati e le condanne per chi ascolta musica o gioca al calcio, la pescivendola che rifiuta di indossare i guanti, le lapidazioni e le vessazioni quotidiane. E soprattutto la vicenda centrale: un pastore berbero, che vive con la moglie e la figlia, uccide accidentalmente un pescatore durante una lite, e viene condannato a morte.

Il film di Sissako (54 anni, nato in Mauritania, uno dei pochi nomi del cinema africano noti nei festival internazionali) riesce a evitare il didascalismo e i toni da pamphlet mostrando una serie di personaggi non artefatti, con un lavoro di sceneggiatura molto sobrio, dialoghi costruiti sapientemente ma mai troppo espliciti. I caratteri sono pieni di sfumature e contraddizioni, ma nel giusto rifiuto di ogni psicologismo. Personaggi tutti gesti, sguardi e azioni, tutti a loro modo “esemplari” di un teatro morale e sociale: i jihadisti ne vengono fuori nelle loro arroganti insicurezze e contraddizioni (c’è chi fuma di nascosto, chi è un rapper pentito). A loro si oppone la dignità della popolazione locale, a cominciare dal vecchio imam che oppone alla “guerra santa” degli occupanti il concetto di jihad come lotta interiore. E la piccola famiglia berbera (padre, madre e bambina) che vive nella tenda allevando sette magre mucche ha una intensità resa attraverso pochi gesti. Ma soprattutto, è notevole la costruzione spaziale del film: i pochi luoghi in cui tutto si svolge sono contemplati senza insistenza ma con intensità, quasi assaporandoli amaramente. Senza forse nemmeno un totale, Sissako ci situa nella tenda, nella moschea, al mercato, presso un bacino d’acqua, facendo sentire gli spazi sconfinati del deserto che premono intorno agli insediamenti umani, e il peso del passato tra le vestigia della città. Il realismo classico ma non accademico della regia si accende a tratti in momenti più visionari o simbolici: le apparizioni della colorata pazza del villaggio, la palla che rotola per le viuzze, la scena (un po’ a effetto, ma assai suggestiva) dei ragazzini che giocano a calcio senza pallone per eludere la repressione. Il ritmo del film è quieto, il rapporto con gli occupanti è mostrato nella quotidianità, e le rare esplosioni di violenza (le lapidazioni, l’omicidio accidentale, l’esecuzione) si vedono quasi di sfuggita, in maniera anti-spettacolare. Eppure l’insieme ha un suo fascino coinvolgente, tutt’altro che freddo, che potrebbe anche conquistare i giurati dell’Academy Award. Timbuktu infatti, dopo un buon successo al festival di Cannes, è stato candidato all’Oscar per il miglior film straniero. La sua uscita in sala da noi è una lieta notizia, anche se la versione italiana è un po’ surreale: uno dei punti di forza del il film ci mette davanti è il miscuglio di lingue e culture, e i distributori hanno scelto di doppiare i dialoghi in bambara e in berbero, e sottotitolare le parti in inglese, francese e arabo. Un peccato, perché l’italiano standard dei doppiatori suona inevitabilmente fasullo accanto alle voci originali.

[Immagine: Timbuktu di Abderrahmane Sissako].

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