cropped-Michel-Houellebecq1.jpgdi Lorenzo Marchese

A mente appena più fredda, provo a riflettere sull’ultimo romanzo di Houellebecq come se la sua ricezione non fosse stata irrimediabilmente predisposta, per l’effetto dei media, dall’attentato terroristico ai redattori di Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015. Attraversare Sottomissione cercando un po’ oltre la cortina provocatoria e ripartendo direttamente dal testo, è l’obiettivo minimo[1].

Nel mio caso specifico, si tratta di una partenza strozzata e rimandata più volte. Avevo deciso di riflettere meglio su Sottomissione dopo alcune riletture, scaturite dalla perplessità per essermi trovato davanti a un testo sorprendente, a una prima occhiata, per semplicismo, franchezza grottesca sia dei pensieri del narratore-protagonista che del mondo ipotetico descritto (siamo nella Francia del 2022 e all’Eliseo sale il partito islamico moderato dei Fratelli Musulmani; inventato), grigiore complessivo dell’atmosfera di questa narrazione ipotetica eppure come ripiegata su se stessa, votata alla rassegnazione, più lampante della minacciosa sottomissione di copertina.

La vicenda del protagonista François è quella di un professore universitario stancamente dedito alla sua carriera di studioso di Huysmans e a una vita da célibataire tra rapporti occasionali con le proprie studentesse e lunghe pause di solitudine alcolica. A un livello più vasto, corrisponde al quadro dei personaggi autobiografici che costellano i romanzi di Houellebecq da Estensione del dominio della lotta (1994) in poi, senza mai cambi decisi di direzione: un quadro qui ulteriormente rarefatto, poiché François non ha, a differenza dei suoi predecessori, né un’attitudine filosofica sviluppata e interessante come poteva essere quella dell’anonimo protagonista di Estensione o di Michel in Piattaforma (2001), né l’esemplarità per fortissimi chiaroscuri di Michel Djerzinski e Bruno Clément nelle Particelle elementari (1998). Per molti versi Sottomissione prosegue la ricerca di concisione già piuttosto accentuata in La carta e il territorio (2010), dove Jed Martin era un artista capace di esprimersi compiutamente solo attraverso tre cicli, molto distanti fra loro, di opere d’arte realizzate su supporto fotografico, pittorico e digitale, e rimaneva per il resto un personaggio cavo, descritto eccezionalmente attraverso un narratore in terza persona più imparziale del solito[2]. La prima (apparente) contraddizione di Sottomissione sta nel trovarsi di fronte un romanzo che non sembra esattamente un romanzo per come lo intendiamo di solito sotto vari aspetti, riassumibili alla buona in:

1) costruzione di un futuro alternativo (con il massimo grado di contestazione al realismo del novel che la scrittura dell’utopia contemporanea ha insita in sé) con tutte le implicazioni di inverosimiglianza del caso;

2) stilizzazione psicologica del narratore-protagonista mediante tocchi insistiti di grottesco e comicità.

Se assecondiamo l’interpretazione data proprio da Houellebecq, più di vent’anni fa, nel suo saggio su Lovecraft, essere «contro il mondo, contro la vita» è nell’ambito della letteratura essere contro il realismo del cosiddetto romanzo tradizionale:

Lovecraft, in realtà, non ha un atteggiamento da romanziere. Più o meno tutti i romanzieri si ritengono in dovere di fornire al lettore un’immagine esaustiva della vita. Credono che la propria missione sia quella di “illuminare” in maniera nuova e speciale; ma sui fatti in sé di questa illuminazione non hanno scelta. Sesso, denaro, religione, tecnologia, ideologia, suddivisione della ricchezza … un buon romanziere non può ignorare nulla di tutto ciò. E tutto ciò deve trovare posto in una visione coerente del mondo. L’obbiettivo, com’è evidente, è pressoché irraggiungibile, e il risultato è quasi sempre deludente. Proprio uno sporco mestiere, quello del romanziere[3].

Nella costruzione impossibile di scenari sospesi fra un passato secondonovecentesco da abiurare, magari secondo lo schema latente della conversione disperata[4], e un futuro di estinzione e disumanità accolto con ambiguo piacere, risiede la spinta più autentica del romanzo per Houellebecq, che con sempre maggior forza negli anni Zero ha creato futuri ipotetici, via via avvicinando cronologicamente questo avvenire (nel malriuscito La possibilità di un’isola, 2005, vedevamo uno scenario postumano qualche millennio fra, nella Carta e il territorio ci si spinge a una Francia agricola e terziaria del 2040 circa, in Sottomissione la distanza dall’oggi è di soli sette anni). Una simile operazione ha, ha sempre avuto, un prezzo: «Per raggiungere lo scopo decisamente filosofico che mi propongo, invece, occorre sfrondare. Semplificare. Sterminare uno alla volta dettagli infiniti. Ad aiutarmi ci sarà il semplice gioco del movimento storico»[5].

II

Nel concreto, lo sfrondamento implica una stilizzazione comica accentuata, a scapito dell’ironia ragionata e spesso feroce dei romanzi precedenti. Abbiamo un professore universitario, François, che dà l’impressione di essere un individuo «di una normalità assoluta»[6] sul piano sessuale e non solo, pur nello scacco logico di un “uomo medio” che ha una lancinante consapevolezza della propria medietà, come lui stesso avverte poche pagine dopo, in un dialogo con Myriam («”Io non corrispondo immediatamente al profilo di un consumatore catalogato, tutto qua”», con la giovane amante che replica: «”in te c’è sempre una specie di onestà abnorme, un’incapacità di fronte a quei compromessi che, in fin dei conti, permettono alla gente di vivere”», pp. 37, 38). Si tratta del medesimo paradosso che richiama quello dell’incipit «Mi chiamo Walter Siti, come tutti. Campione di mediocrità, le mie reazioni sono standard, la mia diversità è di massa» di Troppi paradisi di Walter Siti (2006), che resta per molti versi un romanzo comico di sformazione di un intellettuale alle soglie del declino economico e culturale dell’Occidente. Molto più del personaggio di Walter o del personaggio autofinzionale Houellebecq della Carta e il territorio, auto-caricatura di un lagnoso nichilista concentrato quasi solo sul mangiare salumi, François è un personaggio che fa dell’apatia impaurita verso il mondo esterno il suo unico tratto notevole, e come narratore non si risparmia un atteggiamento di monotono piagnisteo. La cifra di questo grado zero del grigiore rende la pagina consapevolmente dimessa e, cosa abbastanza curiosa per Houellebecq, ripetitiva: «Nel complesso, dopo la separazione da Myriam, ero estremamente solo» (p. 66), constata alla fine di un capitolo François. E poi di nuovo, dopo la partenza definitiva di Myriam per Israele, a chiusura di un altro capitolo: «Capivo che adesso sarei stato molto solo» (p. 102). È uno dei tanti esempi possibili e si nota particolarmente perché è messo a chiusura di un segmento narrativo. Probabile che Baricco pensasse a cose del genere quando ha notato che «si vedono le cuciture, troppo spesso»[7]. Se la tenuta di Sottomissione non ne guadagna in complessità, di sicuro l’effetto di sintesi umoristica, a una lettura molto attenta, traspare: non serve molto per cogliere con quale frequenza il discorso di François s’incarta su se stesso, sulla propria crisi da andropausa e su una mancanza di coraggio che si rivelerà, nel finale, un desiderio di conformismo al nuovo sistema politico patriarcale dei Fratelli Musulmani. In questa chiave, è Houellebecq stesso a lasciare una traccia indiretta per decrittare il suo personaggio, quando fa riflettere François sull’umorismo di Huysmans:

Come nota giustamente André Breton, l’umorismo di Huysmans rappresenta un caso unico di umorismo generoso, che mette il lettore in posizione avvantaggiata, che invita il lettore a prendersi gioco sin dall’inizio dell’autore, dell’eccesso delle sue descrizioni lamentose, atroci o risibili.   (p. 12)

Così, fuor di paragone, anche il lettore è invitato a diffidare di François e a prendersi gioco di lui come dei suoi deliri d’immobilità, quanto Houellebecq aveva riso di sé (e della sua superfetazione mediatica) nella Carta e il territorio. Esempi ancor più lampanti si hanno in uno dei cavalli di battaglia di Houellebecq, cioè la descrizione dell’atto sessuale. Laddove nelle opere precedenti il coito era descritto nei suoi accenti fallimentari, con una compassionevole tristezza, o con una crudezza tutto sommato esaltante come in Piattaforma, in Sottomissione emergono punte di consapevole kitsch: un’operazione facilitata dal bel lavoro di traduzione di Vincenzo Vega, che asseconda lo spirito grottesco del testo francese. Ecco una descrizione di una doppia fellatio, o meglio, della sua visione su Youporn – il medium informatico ne accentua i caratteri stranianti, raddoppiati dalla similitudine finale:

due giovani donne di razza diversa si dedicavano strenuamente a liberare l’organo dal suo ostello provvisorio. Si prodigavano in civetterie sconvolgenti al fine di rianimarlo, il tutto con grande spirito di amicizia e complicità femminili. Il pene passava da una bocca all’altra, le lingue s’incrociavano come s’incrociano i voli delle rondini, leggermente inquiete, nel cielo scuro del Sud della Seine-et-Marne, quando si apprestano a lasciare l’Europa per il loro pellegrinaggio invernale.   (p. 21)

O ancora, è stata notata dai recensori la buffoneria plumbea della scena della grigliata dagli amici Bruno e Annelise, di cui si racconta l’esito disastroso («fu con grande sollievo che vidi arrivare il temporale, le prime gocce ci arrivarono addosso oblique e glaciali, ci fu una ritirata istantanea verso il salotto, la serata virava verso il buffet freddo», p. 82) in una scena costruita con un montaggio velocissimo e concitato, compresa, con isolato sfoggio di stile, in un unico virtuosistico periodo di venti righe dall’architettura sintattica armoniosa. Non manca nemmeno un accenno di dialogo col pene, leitmotiv della letteratura comica del passato, qui riproposto con chiarezza: «In fondo il cazzo era l’unico dei miei organi che non si fosse mai manifestato alla mia coscienza per il tramite del dolore, ma solo per quello del piacere (…) non mi dava mai ordini, a volte mi incitava, umilmente, senza acrimonia e senza collera, a partecipare di più alla vita sociale», p. 87.

III

Eppure, l’insistita comicità della situazione di François e dell’inarrestabile decadenza del modello occidentale per come Houellebecq la tratteggia, alternando i soliti monocromi quadri esistenziali a brevi pennellate kitsch, non spiega del tutto il fascino del libro. Né ci aiuta a capire il suo funzionamento come qualcosa di non esattamente romanzesco. Tutt’al più costituisce la premessa descrittiva, la base di partenza per capire come mai a Houellebecq venga in mente di descrivere la salita al potere di un partito islamico (con l’appoggio inerme dei socialisti per fermare l’ascesa di Marine Le Pen) come lo fa. A un primo livello di profondità ha senz’altro ragione Baricco quando nota che il futuro ipotetico di Houellebecq non sta in piedi per via di una «disponibilità esagerata, quasi infantile, a sottovalutare la complessità della situazione» (art. cit.). Lo scenario descritto da Houellebecq non prevede meccanismi politici internazionali, è imbarazzante per quanto è francocentrico, inscena l’allontanamento dal circuito produttivo delle donne e la messa al bando dell’omosessualità senza che, a quanto pare, si abbozzi qualche contestazione o si formino minime forze antagoniste. Nessuno fiata per il crescente antisemitismo che, presente per accenni già nelle prime pagine di Sottomissione, fa intuire una sostanziale messa al bando degli ebrei nella nuova Francia. Ci vuole coraggio per lasciare da parte tutte queste variabili, o, per dirla con altri termini, una superficialità un po’ sciocca, che rende il mondo possibile del romanzo (formula della narratologia da intendere, in questo caso, alla lettera) a dir poco implausibile.

Nonostante ciò, credo che la ristrettezza prospettica dell’autore sia in parte comprensibile se visto sotto una certa luce. Lo sforzo secondo me da compiere, il quale giustificherebbe in parte l’irrealismo complessivo che sembra inamidare il tessuto di Sottomissione, è per un’interpretazione utopica. Immaginare una Francia ormai islamizzata sembra per Houellebecq uno scenario appartenente alla letteratura dell’utopia, fin nelle diramazioni novecentesche della science-fiction e del fantasy cui l’autore guarda da sempre con grande ammirazione[8]. A parte la mancanza, diversamente da fantascienza e fantasy, di qualsiasi congettura scientifica (come, restando a noi, nelle Particelle elementari o nella Possibilità di un’isola) o sovrannaturale, l’ottica ristretta del panorama tracciato dall’autore si spiega come proposta di oltraggiosa idealità, con un pesante intento di critica del declino dell’Occidente. Non parlerei dunque di distopia, che si occupa a rigore di luoghi reali proiettati in un futuro prossimo dove alcune premesse socioeconomiche sono sviluppate entro un contesto di realtà oltre misura negativo, laddove l’utopia si occupa appunto di luoghi immaginari e variamente irrealistici. La visione di Houellebecq sul suo mondo di finzione non è quella di Orwell sul Grande fratello, perché è evidente che la descrizione del cambiamento storico non è condotta secondo un rifiuto integrale, bensì con raggelata accettazione. Per essere più precisi, a Houellebecq interessa proporre attraverso l’Islam una visione storicista di un modo di produzione concorrenziale al capitalismo avanzato della Francia odierna, nella convinzione che tale modello, fallimentare, sia maturo per essere sradicato. Sicché, quando François in una conversazione con Myriam si abbandona a considerazioni sessiste:

“Non so, forse è vero, devo essere una specie di macho approssimativo; in realtà non mi è mai sembrata una buona idea permettere alle donne di votare, fare gli stessi studi degli uomini, accedere alle stesse professioni, eccetera. Cioè, alla fine ci siamo abituati, ma siamo proprio sicuri che sia una buona idea?” (p. 35)

il lettore avveduto non ha problemi a vedere che le convinzioni di François collimano in parte, pur deformate dal filtro dell’«umorismo generoso» di cui si diceva prima, con quelle di Houellebecq, e che la visione del protagonista si limita ad accentuare valutazioni di rifiuto del modello capitalista in favore di un modello patriarcale cui sin dai suoi primi scritti l’autore ha guardato con nostalgia, come qualcosa di perso per sempre dopo gli anni ‘60. Anche per questo mi sentirei di parlare di utopia – pur con risvolti poco incoraggianti. Senza contare che l’utopia novecentesca, come ha spiegato Jameson, non necessariamente deve avere caratteri idillici:

All’inizio il rimedio utopico deve essere fondamentalmente negativo, deve fungere da invito a rimuovere ed estirpare questa specifica radice di tutti i mali, dalla quale scaturiscono tutte le altre.

Ecco perché è un errore avvicinare le Utopie con aspettative troppo ottimistiche come se offrissero visioni di mondi felici, spazi di collaborazione e appagamento, immagini queste che corrispondono al genere dell’idillio o della pastorale più che a quello dell’Utopia[9].

IV

L’utopia contribuisce a diradare l’elemento di novel di Sottomissione, quello che vede un quarantenne in crisi spirituale e personale che tenta di guarire maldestramente. Ad aiutarlo a “scegliere di non scegliere” tramite un intervento autoritario, è l’Islam come forza politica, ossia il solo tipo di Islam che interessi davvero a Houellebecq qui. Un chiarimento spinoso è essenziale per definire l’entità di questa forza in campo nel romanzo. Molti dei recensori si sono affrettati, anche sulla scia dei fatti di sangue di Charlie Hebdo, a negare elementi islamofobi o comunque negativi della religione di Maometto in Sottomissione, e anche Houellebecq ha smorzato i toni, com’era comprensibile. Ma andando a guardare in profondità l’ultima parte del romanzo, l’Islam attira davvero le simpatie del narratore François? Non pare probabile: esso si mostra piuttosto come la forza politica predominante, a cui il protagonista decide di accodarsi per una banale comunanza di vedute patriarcali. Nel sistema socioeconomico proposto dal nuovo presidente Ben Abbes, la cellula di produzione ritorna la famiglia nella figura del padre-artigiano che trasmette il suo lavoro ai figli maschi, il matrimonio d’amore è scalzato dal matrimonio d’interesse (sulla scia di Pascal Bruckner, Le mariage d’amour a-t-il échoué?, 2010, menzionato in Sottomissione) e s’intuisce che, secondo la proposta del nuovo rettore islamico Rediger, saranno banditi «decisamente ed energicamente il matrimonio omosessuale, il diritto all’aborto e il lavoro delle donne» (p. 233). Sono soprattutto queste ultime due proposte a intrigare François, anzi, a ben vedere, le uniche che intacchino la sua apatia, configurandolo una volta di più come un egoista che agisce in base ai suoi interessi personali (niente di nuovo in Houellebecq) e anche come la figurina di un maschio in andropausa.

Per interesse, e per non rimanere escluso da un circuito lavorativo che in minima misura è l’unica ragione per restare vivo («ma dovevo anche ammettere che continuando così [senza più il lavoro di professore] sarei morto, morto presto, infelice e solo, e quanta voglia avevo di morire presto, infelice e solo? In definitiva, non tanta», p. 211), François accetta di convertirsi cambiando solo la pelle più esterna. La sua scala di valori non esce minimamente intaccata, e il lettore arriva a sospettare che i discorsi solenni e metafisici di Rediger (pp. 220-221, soprattutto) sul primato dell’Islam gli restino in buona sostanza indifferenti, visto che durante il colloquio con Rediger François non accenna a controbattere su quel piano del discorso, né sembra, cosa più sconcertante visto che Sottomissione è condotto in prima persona, pensarne alcunché. Ancora una volta, è il parallelismo implicito con Huysmans a illuminarci su François: «Gli spazi infiniti che spaventavano Pascal e sprofondavano Newton e Kant nello stupore e nel rispetto, lui non li aveva neppure intravisti» (p. 225). Relegato nel nutrito gruppo di chi non si sente portato a condurre, ma solo a essere condotto, François non ha altra scelta che il trasformismo intellettuale in cambio dell’unico risultato che davvero gli interessi, come esemplifica uno stralcio di dialogo reticente dall’ultimo confronto con Rediger:

“Sa … Quando ci siamo visti a casa mia quel pomeriggio, abbiamo parlato di metafisica, di creazione dell’universo, eccetera. Sono pienamente consapevole che in generale non sia esattamente questo a interessare agli uomini; ma i veri argomenti sono, come ha detto lei, imbarazzanti da affrontare. Ancora adesso, peraltro, lei e io parliamo di selezione naturale, cerchiamo di mantenere la conversazione a un libello ragionevolmente elevato. È chiaramente difficile chiedere in maniera diretta: quale sarà il mio stipendio? A quante donne avrò diritto?”     (p. 247)

Insomma, non siamo di fronte a un libro islamofobo, e d’altra parte non sembra che alla travolgente «forza del passato» (Pasolini) dei Fratelli Musulmani Houellebecq guardi con qualche trasporto: le esigenze di fede sono riassunte da un anelito al cattolicesimo di François, frustrato in due tentativi di conversione, davanti alla vergine di Rocamadour e poi in un monastero. L’Islam è esclusivamente un collante sociopolitico, come chiarisce la citazione da Khomeini del capitolo V, da prendere con serietà («Se l’Islam non è politico, non è niente», p. 189). Non sembra inesatto affiancare la visione di Houellebecq – ormai, va riconosciuto, depurata dalle sue punte più polemiche dei tempi promozionali di Piattaforma – a quella di Naipaul nei suoi reportage in paesi convertiti all’Islam nel Novecento:

L’Islam è originariamente una religione araba; tutti i musulmani non arabi sono convertiti. L’Islam non è solamente una questione di coscienza o di fede personale: ha aspirazioni imperialistiche. Il convertito cambia la sua visione del mondo, perché i luoghi santi sono in terra araba, perché la lingua sacra è l’arabo. Cambia pure la sua idea della storia: il convertito rinuncia alla propria e diventa, che gli piaccia o no, parte della storia araba. Quindi deve voltare le spalle a tutto ciò che gli è proprio. Lo sconvolgimento sociale che ne deriva è enorme e può protrarsi anche per mille anni, mentre l’atto di «voltare le spalle» deve essere ripetuto in continuazione. Di conseguenza gli uomini si creano immagini fantasiose di chi sono e cosa sono e nell’Islam dei paesi convertiti si insinua un elemento di nevrosi e di nichilismo[10].

Quando François si fa promettere che otterrà le mogli che vuole, la situazione utopica è realizzata, il mondo nuovo può cominciare in un finale che descrive l’imminente rito di conversione con una punta di falsetto anestetizzante. Ci si trova di fronte a un uomo che già prevede di non avere più «niente da rimpiangere» (p. 252) e quindi a ben vedere, come Winston in 1984 nemmeno possibilità di scelta o di opinione, in un abbrutimento dolce. Molto lontano dal personaggio di Orwell, questo passaggio è accettato con consapevole doppiezza, nell’ottica di una rinascita che non è altro che un tentativo goffo di portare indietro le lancette dell’orologio. L’utopia pare sgonfiarsi, come sull’altro lato il novel autobiografico per via di certi eccessi semplicistici già detti, proprio perché non riesce a proiettarsi verso un futuro che non sia mera ripetizione di una fetta esclusiva e idealizzata del nostro passato recente. Siamo di fronte al caso raro di un’utopia regressiva.

V

Proprio nell’”idealizzata”, a margine, starebbero alcuni punti d’interesse di Sottomissione: per sfortuna, essi rimangono allo stato di accenno, solo intuibili dalle ellissi di François ed esclusi dal suo panorama utilitaristico. È interessante notare piccole intersezioni fra modello neo-islamico e modello capitalista occidentale avanzato, per esempio nel comune progetto di liberismo sfrenato («In un altro articolo, Rediger si dichiarava nettamente in favore di una suddivisione nient’affatto egualitaria delle ricchezze», p. 230) e nella sistematica esclusione del conflitto sociale dal discorso pubblico, nell’offuscamento nella delocalizzazione delle violenze politiche ai danni delle minoranze (le repressioni antisemite, per esempio, rimangono uno sfondo inquietante e mai rivelato: Myriam fugge in Israele, avviata a un destino di guerra perenne). A margine, fuori dalla circolarità del testo, c’è almeno una scena che col senno dell’immediato poi colpisce il lettore – e tralasciamo il paragone che fa François fra la libertà di genere conquistata negli anni ’20-’30, repressa dalla politica maschilista del nazifascismo, e la situazione attuale, dove l’Islam implicitamente viene a rivestire il ruolo che fu dei nazisti (p. 50). La scena è quella del corteo di protesta organizzato da Marine Le Pen e il Front National. Houellebecq immagina:

Molti dei partecipanti alla manifestazione organizzata dal Fronte nazionale erano già arrivati: Place de la Concorde e i giardini delle Tuileries pullulavano di gente. Secondo gli organizzatori c’erano due milioni di persone – trecentomila secondo la polizia. Comunque fosse, non avevo mai visto una folla simile.       (p. 104)

Persino il lettore più ingenuo non può non ripensare all’enorme marcia di manifestazione in difesa di Charlie Hebdo, l’11 gennaio 2015, poi replicata in altre città del mondo; e trarne le conclusioni che preferisce, a fronte della profezia opposta di Houellebecq. In tutte le narrazioni impostate al futuro ipotetico, il rischio è di non azzeccare quasi mai: la distopia, o nel nostro caso l’utopia regressiva, mantiene una percentuale altissima di fallimento rispetto a quel che promette. D’altronde, nelle narrazioni rivolte a un ipotetico tempo passato o per comodità “realistiche” molte caratteristiche del nostro mondo si danno per scontate, si giustificano in sé: non si chiede molto spesso all’autore ragione della loro probabilità (al massimo, ma con molte licenze, della verosimiglianza). Nella letteratura proiettata al futuro e nell’utopia, anche “realistica” e priva di proiezioni tecnologiche o scientifiche come questa, invece, se ne chiede il conto. Come nel castigo di Atlante, lo scrittore utopico moderno deve reggere sulle spalle tutto il mondo che descrive, e immancabilmente restare schiacciato dalle inverosimiglianze che si è lasciato dietro, come tentativi mai risolti del processo di creazione.

Per concludere, il fallimento dell’autore è solo l’ombra lunga di un fallimento personale di François, un uomo occidentale che non riesce, davvero, a convertirsi: «Possedeva la maestà, possedeva la forza, ma pian piano sentivo che perdevo il contatto, sentivo che lei si allontanava nello spazio e nei secoli mentre io mi rannicchiavo nel mio banco, rattrappito, ristretto» (p. 146, François guarda la vergine di Rocamadour).
E più che dell’onnipresenza della conversione, viene da parlare per Houellebecq della sua impossibilità se non nei termini di una violenza o una mutazione biologica – o magari, in Sottomissione, soltanto un’apparenza.

A fronte di una paralisi della modernità, Houellebecq non propone molto di più di un ritratto di uomo, divertente fin che si vuole, e una mistione destinata a crollare subito. È pur vero che il tentativo di potenziare la forma del novel come racconto pseudoautobiografico, attraverso l’inserzione di ambigui narratori onniscienti o di un elemento fantascientifico, era evidente in tutta la produzione di Houellebecq. Ma rispetto ai precedenti romanzi, Sottomissione manca di efficacia perché compie il movimento che caratterizza François (e che mise in scacco Huysmans): andare controcorrente, non riuscendo a muoversi che a ritroso.

[1] A scrittura ultimata, mi rendo conto che questa lettura ha molte affinità con Luigi Grazioli, Houellebecq lercio misantropo, comparsa su Doppiozero il 25/2/2015 (qui: http://www.doppiozero.com/materiali/parole/houellebecq-lercio-misantropo), pur nella sostanziale diversità degli approdi.

[2] Sulla tendenziosità del narratore “esterno” in terza persona nelle Particelle elementari ha scritto molto bene Paolo Zanotti in Dopo il primato. La letteratura francese dal 1968 a oggi, Laterza, Roma-Bari 2011, nel capitolo monografico Michel Houellebecq.

[3] Michel Houellebecq, H. P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2005 [1991], pp. 65-66.

[4] Cfr. la nota di Emmanuel Carrère, Europa e Islam, intesa profonda? pubblicata sul «Corriere della sera» il 6 gennaio 2015, quando scrive: «Tale capovolgimento radicale delle prospettive è quello che in termini religiosi si chiama conversione e, in termini storici, cambiamento di paradigma. È di questo che parla Houellebecq, non parla mai di altro».

[5] Michel Houellebecq, Estensione del dominio della lotta, traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, Milano 2003 [1994], p. 18.

[6] Michel Houellebecq, Sottomissione, traduzione di Vincenzo Vega, Bompiani, Milano 2015, p. 21. D’ora in avanti, per non appesantire la lettura, le citazioni saranno a testo tra parentesi, con la sola indicazione del numero di pagina.

[7] Alessandro Baricco, L’inutile lezione del professor Houellebecq, uscito su «la Repubblica» del 20 gennaio 2015. A dispetto del titolo, la critica di Baricco è precisa e pone l’accento su un libro «placidamente strano» e spento, con un protagonista «poco memorabile». Critica ragionevole, ma che non spiega le ragioni di una simile fisionomia.

[8] Rimango, sulla scia di Jameson, «nella convinzione che l’Utopia sia un sottogenere socioeconomico» della letteratura fantastica nel Novecento, Fredric Jameson, Il desiderio chiamato Utopia, traduzione di Giancarlo Carlotti, Feltrinelli, Milano 2007, p. 29 (l’edizione italiana traduce solo una parte del testo originale di Jameson).

[9] Ibidem.

[10] V. S. Naipaul, Fedeli a oltranza. Un viaggio tra i popoli convertiti all’Islam, Adelphi, Milano 2001 [1998], p. 5.

[Immagine: Michel Houellebecq (gm)].

5 thoughts on “L’utopia di Houellebecq

  1. La conversione, più o meno nei termini di cui parli, è il tema di Exit Strategy. E’ una cosa scontata, però un altro tassello di una lunga corrispondenza tra H. e Siti, alla quale giustamente accenni.

    Secondo me sei troppo duro con Houellebecq. Non che tu gli imputi pecche che non ha, però mi pare trascuri un po’ l’importanza del quadro generale che il ragazzo ha messo su tra una sigaretta e l’altra, che con Sottomissione si arricchisce e procede, guadagna qualcosa (certo, non quanto avrebbe potuto). E poi, come narratore sta diventando davvero bravo, mentre all’inizio era capace soprattutto di fare altro.

    Grazie per l’articolo.

  2. ciao Luca, grazie del commento

    concordo, la conversione è un tema di Siti in Exit strategy. Azzarderei con Carrère che anche Siti, in fondo, non parla mai d’altro che del rifiuto di una cultura, di una politica e di un certo modo di essere intellettuale e cittadino nel ‘900: dapprima la religione dei culturisti, poi quella dell’eros e della superficialità televisiva, sono in fondo, come in Houellebecq, conversioni a metà, violenti salti di categoria in cui i protagonisti e gli autori credono senza troppa persuasione.

    Poi questa conversione in Siti ha dei paletti che in Houellebecq non ci sono. Per fare un esempio, non ce lo vedo Siti a proporre rimanendo serio il modello patriarcale.

    In un certo senso sono d’accordo con te sull’evoluzione di Houellebecq come narratore: verso forme più omogenee, più conchiuse, di contro alla larga imperfezione dei romanzi filosofici degli anni ’90 (e senza contare i passi falsi, come La possibilità di un’isola). Ma non sono sicuro che perfezionarsi nella stilizzazione sia un buon risultato per il lettore: non lo aiuta a farsi un quadro molto complesso, credo …

  3. Secondo me la Possibilità di un’isola è proprio bello, tranne alcuni passaggi veramente assurdi sulla storia della setta. Ma a me le sproporzioni di Houllebecq facevano sempre un po’ piacere. Questa abilità a cui ora pare essersi votato, se trovasse sostanza, potrebbe dare grandi frutti. Ma, banalmente, lui mi pare così stanco, temo non ce la faccia più.

    Siti è più intellegente, non propone mai una cosa sola rimanendo serio. Quando pare di sì, poi si scopre il doppiofondo.

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