cropped-barbapapa.jpgdi Damiano Frasca

Se ne è parlato a lungo, sono stati scritti articoli di giornale, trasmesse conferenze stampa in tv, ma in molti, per mesi interi, non siamo stati in grado di dire cosa fosse davvero La Buona Scuola di Matteo Renzi e di Stefania Giannini. E credo che dipendesse soprattutto dalla vocazione proteiforme di questa strana creatura. Come nei cartoni Barbapapà, lasciavi La Buona Scuola che somigliava a un rettile e pochi istanti dopo te la ritrovavi con le sembianze di un cetaceo. Dal settembre dell’anno passato, quando è stato presentato il primo dossier, a una decina di giorni fa, quando il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge che il parlamento è chiamato a discutere a breve, La Buona Scuola ha perso pezzi, cambiato caratteristiche anche sostanziali, fatto ballare i numeri dei precari da assumere. D’altronde il conforto dei giornalisti non ha aiutato poi tanto a sbrogliare la matassa e a capire qualcosa in più su quella che Matteo Renzi ha chiamato una ‘rivoluzione strepitosa’. Nella conferenza a seguito del Consiglio dei Ministri dello scorso 12 marzo, ad esempio, una giornalista confondeva molto rozzamente graduatorie ad esaurimento (Gae) e graduatorie d’istituto (Gi), che è un po’ come presentarsi, all’avvio dei mondiali di calcio, alla conferenza stampa del ct della nazionale e ammettere, con un’ingenua domanda, di non sapere distinguere bene un terzino da un centravanti.

Cambiamenti in corsa, slogan, improbabili consultazioni pubbliche (mancava solo il televoto), conferenze stampa e slide con quadretti, tavolozze e galline disegnate, minacce di decreti legge: solo adesso La Buona Scuola è arrivata alle camere e il Barbapapà ha finalmente assunto fattezze su cui si può provare a ragionare. Le questioni in evidenza sono diverse e potenzialmente pericolosissime (basti pensare alle 400 ore in cui gli studenti dei tecnici e dei professionali staranno nelle aziende, al 5×1000, alla detraibilità delle spese sostenute dai genitori degli alunni delle paritarie). Se il parlamento sottovaluterà tali questioni, rischieremo di ritrovarci una scuola peggiore, di classe, brutta per chi la frequenta e per chi ci lavora.

Qualcuno ha fatto notare che l’etichetta, neanche troppo ricercata, La Buona Scuola, coincide con il nome dato a una legge d’iniziativa popolare (Lip, La buona scuola per la Repubblica), presentata quasi dieci anni fa (nel 2006) e forse un po’ troppo trascurata da noi insegnanti. Poco importa se siamo di fronte a una curiosa coincidenza di nomi o se siamo di fronte a quello che il codice penale chiama furto con strappo. Ciò che importa invece sono le notevoli divergenze nei contenuti, nei modi, nell’idea di società a cui rimandano La Buona Scuola di Renzi da una parte e La buona scuola per la Repubblica dall’altra. A veder bene, poi (ed è emblematico), la coincidenza tra i due nomi è comunque parziale, dato che nel mostriciattolo partorito dal Miur non c’è traccia di quel complemento per la Repubblica (che complemento sarà: di fine, di vantaggio o di strumento?).

Il punto vero è che la rivoluzione strepitosa di Renzi tradisce il progetto della nostra Costituzione più volte. In nome dell’autonomia scolastica (quel vecchio pallino del centrosinistra dalla seconda metà degli anni Novanta in poi, con il ministro Berlinguer), è introdotta, ad esempio, la chiamata diretta degli insegnanti, scelti dai presidi delle singole scuole a partire dagli albi territoriali. Ha ragione chi, nei giorni scorsi, ha scritto che così le scuole più prestigiose si accaparreranno gli insegnanti migliori, con la nascita di nuove ufficiose classifiche di scuole di serie A e scuole di serie B. Certo, negli istituti più difficili resteranno a garantire la qualità dell’insegnamento quei professori che lavorano nei quartieri a rischio per scelta, ma lo Stato può delegare, alla bontà dei singoli, impegni di cui si deve fare carico?

E i danni su questo fronte non sono limitati. La Buona Scuola imporrà agli insegnanti di vivere dentro rapporti di forza (con i presidi) nuovi e diversi rispetto a quelli che abbiamo conosciuto fino adesso: il preside li sceglierà come pezzi della sua squadra e dopo tre anni arriverà la conferma o meno. Lasciamo perdere i rischi di clientelismo o di altri vecchi mali del nostro paese, e pensiamo a dirigenti scolastici in buonafede, come ce ne sono tanti in tutta Italia. Questi, agendo dentro un sistema organizzativo che accentra responsabilità e potere (è stato ricordato che il modello di riferimento è più quello anglosassone che non quello scandinavo), non saranno affatto tenuti a discutere con gli insegnanti sull’impronta e su scelte fondamentali per il singolo istituto. In questo quadro gli articoli 33 e 34 della Costituzione, con la libertà d’insegnamento, il diritto allo studio e a uno studio di qualità, la scuola aperta a tutti, sapranno tenere botta? Resisteranno?

Nelle settimane scorse, occupando spazi in radio, in tv, nei giornali, il sottosegretario all’istruzione Faraone ha continuamente fatto riferimento alla Buona Scuola come a una sorta di medicina in grado di curare il nostro paese dalla «supplentite», una malattia di cui probabilmente gli italiani non sapevano neanche di essere afflitti. E tra le slide esplicative disseminate in rete e di cui si è servito Renzi per spiegare i vari punti della Buona Scuola la più efficacemente brutale è stata senz’altro quella dove campeggiava la scritta ‘organico funzionale’ e poi sotto ‘no supplenti’. Con La Buona Scuola saranno i docenti degli stessi istituti a coprire, anche per molti giorni, le assenze dei colleghi, poco importa se non abilitati a insegnare quella materia e se insegnanti di un’altra. Ecco allora un altro dei paradossi della rivoluzione strepitosa. Di recente, le università italiane hanno abilitato con il primo ciclo del Tfa (Tirocinio Formativo Attivo) undicimila insegnanti, dopo selezioni rigidissime in entrata e in uscita, corsi di pedagogia e disciplinari. Altre migliaia saranno abilitati nei prossimi mesi con la conclusione di un secondo ciclo. Queste risorse della scuola rischiano ora di essere lasciate da parte, fuori dalle aule scolastiche e in attesa che prossimamente venga bandito un concorso (con il rischio di tempistiche disattese a cui siamo abituati e il passaggio di molti anni tra un bando e l’altro). Con una mano si continuano a abilitare insegnanti, con l’altra si svaluta il valore dell’abilitazione (interessante a tal proposito quanto ci ha ricordato Claudio Giunta sui Pas). Checché ne dicano gli esponenti del governo, la promessa di assumere i centomila precari delle Gae arriva dopo la sentenza della Corte Europea del novembre 2014 che ha stabilito l’illegittimità della normativa italiana sui contratti precari della scuola. Ed è soprattutto a questo guaio che il governo sembra voler mettere una pezza. Il problema vero è che tra i grandi temi dimenticati dalla Buona Scuola di Renzi e di Giannini ci sono la formazione e il reclutamento dei futuri insegnanti, la capacità di dire a chi oggi è iscritto all’università e vuole intraprendere la carriera: ‘tu potrai insegnare nella scuola italiana’.

[Immagine: I Barbapapà].

9 thoughts on “La scuola, La Buona Scuola e i Barbapapà

  1. Continuo a non capire a che cosa servono interventi di questo tipo, che attaccano genericamente i progetti di riforma, senza vedere il dettaglio, e promuovendo solo crociate ideologiche.
    Sui dettagli:
    1) non è vero che viene istituita la chiamata diretta da parte dei presidi, perché i docenti sono già assunti, di ruolo su base territoriale, e i presidi possono solo proporre loro degli incarichi;
    2) non è vero che i presidi possono decidere da soli le scelte fondamentali per l’istituto, perché i Piani triennali comprendono il Pof, e quindi devono essere elaborati insieme al Collegio docenti e al Consiglio di Istituto;
    3) le supplenze possono essere coperte con docenti dell’organico dell’istituto solo fino a 10 giorni, nulla di grave e di molto diverso rispetto a quello che avviene adesso, quindi non c’è nessuna contraddizione con il fatto di avere aperto un altro ciclo di TFA, infatti il ddl prevede che vengano fatti concorsi presto e regolarmente (se i concorsi non si faranno sarà merito di quelli che vogliono l’immissione di tutti i precari a prescindere, infischiandosene dei più giovani, appena abilitati o in formazione);
    4) la formazione e il reclutamento dei nuovi insegnanti sono presenti tra le deleghe del ddl, se ne può discutere, ma c’è una proposta precisa.
    Quanto alla Lip, mi sembra solo un tentativo di ritornare al passato, chiudendo gli occhi sui cambiamenti della scuola degli ultimi vent’anni. Ma su questo un’altra volta.

    Mi permetto di segnalare questo mio primo intervento sul ddl scuola il cui esame inizia oggi in Commissione Cultura alla Camera:
    http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2754

  2. Sono un’insegnante di scuola secondaria di secondo grado. Mi trovo d’accordo con quanto messo in luce in questo articolo, che non mi sembra ideologico ma intelligente. Che poi ognuno di noi interpreti la realtà da un punto di vista , qui magari costituzionale, permette l’intelligenza delle cose, a mio avviso, piuttosto che limitarla: tanto più che è impossibile a tutti noi il punto di vista di Dio. Detto questo, vorrei puntualizzare al dott. Piras che la chiamata diretta dei presidi è una novità molto concreta: è vero che il docente già in ruolo, come me, se non chiede il trasferimento non può essere toccato (per ora). Ma il docente che entrerà con le previste assunzioni sarà chiamato, se passa questo disegno di legge. E se un docente nella mia situazione dovesse chiedere il trasferimento, finirebbe in un albo regionale e diventerebbe appellando a sua volta. Questo sistema, oltre a differenziare considerevolmente i professori all’interno di uno stesso istituto quanto a diritti, diventerebbe poi una filosofia e porterebbe tutti a percepirsi o come privilegiati o come potenziali merci a chiamata. Dire che i presidi possono solo proporre è, a dir poco, un eufemismo: lo stato mi paga per essere in ruolo nell’albo territoriale senza fare niente? Se no, quela che il dott. Piras chiama proposta, è la chiamata che aspetto per lavorare.
    In secondo luogo, sono certa, anche per esperienza, che un disegno come questo, se sciaguratamente diventasse legge, significherebbe la decisione del Dirigente assoluta sulle scelte fondamentali dell’Istituto perchè nel testo attualmente in discussione nella Commissione VII anche un bambino vede scritta la riduzione di Collegio dei Docenti e del Consiglio di Istituto a meri organi consultivi. A questo proposito, invito tutti a leggersi il testo e a cercare almeno i passaggi che suonano sempre all’ablativo assoluto: sentito il parere del C. di Istituto, sentito il parere del Collegio dei Docenti. Queste le questioni che mi stava più a cuore discutere: avrei tanto da dire anche sul rischio dell’affidare a delega aspetti del tema tanto importanti. Ma basti un accenno al fatto che non fidarsi ciecamente del buon operare di un governo a scatola chiusa non è essere ideologici: forse è solo amare la scuola pubblica e sentire che la si sta ridisegnando con troppa mala grazia, con troppo oblio del dettato costituzionale e delle esperienze pedagogiche migliori di questo nostro Paese alla deriva.

  3. Gli insegnanti neoassunti entreranno in albi regionali, il che significa che saranno di ruolo, dunque è vero che non saranno pupazzi assumibili e licenziabili nelle mani dei presidi, come dice Mauro Piras.

    Ma vediamo un po’. Immaginiamo il caso di un docente assunto per un triennio su un progetto specifico del POF (piano dell’offerta formativa), di cui, dopo il triennio, non ci sia più bisogno. Licenzibile non è, che gli si fa fare? La cosa più probabile è che faccia le supplenze interne. Diventerebbe un po’ un tappabuchi.
    Ora, da un punto di vista professionale forse è più soddisfacente essere precario ma lavorando sulle proprie materie, ma da un punto di vista contrattuale e giuridico meglio essere di ruolo e lavorare pure a tappare i buchi. Ognuno valuta secondo i propri parametri. Diciamo comunque che l’immissione in ruolo di quei 100mila – se ci sarà –, tutto soppesato, è una buona cosa. Certo, il Governo vi è obbligato dalla famosa condanna europea, che se dovesse pagare sarebbe molto più salata dell’immissione in ruolo di questo piccolo esercito, probabilmente. Ma insomma, quando una cosa la si ottiene, si passa sopra al dettaglio di come gliel’abbiano impacchettata e se sia senza fiocchetto.

    Ma pensiamo a job’s act e vediamo se c’è qualche parallelo. L’insegnante il cui progetto finisce si ritrova l’anno dopo a fare il tappabuchi, Ripeto, magari meglio così, ma come vogliamo chiamarlo, demansionamento?
    Secondo: viene stravolta completamente la mobilità. Oggi se uno chiede il trasferimento da una classe di concorso o ordine di scuola all’altro o da una provincia all’altra, passa da cattedra a cattedra. Con il ddl, se si arrischiasse a chiedere la mobilità, rientrerebbe negli albi regionali. Come vogliamo chiamarlo, demansionamento?
    Chi oggi nel privato abbia un posto a tempo indeterminato pre job’s act se lo tiene stretto, perché se si spostasse verrebbe riassunto con le nuove regole. Domani ciò potrebbe valere pure per i docenti.

    Esempi concreti. Il sottoscritto ha accettato il tentar la sorte facendo un concorso in un’altra regione che non la propria. Si è messo in discussione, ha rinunciato alla vita comoda, per inseguire il posto di lavoro ambito, non si è lanciato in lagnanze pretendendo che mamma Stato gli desse il posto alle condizioni che stabiliva lui. Ma, diciamo, sperava anche di poter tornare dai propri cari, nella propria città, prima o poi, accampando, a un certo punto, un piccolo diritto. E chi me lo farà fare se il ddl passerà così com’è?
    Ancora. Bravo collega di storia e filosofia: graduatoria sciagurata, in cui si corre il rischio di restar precari tutta la vita. Si abilita sul sostegno, lo fa per molti anni con coscienza. Ma nel frattempo si è rimesso in gioco (poteva aspettare comodamente lo scorrimento della Gae del sostegno e poi chiedere il passaggio di cattedra: è prassi e non è uno scandalo, per come è fatto il nostro reclutamento), ha fatto il concorso per la cattedra di storia e filosofia, per fare quello che ama, sette dannatissimi posti, pochi, pochi. L’ha vinto. L’ho visto piangere, lui che non piange mai. Non è nella tranche del primo anno delle immissioni da concorso: l’anno venturo. Pazienza, è solo un rinvio, il diritto sudato l’ha acquisito. Nel frattempo lo chiamano in ruolo per scorrimento di Gae sul sostegno. Accetta, il ruolo non si rifiuta, troppi rischi. Ma gli garantiscono che l’anno dopo avrà diritto alla cattedra di storia e filosofia, cazzo, ha vinto un concorso!
    Secondo il ddl, lui il diritto non l’ha più: il posto ce l’ha già, che vuole?, avanti un altro. Certo, potrà chiedere il passaggio di cattedra fra qualche anno. Ma rientrerà pure lui negli albi regionali.
    (Ma che vuole Lo Vetere, raccontarci i casi suoi e degli amici? Contano i grandi numeri. Be’, ma i casi che faccio non sono personali, sono tipici, in senso letterario, è diverso… e se non si capisce che la scuola e il lavoro sono fatti anche di questo, e si pensa solo alle necessità del mercato del lavoro e che gli uomini e le donne hanno solo da adeguarsi ad esso, ecco, vuol dire che il capitalismo ci ha colonizzato pure l’anima).

    Mauro Piras lamenta la rigidità della scuola. Non vedo come una norma siffatta possa garantire la flessibilità. Io personalemente resterò abbarbicato alla mia cattedra come una patella. Troppo rischioso alzarsi a ballare.
    Vogliamo dare flessibilità vera all’assunzione dei docenti? Proviamo questo: ci si abilita con concorsi (costanti e seri: più dell’ultimo di Profumo. La serietà si misura anche sugli investimenti economici: commissari d’esame, che hanno il delicato compito di scegliere i futuri docenti, vanno pagati bene, e gli si concede il semisesonero dal lavoro. No, con Profumo non fu così), poi si entra in albi regionali, si presenta il cv nelle scuole, il preside (affiancato magari un’apposita commissione di docenti della scuola stessa) fa la selezione sulla base del cv: quindi anno di prova, dopodiché assunzione a tempo indeterminato, diritto acquisito al posto.

    La proposta del Governo crea una disparità tra insegnanti di serie A e B e crea un modello di flessibilità molto ambiguo e contraddittorio. Ma il fatto che ci siano insegnanti di due serie si potrà sanare facilmente: di solito oggi si tolgono i diritti a quelli di serie A per equipararli – perequazione secondo giustizia! -, a quelli di serie B.
    Voglio dire che sospetto che Renzi pensi a questo ddl come a un cavallo di Troia per cambiare poi le regole per tutti.

    Mi risulta, poi, che il preside avrà eccome grandi poteri sulla didattica, per esempio, perché il Pof sarà approvato da lui SENTITO il parere del Collegio dei docenti.

    Postilla finale sulla logica politica profonda che io vedo sottesa alle manovre di Renzi. Cronologia: dall’autunno si sbandiera una riforma epocale, si fa una consultazione on line nazionale con trombe e fanfare, due giorni prima di arrivare al decreto, Renzi si rimangia tutto. Sceglie la strada del ddl e rimette in discussione i numeri delle assunzioni in ruolo dei precari, decurtandola del 50%.
    Se vogliamo fare quelle immissioni a settembre, il ddl dovrà essere approvato con urgenza. Così i precari saranno assunti. Ma, nella fretta, approveremo anche tutto i resto: da questa storia degli albi regionali alle, attenzione perché in cauda venenum, amplissime deleghe al Governo praticamente su quasi ogni materia. Non c’è che dire, un bel gioco politico.

  4. Mi scuso per aver ripetuto cose già dette da Alessandra. Quando ho postato il mio commento non avevo ancora letto il suo.

  5. Cara Alessandra Catalani,
    la chiamata da parte dei presidi è problematica, l’ho scritto. Non credo che vada bene a prescindere. Volevo solo dire che non è così scontato opporsi e basta, e che bisogna evitare imprecisioni sui dettagli.
    Nello specifico, questo sistema: a) o rimane limitato solo ai docenti su posti “funzionali” e a quelli che fanno domanda di trasferimento; b) o è pensato per generalizzarsi.
    Nel secondo caso è davvero molto problematico, e quindi prima di adottarlo ci vorrebbe una lunga discussione, che potrebbe portare a fare altre proposte.
    Nel primo caso, serve ad assumere i docenti in soprannumero rispetto ai posti vacanti e disponibili (si tratta di circa 50000 posti). In tal caso, certo, è vero che si crea una differenziazione di diritti tra titolari sulla scuola e titolari su base territoriale, tuttavia nel momento in cui queste persone vengono assunte escono da una disparità di diritti molto più grave, quella tra personale di ruolo e precari. Inoltre, i precari possono cambiare scuola ogni anno, con la riforma nel peggiore dei casi solo ogni tre, e non è inevitabile, perché se il Piano triennale viene confermato (come è molto probabile: i nostri attuali POF sono annuali, ma ogni quanto li cambiamo negli aspetti strutturali?) restano nella scuola in cui sono stati chiamati.
    In sintesi: se ci si limita al caso a), io penso che questo sia un compromesso accettabile per assumere quel personale e svuotare le Graduatorie a esaurimento; se invece ci si muove verso il caso b), allora bisogna frenare e discutere bene la cosa, magari trovando un’alternativa.
    Quanto al potere dei presidi nel definire il Piano triennale dell’offerta formativa, è vero che il ddl è ambiguo, ma in realtà quelle formulazioni (insieme ad altri riferimenti nel testo del ddl) implicano che resta valida la legislazione vigente per l’approvazione del POF, secondo cui questo viene elaborato dal Collegio Docenti e adottato dal Consiglio di Istituto. Ritengo anche io, comunque, che questo aspetto andrebbe esplicitato. Ma non mi sembra che venga dato questo enorme potere ai presidi su questo terreno.

    Caro Daniele,
    ho risposto in parte alla tua prima obiezione: se passasse questo sistema di assegnazione alle scuole tramite chiamata del preside, alla fine del triennio potrebbe succedere che la scuola non ha più bisogno di quella funzione. Ma perché capiti questo, la scuola dovrebbe cambiare il POF, per eliminare quella funzione. Come ho fatto notare, in realtà i POF sono di solito molto stabili. In ogni caso, potrebbe succedere, e allora in teoria il docente ritorna all’albo territoriale e può essere chiamato da un’altra scuola. In un certo senso, è anche peggio di come la descrivi tu. Io penso che se passasse questo sistema, si dovrebbero porre dei vincoli chiari per chiudere il contratto alla fine del triennio. Un’altra possibilità è che il preside giudichi che la persona non ha svolto in modo adeguato quella funzione. Questo non è detto esplicitamente nel ddl, ma potrebbe accadere, in fondo. Dobbiamo chiederci se questo è negativo o positivo, e come va regolato. In generale, penso che una modifica da fare al ddl sarebbe proprio di chiarire i limiti della decadenza del contratto alla fine del triennio.
    Non commento il parallelismo con il jobs act, su cui ho idee diverse. Però faccio notare questo: chi oggi fa domanda di mobilità territoriale non sceglie la scuola, perché anche se indica delle scuole o dei distretti viene assunto dove c’è posto solo sulla base del punteggio. Se invece venisse messo negli albi territoriali, potrebbe ricevere delle richieste da parte delle scuole, e poi scegliere. E anche se ricevesse una sola richiesta magari è coerente con le sue competenze, se viene scelto per il curriculum. Se non ci fosse nessuna richiesta possibile non avrebbe il trasferimento perché vorrebbe dire che non c’è posto nell’albo territoriale, come adesso.
    Sulla questione dell’impossibilità di essere assunti anche se si è vincitori di concorso nel caso si sia già di ruolo, e anche sull’obbligo di accettare come prima opzione il posto sul sostegno, così come sulla necessità di scegliere una volta per tutte se farsi assumere dalla Gae o dalla graduatoria del concorso, su tutti questi vincoli alla libertà di scelta, che il ddl giustifica con il carattere straordinario del piano di assunzioni, sicuramente interverranno i sindacati, ed è un terreno su cui è possibile fare delle modifiche, perché sono casi circoscritti. Ma chiedere queste cose non significa buttare a mare tutta la riforma. E va anche riconosciuto che limiti simili nascono proprio dall’eccezionalità della situazione che si intende sanare.
    Quanto alla tua proposta, non è male, ma si tratta della chiamata diretta, quella vera: un selezione diretta fatta dalla scuola. Troveresti comunque molte opposizioni.
    Il gioco politico di Renzi lo si disinnesca se si propongono dei cambiamenti fattibili, in modo da assumere i precari senza dover digerire tutto. Invece il muro contro muro lo rafforza.
    Per concludere, ti confesso che ormai mi irrita non poco la tesi “il governo assume i precari perché costretto dalla sentenza della Corte europea”, perché è un’idea semplicistica e falsa.
    La sentenza della Corte europea riguarda i posti “vacanti e disponibili”, che sono circa 50000, cioè i precari che verranno assunti, con questa legge, su posti ordinari (non “funzionali”, cioè sugli albi territoriali). Il governo poteva limitarsi a questi, per rispettare la sentenza. Inoltre, la sentenza condanna lo stato italiano perché non ha mai messo a concorso quei posti. Quindi il governo poteva addirittura limitarsi a mettere a concorso quei posti, e la cosa finiva lì.
    Invece il governo assume subito quei 50000 e altri 50000, totale 100000 e rotti. Perché? Perché ha fatto una scelta politica: svuotare le Gae, per chiudere definitivamente questa storia. Infatti, tolti i docenti della scuola dell’infanzia, che verranno assunti con la riforma della scuola dell’infanzia, le Gae con queste assunzioni dovrebbero essere svuotate. Nessuno obbligava il governo a fare questa scelta politica. E si può anche non essere d’accordo (io infatti non la condivido, alla radice).

  6. Ringrazio Mauro Piras, Alessandra Catalani e Daniele Lo Vetere per i commenti. Cercherò di non dilungarmi troppo, d’altronde l’intervento di Alessandra Catalani mi conferma che le riflessioni su cui volevo insistere sono arrivate e, soprattutto, non sono solo mie.
    L’art. 2 del ddl La Buona Scuola non lascia dubbi sul «potenziamento e la valorizzazione delle funzioni» del preside e basta qualche prelievo a campione dal testo per rendersene conto («il dirigente scolastico assume un ruolo centrale per la determinazione del fabbisogno e della migliore offerta formativa»; «la sua funzione è rafforzata, al fine di garantire una gestione immediata ed efficiente delle risorse umane, finanziarie, tecnologiche»…). Il ddl (non lo dico io, ma esponenti del Pd) mira a liquidare una scuola accusata di essere ‘iper-centralista’ e questo va detto chiaramente. Se non si tiene conto di ciò, non si capisce la nuova figura di preside. È un passaggio storico (per la storia della scuola e non solo) da non sottovalutare e forse dovremmo domandarci se chi sottrae la nostra scuola al centralismo non la butti, poi, tra le braccia di altri –ismi.
    Chi crede, in buonafede, nel meccanismo della chiamata farebbe comunque bene a domandarsi se a ‘proporre degli incarichi’ debba essere proprio (e necessariamente) il preside della scuola. Qui il ddl avrebbe potuto prendere a modello altri sistemi, come quello scandinavo, ed è sintomatico che non lo abbia fatto.
    Trovo piuttosto curioso infine il ragionamento per cui se la chiamata diretta riguarda i neoassunti ci può stare, se invece riguarda tutti gli insegnanti, prima di adottarla, ‘ci vorrebbe una lunga discussione, che potrebbe portare a fare altre proposte’. Se riguarda gli altri va bene, se riguarda anche me invece ci pensiamo un attimo.
    La pratica di non chiamare insegnanti per supplenze sotto i dieci giorni (oggi dovuta alla mancanza di fondi) crea disagi enormi e toglie diritti. Non pensiamo ai licei, pensiamo a cosa può voler dire non chiamare un supplente in una scuola elementare o in una scuola media dei quartieri a rischio. Si doveva andare nella direzione opposta, eliminando questa brutta abitudine (che nessuno nelle scuole vuole) e investendo più risorse economiche. La Buona Scuola invece non solo non la elimina, ma legittima l’utilizzo di alcuni insegnanti dell’organico funzionale come tappabuchi (e qui incrociamo il caso prospettato benissimo da Lo Vetere). Le supplenze, anche di un’ora, vanno date agli abilitati perché abbiamo dei dati di dispersione scolastica terribili e per alcuni alunni (che ne abbiano coscienza o meno) ogni ora di lezione è sacra.
    Sul concorso e le abilitazioni ci sarebbe, poi, molto da dire (mi limito a ricordare il valore concorsuale del Tfa e l’art. 5 del bando del primo ciclo). Sono così importanti il concorso e le abilitazioni che il ddl avrebbe dovuto contenere dei principi in modo da permettere al parlamento di ragionarci sopra (che fine ha fatto tutta la parte sull’argomento contenuta nella bozza della Buona Scuola che abbiamo letto qualche settimana fa?). Concordo pienamente con quanto dicono Catalani e Lo Vetere sulle deleghe.
    Chiudo dicendo che per mancanza di fondi (e non solo) le Gae non saranno svuotate davvero, visto che non tutti gli iscritti saranno assunti, e che per capire quanto abbia pesato la sentenza della Corte Europea sulla questione basta leggere l’art. 12 comma 1 del ddl con il limite temporale dei trentasei mesi per i contratti a tempo determinato per la copertura di posti vacanti.
    Grazie ancora per i commenti e per il tempo dedicato al pezzo.
    Buona Pasqua e buon rientro a scuola

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