cropped-CE6h-AyVAAAVkfT1.png-large1.pngdi Daniele Visentini

[In questi giorni alla Camera si attende la votazione finale sul disegno di legge della riforma scolastica, la Buona Scuola. Il ddl del ministro Giannini è stato duramente criticato per svariati motivi; fra questi c’è anche l’esclusione dal piano assunzioni degli abilitati attraverso il TFA. Daniele Visentini, autore dell’articolo che pubblichiamo, dopo un dottorato di ricerca sta finendo il TFA a Padova (cc)].

Un’ora al massimo: il tempo dedicato alla stesura del presente articolo è (deve essere) questo. Durante la mattinata ho trascorso a scuola cinque ore. Nel pomeriggio dovrò compilare due relazioni sulle osservazioni in classe, un glossario, qualche pagina di diario di bordo; questo, mentre le quattro ore di corsi previste dalle 15:00 alle 19:00 si disperdono, inascoltate, tra le mie dita compulsanti e lo schermo del pc.

La brevità, la dozzinalità, la brutalità di quanto state leggendo, dunque, è in sé il TFA stesso; meglio, è il suo prodotto più evidente, che consiste nell’avvicinamento progressivo e inesorabile del futuro corpo docente ai meccanismi aziendali della scuola 2.0. Qualora si pretendesse di far tutto – e mettere in pratica le consegne e protestare le stesse – si esaurirebbe di fatto, già solo in fase di computo delle ore, la propria giornata intera. Qualora, con disimpegno del tutto giustificabile, si evadessero invece i compiti di Tirocinio, letteralmente si disimparerebbe a essere un buon docente: ci si deresponsabilizzerebbe, allora, e si scriverebbero programmaticamente relazioni di 10 righe; e ancora e sempre, si ricorrerebbe al mantra del non-mi-si-dà-e-non-do, che tanto ha paralizzato la scuola e tanto ancora la paralizza. E se ha ragione Miya Tokumitsu, che in un noto articolo apparso su «Internazionale» (2014, n.1042) avverte circa la pericolosità della stereotipa massima di Steve Jobs “fare ciò che si che si ama e amare ciò che si fa”, d’altro canto è bene riflettere sulla pericolosità dell’ipotesi contraria: il disamore non fa, non deve fare tutt’uno con il disimpegno, ma semmai veicolare una presa di coscienza sempre più forte circa il proprio ruolo, al fine di curare incessantemente ciò che si fa e, nel contempo, di sostenere senza mezzi termini la denuncia di ciò che illegittimamente non ci è riconosciuto.

Ed è già trascorsa mezz’ora…

Vado al dunque, in fretta. Che cosa riconosce concretamente ai corsisti del TFA 2014/2015 la minuscola, virgolettata “buona scuola” del governo Renzi? A pochi giorni fa, 12 maggio 2015, risale un commento significativo rilasciato, a tal proposito, dal premier stesso: “Comprendo la rabbia dei corsisti TFA”. Questo uno dei pochi commenti, il più lapidario e crudele, che accompagna la decisione del governo di escludere TFA e PAS dalle assunzioni, rimandando i corsisti a un concorso da bandire entro l’ottobre di quest’anno. Ora, se è chiaro che una simile confessione vale come compatimento bello e buono, ed è perciò ben poco consolatoria, è altrettanto chiaro che le parole di Renzi, in modo talmente goffo da sorprendere, producono un effetto stridente persino sotto il punto di vista linguistico: logico aspettarsi, infatti, che una tale uscita sia destinata a portare alle stelle la rabbia di chi non si sente affatto compreso, ma anzi escluso da un DDL impietoso come quello del ministro Giannini. Stando al disegno di legge, infatti, i corsisti del TFA sono esistiti fino al febbraio del 2015, alla data cioè del pagamento della seconda rata prevista dal corso; ora, a conti fatti e danari spesi, non esistono più.

Ma poi, in effetti, chi sono i corsisti del TFA? Dove sono? Qualcuno ha sentito, sinora, la loro voce?

I corsisti del TFA, almeno in questa sede accademica (Padova) compilano ogni giorno, come me, pagine e pagine di relazioni, di glossari, di diari di bordo. Sono a casa, oppure a scuola, o in biblioteca, o chissà dove. Non sono di certo in piazza, non ci sono stati almeno durante la manifestazione del 05 maggio scorso. Sono letteralmente mesmerizzati, inebetiti dai loro impegni quotidiani, dalla catena di montaggio alienante, per l’appunto in pieno stile aziendale, che di fatto evita loro la pausa riflessiva, l’horror vacui che seguirebbe alla domanda: ma perché sto facendo tutto questo?

Ed è trascorsa l’ora…

Concludo senza concludere alcunché, con una riflessione così sensata da apparire forse banale agli occhi dei più. Che la “buona scuola” voglia o non voglia includere i corsisti del TFA, è certo che la Scuola, prima o poi, dovrà invece farlo. Renzi punta a sopperire ad anni e anni di pessima gestione del sistema scolastico con una riforma che mira, di fatto, alla sistemazione burocratica del solo sistema, senza considerare l’istituzione: senza considerare, per dirlo in altre parole, ciò che sfugge al meccanismo aziendale, ciò che d’umano, di profondamente etico la scuola rappresenta e sempre (ci auguriamo!) rappresenterà. Come già detto, i corsisti TFA, simili in questo ai vecchi corsisti SSIS, dovranno prima o poi penetrare l’ingranaggio scolastico, garantendo ai suoi meccanismi l’apporto della loro umanità, unico rimedio a ridurne gli attriti e garantirne il movimento. E mi chiedo: traditi per l’ennesima volta dall’ennesimo governo, compatiti apertamente dal loro primo ministro, messi in fila d’attesa per anni, istruiti insomma alla scuola della più svilente amarezza, saranno in grado di dare, ancora una volta, qualcosa che non sia la loro stessa amarezza?

[Immagine: Matteo Renzi (gm)].

 

11 thoughts on “TFA E DDL – Ancora un passo verso la scuola dell’amarezza

  1. Ma per quale ragione chi sta facendo il TFA adesso sarebbe stato tradito dal governo? Chi fa il TFA adesso ha iniziato un percorso che prevede, a norma di legge, prima il conseguimento dell’abilitazione (tramite Tirocinio Formativo Attivo, appunto) e poi il concorso. E questo governo, con l’articolo 10 del Ddl approvato ieri, bandisce un concorso per 60.000 posti a cui potranno accedere anche quelli che adesso stanno concludendo il percorso abilitante. E’ successo a ben poche persone, negli ultimi anni, di avere un concorso così ravvicinato al conseguimento dell’abilitazione.
    Se si fossero accettate le richieste dei sindacati, sarebbero invece stati assunti senza concorso tutti quelli che hanno l’abilitazione ma stanno già insegnando su posti annuali da almeno 36 mesi. Quindi il concorso non si sarebbe fatto, perché i posti sarebbero stati saturati così, e sarebbero stati penalizzati i più giovani, i neoabilitati con poca o nulla anzianità di servizio. Gli abilitati TFA e PAS di “vecchia data” protestano proprio perché vengono messi in concorrenza con i più giovani. Ma quello che serve alla scuola è proprio che il reclutamento si faccia per concorso e che non si chiudano le porte ai più giovani.
    Davvero, se devo essere sincero, trovo scandaloso che un giovane in formazione si lamenti perché deve fare un concorso. E basta, per favore, con questa retorica dell'”umano” contrapposto all'”aziendale”. Parliamo delle cose nei dettagli.
    (Tutt’altro problema è il fatto che il TFA sia un sistema sbagliato e inefficace, ma infatti il Ddl lo spazza via.)

  2. Gentile Daniele Visentini,
    vincerà sempre Renzi che usa un linguaggio beneducato costringendo persino lei – vittima di chi ha deciso a freddo di escludervi dall’assunzione – ad usare quel medesimo linguaggio benducato.
    Quello che servirebbe – un *noi* (dei corsisti del TFA) che si opponga, non esiste: “Sono a casa, oppure a scuola, o in biblioteca, o chissà dove. Non sono di certo in piazza, non ci sono stati almeno durante la manifestazione del 05 maggio scorso”.
    Ma lei non ceda all’amarezza. Provi a cambiar linguaggio. Impari ad *odiare* “chi con dolcezza guida al niente”.

  3. PERLE DELL’IDEOLOGIA PIRASIANA CHE NON RIESCO A CAPIRE.

    È scandaloso che un giovane in formazione si lamenti perché deve fare un concorso (annunciatogli già al momento dell’assunzione “precaria?) malgrado il TFA vvenga riconosciuto sistema sbagliato e inefficace?
    Questo governo, con l’articolo 10 del Ddl approvato ieri, bandisce un concorso per 60.000 posti a cui potranno accedere anche quelli che adesso stanno concludendo il percorso abilitante.
    Bene. E allora sono sciocchi i sindacati che volevano l’assunzione senza concorso di tutti quelli che hanno l’abilitazione ma stanno già insegnando su posti annuali da almeno 36 mesi?
    Cioè, si può insegnare per tre anni regolarmente e poi esser buttati fuori perché ci si inventa un concorso per mettere in concorrenza questi “vecchi” con i più giovani in nome della non chiusura ai “più giovani” (dei giovani)?

  4. Un insegnante che si piega al Fascismo non è un insegnante. Un insegnante che si piega al Fascismo è un fascista; e insegnante e fascista insieme non si può essere. Se l’unico insegnamento è l’insegnamento – costruttivo e complesso – alla critica ed all’autocritica. Se l’unico insegnamento è l’insegnamento di Metodo. E non c’ altro metodo che la critica e l’autocritica – costruttive e nella complessità. Come da che mondo è mondo dimostrano implicitamente scienza ed arte ed esplicitamente la filosofia. Sarebbe bastato nel 1931 – cioè prima che desse il peggio di sé – il NO dell’Università al Giuramento richiestogli dal Regime; ed il Regime fascista sarebbe imploso. Non sarebbe divenuto propriamente Regime. Dissero quasi tutti SI.
    La Scuola è il cuore dello Stato (per questo l’EuroConsumismo vuole distruggerla …). La nostra specie è la Sapiens e la sapienza – nello Stato – si fa con la Scuola. (La “sapienza” dell’uomo non consiste nella conoscenza – che hanno anche gli animali e possono anche le macchine – ma nella critica e autocritica.) Basterebbe il NO della scuola per orientare la politica. Cioè per imporre alla politica dei limiti. Per non farle compiere i danni più irrimediabili.
    ITALIA 2015. Quella di Renzi (cioè del Conformismo consumistico) sulla Scuola più che una Riforma è una “Soluzione Finale”. La cosa peggiore poi è che oltre al danno c’è anche la beffa (e non poca parte del danno, nella causa e nell’effetto, sta in questo). Termini come “buona scuola” quando si distrugge la scuola utilizzano la stessa truce retorica antifrastica dello “Arbeit macht frei” …
    Nessun gruppo categoria o singolo è in grado d’opporsi all’EuroConsumismo che ha trovato l’occasionale denominazione di RENZI. Tranne la Scuola. Se la Scuola si opponesse – Renzi e l’EuroConsumismo con lui dovrebbero per forza arrestarsi. Ci sarebbe un tampone all’emorragia esiziale di cultura e vita che viene profilandosi sempre di più e che è già in corso da troppo tempo. Solo la Scuola può fare Opposizione. Se per definizione è Critica (in quanto autocritica). La farà la Scuola Opposizione in questa circostanza – ITALIA 2015 1° Governo Renzi? Potremmo presto festeggiare la Liberazione dalla massima punta – per ora – dell’EuroConsumismo?
    Ne dubito – avendo molti insegnanti già votato Renzi ed essendo stati reclutati con modalità già in parte “renziane” cioè anticulturali cioè anticritiche. Mutatis mutandis – andrà a finire come nel 1931. Ahinoi. Ma non si dia colpa alla Scuola – cioè alla Critica in quanto Autocritica. La si dia piuttosto a quegli Insegnanti che non sono – se non lo saranno … – abbastanza Insegnanti!
    PS. Per quanto riguarda il – centrale – problema del reclutamento degli insegnanti, niente di peggio di quanto avvenuto finora a dalla Riforma esacerbato: test, quiz ecc. Il reclutamento degli insegnanti non deve basarsi sulle Conoscenze, tanto più se nozionistiche (la Laurea basta come certificazione in proposito) – ma sulle Competenze: sulla capacità cioè di mettere in pratica quel Metodo di cui parlavo sopra. (Chiunque faccia a qualsiasi livello un po’ di Ricerca sa quanto le Conoscenze quasi non esistono da quanto sono labili e provvisorie; mentre il Metodo di Ricerca è l’unica cosa che resta ed è migliorabile. Un Leopardi – siccome sapeva studiare – non avrebbe il minimo problema ad inserirsi nel dibattito culturale odierno, pur se privo delle conoscenze maturate negli ultimi 2 secoli … Conoscenze che in troppi hanno senza saper né studiare né trasmettere questa competenza …)

  5. Salve Mauro,
    grazie per il suo commento. L’articolo, come vede, propone una riflessione in primo luogo sul TFA stesso, che anche lei trova ingiusto. Si concentra quindi sul ddl da una prospettiva, per così dire, già vecchia: è stato scritto tempo fa, anche se manca la precisazione; tiene conto dunque solo parzialmente delle prospettive più recenti. Lei ha molte ragioni per disprezzare le lamentele a vuoto, chiamiamole pure così. Certo è che la prospettiva del TFA non si inserisce (e non si inseriva l’anno scorso) in un quadro complessivo in cui la possibilità di scelta sia realmente contemplabile: perché i “giovani”, come li chiama lei, possano lavorare a scuola (mantenendosi con il proprio lavoro, lo sottolineo) non si sono date alternative reali al tirocinio. Glielo dice uno che ci ha provato per anni.
    Ringrazio molto anche Ennio per l’acuta osservazione e per il consiglio – che non tarderà, per fortuna o per sfortuna, a essere tradotto in pratica.
    Daniele

  6. @ Daniele

    Non “per fortuna o sfortuna”, ma per banale e terribile necessità. E pur sapendo che “anche l’ira contro l’ingiustizia fa roca la voce, / anche l’odio contro la bassezza / stravolge il viso. /Noi che volevamo apprestare il terreno alla gentilezza/non potemmo essere gentili”/ e chissà se mai più verrà “l’ora/che l’uomo sia un aiuto all’uomo”/ e si potrà pensare “a noi con indulgenza”.

  7. la guerra tra giovani\vecchi, TFA, SIS, graduatorie, e concorso, è una sorta di chimera (ed imbuto) che deliberatamente concede ad alcuni, mentre restringe le possibilità ad altri in base a presupposti criteri di “competenza” i quali, mascherati sotto false spoglie, mirano in realtà a creare sacche sempre più grandi di disoccupazione.

    E infatti, viceversa, non si guarda mai ai bisogni reali delle strutture scolastiche. Come avviene in economia, tutta l’attenzione è soltanto focalizzata sull’offerta dell’insegnamento, invece che sulle esigenze della scuola in generale e sulla sua “domanda”.

    ESEMPIO: ma che cosa me ne faccio di selezionare UN SOLO PROFESSORE SU DUE (perché l’altro meno competente) se le classi si aggirano di media intorno ad un numero di 35-40 alunni?

    Il problema di queste discussioni sulla scuola, mi dispiace dirlo, grava sugli insegnanti stessi che continuano a lottare fra di loro invece di unirsi per affrontare il problema nel suo insieme.

    Ma non è ancora chiaro che le continue selezioni sono solo un pretesto per parcheggiarvi il più possibile?

    Se si vuole costruire una scuola e permettere a chi prima, a chi dopo, a chi è più preparato, e a chi lo sarà sempre un po’ di meno, ma infine a tutti, di entrare a insegnare dopo decenni di studio e tirocini, allora si dovrebbe mollare il piccolo territorio che è stato voi sottratto. E sforzarsi di capire che il problema dell’insegnamento è solo un tassello delle questioni lavorative dell’intero paese.

    CHE GLI STRUMENTI FINANZIARI PER INVESTIRE SULLA SCUOLA SONO LIMITATI, E’ FALSO.

    Se si lotta divisi e si rimane costretti solo dentro queste dispute circoscritte, per cui il TFA sarebbe meglio della SIS, e che il concorso è meglio della graduatoria, alla fine anche ai più bravi e più competenti, e più studiosi, porteranno via tutto, e non insegneranno MAI.

  8. Jacopo, personalmente ritengo come lei che una guerra eventuale tra SSIS, TFA1, TFA2 sarebbe guerra tra poveri. Certo. Devo chiederle, però, a chi indirizza il suo commento e dove percepisce precisamente quest’aria di guerra. Parlare astrattamente e generalmente, mi consenta di dirlo, in questo caso e in tanti altri non paga. Nell’articolo ho tenuto, a rischio di sembrare ridicolmente banale, persino puerile e fuori asse rispetto al format della rivista, a illustrare un disagio dall’interno in modo pratico, lampante. Solleciterei dunque considerazioni il più possibile mirate.

  9. Chi sta frequentando il TFA adesso si sente tradito dal governo, perché questo governo rilascia dichiarazioni come questa: “Putroppo, lo ribadisco, l’errore compiuto dal legislatore di allora (cioè la Gelmini) di cui gli abilitati sono incolpevoli, è che al titolo abilitativo non è stato attribuito un valore concorsuale. Proporlo ora, come fa la Gelmini, è strumentale” (On. Ghizzoni). Il fatto che il governo stesso ammetta come sia contraddittorio che gli abilitati SSIS siano stati inseriti nelle GAE, mentre gli abilitati TFA no, salvo poi non fare nulla in merito, una volta constatata la contraddizione, secondo me basta e avanza per confermare ogni parola dell’articolo del Dott. Visentini. In questa direzione vanno anche le ordinanze del Consiglio di Stato del 19 dicembre 2014, che hanno disposto l’inserimento in GAE di soggetti abilitati TFA su specifico ricorso.
    Visto che si chiede di non fare retorica e restare ai fatti, questi sono i fatti. E i fatti dicono anche che chi sta frequentando il TFA un concorso lo ha già sostenuto e superato: un concorso fatto di 3 dure prove selettive, confluite poi in una graduatoria per titoli ed esami. I corsisti TFA saranno gli unici a sostenere 2 procedure di selezione per l’immissione in ruolo. Per questo dispiace in particolare, Prof. Piras, leggere che è “scandaloso che un giovane in formazione si lamenti perché deve fare un concorso”. Molti dei corsisti TFA che lei definisce “giovani” sono già docenti, alcuni con più di una laurea, altri con dottorato e pubblicazioni alle spalle. Se non avessimo voluto sottoporci a un concorso, non avremmo neppure provato ad entrare al TFA.

  10. @Francesco

    Sono pienamente d’accordo con lei e ribadirei, con l’occasione, che questa non è e non deve essere una “guerra” – termine davvero intollerabile, facile a strumentalizzarsi, in questo caso del tutto inopportuno.

  11. Anche se siete stanchi scrivetene più spesso, di queste cose. Chi non ci passa non può immaginarsele.

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