cropped-Incendio_1988_impianto_Rogor1.jpgdi Antonio Tricomi

È naturale che torni alla mente il libro-inchiesta I minatori della Maremma, steso da Luciano Bianciardi insieme con Carlo Cassola e pubblicato da Laterza nel 1956. Come forse si ricorderà, quel testo non si limitava a sondare gli errori e i pregiudizi che avevano condotto, nel 1954, all’esplosione di una miniera a Ribolla. I due scrittori, dopo aver sostanzialmente attribuito alla società proprietaria della cava la responsabilità di tale sciagura, giungevano infatti a scorgere in quest’ultima la metafora dell’inevitabile, catastrofico fallimento di qualsivoglia rapporto potenzialmente dialettico tra saperi tradizionali e spinte innovatrici in un’Italia perennemente in ritardo sulla via della modernizzazione, quindi invariabilmente sedotta da facili retoriche incentrate sul diktat di uno sviluppo solo presunto. In un Paese, insomma, nel quale appariva e appare addirittura fisiologico che l’incontro tra arcaico e moderno, per l’aggressività e il preventivo rifiuto di ogni disponibilità alla mediazione persino rivendicati dai due contendenti, generi puntualmente il rischio della deflagrazione della civiltà.

Ebbene, anche Giulio Milani, nel suo La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri, parimenti edito da Laterza (Roma-Bari 2015, pp. 224, € 19,00), muove da una tragedia non solo ambientale verificatasi nel 1988 – l’esplosione, cioè, di un serbatoio contenente un pesticida oltremisura nocivo nello stabilimento Montedison del polo industriale sito al confine tra Massa e Carrara – per cucire un documentato libro-verità che si articola su tre livelli almeno.

Anzitutto, ripercorrendo quasi un secolo di storia sia locale sia nazionale, esso ci si offre alla stregua di una scrupolosa ricognizione genealogica di un deturpato presente nel quale, alla fin fine, dare forma a un reportage, legittimamente sdegnato, sul degrado non soltanto economico attualmente patito dall’alta Toscana significa scovare, nello sconquasso civile vissuto in quei luoghi, la sconcia cartina al tornasole della crisi di civiltà oggi sofferta dal Bel Paese intero e quindi scrivere un addolorato pamphlet sull’Italia contemporanea, appunto ridottasi a dissestata patria del malaffare. La Toscana, spiega infatti Milani, è divenuta una sorta di nuova “Terra dei fuochi”, anche perché precocemente scelta dal clan dei Casalesi come zona privilegiata per lo smaltimento dei rifiuti tossici. Nella popolazione della Versilia si registra un record di tumori e malformazioni da ricondursi alla vicenda dell’inceneritore Falascaia di Pietrasanta: da un’indagine autonomamente promossa dalla cittadinanza si evince che, tra il 1975 e il 1998, le morti per cancro, nell’abitato limitrofo all’impianto, sono state il 61,8% del totale. Massa Carrara è al primo posto, in Toscana, per tasso di disoccupazione, col doppio della media attestata in regione, e conosce – in special modo – il 64% di disoccupazione giovanile, indice che, anche in questo caso, è il doppio della media regionale. Valutazioni e statistiche, queste appena menzionate, che, al pari dei numerosi altri dati (non meno choccanti) ricavabili dalla Terra bianca, Milani è per l’appunto attento a proporci quali puntelli di una più ampia riflessione sull’Italia, individuando nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica il momento in cui non solo in Toscana, ma nel Paese intero, una sorta di strisciante a-legalità costitutiva, fattasi oggi palese, trovò il proprio corrispettivo, in ambito economico, nel «nuovo business dei rifiuti», tuttora florido.

Tangentopoli, si legge cioè nel libro, «non fu l’effetto di un complotto posto in essere da una parte deviata o eversiva della magistratura, come più volte ha sostenuto Berlusconi». Si rivelò invece «una delle tante conseguenze – non ancora del tutto studiate – del crollo del muro di Berlino», giacché «lo scenario politico planetario era ormai cambiato» e «l’Italia (come del resto l’Europa) non rivestiva più il ruolo di “campo da gioco” che aveva svolto al tempo della guerra fredda». Il pool di “Mani pulite” poté ricavarne «la straordinaria opportunità di fare quel che in un Paese sovrano (com’era all’improvviso divenuto il nostro) non era altro che un’ordinaria operazione di contrasto» a un diffuso «malcostume» che aveva goduto, nel quarantennio precedente, «di una sostanziale e condivisa impunità – su questo Bettino Craxi non mentiva». E in uno scenario simile, continua Milani, «si collocavano anche la battaglia di Falcone e Borsellino e il tentativo di riposizionamento politico-militare attuato da Cosa nostra con le stragi del ’92-’93», ragion per cui «le due vicende – lotta alla corruzione e lotta alla mafia – viaggiavano in parallelo, erano la conseguenza della ritrovata sovranità nazionale». Perlomeno fino a quando «non trovarono entrambe una cura palliativa inaspettata all’horror vacui che ne seguì con la nascita di un partito dichiaratamente regressivo, ma psicologicamente lenitivo, come quello padronale di Forza Italia».

Ed eccoci così giunti, per l’autore della Terra bianca, all’evento che, sabotandone la possibile rinascita civile, consegna la nazione alla deriva etica, economica, ambientale che essa sta, oggi più di ieri, ancora patendo. Perché, nota Milani, «gli anni in cui il Paese avrebbe potuto godere della congiuntura più favorevole – anche e soprattutto dal punto di vista finanziario, dopo l’ingresso nell’euro –, per porre mano alle riforme strutturali, alle bonifiche e alla riconversione industriale di cui aveva bisogno», coincisero con gli anni dei governi guidati da Berlusconi. Colpevolmente legittimato da una sinistra incapace di capire che l’Italia avrebbe dovuto «disfarsi di quest’uomo con tutti i mezzi legislativi e politici a disposizione, a cominciare dall’ineleggibilità per conflitto d’interessi», l’ex Cavaliere è stato infatti il demagogico alfiere (insieme con qualche suo del pari cinico ministro) di una «“finanza creativa”» responsabile della progressiva bancarotta nazionale, in seno a un’«unione monetaria europea» alla quale fin dal principio non corrispose «l’indispensabile unità politica» e che ha in ultimo prodotto l’attuale «quadro di rapporti di potenza del capitale e della finanza internazionale – all’interno di un’economia globalizzata –, in cui la stessa Europa, alla fine, conta sempre meno». E mentre la nazione vieppiù sprofondava in questa «crisi economica e progettuale scaturita dall’agonia del modello europeo nato dalle rovine della seconda guerra mondiale e seppellito sotto la caduta del muro di Berlino», la mafia combatteva «la sua guerra di sopravvivenza», reperendo nei rifiuti, non più nella chimica, e – «per il settore del marmo» – negli scarti, nella «“polvere bianca”», non più nei blocchi o nella pietra ornamentale, «il nuovo Eldorado che multinazionali come l’Omya hanno portato all’incasso». Così, l’Italia è lentamente divenuta quel che oggi si rivela: una sorta di timocrazia a sempre meno blanda vocazione lobbistica, e persino autoritaria, in cui il potere istituzionale e quello finanziario non sembrano doversi semplicemente difendere dalle continue infiltrazioni tentate dagli «uomini della camorra e della ’ndrangheta», i quali, «tra la prima e la seconda metà degli anni Novanta», hanno saputo abilmente raccogliere «l’eredità della mafia corleonese, sconfitta sul piano imprenditoriale prima ancora che militare e politico». Parrebbero invece aver ormai introiettato e saper puntualmente riprodurre le logiche di siffatte organizzazioni malavitose.

La diagnosi ricorda quella affidata da Roberto Saviano alle pagine di Gomorra: è indubbio. Come pure è vero che La terra bianca sembra talora persino dialogare a distanza con taluni reportage pubblicati negli ultimi anni da Alessandro Leogrande. Volumi coi quali il testo di Milani pare in ogni caso specialmente condividere quella che potremmo dire la sua seconda pelle. Appunto perché contraddistinto dalla proficuamente accanita ricerca di una verità che l’autore vuole raggiungere anzitutto a titolo personale, esso si rivela cioè anche una sorta di neppure troppo implicito autoritratto intellettuale, nel senso che Milani esplora il passato e il destino della regione in cui è nato e vive, la storia e il presente del Paese di cui è figlio, per intendere le ragioni più profonde del proprio insopprimibile e però risentito attaccamento alla sua terra, per scovare le autentiche radici di quell’indignazione che il sapersi italiano suscita in lui. Ciò che egli può soltanto amare, dei suoi luoghi e della propria nazione, è quanto nel loro tessuto civico resta, pressoché nulla, di quel laico culto del lavoro che, a Repubblica istituita e in conformità coi principi espressi nella carta costituzionale, ereditò dall’antifascismo il compito di guidare i cittadini all’emancipazione. Quel che Milani invece può esclusivamente denigrare, dello spicchio di mondo e della nazione che egli abita, è l’osceno trattamento oggigiorno riservato – benché non ci si sia incaricati di riscrivere la Costituzione o di mutare l’ordinamento dello Stato – a tale secolarizzata religione civile. Diritto ormai concesso a un numero via via più esiguo di cittadini, dovere assolto dagli individui con tutele progressivamente minori (o talvolta persino nulle) per la loro salute, bene sovente precario e in fin troppi casi ridottosi alla forzosa accettazione di un rapporto di servaggio, il lavoro è stato insomma convertito in un perverso strumento di tortura dal cui giogo ambire perciò ad affrancarsi. In un’occasione addirittura di morte: quando non c’è perché non c’è, quando c’è perché c’è.

E il quarantaquattrenne Milani, esponente della generazione che fin qui ha dovuto subire forse più di ogni altra gli effetti di tale trasformazione (arrivando ormai ad essere percepita quasi alla stregua di una fastidiosa leva di “esodati” richiesti di eclissarsi in silenzio dal consorzio civile), mostra di sapere molto bene cosa tutto ciò implichi: la riduzione della società a un primordiale stato di natura nel quale viga la belluina legge del più forte e in cui non già i carnefici, bensì le vittime designate, finiscano con il sentirsi moralmente indegne e addirittura col tramutarsi nei puntelli effettivi del sistema. Non solo in Toscana, ma in tutta Italia, gruppi come la Montedison, si legge allora nella Terra bianca, hanno dapprima fatto ricorso a «mediatori occulti per individuare gli operai da assumere», usando, a tal fine, «il sindacato, i politici locali, i parroci, o gli stessi familiari»; poi hanno convertito una simile strategia in «un sistema di assunzione vero e proprio, per fare in modo che il lavoratore si senta in debito nei confronti di chi lo ha aiutato a trovare lavoro e “non dia problemi” in fabbrica». Meccanismo dal quale fisiologicamente «deriva, tra i sopravvissuti che vorrebbero chiedere giustizia per i danni subiti sul lavoro, un sentimento di vergogna mista a rabbia e impotenza, che solo in casi rarissimi sfocia nella pubblica denuncia». Più di frequente, continua Milani, «la maggioranza di quanti hanno lavorato in queste fabbriche – e con essa, i sindacati, gli amministratori, i parroci e il resto dei mediatori occulti implicati nel sistema – ha accettato di scambiare, oltre al lavoro, anche la propria salute e quella della comunità circostante, con gli aumenti salariali e il proprio silenzio». In altre parole, ha sancito il suo «congedo dalla dignità» e si è arresa «a un mondo ambiguo e senza alternative», in un’Italia e in un Occidente nei quali ogni ambito lavorativo pare ormai governato da dinamiche di questo genere, che tendono quindi a trasformare ogni salariato (a tempo determinato o indeterminato) in uno schiavo costretto a degradare se stesso, e magari persino a nuocere ai simili, non per conquistarsi finalmente la libertà, ma, accettando l’elemosina del padrone, per guadagnarsi un paradossale, in verità minuscolo beneficio – quello, cioè, di non essere immediatamente sacrificato – dalla propria riaffermata condizione di mera carne da macello.

La nostra epoca, sostiene dunque Milani, «continua a vivere nel cuore di tenebra di un nichilismo tanto profondo e radicato da risalire a chissà quali cataclismi ancestrali, ma se lo rivende per progresso e “benessere” in “tempo di pace”». Cinico esercizio di falsa coscienza che spetta, tra gli altri, anche agli intellettuali demistificare. Ecco perché La terra bianca, al pari delle opere di Saviano o di Leogrande più sopra evocate, vuole in aggiunta proporsi – ed è questa la sua terza e ultima natura – alla stregua di una riflessione sul ruolo dello scrittore in una civiltà occidentale che ha smesso di riconoscere alla letteratura qualsivoglia funzione etico-pubblica. Consapevole di ciò, Milani – non già per pavida acquiescenza, ma per pragmatica lungimiranza – evita allora di consumarsi nel rimpianto, oltremisura sterile, dell’ormai decaduta figura dell’intellettuale-legislatore e ritaglia, per sé come per ciascun “collega” sinceramente interessato a mettere tuttora a frutto la controversa eredità di tale moderno padre “mitico”, un diverso profilo identitario: quello non più di sacerdote insindacabile, bensì di umile strumento del vero.

Nell’ottica dell’autore della Terra bianca, deve perciò essere un «movimento ossessivo-investigativo» a caratterizzare lo scrittore, il quale insorge, quindi, «come un detective sulle tracce di un crimine, o di un trauma», per scovarne «i responsabili». Traguardo che egli è in grado di tagliare se ubbidisce a una logica che a qualcuno potrebbe forse ricordare quella esposta da Pasolini nel più noto dei suoi Scritti corsari, vale a dire Il romanzo delle stragi, negli stessi anni in cui essa veniva per certi versi applicata dal poeta delle Ceneri in Petrolio. Se, insomma, lo scrittore trae «paradossalmente» spunto «da un finale noto», ossia «l’evento traumatico», per ricostruirne poi «la sequenza, gli sviluppi passati, lanciando le proprie ipotesi romanzesche a metà tra il futuro anteriore e il condizionale composto». Solo così potrà verificarsi che «un fatto B, successo oggi», trovi «la propria prefigurazione in un fatto A accaduto anche molto avanti nel tempo» e che «il nesso tra causa ed effetto», venutosi in tal modo a istituire, non risulti «tuttavia causale, logico, orizzontale, bensì un legame di natura modale, figurale, verticale, posto dalla “debole forza messianica” – per dirla con Walter Benjamin – del narratore stesso», l’unico non arbitrariamente capace – «in quanto signore del proprio universo» di parole – di «combinare eventi tanto lontani di una medesima realtà umana». Di riflesso, lo scrittore disposto a procedere in questa maniera finisce con il sentirsi «riguardato» dalla verità, che il proprio racconto rende plausibile, fino al punto di «ritenersi uno strumento al servizio della storia stessa, dei suoi personaggi e dei valori simbolico-universali» che essa veicola. E anzi, egli arriva a considerarsi un narratore la cui «esperienza» sconfina quasi «fatalmente nel territorio del complotto o della mistica o della mistica del complotto», giacché «le coincidenze» non gli appaiono più tali, ma diventano, sia per lui sia per chi ne vaglia il resoconto, «segni e presagi della speciale missione (di salvezza) affidata, dalla Storia, al suo interprete».

Per Milani, lo scrittore è insomma colui che deve «lavorare “fra le righe” al mistero del mondo». Compito da giudicarsi addirittura «bello», perché «significa – rivelando le relazioni –, infittire il mistero anziché scioglierlo secondo un copione». O meglio, perché vuole in pratica dire accettare che «il futuro anteriore e il condizionale composto» si confermino «parti in causa» e si coniughino o detestino «come inquietanti gemelli» per dar forma a credibili interpretazioni del reale, in seno alle quali «le persone non cont[i]no individualmente, se non negli stereotipi che l’epoca e il paesaggio proiettano addosso a tanti destini e stili differenti», e acquistino invece un ruolo decisivo i legami tra i cittadini, «che sono l’osso della convivenza e della coscienza collettiva, l’ultimo baluardo a cui appellarsi». Legami che, contro ogni desolata o compiaciuta retorica disfattista, Milani non considera in via definitiva compromessi nella pur tendenzialmente molecolare società contemporanea, ritenendo che a mantenerli in vita provvedano, se non più le “grandi narrazioni” del passato, le variegate e talvolta pre-politiche aspirazioni a una qualche forma di giustizia civile nutrite da quanti sanno riconoscersi vittime inermi di un sistema iniquo, ma non intendono accettare questa loro condizione senza prima avere almeno tentato di superarla tutti assieme facendo sentire in coro la propria voce. Legami, inoltre, che, per l’autore della Terra bianca, dovrebbero rappresentare la vera fonte di ispirazione di ogni scrittore, cui andrebbe parimenti richiesto di ambire, col proprio lavoro, a legittimarli culturalmente, a rinsaldarne l’identità.

[Immagine: Farmoplant, Massa, 1988 (gm)].

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