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di Massimo Raffaeli

[Questo intervento è uscito su «Alias»].

E’ raro imbattersi in una figura centrale che sappia tuttavia mantenersi così defilata da sembrare inapparente. Questa fu, fino all’autospoliazione, la facies di Niccolò Gallo (Roma 1912-Santa Liberata di Grosseto 1971), filologo, critico letterario e poi raffinatissimo editor. Ne ricostruisce oggi la biografia intellettuale il decano dei nostri storici della produzione editoriale, Gian Carlo Ferretti, pubblicando Storia di un editor. Niccolò Gallo (Il Saggiatore-Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, pp. 151, € 16.00), un volume che si segnala sia per il nitore interpretativo sia per la abbondanza degli apporti documentari, per lo più inediti o rari. Di Gallo rimaneva ai lettori una poesia fraterna, e appunto intitolata Niccolò, a firma dell’amico di una vita troppo breve, Vittorio Sereni, con l’immagine di una antica e persino ineffabile cortesia, quella di colui che sa ascoltare impavido e ricambiare mutamente l’intensità di uno sguardo, l’attesa di una parola soccorrevole; di lui, delle sue scritture limpidissime (già devolute negli anni cinquanta a riviste di area comunista quali “Società”, “Il Contemporaneo”), residuava non soltanto un volume antologico e da tempo introvabile, Scritti critici (Il Polifilo 1975), messo insieme dagli amici Ottavio Cecchi, Cesare Garboli, Gian Carlo Roscioni all’indomani della sua scomparsa, quanto alcune curatele memorabili, dalla Storia della letteratura italiana del De Sanctis (Einaudi 1958) al Carteggio Dino Campana-Sibilla Aleramo (Vallecchi 1958) sino a una mai abbastanza rammentata edizione dei Canti leopardiani e firmata a quattro mani sul principio degli anni sessanta col compagno di via a lui più antipode per tempra e formazione, Cesare Garboli.

Non bastasse, Gallo aveva prestato la finezza lenticolare della propria scrittura, quella procedente da una mano che pareva non avesse nervi, alla versione di un piccolo classico e anzi un gioiello delle lettere francesi, il romanzo Aimée (Feltrinelli 1959), opera solitaria del primo fra tutti gli editor secolari e cioè Jacques Rivière. Della vicenda singolare di Gallo restava dunque troppo o troppo poco per non doverla necessariamente recepire alla stregua di una leggenda ovvero di un enigma, lo stesso di un intellettuale la cui parabola somigliasse a un tracciante: prima l’impegno diretto della critica poi, dall’“indimenticabile ‘56”, il ritrarsi dalla scrittura e dalla militanza diretta, quindi la direzione di una collana molto raffinata di narrativa per Nistri Lischi di Pisa, infine, e accanto a Vittorio Sereni, la consulenza da Mondadori per cui pilota la serie ammiraglia dei romanzi italiani.

L’ultima immagine di Gallo è di un uomo oberato da una montagna di manoscritti, seduto al tavolo del suo studio nella casa ai Parioli, al numero 6 di piazza Ungheria, chino su quello che fu detto uno dei telefoni più occupati d’Italia, preciso nei rilievi, scrupoloso con gli autori, attento alle dinamiche della casa editrice e però in sé stesso sibillino e in sostanza muto se non con chi, per eccezione, sapesse toccarne la corda profonda (ed è il caso, ovviamente, dell’amico Sereni: sappiamo dal carteggio curato di recente da Stefano Giannini – “L’amicizia, il capirsi, la poesia” . Lettere 1953-1971, Loffredo – che fu sparring decisivo alla composizione de Gli strumenti umani). Ora, il lavoro di Ferretti muove da una duplice domanda: come mai il critico militante, colui che era stato il censore delle crude tranches neorealiste e invece il promotore di un “realismo critico” (Bassani, Cassola, Dessì), tace del tutto dopo il ’56? come mai il raffinato promotore della collana “Il castelletto”da Nistri Lischi si reclude in una dinamica puramente redazionale, in una trafila di pareri editoriali (peraltro splendidi, di esattezza implacabile) o nella stesura di anonime bandelle di copertina? E più precisamente: perché Gallo, pur mantenendo il profilo etico e l’intransigenza intellettuale che tutti gli riconoscono, accetta negli anni del boom economico di farsi funzionario di una casa editrice la quale si fonda, scrive Ferretti, “non tanto sulla sperimentazione e sulla avanscoperta quanto piuttosto sull’acquisizione di autori definiti e garantiti, nel quadro di un sostanziale ecumenismo istituzionale e secondo uno stretto rapporto tra valore di mercato e valore culturale, successo e qualità, fatturato e prestigio”?

Perché Gallo da Mondadori non può permettersi, alla lettera, gli autori di ricerca e di tendenza che sarebbero idealmente i più suoi e che invece vede pubblicati dalla concorrenza in quegli anni di inaudita espansione editoriale: il che vuol dire, per esempio, che nella sua collana dei “Narratori italiani” non possono figurare i Pasolini, Volponi, Parise (tutti editi da un giovane e agguerrito Garzanti) né i Testori, Arbasino, Meneghello (tutti editi per Feltrinelli dal suo amico Bassani) ma nemmeno taluni scrittori di fisionomia consolidata già passati per “Il castelletto” e ora accolti nel catalogo Einaudi (uno per tutti, il suo amato Carlo Cassola). Quando arriva in Mondadori, nonostante la sponda di Sereni, Gallo sa bene che il mood novecentista del vecchio Arnoldo non si spinge troppo al di là delle opere complete di Bacchelli o Tombari così come saprà presto che il piglio ereticale del giovane Alberto non può spingersi troppo al di là di quanto lo stesso Gian Carlo Ferretti avrebbe un giorno definito il “best seller di qualità”, vale a dire una formazione di compromesso fra le ragioni della ricerca letteraria e le ipoteche di leggibilità/vendibilità di un prodotto. Non è un caso che alcuni fra gli autori più organicamente patrocinati da Gallo si chiamino Fulvio Tomizza, Piero Chiara e Carlo Sgorlon come nemmeno è un caso che, in tal senso, la vistosa eccezione (per Mondadori un’eccezione addirittura megalomaniaca) sia rappresentata da Stefano D’Arrigo il cui immane Horcynus Orca andrà a stampa solo anni dopo la morte di Gallo. Scrive Ferretti, al riguardo: “Si può ipotizzare che Gallo cerchi una alternativa alle crisi e delusioni della sua battaglia critica nella pratica dell’investimento di sé. […] La stessa lontananza dalla macchina e la stessa pur formale difesa di una dimensione artigianale allora, con relativi anacronismi, possono diventare una condizione per lavorare meglio, senza peraltro mettere in discussione le logiche produttive e commerciali del contesto in cui opera, e il suo stesso ruolo. […] Ma la nuova esperienza di Gallo si trova ben presto stretta tra condizionamenti espliciti e impliciti, contrattuali e non, accettati o subìti, un parco autori in gran parte precostituito, e il peso frustrante di una politica di relazioni complicata e defatigante”. Gallo, alla fine, sembra avere accettato l’endiadi di funzione intellettuale e ruolo editoriale. Non ha abiurato nulla o, tanto meno, recitato una palinodìa. Egli è un critico che ha smesso di operare perché è venuto meno un orizzonte di attesa che ne legittimasse gli interventi, fra il 1956 e il miracolo economico, ed è un editor cui i tempi concedono di agire entro margini precisi, inderogabili. Alla fine il suo punto di onore è proprio nel silenzio sibillino, nella diligenza acerrima di chi ha smesso di illudersi e illudere da molto tempo. E’ un fuoriclasse della filologia e della critica che ha dovuto o forse voluto riconoscersi nella immagine di un Bartleby della editoria.

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