cropped-maxresdefault-112.jpgdi Daniele Giglioli

[Queste due recensioni sono uscite su «Alias» e sul «Corriere della Sera» nel 2006 e nel 2014]

Piove all’insù

Esordio romanzesco di Luca Rastello, Piove all’insù (Bollati Boringhieri 2006) è stato entusiasticamente salutato come “il romanzo degli anni settanta” che la sua generazione sempre un po’ in-between (troppo giovane per aver partecipato al sessantotto, troppo vecchia per aver vissuto innocentemente gli anni ottanta) si era finora rifiutata di darci. Un giudizio comprensibile ma anche in qualche misura riduttivo: non perché le opere vivano fuori dal tempo, ma perché i bei libri si coniugano sempre al futuro e ci chiedono di interrogarci, più che su cosa siamo stati, su cosa potremmo ancora essere.

E’ vero che sul piano delle opere, e più in generale del discorso pubblico, quella generazione ha prodotto poco, preferendo il semianonimato della creatività diffusa e dell’intellettualità di massa all’insopportabile bulimia di potere e di visibilità dei loro fratelli maggiori sessantottini; e che ciò che di buono ha prodotto lo ha fatto sostanzialmente per via di levare, eludendo, aggirando, rimuovendo, o magari trasfigurando ironicamente la propria formazione sentimentale nell’estetica del trash. Non senza buone ragioni, del resto: provenendo come provenivano da un’esperienza che negava in radice l’idea stessa di opera, il “romanzo del settantasette” lo lasciavano fare a Nanni Balestrini, e visti gli esiti de Gli invisibili direi che hanno fatto bene. Ma non si può restare giovani in eterno, se non a patto di rimuovere col passato anche quel futuro di cui l’opera e soltanto l’opera può essere oroscopo, palinsesto e riapertura: il futuro di tutti, anche di chi non c’era e si trova catapultato in un mondo in cui il primato del corpo e il rifiuto del lavoro, parole d’ordine del movimento degli anni settanta, hanno trovato il loro adempimento parodico nella società del fitness e del lavoro precario. Non si tratta di rinnegare la propria giovinezza, né all’opposto di difenderla dicendo “avevamo ragione ma purtroppo siamo stati traditi”, ma di trasformarla in esperienza, rendendola tramandabile anche a chi vorrà criticarla e magari rifiutarla, come sempre dovrebbero fare i padri che nel frattempo ci si avvia a diventare.

Piove all’insù è un romanzo in cui si intrecciano molti piani temporali, che costantemente si cercano a tentoni senza riuscire mai a congiungersi del tutto; è il racconto di come molte storie debbano e insieme non possano mai del tutto diventare una sola. C’è l’oggi, il presente in cui la compagna del protagonista, Pietro Miasco, riceve una lettera di licenziamento dopo quindici anni di lavoro, scintilla da cui prende avvio la macchina di un ricordo che deve servire non a consolare ma a capire. C’è il passato prossimo, il racconto dell’adolescenza di Pietro nella Torino della seconda metà degli anni settanta, le manifestazioni, i collettivi, la violenza, l’amicizia, il rifiuto della famiglia, il sesso e l’amore esplorati goffamente districandosi tra desiderio e imperativi categorici (edificare l’ ”Uomo Nuovo”, nientemeno, e cioè Pietro non conteso né spartito ma consensualmente condiviso tra due donne che un bel giorno lo prendono in mezzo e gli annunciano che entrambe intendono “avere un rapporto con lui”), in un lento trascolorare dalla speranza alla disperazione. E c’è un passato più remoto, gli anni dell’infanzia dominati dalla figura amata e poi detestata del padre, militare di carriera, coinvolto prima con convinzione poi sempre più suo malgrado nelle trame anticomuniste clandestine che hanno accompagnato come un sordo brontolio la storia del nostro paese, fino a quando, nell’imminenza del tentato golpe Borghese, non troverà la forza morale di svincolarsene.

Costruito sopra un’alternanza di capitoli in cui l’ordine cronologico è costantemente sovvertito, scandito paratatticamente da un ritmo di paragrafi brevi che si accumulano come fotografie un po’ sgranate nello sforzo di ingrandire un particolare, un dettaglio, un’emozione che devono essere detti subito e nella maniera più diretta ed esplicita possibile prima che si reimmergano e si perdano nel flusso della memoria, con una secchezza e una fretta che ricordano la scrittura sincopata delle opere autobiografiche di Stendhal (la fretta di chi vuole cogliersi di sorpresa per non mentire), Piove all’insù squaderna a poco a poco sotto gli occhi del lettore una sintassi segreta in cui le vite e le coscienze inconciliabili del padre e del figlio trovano, sia pure in una tardiva e dolorosa asincronia, un sotterraneo canale di comunicazione. In mezzo, inevitabile, dovrà esserci la morte; una lunga morte che il padre affronterà con coraggio cercando di gravare il meno possibile su Pietro: “E’ precisamente qui che comincia il lavoro. A un certo punto della vita, morire diventa un lavoro, e quell’uomo strangolato dalla sua etica militare lo capisce, lui solo. (…) Aveva vissuto tutto l’orrore della fine ospedaliera di mia madre e aveva accettato il lavoro: prepararsi, smussare, impedire con ogni mezzo che si ripetesse l’orrore. L’orrore per me, intendo. Lui allenava il corpo a portare tutto il peso. Si trattava di non ripeterlo mai, a nessun costo, di alleggerirmi le spalle”.

Sul lavoro, sul corpo e sul dolore Pietro deve ancora imparare parecchio. Soltanto dopo, sfogliando le sue carte in quelle che non a caso saranno le ultime pagine del romanzo, comprenderà quanto il padre abbia saputo essere coraggioso, pagando di persona, rovinandosi la carriera, rinnegando i suoi amici, assumendosi la responsabilità di ammettere e riparare i propri errori. Non un’agnizione da melodramma, non un pronto e accogliente ricovero nei valori della famiglia per un ex rivoluzionario deluso (quanta pessima Italia in queste secche che Rastello ha saputo splendidamente evitare!), ma un severo passaggio di testimone, un padre che diventa il futuro del figlio non perché gli trasmette una casa o una professione ma perché gli indica silenziosamente la necessità di fare i conti anche lui con le sue responsabilità, in primo luogo quella di essere sopravvissuto a una sconfitta: “Alcuni finiranno per decidere che sopravvivere significa emergere, schiacciare, tagliar, votati infine alla regola della supremazia naturale, partiti da lontano per approdare al fascismo elementare della vita vissuta come un diritto del migliore, del più forte, della più bella. (…) Il mondo nuovo ci somiglia, siamo noi la sostanza del futuro comando, quelli che consumeranno di più perché più infelici, quelli che schiacceranno la testa agli altri, per sopravvivere”.

Ecco allora perché bisogna a tutti i costi raccontarsi a chi oggi ha perso il lavoro, a chi subisce le conseguenze del mondo che non si è riusciti a cambiare: quello che il padre non ha potuto fare che da morto, perché la storia di Rastello è tragica, non concede conciliazioni a buon mercato e non prevede nessuna certezza di buon esito. Ed ecco perché Piove all’insù, con la sua tenace volontà di riannodare i fili delle responsabilità, di riconoscere la propria identità negli errori che è stato non inevitabile ma giusto commettere (nessun orgoglio da reduce, nessun torcersi le mani da pentito), così isolato e atipico in un’Italia invasa dai noir, dalle cronache familiari e dai reportage, non è affatto il romanzo degli anni settanta. Non a tutt’oggi, almeno: quella generazione deve ancora meritarselo, come tutte, del resto.

I Buoni

Con I Buoni (2014), Luca Rastello torna al romanzo dopo il folgorante esordio di Piove all’insù, la migliore narrazione dedicata ai nostri anni Settanta. Si tratta di un’opera molto disturbante, e preziosa per questo, che ha suscitato al suo apparire un grande equivoco, sgradevole ma forse anche provvidenziale, comunque inaggirabile. L’autore non poteva non saperlo. Ne parleremo, perciò, ma prima i fatti.

Bucarest, fine millennio scorso. Un gruppo di disperati che vive nelle fogne entra in contatto con due volontari italiani, Mauro e Andrea: tra questi spicca Aza, ventenne, violenze inenarrabili alle spalle, un presente da clown che dovrebbe restituire il sorriso a un mondo irredimibile. Mauro e Andrea non possono che lasciarli al loro inferno, testimoniandolo e sentendosi per questo non si sa se impotenti o se migliori. Dieci anni, e Aza ricompare nella città italiana in cui opera, solo argine alla brutalità senza cuore dei rapporti di classe, l’associazione no profit In punta di piedi. Andrea e Mauro la accolgono e la presentano, dopo un lungo itinerario iniziatico, a don Silvano, il carismatico fondatore attorno a cui ruotano volontari, cooperanti, dipendenti, imprenditori, banchieri, signore di buon cuore, avvocati di successo, celebrità, politici, ex terroristi pentiti e magistrati antiterrorismo con ancora la placca di sceriffo sulla giacca. Don Silvano diventa il padre che non ha mai avuto. Sotto la sua guida Aza fa progressi, si iscrive all’università, scala in fretta la gerarchia dell’organizzazione. Da oggetto di carità a soggetto attivo, da assistita a responsabile, dunque libera. Non è una bella storia?

Purtroppo no. Più si addentra nel cosmo di cui don Silvano è il sole intramontabile, più si accorge che quel regno del Bene è retto da rapporti di potere altrettanto ferrei di quelli che vigevano nelle fogne di Bucarest: diversi i metodi, minore la violenza esplicita, infinitamente maggiore l’ipocrisia. A cominciare da Don Silvano: insindacabile, incensurabile, cui nulla sfugge e senza il consenso del quale nulla si decide. Lo puoi solo approvare. Amarlo è un obbligo. Chi non ci sta può andarsene, con le buone o con le cattive, se necessario attraverso la menzogna, l’intrigo, la maldicenza, i bilanci falsificati: non cacciato, questo mai, piuttosto «accompagnato», nella neolingua mistificatoria che è d’obbligo nell’organizzazione; gli si chiede di «guardarsi intorno». Di Don Silvano si può essere solo figli o orfani, mai pari. Il Bene è un suo possesso, la legalità un certificato che lui solo è autorizzato a rilasciare.

Della legalità si è fatto un idolo: «Se la legalità fosse un valore, allora qualche anno fa era giusto ammazzare gli ebrei», commenta amaramente un fuoriuscito. Non spaventano tanto i profittatori che lo attorniano, quanto la buona fede che lo ha reso un mostro a sua insaputa. Che Rastello, nell’ultima parte del romanzo, lanci sulla sua pista un angelo sterminatore, Adrian, criminale rumeno cui manca poco da vivere giunto in Italia per ritrovare Aza scomparsa, è perturbante quanto giusto. Come in Pulp Fiction, Adrian parla a colpi di versetti dei profeti. E tale è sempre stata la funzione dei profeti: non è questo il comandamento che ti avevo dato. La vendetta è mia, dice il Signore. Il romanzo ci lascia con Adrian che aspetta don Silvano per ucciderlo.

Veniamo all’equivoco. I Buoni è stato letto come un attacco al mondo del volontariato nella persona del suo rappresentante più illustre, don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e poi di Libera. E sarebbe nascondersi dietro un dito ribattere che non è lecito scambiare un romanzo per un reportage, non riconoscere alla finzione il diritto di sperimentare, portando all’estremo quanto nella realtà è chiaroscurato, sfumato, troppo umano. Il che è vero, come è vero che don Ciotti e don Silvano non coincidono. Ma non è questo che conta, e l’attacco mosso a Rastello da personaggi pubblici come Giancarlo Caselli o Nando Dalla Chiesa va preso più sul serio. Ciò che essi avversano realmente è l’aspra verità additata nel romanzo: il peggior Male è quello che si compie in nome del Bene. In se stesso il Male è solo violenza sui corpi. Motivato col Bene infetta le coscienze. Non con don Ciotti, è con don Silvano che sono solidali. Identificano la libertà col Male e stanno ipso facto dalla parte del Grande Inquisitore di Dostoevskij quando fa arrestare Cristo tornato sulla terra: tu li vuoi liberi, ma gli uomini amano essere guidati.

Su questo è giusto dividersi: tra chi crede che a non volerli liberi sia solo chi ha la pretesa di guidarli, e chi identifica umanità e assoggettamento. Nel primo caso il Male è un rischio; nel secondo una certezza. Un equivoco dunque benvenuto, che permette un chiarimento senza sconti. Rastello non dà soluzioni, lascia al lettore libertà di scelta. Si capisce da ciò che cosa ha scelto lui.

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