cropped-1322196316-ring-installation-vendome-paris-arnaud-lapierre13jpg.jpgdi Valeria Pinto

[Una prima versione di questo saggio è uscita nel volume Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti (Mimesis), a cura di Federico Zappino, Lorenzo Coccoli e Marco Tabacchini].

Ma la terra interamente illuminata
splende all’insegna di trionfale sventura.

M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo 

1. “Senza trasparenza non c’è democrazia, né può esserci […]. Dalla trasparenza dipende consentire l’esistenza di un sistema che funzioni senza intoppi. C’è bisogno di trasparenza al centro, ma altrettanto, anzi forse anche di più, alla base, dove vivono e lavorano le persone”. Così, nel discorso al congresso del Partito Comunista del 25 febbraio 1986, Michail Gorbaciov annunciava di fatto la fine della divisione del mondo in blocchi contrapposti. Di lì a qualche anno, la caduta del muro di Berlino e la riunificazione delle due Germanie sotto la cupola di acciaio e cristallo del rinnovato Reichstag avrebbe dato forma e figura all’unificazione del “mondo dentro il capitale”. In certo senso giungeva così a compimento il progetto del Crystal Palace dell’Esposizione universale di Londra: la “forma architettonica vigente e profetica del XIX secolo che venne immediatamente copiata in tutto il mondo”, dove “era contenuto il riferimento a un capitalismo integrale, orientato all’esperienza e popolare”, ed “era in gioco niente di meno che il totale assorbimento del mondo esterno entro uno spazio interno completamente calcolato”.[1] A Dostoevskij, che lo visitò nel 1862, suscitò questi pensieri:

Tutte le azioni umane, va da sé, saranno allora calcolate secondo queste leggi, matematicamente, come una tavola di tabella di logaritmi fino a 108.000, e inscritte nel calendario; o, meglio ancora, compariranno pubblicazioni benpensanti, sul tipo degli odierni dizionari enciclopedici, in cui tutto sarà enumerato e segnato in modo così preciso che nel mondo non ci saranno piú né azioni né avventure. – Appunto allora […] verranno dei nuovi rapporti economici, bell’e pronti e anch’essi computati con matematica esattezza, sicché in un attimo spariranno tutti i problemi possibili, appunto perché se ne avranno tutte le possibili soluzioni. Allora si costruirà un palazzo di cristallo. Allora… Be’, insomma, allora giungerà in volo l’Uccello Kagàn […]. – La volontà si accorderà perfettamente con la ragione […], si potrà davvero compilare una specie di tabella, in modo che effettivamente si voglia secondo questa tabella […]; [e potremo] calcolare tutta la […] vita in anticipo per i prossimi trent’anni; in una parola, se ci si organizzerà, a noi non resterà nulla da fare.[2]

Trasferirsi a vivere all’interno delle cose superando il loro muto e chiuso stare di fronte è il sogno per eccellenza del soggetto della metafisica: l’unità delle forme della conoscenza con il materiale dato è identica alla pretesa che “il buio del caos si illumini, manifesti la sua vera natura grazie alle luce delle forme che lo comprendono adeguatamente e sia redento grazie alla trasmutazione in luce”. La cifra di questo soggetto è la certezza di non essere nulla di esteriore, la certezza di sé come pura interiorità: non dunque un corpo opaco ma appunto un se stesso “capace di produrre verità dentro di sé e venire alla luce”.[3] Se così è, oggi questo antico sogno della luce e della trasparenza sembra essersi più che realizzato. Non solo, infatti, non vi è più alcun segreto metafisico da strappare alla natura, ma più in generale o più fondamentalmente non vi è alcun essere, alcuna sostanza che opponga resistenza alla volontà di luce di quella che Sloterdijk chiama “ragione cinica” o più precisamente “falsa coscienza illuminata”.[4]

Quasi un secolo fa Weber osservava che nell’epoca in cui la ragione opera professionalmente come ragione scientifica e “i grandi istituti per gli studi di medicina e di scienze naturali” sono imprese “capitalistiche dello Stato” (due cose che chiaramente non sono distinte o solamente concomitanti), il rischiaramento che la ragione può offrire consiste in “nozioni sulla tecnica per padroneggiare la vita mediante il calcolo, rispetto agli oggetti esterni e rispetto all’azione umana”.[5] Ciò non significa, tuttavia, che attraverso questo rischiaramento il mondo divenga più trasparente. Un “selvaggio”, osservava Weber, abbraccia e controlla più facilmente e compiutamente il materiale della sua esistenza che non l’uomo appartenente a una “cultura superiore”. Anche gli oggetti d’uso più quotidiani e familiari – dai tablet ai cellulari alle carte di credito alla stessa rete – ci sono in realtà sconosciuti. Siamo abituati a fare affidamento su quelle che per la nostra esperienza immediata sono qualità occulte. L’inaccessibilità della tecnologia di un oggetto e la amichevolezza della sua interfaccia sembrano anzi vieppiù proporzionali:

Più il nuovo gadget (smartphone o minuscolo portatile) che tengo in mano diventa personalizzato, facile da usare, “trasparente” nel suo funzionamento, più l’intero sistema deve basarsi sul fatto che il lavoro viene fatto altrove, nei vasti circuiti di macchine che coordinano l’esperienza. Per poter gestire un cloud, una “nuvola”, ci dev’essere un sistema di monitoraggio che ne controlla il funzionamento, un sistema che per definizione è celato all’utente finale. In altre parole, affinché l’esperienza dell’utente diventi più personalizzata o non alienata, essa deve essere regolata e controllata da un sistema lontano.[6]

Nonostante questo, però, noi ci muoviamo sul tacito presupposto di una virtuale trasparenza del nostro mondo. In certo senso tutto ci è ignoto, tutto ha la segretezza del prodigio, ma – a differenza che per il selvaggio weberiano – il nostro è un mondo privo di misteri. Tutti i prodigi che ci circondano sono secondo noi fatti calcolabili, verificabili, razionalmente argomentabili. Ancora Weber:

Chiunque di noi viaggi in tram non ha la minima idea […] di come la vettura riesca a mettersi in moto. Né, d’altronde, ha bisogno di saperlo. Gli basta poter “fare assegnamento” [rechnen] sul modo di comportarsi di una vettura tranviaria, ed egli orienta in conformità la propria condotta; ma nulla sa di come si faccia per costruire un tram capace di mettersi in moto […]. La progressiva intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una progressiva conoscenza generale delle condizioni di vita che ci circondano. Essa significa bensì qualcosa di diverso: la consapevolezza o la fede che se solo lo si volesse, si potrebbe sempre giungere a conoscenza, ossia che in linea di principio non sono in gioco forze misteriose e irrazionali, ma al contrario che tutte le cose possono – in linea di principio – essere dominate dalla ragione.[7]

Razionalizzazione significa quindi che chiunque, se solo lo volesse, potrebbe in ogni momento verificare, controllare, accertare l’obiettività dei fatti. Nessuna iniziazione, nessuna sapienza misterica e verticalità aristocratica. Questa è – sempre di più – la peculiarità democratica della scienza: la trasparenza, il carattere essoterico di un sapere che si offre a chiunque voglia impadronirsene e sul quale chiunque può fare assegnamento.

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 Il Crystal Palace nel 1854

2. Si potrebbe osservare che la nuova orizzontalità democratica ha una trasparenza alquanto beffarda, se è vero che il sapere per tutti uguale e a tutti reso accessibile resta nella indisponibilità di tanti. Ma non è questo, qui, l’aspetto più importante. Più importante è non perdere di vista il lato impositivo del sapere sul quale tutti possono contare. Una razionalità strategica che, prima ancora di fare assegnamento, essa stessa assegna. Che non attende ma pretende, matematicamente anticipa (secondo l’essenza stessa della mathesis) la regolarità prevista. Al punto di esser ben in grado di “fare a meno del senso entro le cose” perché ha tutta la forza per organizzarsene “un pezzetto”[8]. E questa forza la fa valere come l’unico comportamento sensato: il “comportamento atomistico dell’homo oeconomicus”, per il quale un esatto quadro dei propri interessi è “la sola isola di razionalità possibile”.[9] Certo, nessuna matematica e razionalizzazione può assicurare che il tram arriverà a destinazione o che il pilota porterà l’aereo all’atterraggio anziché contro un edificio per distruggerlo. Anche nell’agire razionale il tornaconto di ciascuno potrebbe contemplare più varianti del previsto. E in ogni caso resta sempre possibile “volere anche contro il proprio vantaggio, anzi talvolta si deve positivamente farlo”.[10] Eppure non si può fare a meno di avere fiducia, di dare credito. L’intero “nostro relazionarci è un’economia di credito, il cui lato economico, a paragone del resto, è di estensione assai piccola”. Sempre più tutte le nostre relazioni si basano su aspettative, sul sapere in anticipo. “Il meccanismo della vita pubblica al pari di quello della vita privata […] si fermerebbe istantaneamente se ciascun individuo non si fidasse di esso con assoluta sicurezza”.[11] Ma nessuna fiducia né economia del credito sarebbe possibile, se l’animale divenuto capace di calcolare e prevedere – capace di scienza – non fosse al contempo divenuto l’animale capace di fare promesse[12], segnato da una volontà duratura e affidabile. L’oggettività della condotta di vita, la sua uniformità e stabilità, non è infatti “un tratto che si aggiunge all’intelligenza ma la sua stessa essenza […], l’unico modo accessibile all’uomo di conquistare un rapporto con le cose che non sia succube della casualità del soggetto”.[13]

In questo basilare disciplinamento, le pratiche di scambio e equivalenza esercitano un’efficacia impareggiabile. “Il commercio rappresenta una grande elevazione sull’originaria indifferenziata soggettività dell’uomo […]. L’oggettività del comportamento reciproco degli uomini giunge nel caso degli interessi puramente economico-monetari alla sua più esaustiva espressione”.[14] Imparziale, libero da pathos e carattere, il denaro offre alla matematizzazione dell’accadere e dei comportamenti – al calcolo totale del contare e poter contare – un formidabile dispositivo governamentale. “Ciò che la finanziarizzazione mette in gioco non è più l’applicazione immediata del potere sovrano ma la direzione dell’insieme dei comportamenti umani”. In particolare, la convenzione, che fa leva sulla tendenza mimetica delle aspettative, offre stabilità e continuità agli affari attraverso un trasparente “sistema di valutazione a priori”,[15] che non consiste in altro se non “nel supporre che lo stato di cose esistenti continuerà indefinitamente […], fino a quando possiamo confidare che la convenzione sarà mantenuta”.[16] Ne viene al denaro un potere di conduzione delle condotte superiore a qualsivoglia comando e ingiunzione. Esso infatti non limita, ma alimenta la libertà di condotta degli individui, alimentando insieme anche il controllo e la sicurezza: l’assoluta libertà del potere-disporre del denaro esige una sicurezza parimenti assoluta, che ciascuno reclama in quanto su di essa riposa per ciascuno la libertà del poter-disporre. Così, per un verso, nel denaro si ha a che fare con una mera promessa di valore, che respinge ogni sostanzialità e presenza, un puro credito senza garanzia che la sua pretesa sarà soddisfatta, sicché a rigore “ciò che abbiamo nelle mani è importante solo in rapporto al futuro”; per altro verso, però, “si tratta anche di un potere autentico, perché abbiamo la completa certezza della realizzabilità di questo futuro”,[17] alla cui garanzia è chiamato il potere pubblico[18]. Non Aes sed fides recavano incise le antiche monete di Malta: il potere del denaro, l’essere certo del denaro – ch’è il suo stesso essere – non è niente di diverso da questa certezza nella capacità dell’organizzazione economica di garantire che “il valore ceduto dietro il valore intermedio ricevuto, la moneta, verrà sostituito senza perdita”.[19]

Certo, in ogni impresa economica è sempre necessaria una quota di fiducia, un’aspettativa senza la quale nessuno seminerebbe un campo o acquisterebbe una partita di merce, insomma una “forma debole di sapere induttivo”[20]. Ma che il campo dia frutti o che la merce si venda non dipende dalla fiducia. L’essere del denaro, invece, il suo valere, dipende interamente dalla fiducia che si ha nel suo potere valere: anzi, le due cose coincidono al punto che qui la “materia” può interamente scomparire. La fiducia nel denaro assume così direttamente il carattere della fede, della fede religiosa in un senso molto specifico: quello per il quale l’essere di ciò in cui si crede coincide interamente con il fatto di credere in esso, non ha bisogno di un’esistenza indipendente rispetto all’esistenza di questo credere. Perciò anche la promessa del denaro non delude mai. Negli adombramenti intrinseci al darsi di tutte le cose si nasconde sempre la possibilità di una disillusione, perché è sempre possibile che ciò che esse promettono finisca col rivelarsi un inganno. Al denaro invece “non è possibile ciò che riesce anche all’oggetto più misero: nascondere sorprese o delusioni. Chi vuole realmente e definitivamente solo denaro è assolutamente al sicuro da esse”.[21] La sua sicurezza è il darsi privo di adombramenti di ciò che non ha materia né spessore: è la trasparenza – senza l’ostilità di un “fuori” – del capitalismo integrale: il totale assorbimento del mondo esterno entro uno spazio interno completamente calcolato.

3. Con questo tocchiamo un punto di giunzione essenziale. La convinzione che non vi siano condizioni di vita che non possano non essere rischiarate, la convinzione che tutte le azioni e le rappresentazioni future degli altri possano essere sempre rese trasparenti e prevedibili e che servano a illuminarci in scelte e azioni sempre più responsabili, è una convinzione direttamente necessaria alla tenuta di un mondo risucchiato nella compiuta “immanenza del potere d’acquisto”.[22]

Questo è oggi l’ambito di provenienza del principio della trasparenza, ovunque reclamato e materia di un’impressionante mole di provvedimenti legislativi. Così non sorprende, ad esempio, che la trasparenza venga chiamata in causa da subito nel processo di unificazione monetaria dell’UE, al fine di offrire un quadro istituzionale e normativo in grado di creare e attivare “mercati di capitale di rischio” all’altezza degli stock market statunitensi. Uno dei protagonisti di questo processo ne descrive perfettamente il ruolo centrale all’incrocio tra politica monetaria, teoria dei giochi e teoria della scelta razionale:

La stessa politica monetaria ha un interesse alla trasparenza, un interesse alimentato dalla crescente consapevolezza dell’attinenza alla teoria dei giochi del meccanismo della trasmissione […] nonché da un filone di ricerca accademica che mette in evidenza l’importanza delle aspettative razionali. La comunicazione è perciò diventata uno strumento indispensabile per migliorare la trasmissione della politica monetaria gestendo le aspettative nei mercati finanziari e guidando il comportamento dei salari e di altri fattori di determinazione dei prezzi.[23]

A scala più ampia sono le grandi istituzioni mondiali (World Bank, Fondo monetario, Ocse…) ad agitare il tema e a spingere, secondo le linee programmatiche del neo-istituzionalismo, per l’adozione generalizzata di norme capaci di costruire un ambiente favorevole al mercato e alla concorrenza. È a questo livello che la trasparenza diventa un référentiel globale. Nei Codici “delle buone pratiche nella trasparenza fiscale” e “sulla trasparenza nelle politiche monetarie e finanziarie” del FMI si ribadisce con enfasi che “nel rendere disponibile più informazione sulle politiche monetarie e finanziarie, le buone pratiche di trasparenza promuovono l’efficienza potenziale dei mercati”.[24] Nello stesso senso vanno le direttive della Banca Mondiale e le crociate anticorruzione della Transparency International (che nella Banca Mondiale affonda le sue radici), con i suoi indici di percezione della corruzione (CPI) e di propensione alla corruzione (BPI). I Principi e le Raccomandazioni Ocse in tema di “Public Sector Information”, punto di riferimento anche in termini legislativi per le pubbliche amministrazioni del globo, hanno nella trasparenza il loro motivo guida. Alla loro ombra miriadi di organizzazioni, agenzie, istituti, associazioni, società, gruppi, fondazioni, si contendono a vario livello il mercato della trasparenza in vista della trasparenza del mercato, a colpi di management dell’incertezza (FUD ecc.), di management della reputazione, di indici della fiducia.

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Diffusione della parola “transparency” nei libri in lingua inglese tra il 1900 e il 2008; analogo andamento ha “trasparenza” nei libri italiani

La necessità sistemica della trasparenza, di un efficace meccanismo di trasmissione e di coesione tra le parti e il tutto, tra centro e periferia, rappresenta senza dubbio una vistosa rottura con la tradizione degli arcana imperii. Una sorta di tribunale (economico) si esprime ora sull’azione del governo, misurandola, valutandola, indirizzandola “oggettivamente” e “razionalmente”. Ma la razionalità e la “trasparenza” di un governo economico finalizzato alla produzione di ricchezza non comportano di per sé la scomparsa di forme dispotico-totalitarie. Guardando indietro, anzi, come osserva già Simmel,

Il dispotismo trova nel denaro una tecnica incomparabilmente efficace, un mezzo per legare a sé i punti spazialmente più lontani del suo dominio che in una economia naturale tendono sempre all’isolamento e all’autonomia […].[25]
Un regime dispotico in generale si mostra particolarmente favorevole all’economia monetaria […]. Il dispotismo astuto sceglierà sempre di avanzare le sue richieste in una forma che lasci al suddito la massima libertà nelle sue relazioni puramente individuali […]. Il dispotismo per i suoi stessi fini limiterà le sue richieste a ciò che gli è essenziale e ne renderà tollerabili il tipo e la quantità concedendo in tutto il resto la massima libertà possibile […]: la libertà, che consente da un lato puramente privato, non ostacola affatto quella privazione dei diritti politici, che così spesso ha imposto.[26]

Guardando di fronte e in avanti, invece, non si tratta semplicemente di riconoscere “nell’impero della razionalità gestionale il volto mite del totalitarismo”[27], impressione che certo si fa sempre più netta quanto più si rende evidente la sottomissione omnes et singulatim a procedure di audit e valutazione così pressanti e pervasive che, a paragone, gli strumenti classici del controllo statale appaiono sorprendentemente rozzi e approssimativi[28]. Più strutturalmente, si tratta di riconoscere nella universale “monetizzazione dello spazio-tempo”[29] i tratti di un totalitarismo democratico “che provoca l’adesione per culmine di chiarezza e non più la sottomissione mediante minaccia oscura”:[30] una democrazia totalitaria che stenta a farsi vedere per assenza di ombra, una “democrazia perfettamente spoliticizzata”, dove la pubblicità e la visibilità del principio democratico della rappresentanza si risolvono nell’esatto opposto, vale a dire nel principio poliziesco di una pienezza panottica che oscura sistematicamente ogni “dis-identificazione”[31], surplus o scarto del visibile rispetto a se stesso. C’è solo quel che c’è (there is no alternative).

È vero che l’uscita dall’ombra viene considerata il cardine del principio liberale della rappresentanza e della democrazia, “forse la caratteristica più essenziale di un governo rappresentativo”, per cui si ritiene che in un governo democratico non vi sia “alcuna rappresentanza che si svolga in segreto […]; sedute segrete, accordi e decisioni segrete di qualsivoglia comitato possono essere molto significative e importanti, ma non possono avere mai un carattere rappresentativo”.[32] Anche così, però, resta non meno vero che la democrazia esige anche il segreto e più fondamentalmente quel “gusto del segreto” che è necessario a salvaguardare il diritto a non appartenere, a non aderire totalmente, a conservare un’eccedenza di principio. Come scrive Derrida:

Ho un gusto per il segreto, che ha chiaramente a che fare con la non-appartenenza; ho un moto di timore o terrore dinanzi a uno spazio politico, per esempio, a uno spazio pubblico, che non dia spazio al segreto. Per me, esigere che si metta tutto in piazza e che non vi sia un foro interno è già il farsi totalitaria della democrazia. Posso trasformare quanto ho detto in etica politica: se non si mantiene il diritto al segreto si entra in uno spazio totalitario.[33]

Il riferimento alla messa in piazza non deve sviare. In questione non è l’enfasi (mediatica) sulla privacy, né solo la salvaguardia della non-adesione, del dissenso. Facendo un passo oltre, infatti, dobbiamo riconoscere che ad essere sacrificato e neutralizzato nell’ostensione pubblica è in realtà non tanto il privato quanto “lo spazio pubblico vero e proprio”, e invero a esclusivo vantaggio degli “affari” privati.[34] Del resto trasparenza e pubblico, spesso confusi, non enunciano il medesimo principio e provengono da ambiti diversi. Il principio della trasparenza, lo si è detto, proviene oggi dall’ambito economico-finanziario, e non solo mantiene viva questa provenienza ma ne estende il dominio ad altri ambiti. Il tradizionale principio del “pubblico”, invece, proviene dalla cultura illuministica: l’uso pubblico della ragione, lo spazio pubblico come condizione per una deliberazione basata sul confronto argomentato di tesi opposte, l’opposizione di principio tra una “pubblicità” orientata “alla promozione della legislazione basata sulla ratio” e una “segretezza” orientata “al mantenimento dell’autorità basata sulla volutas”.[35] In gioco però, nella trasparenza, non è più questo. Ad elevare la trasparenza a parola d’ordine della good governance globale non è la cura della democrazia, ma la cura governamentale degli affari: value for money (“Cosa può essere se non una religione della produttività, una giustificazione della produttività attraverso la produttività? Il sogno di trasparenza del liberalismo ha luogo là”).[36] Tuttavia l’equivoco retorico permane e sentiamo sempre più parlare del valore democratico della public accountability e simili.

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Home Page del sito governativo “La bussola della trasparenza”

4. L’aspetto di ossessione delirante – se non proprio di ossessione grottesca – che la gran parte delle pratiche per la trasparenza indotte o anche comandate per legge finisce ben presto con l’assumere non deve trarre in inganno. Il fatto che la libertà d’accesso nel senso e sul modello del “Freedom of Information Act” statunitense comporti il proliferare di controlli, accertamenti, verifiche, ispezioni, monitoraggi non è una perversione patologica, ma uno sviluppo del tutto normale e fisiologico. La trasparenza non è infatti l’altra, ma proprio la stessa faccia dell’audit: “che una organizzazione sia sottoposta ad audit significa ipso facto che essa è resa trasparente nei suoi comportamenti. Con Latour (1991) potremmo dire che l’audit è la trasparenza resa durevole; ma è anche la trasparenza resa visibile”.[37]

Certo, se si guarda la recentissima legge italiana sulla trasparenza (DL n. 33 del 14 marzo 2013), non possono sfuggire i tratti caricaturali. Il Responsabile per la trasparenza di cui ogni PA deve dotarsi ha tinte alla Zamijatin, o forse piuttosto da adult animated sitcom alla Simpson; come pure il nuovo sito web governativo La bussola della trasparenza[38] – testualmente “in versione beta permanente, in continuo miglioramento” – che dà a chiunque l’opportunità di testare su un benchmark di 65 indicatori il livello di trasparenza dei portali pubblici, per esempio mettendo a confronto l’Unione Italiana di Tiro a segno e la Comunità collinare del Friuli. O ancora le sorprendenti opacità della composizione per nomina politica della sezione italiana di Transparency International.[39] Tutte cose che appunto sembrano ambientate nella cittadina di Springfield, ma che sono invece parte di un fenomeno che non può esser preso alla leggera, giacché è proprio attraverso le politiche dell’audit e della valutazione, della trasparenza e della lotta alla corruzione, che la razionalità del nuovo regime governamentale opera con marziale indifferenza, imponendo – in un tecno-populismo che accomuna i consensi di grisaglie e forconi – il “calcolo finanziario in aree che in precedenza erano governate secondo norme burocratiche, professionali o di altro genere”, ossia spostando interamente la governabilità nella finanza (“Il fulcro della governabilità è finanziario”). È il nuovo dominio della rendicontazione contabile, della public accountability assurta a modello della responsabilità morale, una “potente tecnologia per agire a distanza sulle azioni altrui”[40]: obiettivi di efficienza, trasparenza e competitività vengono incorporati in norme etiche; “le relazioni monetarie sono esemplificative dei legami ‘socio-tecnici’ nei quali la conoscenza attuariale e l’expertise configurano gli aspetti culturali e intersoggettivi della vita”[41]. Il nuovo totalitarismo democratico (la democrazia mostrata interamente a tutti e tutti che si mostrano interamente alla democrazia: un’ostensione in senso liturgico) estingue così la politica e governa attraverso l’actio in distans di una diffusa “tirannia della luce” secondo la felice espressione di Tsoukas[42]: un set di pratiche di controllo, accertamento, monitoraggio, accreditamento, rendicontazione, con cui ad ogni livello e attraverso organismi di diversa natura e grado si governa il rischio grazie alla conoscenza, alla continua produzione ed estrazione di informazioni, allo spionaggio elevato – nello evaluative state – ad arte di governo[43] e divenuto diretta fonte di reddito nel nuovo mercato aperto delle informazioni[44]. What you see is what you risk recita il nuovo dogma[45].

Lontano dall’opacità e dal segreto caratteristici della fabbrica e dell’industria, “il potere finanziario si definisce essenzialmente come un potere di valutazione ‘pubblica’, la cui pretesa è rendere trasparenti tutte le organizzazioni, rendere visibili e dunque valutabili (misurabili) tutte le relazioni e tutti i comportamenti degli attori di qualsiasi istituzione”[46]. La trasparenza è insomma trasparenza in vista dell’efficacia dei mercati finanziari, dove le macchine vendono e acquistano (in automatico: la maggior parte delle transazioni funziona così) quote di fiducia e di incertezza. Anche là dove la trasparenza si accompagna alla retorica della “public deliberation” agitata da forum di cittadini e associazioni di categoria[47], essa non ha mai la forma e lo spessore politico del pubblico, ma traccia e segue il solco dell’autointeresse, dell’investimento privato, della gestione degli affari. Ciascuno ha il diritto – il dovere – di gestire i suoi rischi. Il soggetto morale deve rendersi interamente trasparente a se stesso, rendersi trasparenti costi e benefici di un’azione piuttosto che un’altra e assumersi interamente le conseguenze della rational choice conseguente. Imposto ovunque il massimo di comunicazione e informazione, tutti sarebbero resi ugualmente capaci di decidere dove e come dirigere i propri investimenti. Al fondo, si tratta di rimettere alla responsabilità del singolo tutti i rischi sociali ed economici. La morale della trasparenza è una “morale del rischio”, che deve condurre “a interiorizzare sotto forma di colpa personale la [propria] condizione di esclusione o di scacco”[48]. E allo stesso modo come il rischio non ha alcuna determinazione contenutistica (rischio è “tutto ciò rispetto cui si può stipulare un’assicura­zione”, uno “schema razionale” mediante il quale si subordinano determinati elementi della realtà per renderli calcolabili), ugualmente la morale del rischio – che è una “privatizzazione del rischio” – “non si richiama ad alcun ‘giusto’ o ‘sbagliato’ in senso sostanziale”, ma solo ad un “adeguato/inadeguato”[49].

Forte di questa assoluta categoricità formale, la trasparenza impone a chiunque la sottomissione ad un ininterrotto pubblico esame di sé. Sottrarsi a questa rinnovata exomologesis e exagoreusis, seppure riuscisse, significherebbe consegnarsi allo “sguardo di sotto” del sospetto, per il quale solo chi è in difetto vuole nascondersi: il “principio del male è incompatibile con la luce”, il bene non ha nulla da temere, può essere reso trasparente, esplicitato, verbalizzato, dichiarato, rendicontato, tradotto nell’evidenza e nell’integrità delle cifre; quel che vi è di male, invece, “portato alla luce del giorno, perde subito il suo veleno […], il serpente infernale, […] tirato fuori dal nascondiglio tenebroso, se ne esce svergognato”[50]. Il naming and shaming resta uno degli strumenti principe della nuova conduzione delle condotte: “identificare l’incapacità e fare pressione sul peccatore disseminando pubblicamente tale informazione”[51], per esempio rendere trasparenti le assenze dei dipendenti, i risultati della loro valutazione, i provvedimenti disciplinari… “Il capitale sogna un’impeccabilità a carattere religioso”[52]. Nessuna luce però colpisce le spalle della trasparenza: la costruzione degli indici e indicatori, la legittimità di chi decide verso dove puntare i riflettori, la determinazione di quale sia il sapere tacito da far emergere e con quali inevitabili torsioni prospettiche, tutto questo e tanto altro resta invece opportunamente nel buio. L’importante è che le regole del gioco siano fissate, non deve interessare da chi e perché. Una copertura retorica fatti di appelli all’etica, alla democrazia e all’eguaglianza nella forma dell’equità garantisce l’occultamento, per esempio, dell’insuperabile asimmetria tra chi di qualcosa ha conoscenza dall’interno e chi invece la guarda dall’esterno: un’asimmetria che “non può essere rimossa generando più informazione, perché l’informazione ha bisogno di essere interpretata e in questione sono precisamente i termini dell’interpretazione”[53].

Appunto a questa natura illusoria si deve allora che la trasparenza produca l’esatto contrario di quel che promette, ossia un paradossale offuscamento della certezza e l’incrinarsi di tutte le relazioni fiduciarie. Il passaggio dal trust, la fiducia che si nutre riconoscendo di non possedere e non poter possedere una conoscenza completa, alla confidence, riposante sull’acquisizione di indicatori che si pretende manifestino tutto, produce ovunque “una crescente spirale di sfiducia nella competenza professionale”[54]. Ciò che si perde è la stessa legittimità della fiducia, la sua natura intermedia – in penombra – tra conoscenza e ignoranza, per cui “chi sa completamente non ha bisogno di fidarsi, chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi”[55]. Non sempre presente alla ragione, l’evidenza che “l’accounta­bility è quel che resta una volta che è stata sottratta la responsabilità”[56] si lascia però percepire e sentire con insistenza irrimediabile. Alla fine, “la proliferazione degli audit serve solo ad amplificare e moltiplicare i punti nei quali possono essere generati dubbi e sospetti”[57].

Questo, tuttavia, non è un effetto collaterale o indesiderato, ma precisamente l’essenziale funzione disciplinare per cui la trasparenza è concepita. Alla trasparenza, infatti, non compete tranquillizzare, ma piuttosto spronare: introdurre elementi di competitività, creare un ambiente di concorrenza, orientare le scelte dei cittadini, mettere in riga i comportamenti individuali, guadagnare consenso all’esterno, in breve forgiare lo spirito dell’homo oeconomicus (oggi, più determinatamente, lo spirito dell’homo debitor). L’origine stessa della parola, d’altronde, rivela il fondo oscuro che si nasconde in essa:

“Trasparenza” si compone delle parole latine trans e parere. Parere significa originariamente: apparire o divenire visibile al comando di qualcuno. Chi “parisce” è visibile, ubbidisce senza contraddire. Già nella sua origine etimologica, la parola “trasparenza” aderisce a qualcosa di violento. Corrispondentemente essa viene oggi assunta a servizio come strumento di controllo e sorveglianza.[58]

Il sogno della metafisica, da cui siamo partiti, precipita così nel calcolo cibernetico: scienza del controllo e delle informazioni, dove “vedere il mondo intero e impartire degli ordini al mondo intero è quasi lo stesso che essere dappertutto”[59], e le incertezze, le interruzioni nel flusso informativo, i conflitti e ogni soggettiva resistenza umana devono essere ridotti allo zero. Potrebbe essere questione di poco. Il Crystal Palace – è stato appena annunciato – risorgerà nel 2018 nel sud-est di Londra. Lo ricostruisce un gruppo cinese, finanziandolo con 500 milioni di sterline, “come dono alla città e al mondo”[60].

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Il nuovo Crystal Palace, progetto di Arup per Zhong Rong International

Note

[1] P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale, a cura di G. Bonaiuti, Meltemi, Roma 2006, p. 227.

[2] F. Dostoevskij, Memorie del sottosuolo, Einaudi, Torino 1945, pp. 25 e 28.

[3] G. Lukács, Die Subjekt-Objekt-Beziehung in der Ästhetik, in Id., Frühe Schriften zur Ästhetik, Luchterhand, Neuwied 1971, vol. I, p. 36.

[4] Cfr. P. Sloterdijk, Critica della ragione cinica, a cura di A. Ermano e M. Perniola, Raffaello Cortina, Milano 2013.

[5] M. Weber, La scienza come professione, in Id., Il lavoro intellettuale come professione, a cura di D. Cantimori, Einaudi, Torino 1966, p. 8; p. 35.

[6] S. Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, tr. it. di C. Salzani, Salani, Milano 2012, p. 15.

[7] M. Weber, op. cit., pp. 19-20 (trad. modificata).

[8] F. Nietzsche, Frammenti postumi 1887-1888, in Id., Opere, a cura di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1964 ss., vol. VIII, tomo II, pp. 26-27.

[9] M. Foucault, Nascita della biopolitica: corso al Collège de France (1978-1979), a cura di F. Ewald, A. Fontana e M. Senellart, Feltrinelli, Milano 2005, p. 231.

[10] F. Dostoevskij, op. cit., p. 26.

[11] G. Simmel, Über Freiheit, in Id., Gesamtausgabe, a cura di O. Rammstedt, Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1989 ss., vol. XX, p. 87.

[12] Cfr F. Nietzsche, Genealogia della morale, in Id., Opere, cit., vol. VI, tomo II, p. 256.

[13] G. Simmel, Philosophie des Geldes, in Id., Gesamtausgabe, cit., vol. VI, p. 599.

[14] Ivi, pp. 600-601.

[15] S. Lucarelli, La finanziarizzazione come forma di biopotere, in A. Fumagalli, S. Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, Ombre corte, Roma 2009, p. 146. Cfr. anche M. Surya, De l’argent. La ruine de la politique, Payot & Rivages, Paris 2009.

[16] J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di T. Cozzi, Utet, Torino 2006, p. 283.

[17] G. Simmel, Philosophie des Geldes, cit., p. 315.

[18] Cfr. ivi, p. 224.

[19] Ivi, p. 215.

[20] Ivi, p. 216.

[21] Ivi, p. 316. Si tratta appunto della medesima struttura della certezza della fede delucidata da G. Simmel in Das Problem der religiöse Lage e altri saggi (cfr. in part. Id., Gesamtausgabe, cit., vol. 14, pp. 367-384).

[22] P. Sloterdijk, Il mondo dentro il capitale, cit., p. 228.

[23] T. Padoa-Schioppa, The Euro and Its Central Bank. Getting United after the Union, The MIT Press, Cambridge Mass., London 2004, p. 115. Cfr. anche D. Cajvaneanu, A Genealogy of Government. On Governance, Transparency and Partnership in the European Union, Diss., Università di Trento, 2011.

[24] Fondo Montario Internazionale, Code of Good Practices on Transparency in Monetary and Financial Policies: Declaration of Principles, 1999, all’URL http://www.imf.org/external/np/mae/mft/Code/index.htm (ultimo accesso il 30.11.2013).

[25] G. Simmel, Philosophie des Geldes, cit., p. 691.

[26] Ivi, pp. 547-548.

[27] J. Rancière, Ai bordi del politico, a cura diA. Inzerillo, Cronopio, Napoli2011, p. 85.

[28] Cfr. G. Neave, The Evaluative State Reconsidered, “European Journal of Education”, 33, 1998, pp. 265-284.

[29] E. LiPuma, B. Lee, Financial Derivatives and the Globalization of Risk, Duke University Press, Durham 2004, p. 139.

[30] B. Noël, Théorèmes de la domination, in Id., La Castration mentale, P.O.L., Paris 1997, tr. it. di M. Tabacchini all’URL http://www.casadimarrani.it/index.php?p=3&post=94 (ultimo accesso 30.11.2013), nel riferimento a M. Surya, Della dominazione. Il capitale, la trasparenza e gli affari, tr. it. a cura di M. Tabacchini e S. Uberti, Casa di Marrani, Brescia 2011.

[31] J. Rancière, op. cit., pp. 166 ss.

[32] C. Schmitt, Verfassungslehre, Duncker und Humblot, Berlin 1970, p. 208.

[33] J. Derrida, M. Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza, Roma-Bari 1997, pp. 52-53.

[34] S. Žižek, Benvenuti in tempi interessanti, a cura di C. Salzani, Ponte alle grazie (Salani), Milano 2012, p. 20.

[35] J. Habermas, The Structural Transformation of the Public Sphere: An Inquiry into a Category of Bourgeois Society, MIT Press, Cambridge Mass. 1993, p. 53. Cfr. anche G. Vattimo, La società trasparente, Garzanti, Milano 20003.

[36] J.-P. Cournier, Les mains, les mains sourtout…, in Id., Aggravation, Fourbis, Paris 1997, p. 102.

[37] M. Strathern, The Tyranny of Transparecy, “British Educational Research Journal”, 26, 3, 2000, pp. 309-321, p. 313.

[38] All’URL http://www.magellanopa.it/bussola (ultimo accesso 13.12.2013).

[39] Cfr. P. Pellizzetti, Transparency Italia, volpe a guardia del pollaio, “Il fatto quotidiano”, 02.07.2013.

[40] N. Rose, Powers of Freedom: Reframing Political Thought, Cambridge University Press, Cambridge 1999, pp. 151-152.

[41] B. Paudyn, Governing Monetary Relations Through Risk: Transforming the European Monetary Union’s Future By Reengineering Its Present, paper presented at the Annual Meeting of the Canadian Political Science Association, University of Western Ontario in London, June 2005, p. 8, all’URL http://www.cpsa-acsp.ca/papers-2005/paudyn.pdf (ultimo accesso 30.11.2013).

[42] Cfr. P. Ghosh, G. Pal, H. Tsoukas, The Tyranny of Light. The Temptations and the Paradoxes of the Information Society, “Futures”, 29/9, 1997, pp. 827-843.

[43] Su questi aspetti mi permetto di rimandare a V. Pinto, La valutazione come strumento di intelligence e tecnologia di governo, “Aut Aut”, 360, 2013, pp. 16-42.

[44] Cfr. in proposito la Direttiva Europea 2013/37 del 26 giugno 2013 sul riutilizzo dell’informazione del settore pubblico, che ne liberalizza completamente l’impiego a fini privati e commerciali.

[45] Cfr. M. Pryke, Money’s eyes: the visual preparation of financial markets, “Economy and Society”, 39, 4, 2010, pp. 427-459.

[46] M. Lazzarato, La fabrique de l’homme endetté. Essai sur la condition néolibérale, Éditions Amsterdam, Paris 2011, pp. 104-105.

[47] Cfr. S. Fuller, The governance of science: ideology and the future of the open society, Open University Press, Milton Keynes 2000.

[48] D. Martuccelli, Critique de la philosophie de l’évaluation, “Cahiers internationaux de sociologie”, 128-129, 2010, pp. 27-52, p. 42.

[49] H. Schmidt-Semisch, Risiko, in U. Bröckling, S. Krasmann, T. Lemke (a cura di), Glossar der Gegenwart, Suhrkamp, Frankfurt 2004, pp. 222-227.

[50] M. Foucault, Sull’origine dell’ermeneutica del sé. Due conferenze al Dartmouth College, Cronopio, Napoli 2012, p. 85 (nel riferimento a Cassiano, Collatio Abbatis Moysi secunda. De discretione, X).

[51] G. Neave, The Evaluative State. Institutional Autonomy and Re-engineering Higher Education in Western Europe, Palgrave Macmillan, London 2012, p. 48. Cfr. anche V. Pinto, Valutare e punire, Cronopio, Napoli 2012.

[52] M. Surya, Della dominazione, cit., p. 25.

[53] P. Ghosh, G. Pal, H. Tsoukas, op. cit., p. 834.

[54] N. Rose, op. cit., p. 155. Cfr. anche R. Grilli, Accountability e organizzazioni sanitarie, in Bilancio di missione. Aziende sanitarie responsabili si raccontano, a cura di M. Biocca, Il pensiero scientifico editore, Roma 2010, pp. 1-18.

[55] G. Simmel, Soziologie. Untersuchungen über die Formen der Vergesellschaftung, in Id., Gesamtausgabe, cit., vol. XI, p. 393.

[56] Così Pasi Sahlberg, cit. in A. Partanendec, What Americans Keep Ignoring About Finland’s School Success, “The Athlantic”, 29.12.2011.

[57] N. Rose, op. cit., p. 155.

[58] Byung-Chul Han, Transparent ist nur das Tote, “Die Zeit”, 12.01.2012; ma cfr. in part. Id., Transparenzgesellschaft, Matthes & Seitz, Berlin 2012. Per una storia del concetto cfr. V. Rzepka, Die Ordnung der Transparenz. Jeremy Bentham und die Genealogie einer demokratischen Norm, LIT Verlag, Berlin 2013.

[59] N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, a cura di D. Persani, Boringhieri, Torino 1966, p. 120; su cui cfr. M. Heidegger, Linguaggio tramandato e linguaggio tecnico, a cura di C. Esposito, ETS, Pisa 1997, p. 53.

[60] The Crystal Palace, brochure di presentazione del progetto, Zhong Rong International Group Ltd, London, October 2013, all’URL http://www.thelondoncrystalpalace.com (ultimo accesso 30.11.2013).

[Immagine: Arnaud Lapierre, Miroir anneau installation, Place Vendôme, Parigi (gm)].

6 thoughts on “Trasparenza. Una tirannia della luce

  1. “ Senza data [1980] – Nel giornalismo che aborrisce/abolisce i punti interrogativi la dispersa plebe delle certezze minuscole. Chiarezza, chiarezza e il nero solo in certe occasioni. Il qui, l’oggi, il mattino, e se è la sera è illuminata a giorno. L’effimero portato avanti, dietro non c’è mai niente. La memoria archivio. Al quarto piano. La preghiera laica del mattino. Ma io pregavo la sera. Prima di addormentarmi. “.

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