cropped-db094f5093ca1fdb9e31508c0f1c24c4.jpg[Le prime risposte al questionario si possono leggere qui e nei post a seguire.]

Carmen Gallo

1. Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Per quanto utile la domanda ai fini di un’indagine sociologica, mi pare altrettanto interessante la possibilità che offre di ragionare sul ruolo della critica e sui meccanismi che presiedono e continueranno a presiedere alle politiche culturali, entrambi in profonda trasformazione. Cosa si leggerà dipenderà, per lo più, da chi saranno gli attanti del discorso critico futuro, e da quale sarà lo spazio in cui eventualmente agiranno con una qualche influenza. Ovvero, quali saranno le modalità con cui tramanderanno quella che mi pare una costante da preservare del lavoro critico: la selezione, all’interno dell’enorme produzione di testi nuovi e vecchi pubblicati nella contemporaneità, di un numero di opere in qualche modo significative, ai fini – e questo mi pare cruciale – della costruzione di un discorso che articoli e proponga, a partire dai testi, un’interpretazione o una rappresentazione del presente (o del passato, attraverso uno sguardo presente) che interagisca in modo dinamico, nel migliore dei casi mutualmente influente, con l’accadere delle cose fuori dai testi. In fondo, secoli di storia del romanzo (quello inglese per esempio, che conosco meglio), nelle sue numerose riletture, hanno raccontato anche che, a dispetto di ogni ingenuità sul canone frutto esclusivamente della resistenza del capolavoro al tempo che passa, i meccanismi che determinano cosa si leggerà in futuro hanno soprattutto a che fare con ciò che una certa critica, particolarmente influente in un determinato momento storico, ritiene funzionale per elaborare discorsi interpretativi (o identitari), corroborare idee, suffragare o smascherare ideologie, riflettere sulle complessità storiche, ecc. Necessariamente, tali costruzioni retoriche sono frutto di inclusioni e omissioni (tutte legittime, una volta esplicitata la posizione di chi parla e i suoi scopi), che in alcuni casi possono persino prescindere dal valore intrinseco o estetico delle opere letterarie analizzate e consegnate al dibattito pubblico.

Non è certo questo il caso, comunque, di Siti e Moresco, che sicuramente continueranno ad essere letti e studiati in futuro, anche perché capaci, in modi diversi, di restituire un simulacro riconoscibile dell’esperienza contemporanea. Tuttavia – e in parte volontariamente finisco fuori tema – mi domando quali nuovi discorsi, in quel futuro in cui si continuerà a leggere Siti e Moresco, saranno formulati su questi ma soprattutto su altri autori, che potrebbero trovarsi a essere coinvolti in dinamiche di legittimazione ben diverse dalle attuali. Come dicevo, cosa continueremo a leggere dipende in parte anche da quali discorsi critici saranno formulati in futuro, e ovviamente da chi. Questa mi pare al momento una bella incognita visto che, come già sottolineato da altri, il critico “nato negli anni ‘80” cui è rivolto il sondaggio ha e avrà un profilo storicamente molto diverso da quello dei suoi predecessori: per formazione ricevuta (segnata da riforme discutibili e tagli alla ricerca), per prolungato precariato (che lo costringe a una relazione con la propria attività, e con la sua possibile influenza, spesso ‘contingente’, se non proprio dall’estero), per la riconfigurazione e proliferazione degli spazi di confronto e discussione, di orientamento e selezione (sempre meno i giornali, sempre più il web che include molto ma livella altrettanto). Né si può ignorare come questa posizione di precarietà, all’interno di un sistema – quello della produzione, promozione, lettura e discussione di opere letterarie – che di per sé si fa sempre più marginale nella gerarchia degli interessi generali, facilmente rischi di alimentare una certa inerzia, più o meno connivente, a linee di ricerca o impostazioni teoriche consolidate da altri, oppure, di contro, derive polemiche ed eccentricità autoreferenziali.
Resta da capire insomma se, nei luoghi e nelle forme che troveranno o inventeranno per presentare le loro idee, i critici nati negli anni ‘80 sceglieranno di muoversi in continuità con quanto detto e fatto finora, come sembrerebbe suggerire l’esito apparso su Orlando e la convergenza su nomi forti, tutto sommato ampiamente riconosciuti dai luoghi consolidati del consenso culturale; o se invece riusciranno ad arrischiare discorsi critici che facciano i conti, a fronte delle difficoltà prima accennate, con le mode accademiche e le personalità più carismatiche, eludendo il pericolo di un conformismo schiacciante.
Infine, non credendo – come si sarà intuito – in un canone che si autodetermina, piuttosto che fare predizioni preferisco orientare delle intenzioni, e augurarmi che i critici degli anni ’80 tornino a leggere e discutere la poesia, che si spendano per la sua ‘fortuna’, non trincerandosi dietro alibi come l’incapacità della poesia contemporanea di parlare al mondo o del mondo (scusate, della realtà sociale, politica, ecc.), o la sua scarsa rilevanza in termini di mercato o di influenza culturale. Queste argomentazioni semplicemente non mi paiono rilevanti, e il percorso di ricerca poetica di Mario Benedetti, Milo De Angelis, Antonella Anedda (per limitarmi agli autori che da lettrice frequento da più tempo) mi pare le smentiscano ampiamente.

2) Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

Ho sentito parlare di Siti e Moresco da colleghi universitari di altre facoltà, e poi in convegni di comparatistica. Forse di Antonella Anedda ho sentito parlare per la prima volta quando vinse il Premio Napoli; poi l’ho conosciuta al Festival della traduzione nel 2005. Di Benedetti e De Angelis ho sentito parlare da persone che scrivono poesie.

3) Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

Fermo restando la cautela (ironica) con cui prendo la parola ‘fortuna’, mi sembra che le opere che spesso si rivelano più efficaci o compiute sono quelle che attingono alle possibilità d’ibridazione connaturate al discorso letterario moderno, ammesso che sia anche solo postulabile la reale opposizione tra generi puri e generi ibridi.
Di sicuro, la palese messinscena dei processi di ibridazione è solo una delle tante possibilità, a cui non andrebbe accordato un entusiasmo pregiudiziale, così come non andrebbe stabilita un’ingenua gerarchia di ‘originalità’ in base all’evidenza con cui lo scarto dalla presunta purezza si manifesta.
Detto ciò, uno dei generi che mi pare foriero di istanze di rinnovamento del discorso culturale e del linguaggio letterario è ancora una volta la poesia in tutte le sue forme, già perorata (sono di parte), ma anche quello a cavallo tra discorso critico-letterario, autobiografia e riflessione storica (come genere, o come innesto), estremamente rischioso nella sua asistematicità, ma forse capace di rinnovare l’interesse per il discorso critico in sé, finora piuttosto dimesso nello sfruttare il proprio potenziale di dialogo con un pubblico non specialistico, e quasi riluttante ad una più ampia condivisione dei propri strumenti di pensiero.

4) Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi.
Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Non sono un’italianista, e da lettrice mi riservo una tale arbitrarietà che non credo sarebbe rilevante una mia risposta puntuale o generalizzante. Sono stati significativi per me, finora, più di altri, Walter Siti e Mario Benedetti.

5) Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

Mi pare che alcune università, forse anche perché ospitano figure o tradizioni più attive sul piano culturale, siano più inclini nel creare interazioni tra il mondo accademico, la grande editoria e i blog o i giornali, ma in generale temo che la cosa funzioni meglio da Roma in su, con pochissime eccezioni, e per motivi che sarebbe complicato qui ricostruire ma tuttavia facilmente intuibili. Per fortuna, negli ultimi anni, sono nati e cresciuti anche luoghi fuori dai meccanismi del grande mercato: penso per esempio ai numerosi spazi occupati operanti a Napoli (in particolare penso a L’Asilo), interessanti anche per le procedure orizzontali e assembleari con cui devono essere proposte le presentazioni di libri o di autori, e il confronto più esplicito sul valore politico in senso molto ampio delle attività culturali.

Per quanto riguarda invece la rete, che mi pare adesso lo spazio più ricco ma anche più problematico, proprio per le complicate dinamiche di legittimazione (degli autori, ma anche dei critici) di cui prima si diceva, la sua fluidità spesso impedisce la possibilità di mettere a fuoco, anche temporaneamente, un primo piano. Si stanno moltiplicando, negli ultimi tempi, gli spazi virtuali dedicati al mondo della letteratura (non si contano più quelli di poesia), e a fronte della loro prevedibile eterogeneità sempre più spesso si denuncia la loro inaffidabilità dilettantistica.  A questo proposito, vorrei solo ricordare che anche prima della svolta “professionalizzante” del critico letterario promossa dal new criticism (Ransom nel 1937 aveva per primo rivendicato l’istituzionalizzazione di un Criticism, Inc. o Criticism, Ltd. contro la critica impressionistica fuori dalle università), sui tanti giornali e riviste che si occupavano di letteratura esisteva una eterogeneità relativamente molto simile a quella attuale, bilanciata – allora come adesso – da luoghi di maggior spessore, più attenti nella selezione dei materiali pubblicati e nell’impostazione più consapevole e informata degli interventi. Ciò detto, non credo sia il caso di demonizzare la proliferazione di lit-blog in rete, al massimo mi auguro che i lit-blog più accreditati riescano a promuovere la condivisione di strumenti di analisi e d’interpretazione con cui i lettori possano verificare criticamente i discorsi altrui, e distinguere tra gli spazi della loro trasmissione.

6) Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Di sicuro alcuni spazi in rete (come gran parte dei blog già citati da altri) si stanno accreditando come luoghi critici di riflessione sulla letteratura contemporanea di alto profilo, ma uno dei vantaggi dell’eterogeneità di cui parlavo prima mi pare quello di poter far riferimento a interventi, libri e post singoli su specifici argomenti che appaiono in luoghi diversi. In ogni caso, da non specialista, non sono in grado di fornire una mappatura altrettanto seria e affidabile.

Gloria Maria Ghioni

1. Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Questa domanda è particolarmente insidiosa, perché concordo con Jonathan Galassi, che proprio questa settimana mi ha detto che saranno gli scrittori del futuro a decidere chi resisterà tra gli scrittori di oggi, scegliendo quali opere citare e salvare così dall’oblio, creando un nuovo canone. È quindi inevitabile che le mie prime scelte siano nomi che vorrei tramandare al futuro, e per diversi motivi. Mi ha stupito rendermi conto che tutti e tre gli scrittori si situano esattamente al limite di età (essendo nati nel 1947). Innanzitutto, Antonio Moresco, uno degli autori più interessanti degli ultimi anni, per aver sperimentato la scrittura di sé in forme nuove e vertiginose, a tratti rutilanti, talvolta imperfette, ma sempre degne di nota. Aggiungerei senza dubbio Walter Siti, suo coetaneo, per il grande contributo all’autofiction: a tratti eccessiva, fuori dalle regole, ma sempre spiazzante in senso positivo. Infine, mi piacerebbe se un terzo coetaneo (noto questa coincidenza con una certa sorpresa) si affiancasse a questi due letteratissimi esempi: Stefano Benni. La scelta potrà forse apparire imprevista, ma è dettata dal desiderio di portare al futuro un contributo ironico che faccia capire non solo di cosa si angustiava la gente alla fine del secolo breve e negli anni zero, ma anche di cosa rideva. Mal che vada, le opere (diversissime) di questi tre autori potrebbero rimanere ottimi documenti della commistione inesausta e inappagata del nostro periodo storico.

2. Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

Mi sono accostata ad Antonio Moresco quasi per caso, con le opere fiabesche che ha scritto per Mondadori in questi ultimi anni: da lì, il desiderio di scoprire lo scrittore anche con la trilogia dei Canti del Caos. Per quanto riguarda Walter Siti, il nostro incontro ha per proscenio un’aula universitaria: stavo affrontando un corso sul romanzo di formazione e i suoi esiti deformati con il postmoderno e sono incappata in una citazione fulminante da Autopsia dell’ossessione. Anche Stefano Benni è stato scoperto in ambiente scolastico, ma molto prima: il suo Bar Sport mi ha accompagnata in un’estate terribilmente noiosa e ha saputo riportarmi il buonumore, al punto da riproporre il testo, anni dopo, in qualità di insegnante.

3. Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

Credo che, accanto al romanzo, perfetto per letture disimpegnate, si evolveranno le forme ibride, che riusciranno a giocare con l’occultamento di elementi saggistici, lirici, manualistici, filosofici in una macrotrama narrativa. Negli ultimi anni, queste forme hanno ben rappresentato la creatività degli scrittori: penso al recentissimo Gli increati di Moresco, che lo scrittore vuole sia interpretato non solo come un romanzo, ma anche come una proposta filosofica e scientifica di nuova concezione del tempo. O all’appena edito Passaggio in Sardegna di Massimo Onofri, in cui l’idea tradizionale di guida turistica e diario di viaggio si intreccia al memoriale, quasi agiografia della propria vita e di un popolo, ma non solo. E d’altra parte anche Walter Siti, qualche anno fa, ha dimostrato in Il canto del diavolo quanto realtà geografica e narrativa siano ormai intrinsecamente unite.

4. Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi.
Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Se vogliamo interpretare la critica anche e soprattutto come “critica della vita”, citerò qui opere italiane che mi hanno cambiata, almeno in parte, o che hanno portato dubbi e domande (le risposte preconfezionate, così tipiche della letteratura italiana, mi interessano poco). Inizio con un poeta ed è strano per me, che sono una lettrice di poesia piuttosto capricciosa negli ultimi anni: cito Raffaello Baldini. Le sue opere, uscite tardi, quando ormai il poeta era già anziano, rappresentano un contributo interessantissimo di ibridare la poesia narrando vicende da cantastorie di paese e collezionista di vite. La poesia dialettale (o con tessere dialettali) che commuove con la concretezza del minimo, dell’oggetto, dell’epifania, del ricordo che non torna e per questo rende nostalgico e prezioso ogni afflato di passato. Non parlerò ancora di Moresco, ma citerò due casi di narratori giovani, che meriterebbero più spazio fin da oggi. Il primo è Luca Ricci, bravissimo cesellatore di racconti, che con Mabel dice sì mi ha conquistata al punto da ripercorrere le opere precedenti. L’altro, che condivide con Ricci la mia scoperta tardiva e la ripresa dei primi esperimenti letterari, è Marco Missiroli, che mi sta attualmente (dopo Atti osceni in luoghi privati e Bianco, sto concludendo Il senso dell’elefante) sorprendendo per l’incisiva liricità di certa narrazione scabra, dall’aggettivazione mirata e mai ridondante. Vorrei infine citare un libro – o meglio il racconto – che ho riletto tante volte negli ultimi mesi: La fine di un amore, di Ilaria Bernardini, forse una delle scrittrici giovani italiane che portano con sé un passo carveriano, in uno spietato ritratto della violenza talvolta inconsapevole del quotidiano. Come forse emerge dalle mie scelte, mi sono discostata da ogni psicologismo rapido e indolore che tanto va di moda in questi anni: non saranno forse libri e autori che entreranno nel canone, ma ho scelto di declinare questa domanda, come le precedenti, con totale sincerità: se questa prevede una soggettività spinta, bene, anche il mio questionario sarà esempio di quella forma ibrida di cui si diceva prima…

5. Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

Premessa fondamentale: ogni critica ha un suo lettore implicito, ideale e probabilmente più corrispondente al vero rispetto a qualche anno fa. Credo che la pluri-espressione critica di questi ultimi anni, con la diffusione di testate online e di blog permetta di affiancare la critica letteraria del quotidiano o delle riviste di settore. Chiaramente, gli obiettivi sono diversi, ma il luogo (digitale o meno) non influenza necessariamente il contenuto né il grado di accuratezza dei contributi. Semplicemente, sta al lettore capire l’attentibilità della fonte: rispetto al quotidiano, dove il lettore può incappare casualmente nelle pagine di cultura e di recensioni, su un blog/sito letterario si va deliberatamente e il lettore ha la facoltà di frugare negli archivi in pochi click per verificare la coerenza o il cv di un critico. Non sono rari i casi di critici e professori universitari che ormai sperimentano l’online per raggiungere un nuovo tipo di lettore, a dimostrazione di quanto i confini tra i diversi campi siano sempre più porosi e facilmente attraversabili. Qualche esempio? Andrea Cortellessa, stimato critico che ha prefato e curato grandi opere letterarie, non ha disdegnato di iniziare a contribuire alla successiva fortuna di Nazione Indiana. O ancora, Giuseppe Antonelli, in seguito alla sua fortunata trasmissione su Radio 3 “La lingua batte”, tiene vivo un gruppo Facebook di riflessioni (ludiche ma non per questo meno affidabili) sulla lingua italiana.

6. Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Per mia formazione, non possono mancare gli appuntamenti settimanali con le pagine culturali dei quotidiani: a volte per prenderne le distanze, lo ammetto, e sdegnarmi per una recensione palesemente costruita a tavolino; talora vere e proprie chicche di cultura letteraria: penso a certi articoli di Matteo Marchesini sul Domenicale del Sole 24 ore, alla finezza culturale di Paolo di Paolo, tra i critici giovani a cui sono culturalmente affezionata. Poi, certo, il piacere di riprendere in mano un saggio letterario di Mengaldo non ha rivali, ma questo richiede un lettore accorto e con la giusta formazione. Accanto alla pagina fitta (che sia di un quotidiano o di un saggio di più ampio respiro), ci sono alcune realtà online che non mancano mai dalla mia rassegna: Il primo amore, Nazione Indiana, minima&moralia, per citare alcuni dei blog più impegnati; Finzioni, La balena bianca, 404 file not found, Sul romanzo, Gli Amanti dei Libri, Libreriamo per citare compagni di avventura che hanno iniziato insieme a noi di CriticaLetteraria o appena dopo e hanno saputo crearsi un pubblico di non addetti ai lavori, ma appassionati alla cultura e alla lettura. Credo che queste realtà plurime e diversissime siano tutte espressioni della critica contemporanea, tarata su un diverso livello di linguaggio e di profondità, ma mossa dalla stessa spinta di divulgazione, informazione e, talvolta, di approfondimento.

Marco Mongelli

1. Partiamo dalla domanda del sondaggio di «Orlando»: «Chi tra gli scrittori che oggi hanno tra i quarantanove e i sessantanove anni continueremo a leggere in futuro?». Tu come risponderesti, e per quali motivi? Ti chiederei anche di spiegare cosa, secondo te, inciderà di più per il loro successo.

Ho risposto al sondaggio di Orlando indicando tre nomi: Michele Mari, Walter Siti e Luca Rastello. I primi due sono sicuro si leggeranno anche fra cinquant’anni, il terzo vorrei lo fosse, ma è più un wishful thinking. Per “successo” voglio intendere questo: si continueranno a leggere, quindi a ristampare, saranno oggetto di tesi, convegni, dibattiti. La misura quantitativa di “successo” dipenderà da quanto larga, o stretta, sarà la comunità di lettori e di addetti ai lavori, e questo è un dato che dipenderà da parecchi fattori, in primis dai cambiamenti della società e dalla sua composizione.
I tre scrittori che ho nominato sono molto diversi fra loro e diverse sono le ragioni della loro potenziale longevità.
Di quella di Mari ho scritto proprio sul numero di Orlando. Siti è probabilmente fra tutti gli scrittori italiani contemporanei quello più adatto ad entrare in un canone della letteratura. Per la capacità di innovazione della forma romanzo e per l’acume nel leggere il contemporaneo è già un punto di riferimento, se non un maestro, per molti.
Di Rastello mi piacerebbe venisse ricordato l’impareggiabile capacità di tenere insieme l’impegno etico e la creatività stilistica. E che si leggessero e si studiassero Piove all’insù, che è il romanzo definitivo sugli anni ’70 in Italia (nodo storico-memoriale ben più decisivo, per esempio, del ’68), i suoi esemplari reportage e la preziosa contaminazione di giornalismo e racconto di La guerra in casa. È, fra quelli citati, l’unico autore per il quale davvero possiamo fare tutti un’opera di diffusione. È incredibile come fino a pochissimo tempo fa non ne parlasse nessuno: per fortuna le cose stanno cambiando, ma non è ancora sufficiente.

2. Dove hai sentito parlare per la prima volta di questi autori, e da chi?

Michele Mari me l’ha fatto conoscere un professore al Liceo, uno di quelli che quando hai 17 anni ti  fanno conoscere Walter Benjamin, gli Esbjörn Svensson Trio, Marco Baliani, Ciprì e Maresco, C’era una volta il West. In mezzo, anche Tutto il ferro della Torre Eiffel, di cui mi innamorai istantaneamente. Arrivato all’Università, a Siena, ho conosciuto gente appassionata di Mari quanto me e l’ho letto tutto. È uno di quegli autori che sento più vicino e che continuo a consigliare. Questo per dire che tra i luoghi della promozione di libri contemporanei ci può anche essere la scuola, nonostante lo smantellamento in corso.
Di Siti ho sentito parlare all’Università, dove già nel 2008, nel mio anno da matricola, era oggetto di corsi di Letteratura Comparata e Teoria della Letteratura.
Di Rastello, invece, in tempi più recenti. A casa di un amico vidi Piove all’insù, mi incuriosirono titolo e copertina e decisi di comprarlo.

3. Secondo te quale genere letterario è destinato ad avere fortuna nei prossimi anni? Poesia, romanzo, scritture ibride?

Tenendo conto che per “avere fortuna” intendo la stessa cosa che intendevo prima per “successo”, la risposta mi pare evidente: basta scorgere i titoli e le collane editoriali degli ultimi anni per accorgersi che le scritture ibride sono fortunate non solo dal punto di vista delle vendite, ma soprattutto da quello delle ricerche poetiche autoriali. Su cosa poi sia questa ibridazione si può discutere – e spesso si riscontra parecchia superficialità o fretta liquidatoria – ma che sia di fatto l’unica tendenza riconoscibile nell’extrême contemporain, è per me fuori di dubbio. Più di un ritorno al “genere”, più di un ritorno al “realismo”, l’ibridazione di forme e generi discorsivi differenti è già, e diventerà sempre di più, l’unico vettore tracciabile in un panorama sfrangiato e dalla difficile mappatura. E questo perché la condizione spuria sta diventando la più utile, privilegiata, funzionale a raccontare il presente. Poi certo, non tutte le ibridazioni sono all’altezza, ma nemmeno lo sono tutte le poesie e tutti i romanzi. Eppure si continua a confondere la qualità o il valore di un’opera con la sua rilevanza nel campo letterario, finendo così per ignorare decine e decine di uscite editoriali, anche di buon successo, per circoscrivere il dominio a una manciata di opere che si considerano qualitativamente di valore. Così, però, si finisce per avere un’idea distorta e poco rappresentativa. Se scegliamo di non interessarci ad una parte importante del nostro presente e futuro letterario, che sono le scritture ibride, dobbiamo quantomeno accettare di non avere l’ambizione di descrivere in maniera complessiva quel presente e quel futuro.

4. Nell’arco di un decennio possono essere pubblicati libri che entrano a far parte di uno stesso dibattito critico, e che però sono stati scritti da persone nate in momenti molto diversi. Quali autori consideri significativi – rilevanti dal punto di vista delle categorie critiche con le quali interpreti la letteratura – fra quelli che hanno pubblicato libri fra il 1990 e il 2015?

Ce ne sono tantissimi. Sono cresciuto leggendo narrativa contemporanea, mi ci sono laureato e continuo a leggerla e a studiarla. In più, sono allergico ai nostalgismi di tempi mai vissuti e ai de profundis interessati. Negli ultimi quindici anni il panorama italiano è stato vivissimo. Per fare qualche nome oltre ai già citati: Lagioia, Pincio, Vasta, Genna, Wu Ming, Sortino, Santoni, Falco, Mozzi, De Angelis, Benedetti, Magrelli, e chissà quanti altri ne dimentico.

5. Passiamo a considerare i luoghi (giornali, riviste specializzate, riviste online, siti e blog; ma anche luoghi fisici come scuole, università, biblioteche, presentazioni di libri) e i modi in cui i libri vengono discussi e commentati oggi. Tendi a pensare al campo letterario come a uno spazio fluido, in cui critica, pubblico, industria dialogano e collaborano (talvolta anche in competizione per l’egemonia) – o a separare diversi campi d’influenza e di azione? Che tipo di interazione c’è (se trovi che ci sia un’interazione)?

È una domanda assai complessa e non penso di avere una risposta, nel senso che non so effettivamente quali sono le “forze del campo letterario che appaiono più rilevanti” e che quindi ne determineranno il futuro. Indubbiamente lo spazio è fluido e gli attori in gioco hanno sfere di influenza diverse. A volte, quando il potere di grandi editori e grande distribuzione è troppo schiacciante si corre il rischio che gli altri – i semplici lettori, i vari addetti ai lavori, i critici e i professori – si rinchiudano in nicchie nelle quali hanno tanta autorevolezza quanta irrilevanza. In generale, tendo a pensare che se a un luogo ci teniamo dobbiamo interessarcene: rimanere fuori a testimoniare indignati serve a poco. I modi in cui i libri vengono discussi  e commentati è un importante banco di prova e gli spazi online, pur con tutti i loro problemi, hanno sicuramente fatto del bene, allargando la base del discorso letterario. Considero l’autoreferenzialità, il parlarsi addosso, come il più grande dei pericoli. Uscire dalle proprie stanze per incontrare e dialogare chi con i libri ha a che fare, in qualsiasi forma, è necessario. Soprattutto con i lettori, quelli veri, non quelli che strumentalmente immagina e “costruisce” certa editoria né quelli che finisce per biasimare certa critica. Auspico insomma un lavoro di educazione alla lettura e alla discussione letteraria che non può, come tutto, che partire dal basso.

6. Quali sono le personalità e i luoghi della critica che consideri più seri e affidabili?

Tendo a fidarmi delle comunità, dei luoghi abitati e messi a frutto secondo un progetto condiviso e appassionato, più che delle singole personalità, perché anche quando sono autorevoli la loro azione ha sempre un raggio più corto. Potrei fare moltissimi nomi, soprattutto online, ma i luoghi che mi sono più congeniali e più hanno contribuito e contribuiscono alla formazione e all’arricchimento del mio sguardo sono Giap, Minima&Moralia, Lavoro Culturale e, ovviamente, 404: file not found.

Carmen Gallo è nata a Napoli nel 1983. Si è addottorata in Letterature Comparate all’Università L’Orientale di Napoli, e attualmente è assegnista di ricerca in Letteratura inglese. Si è occupata in particolare di poesia metafisica, e più recentemente di storia della critica anglo-americana. Ha da poco pubblicato un libro di poesie.

Gloria Maria Ghioni è nata a Pavia nel 1985. Dopo il dottorato in Scienze dei Sistemi Culturali, lavora come social media manager editoriale e come insegnante. È fondatrice di Criticaletteraria.org.

Marco Mongelli è nato a Bari nel 1989. Laureato all’Università di Siena, è dottorando all’Università di Bologna. Si occupa soprattutto di romanzo contemporaneo. È redattore e fondatore di 404: file not found.

[Immagine: Karo Akpokiere, Drawings 2 (gm)].

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